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Notes

Anno LVIII, 2016, Numero 1, Pagina 26

 

 

Democrazia complessa

 

 

Le riflessioni di questa nota prendono spunto dal dibattito che è in atto in Europa a seguito degli esiti degli ultimi referendum e in vista di altri che sono in programma, direttamente o indirettamente collegati al destino dei nostri paesi e del nostro continente. I temi di questo dibattito sono stati ben riassunti in un articolo di Jean Quatremer su Libération in cui l’autore arriva ad affermare che “...l’irruzione del referendum di iniziativa popolare nel campo diplomatico complica notevolmente la situazione, rendendo fragile un processo già complesso”.[1]

Complicazioni che sono ben evidenti quando si considera il caso del referendum su Brexit che influenzerà sicuramente nel male o nel bene il processo d’integrazione europea. Infatti, se i britannici sceglieranno di uscire dall’Unione europea, ci saranno effetti destabilizzanti sia per il Regno Unito, sia per l’Unione, dove i populisti ed i nazionalisti dei vari paesi potranno rilanciare le loro rivendicazioni antieuropee. Se invece i britannici decideranno di rimanere nell’Unione e nel quadro del mercato unico, si tratterà di dar seguito ai contenuti dell’accordo raggiunto tra Unione europea e Regno Unito nel febbraio scorso, in base al quale l’approfondimento istituzionale dell’eurozona nella più ampia Unione non solo è prevista, ma non dovrebbe più essere ostacolata dal governo di Londra. Il fatto è che la situazione complessa in cui vivono gli europei e l’umanità non deriva solo dalle difficoltà che incontra il processo di integrazione europea nell’avanzare, ma anche e soprattutto dalla globalizzazione dei processi produttivi, economici, finanziari, che influenzano ogni settore della nostra vita e di quella degli Stati, minando in molti casi il funzionamento e la legittimità dei meccanismi su cui si basa la democrazia.

A questo proposito Federico Rampini nel suo libro L’età del caos[2] ha messo bene in rilievo il problema della crisi della democrazia – la “democrazia stanca” – nel mondo occidentale, ormai incapace di dare soddisfacenti risposte alle richieste dei propri cittadini, indicando come i principi liberaldemocratici, così come li ha definiti Francis Fukuyama nel suo testo Political order and political decay, non sono più rispettati oggi in gran parte degli Stati a regime democratico.[3]

* * *

Lo strumento referendario è stato più volte utilizzato recentemente per dar modo, si è detto da parte di chi ha sostenuto la necessità di farli, alla volontà popolare di esprimersi su temi che riguardano i rapporti di questo o quel paese con l’Unione europea e le politiche condotte dall’Unione europea. Ma il metodo referendario è da considerarsi sempre un vero strumento di esercizio della democrazia? Per quanto riguarda l’Europa, i referendum nazionali sono strumenti validi per governare i problemi a livello europeo oppure sono stati usati, e finiscono inevitabilmente per essere usati, strumentalmente dai populisti in funzione anti europea? Secondo Jean Quatremer, la risposta a queste domande è no. Anzi, in questo quadro il metodo referendario mette a rischio la tenuta dell’Europa. “È terribilmente difficile vincere un referendum se la questione è europea. Eufemismo dicono a Bruxelles. Dal Trattato di Maastricht del febbraio nel 1992, non si contano che referendum negativi: Danimarca, Svezia, Irlanda, Francia, Olanda, Grecia e senza dubbio Regno Unito. Nel dicembre scorso i danesi hanno rifiutato di rinunciare, col 53% dei voti, alla deroga che il loro paese aveva ottenuto nel 1992 nel settore della giustizia e della polizia. La somma dei malcontenti, nei confronti sia dell’Europa sia del governo in carica, costituisce quasi sempre una maggioranza che è difficile rovesciare, ‘la congiura delle forze nazionali non fa che rinforzare chi tiene per il no’, come nota un diplomatico di Bruxelles: ‘c’è anche una incapacità di dimostrare il valore aggiunto dell’Unione in periodo di crisi’. C’è un’incompatibilità dell’istituzione del referendum con il sistema politico dell’Unione europea, ...perché il referendum praticato al livello nazionale garantisce di volta in volta la possibilità di esercitare un potere di blocco a una minoranza di europei. Un referendum paneuropeo sulle questioni che rilevano le competenze dell’Unione, come nel caso dell’accordo di associazione con la Turchia, permetterebbe di superare questo limite. Ma non esiste attualmente alcun consenso tra gli Stati per instaurare tale procedura: per essi, la democrazia si esercita essenzialmente in un quadro nazionale. Il referendum può dunque rimettere ogni volta in causa qualsiasi consenso difficilmente raggiunto tra gli Stati e nelle istituzioni europee, anche quelli raggiunti a maggioranza qualificata degli Stati. Ma, stando così le cose, chi oserà più applicare domani una direttiva o un regolamento legalmente adottato nell’ambito dell’Unione, ma che è rigettabile o rigettato tramite un referendum? ‘Il referendum può diventare uno strumento di ricatto da parte di certi Stati, come già succede per la Gran Bretagna, l’Ungheria, la Polonia, o per i movimenti euroscettici, che paralizzerà durevolmente l’Unione’ mette in guardia un alto funzionario. D’altra parte, proprio perché è difficile per i pro-europei denunciare questi referendum nazionali senza essere accusati di voler tenere ai margini i popoli, gli euroscettici avranno buon gioco a dirsi indignati e a cavalcare il malcontento: la trappola è perfetta”.[4]

I populisti, generalmente propugnatori e vincitori di simili referendum, mettono sotto accusa l’Unione europea accusandola di tutte le crisi che hanno vissuto i cittadini negli ultimi anni: da quella economica, alla disoccupazione, all’aumento dell’imposizione fiscale, al debito degli Stati, all’incapacità di far fronte alle migrazioni e al terrorismo. Esempi di questi atteggiamenti sono ormai diffusi dappertutto. Basti pensare ai movimenti di Marine Le Pen in Francia, di Matteo Salvini e di Beppe Grillo in Italia, al Freiheitliche Partei Österreichs in Austria, e ad Alternative für Deutschland in Germania. Tutti movimenti che hanno usato e stanno usando gli strumenti della comunicazione di massa e via Internet per amplificare le paure e coagulare il malcontento sui loro programmi elettorali.

è altresì indubbio che la democrazia liberale è più o meno in crisi in molti paesi dell’area occidentale, non solo nei paesi dell’Unione, come scrive Federico Rampini nel suo libro L’età del caos.[5]

In questo libro Rampini si sofferma anche sulla sofferenza della democrazia americana, prendendo in considerazione la definizione di democrazia liberale di Francis Fukuyama presentata in Political order and political decay, in cui rileva che una democrazia liberale compiuta dovrebbe fondarsi su tre ingredienti ben distinti.

“Il primo”, scrive Rampini riferendosi a Fukuyama, “è quello che noi spesso identifichiamo con la ‘democrazia’ tout court: elezioni libere a suffragio universale e segreto, pluraliste, con una vera competizione tra forze politiche diverse, accompagnate dalla libertà di espressione e di stampa”. Sotto questo aspetto, quasi tutti i paesi dell’area occidentale rispettano più o meno completamente questo requisito.

“Il secondo ingrediente”, prosegue Rampini, “è uno Stato che sa governare, fa rispettare la propria autorità e garantisce i servizi essenziali ai propri cittadini”. A questo proposito si può osservare che non sempre tutti gli Stati nazionali europei hanno saputo governare compiutamente, dando risposte adeguate ai propri cittadini in termini di efficienza: perché non avevano o non hanno ancora un assetto istituzionale adeguato; oppure perché, come accade oggi anche a causa della crisi economica e del debito accumulato, non sono più in grado di sostenere le spese per mantenere il modello di Stato sociale europeo del recente passato.

“Il terzo ingrediente è quello che gli angloamericani definiscono the rule of law, lo Stato di diritto, (ma che non sarebbe sbagliato tradurre letteralmente, e in modo più esplicito, il governo della legge, ndr); questo sta a significare che tutti sono sottoposti alle stesse leggi, anche i ricchi e i potenti, inclusi quindi gli stessi governanti”. A questo proposito è facile osservare che il rispetto delle regole e della legge in alcuni Stati è diventato solo formale, e in alcune aree di essi spesso la malavita organizzata ha la meglio sulla legalità. Mentre i divari in termini economici e sociali in molti di essi tendono ad aumentare.

Da tutto ciò emerge, secondo Rampini, che “se manca uno dei tre ingredienti non siamo in presenza di una vera democrazia liberale. La Cina ha uno Stato capace di governare con efficacia, i suoi governi negli ultimi trent’anni hanno gestito una fase di sviluppo, aumento del benessere e dell’occupazione; ma non ha libere elezioni e neppure uno Stato di diritto... L’India ha libere elezioni, ha istituzioni giuridiche abbastanza imparziali ancorché lente e farraginose, ma ha uno Stato molto inefficace nel garantire servizi essenziali ai cittadini. La Russia di Boris Eltsin e, poi, le ‘primavere arabe’ hanno dimostrato che cosa può succedere se si conquistano libere elezioni, ma manca tutto il resto: è il caos, a cui segue spesso un ritorno di autoritarismi... Il guaio è che la storia non procede in modo lineare, e quei tre ingredienti non arrivano necessariamente insieme, o nell’ordine giusto per generare un equilibrio stabile”.

Le considerazioni di Fukuyama, riprese da Rampini, mettono in luce tutta la difficoltà dell’affermazione delle regole democratiche nei vari paesi, anche se alcuni Stati, come ad esempio la Germania, forse per la sua struttura istituzionale federale o per la buona conduzione politica, si trovano oggi in condizioni migliori di altri. In Europa evidentemente ciò non basta a garantire una rispondenza alle esigenze della gente nei settori che richiedono risposte di governo a livello continentale per affrontare le sfide mondiali.

Sul piano europeo la risposta a questo problema era stata individuata da Altiero Spinelli nel 1957, quando aveva rilevato come “l’impotenza degli Stati europei in materia di politica estera, militare, economica e sociale, non è conseguenza di errori di questo o quel governo, che potrebbero essere corretti da governi diversi. E’ dovuta al fatto che gli Stati nazionali con tutte le loro istituzioni pubbliche e private – dai governi, ai parlamenti, ai partiti, ai sindacati – sono capaci solo di elaborare volontà politiche di ispirazione nazionale, poggianti su strumenti di esecuzione nazionali, tese verso fini nazionali, mentre i problemi fondamentali della politica estera, militare, economica e sociale non sono più di dimensioni nazionali.

Ma nessuna democrazia può mantenersi alla lunga, quando il meccanismo dell’elaborazione della volontà politica della comunità funziona a vuoto... L’egoismo immediato delle nazioni, delle classi, degli individui, appare più importante di qualsiasi più nobile aspirazione, la quale per realizzarsi dovrebbe proiettarsi in un futuro su cui non è più ragionevole contare. L’unico sentimento forte e tenace che ancora riesce a affermarsi nella vita degli Stati d’Europa è il desiderio di gruppi privilegiati di sfruttare fino alla fine, senza scrupoli, senza preoccupazione del domani, i vantaggi che il vecchio regime elargisce loro. Questo regime non è più democratico che in apparenza; in realtà è e non può che essere lo strumento di potenza di gruppi monopolistici e corporativi, di cricche di alti funzionari, di diplomatici, di generali, di politicanti dalla vista corta e dall’ambizione meschina”.[6]

Da quando Spinelli ha scritto queste parole, l’importanza dei fattori esterni che condizionano la vita degli Stati è aumentata e negli ultimi decenni si è aggiunto un altro elemento fondamentale che rende sempre più difficile governare: si tratta dell’evoluzione del nuovo modo di produrre originato dalla rivoluzione scientifica e tecnologica e dallo sviluppo di Internet e delle sue innumerevoli applicazioni in campo produttivo, amministrativo, finanziario e in quello delle relazioni sociali.

Questo mutamento è stato ben analizzato dal sociologo Manuel Castells,[7] che ha definito la nostra epoca l’età dell’informazione, con la nascita della società in rete: il processo di globalizzazione, secondo Castells, è diverso dal concetto di internazionalizzazione del passato, che non avrebbe potuto svilupparsi in modo così forte senza l’informatizzazione della società. Del resto, il complesso intreccio internazionale delle attività economiche (per quanto riguarda i flussi finanziari, di merci, di lavoro), degli spostamenti delle persone, non si sarebbe così accentuato senza la costante globalizzazione del sistema dello scambio di informazioni, che coinvolge individui, società e istituzioni. Insieme ad un accentuato liberismo in campo commerciale ed economico, è questo modo di comunicare, che avviene in tempo reale, a promuovere a sua volta ulteriore innovazioni, delocalizzazioni, deregolamentazioni, ecc.

Proprio la nascita dei reticoli globali, che non producono né vendono direttamente, ma coinvolgono nel processo produttivo migliaia di imprese mondiali attraverso delocalizzazione e franchising, determina la difficoltà di caratterizzare in senso nazionale le imprese e di sottoporle strettamente alle regolamentazioni e leggi nazionali in termini di legalità, tassazione e controllo democratico.

Per questo nessuna analisi sul funzionamento dello Stato dal punto di vista del rispetto dei principi democratici può quindi ormai prescindere da quella del sistema mondo in cui viviamo, in cui gli innumerevoli intrecci esistenti tra gli attori dell’economia mondiale creano una complessa rete di rapporti che influiscono in maniera determinante sul futuro delle società nei diversi Stati, e rendono problematico l’esercizio del governo democratico a tutti i livelli. Di fronte alla crescente complessità dei problemi da capire e da affrontare aumentano così le paure della gente e le richieste di garantire una maggiore sicurezza al proprio Stato. Ma questo è sempre più in difficoltà a fornire risposte adeguate a domande del tipo: come ci si può difendere dalla crisi dei mutui innescata dagli USA? Che potere può esercitare lo Stato rispetto a quello delle multinazionali finanziarie? Come si può controllare l’ondata migratoria da altri continenti?

Così il malcontento e l’indignazione dei cittadini nei confronti del proprio Stato finiscono per coinvolgere la sfera economica, quella della sicurezza e altri importanti fattori che in un mondo aperto e interrelato sono fondamentali per garantire sviluppo e benessere, alimentando la disoccupazione, il desiderio di creare barriere e muri, e l’avversione per soluzioni di governo continentale.

In Europa la complessità del sistema in cui ci troviamo immersi mette quotidianamente in evidenza l’inadeguatezza delle risposte di governo in senso democratico sia a livello locale che nazionale che europeo. Il fatto è che a fronte di questa complessità il sistema istituzionale di governo è rimasto ad un livello di sviluppo inadeguato e, rispetto allo sviluppo del modo di produrre ed alle esigenze di governo continentali e mondiali, possiamo ben dire primitivo.

Da questo punto di vista è fondamentale il contributo che ha fornito Francesco Rossolillo, che ha messo bene in rilievo come “le istituzioni, nella misura in cui non esistono soltanto sulla carta, ma funzionano realmente, sono le regole del gioco della vita politica, cioè i canali attraverso i quali le istanze che emergono nella società civile dalla dialettica delle classi, dei ceti, dei gruppi e degli individui prendono la forma determinata e cosciente di scelte politiche, guidate in quanto tali da un orientamento di valore. Ciò significa che queste stesse istanze, da generici fatti sociali, diventano precisi fatti politici, cioè elementi di una situazione di potere... Nella vita politica normale la lotta si svolge nel quadro delle istituzioni esistenti, che ne costituiscono appunto le regole e fanno emergere, sotto la spinta delle forze sociali, le scelte alternative attorno alle quali il conflitto si svolge. L’assetto istituzionale in quanto tale, perciò, non è in gioco nella lotta politica, non è messo in discussione, è accettato dalle parti in conflitto. Ciò significa che, nella vita politica normale, l’assetto istituzionale è sostenuto dal consenso di tutte le forze politiche che si confrontano nel suo quadro, e quindi della grande maggioranza delle forze sociali di cui le prime mediano le istanze... L’assetto istituzionale... delimita la sfera dei valori sociali condivisi da tutte le componenti della società, e in quanto tali sottratti alla lotta politica. Sono questi i valori che fondano la convivenza di un corpo sociale. Il consenso generale è quindi il fondamento sociale sul quale le istituzioni si reggono. Quando il consenso generale viene a mancare si ha crisi delle istituzioni. Ciò accade quando l’evoluzione del modo di produrre fa nascere nella società civile bisogni e fermenti ideali che l’assetto istituzionale esistente non è più in grado di trasformare in scelte politiche... La crisi dell’assetto istituzionale è sempre anche, per sua natura, crisi dei valori che fondano la convivenza civile. L’incapacità delle istituzioni di esprimere i bisogni reali della società civile fa sì che il dibattito politico perda il contatto con la realtà e metta in vista alternative false”.[8]

Oggi la crisi delle istituzioni e del consenso riguarda sia gli Stati in cui la democrazia è nata e si è sviluppata, sia il livello europeo dove, non essendo stata completata l’unione politica, le istituzioni attuali non riescono a fornire risposte adeguate alla crisi economica e finanziaria con piani di sviluppo economico per l’occupazione, con un’organizzazione di intelligence per contrastare il terrorismo, con una gestione unitaria di regolamento e accoglienza dei flussi migratori, con una politica estera e della difesa unica.

Per uscire da queste contraddizioni, come scriveva Mario Albertini, bisognerebbe creare un sistema di governo democratico a livello europeo. “Bisogna osservare”, scriveva Albertini, “circa il dinamismo del processo, che la dislocazione del trattamento dei problemi dagli Stati all’integrazione europea trasforma la situazione di fondo, nel senso che in questo modo il contenuto della vita politica, economica e sociale sfugge agli Stati e viene inglobato dall’integrazione, passando dalla divisione all’unità. Ecco le conseguenze. La prima riguarda i governi, in quanto la maggiore unità di fondo fa crescere in numero e in importanza i problemi che subiscono l’alternativa della soluzione nell’unità e della mancata soluzione nella divisione.

La seconda riguarda invece un processo concomitante di particolare importanza, in quanto nutre ed incalza l’iniziativa politica che può portare a termine l’integrazione. Trasferendo i problemi dai quadri nazionali a quello europeo, essa li trasferisce anche a un quadro nel quale essi non possono essere trattati in modo democratico per la mancanza del meccanismo indispensabile: la cittadinanza, le elezioni, la lotta dei partiti, il parlamento, il governo. In ciò sta la crisi della democrazia e della partecipazione dei cittadini alla vita politica: dove c’è la democrazia ci sono sempre meno decisioni importanti da prendere, mentre dove bisogna prenderle la democrazia non c’è ancora. Ma come i problemi passano dagli Stati al quadro europeo, così la democrazia non può non manifestare la tendenza a riesprimersi nel quadro europeo”.[9]

L’evidente degenerazione del sistema di governo democratico in Europa è aggravata dalla complicata architettura istituzionale dell’attuale Unione europea a 28 paesi. Il fatto è che la creazione dell’Unione, nata come esigenza di pace, ricostruzione e sviluppo economico, non ha ancora varcato la soglia dell’unità politica, possibile solo in un sistema di tipo federale capace di supplire in certi settori cruciali alle deficienze e inadeguatezze dello Stato nazionale. Oggi abbiamo due livelli di governo in Europa, che non sono né pienamente coordinati né veramente indipendenti, entrambi in crisi. Una crisi aggravata dal fatto che gli intrecci nei campi economici, sociali, politici e militari sono diventati talmente forti a livello mondiale da mettere in discussione la stessa tenuta e realizzabilità del progetto europeo. E, nella misura in cui i vari livelli di rappresentanza non riescono più a dare risposte adeguate ai problemi, aumentano le contraddizioni e le spinte a chiudersi entro confini sempre più stretti, anche se palesemente inadeguati, a ritornare al difendere le frontiere e alle contrapposizioni del passato, cioè ai prodromi delle guerre.

Come superare questo quadro, per quale obiettivo battersi?

Come abbiamo visto, il federalismo risponde all’esigenza di governare una democrazia complessa, articolata, su un’area coperta da più Stati e livelli di rappresentanza. Come ha messo in evidenza Mario Albertini, “...sotto il profilo politico, il federalismo, e cioè lo Stato federale, rappresenta l’ultima grande scoperta di uno strumento di governo democratico. La democrazia diretta fu il governo democratico degli uomini appartenenti all’ambito di una città, e non realizzò alcuna divisione dei poteri per garantire la libertà. La democrazia rappresentativa fu il governo democratico degli uomini appartenenti ad una nazione e realizzò la divisione formale tra il potere legislativo, esecutivo e giudiziario. Il sistema federale corrisponde ad un ampliamento ancora maggiore dell’ambito del governo democratico: è il governo degli uomini appartenenti ad uno spazio supernazionale, e che può giungere fino al mondo intero. Esso realizza la divisione sostanziale dei poteri, dividendo la sovranità tra governo federale e governi degli Stati membri”.[10]

E, come ha precisato Francesco Rossolillo “le caratteristiche essenziali che distinguono il modello del federalismo post-industriale... da quello classico sono essenzialmente:

a) la pluralità dei livelli in cui si articola il governo federale, dal quartiere al livello mondiale, passando per tutta una serie di ambiti intermedi;

b) l’istituzione del bicameralismo federale a tutti i livelli, con la sola ovvia eccezione del più basso;

c) l’introduzione del sistema elettorale detto ‘a cascata’, la cui caratteristica essenziale è costituita dalla rigorosa regolamentazione – ancorata nella costituzione – della successione temporale delle elezioni dei corpi legislativi dei vari livelli, a cominciare dal più basso, per garantire la trasmissione più fedele possibile della volontà generale dagli ambiti comunitari nei quali naturalmente si forma a quelli che, per le loro crescenti dimensioni, sono via via più lontani dalla sua fonte originaria; e per assicurare una razionale coordinazione tra i livelli nei quali si articola la programmazione federale”.[11]

Il concetto di democrazia non può dunque esaurirsi in una definizione che, una volta data è immutabile. Ma deve adeguarsi al grado di sviluppo del corso della storia, adattando ed innovando il sistema istituzionale, allargando la sfera della sovranità, promuovendo nuovi livelli di autogoverno e responsabilità, tutelando la libertà in nuovi campi, ma nel quadro del rispetto dei valori della pace, del diritto e della giustizia.

Bisogna infatti considerare, per usare ancora le parole di Francesco Rossolillo, che “oggi la teoria ‘classica’ della democrazia non è più considerata ‘scientifica’ e tende ad essere sostituita da un approccio più ‘realistico’ che, sulla scia di Schumpeter, vede nella democrazia soltanto un insieme di regole che disciplinano la lotta per il potere. Ma la verità è che, se la democrazia è oggi certamente anche questo, essa è, in una prospettiva che non rimanga appiattita sul presente, molto più di questo... ciò significa che la storia della democrazia non è finita, che l’idea di democrazia non ha ancora estrinsecato la totalità delle proprie determinazioni...”.[12]

In questa ottica la realizzazione della federazione europea potrà determinare un deciso salto democratico non solo nel processo di unificazione europea, ma anche dal punto di vista dello sviluppo della democrazia nel mondo e per il mondo. Come sappiamo, la sua realizzazione, se avverrà, non coinvolgerà fin dall’inizio tutti i paesi dell’Unione europea: essa potrà partire solo nell’ambito dei paesi dell’eurozona, che hanno già ceduto la sovranità monetaria, o da quelli che vorranno farlo. Per questo, chi crede nella necessità di affermare la democrazia e di consolidarla, dovrà impegnarsi a percorrere questa strada, e non a ripercorrere quella nazionale.

Certamente l’evoluzione democratica dello scenario mondiale non dipende solo dall’Europa unita, ma è altrettanto certo che il vuoto di potere che si creerebbe in questa parte del mondo a causa della mancata unificazione politica di gran parte di essa, rischierebbe di approfondire le contraddizioni a livello mondiale con imprevedibili e potenzialmente catastrofiche conseguenze sul piano della sicurezza economica, ecologica e militare globale. Gli eventi incalzano: bisogna guadagnare il tempo, la volontà e la capacità politica necessari per affrontarli con istituzioni adeguate.

Anna Costa



[1] Jean Quatremer, Les conséquences délétères du ‘non’ néerlandais, Coulisses de Bruxelles, 10 aprile 2016, http://bruxelles.blogs.liberation.fr/recherche/?pattern=non+n%C3%A9erlandais.

[2] Federico Rampini, L’età del caos, Milano, Mondadori, 2015.

[3] Francis Fukuyama, Political order and political decay, New York, Farrar Straus Giroux, 2014.

[4] Jean Quatremer, ibidem.

[5] Federico Rampini, op. cit., pp. 44-45.

[6] Altiero Spinelli, Manifesto dei federalisti europei, Milano, Guanda, 1957, pp. 36 e ss..

[7] Manuel Castells, La nascita della società in rete, Milano, Università Bocconi, Paperback, 2008

[8] Francesco Rossolillo, Il ruolo delle istituzioni nella lotta per l’Europa, Il Federalista, 17, n. 3 (1975), p. 149.

[9] Mario Albertini, Nazionalismo e federalismo, Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 242–243.

[10] Mario Albertini, ibidem, p. 57.

[11] Francesco Rossolillo, Per un nuovo modello di democrazia federale, Il Federalista, 27, n. 2 (1985), pp. 88 e ss..

[12] Francesco Rossolillo, ibidem.

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