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Saggi

Anno LVIII, 2016, Numero 2-3, Pagina 91

 

 

L'avvenire del progetto europeo

 

THIERRY CHOPIN e JEAN-FRANÇOIS JAMET

 

 

Le grandi sfide alle quali gli europei devono far fronte – terrorismo, crisi migratoria e, su un altro piano, Brexit e crescita dei populismi antieuropei – spingono a ripensare e a rilanciare la costruzione dell’Europa unita. Si tratta di sfide che non vanno trattate separatamente, in maniera frammentata: esse devono essere al contrario messe in prospettiva ed affrontate in maniera articolata, dal momento che mettono in gioco la capacità degli europei di essere uniti di fronte alla serie di crisi che devono affrontare. Ora, questa unità non è scontata; al contrario, tensioni politiche molto forti minacciano la coesione e la stabilità dell’Unione europea. In tale contesto, questo articolo si propone di ricordare gli elementi che hanno sostenuto finora l’unificazione dell’Europa e analizza le cause e le implicazioni del loro esaurimento. Si propone poi di analizzare le condizioni intellettuali e pratiche di un rinnovamento del progetto europeo volto a dotarlo degli strumenti per rispondere alle aspettative dei cittadini in materia economica, di politica di scurezza e di garanzia dello stato di diritto.[1]

L’Unione così come è stata costruita, guidata dall’obiettivo di favorire la libertà degli scambi limitando al contempo nella misura minore possibile la sovranità degli Stati, non può in effetti garantire agli europei la protezione che essi si attendono nel contesto attuale. La Pax europaea, che è valsa all’Unione il Premio Nobel, non assicura la pace sociale in situazioni di crisi economica, la sicurezza interna di fronte al terrorismo o la protezione delle frontiere esterne. I cittadini dunque – e non è una sorpresa – si rivolgono agli Stati, spesso indeboliti economicamente e politicamente, perché negli Stati è tuttora concentrato l’essenziale delle funzioni sovrane e di protezione dei cittadini. Peraltro, i sondaggi di opinione mostrano che è su questi temi che i cittadini europei auspicano un’azione più forte a livello europeo.[2] La costruzione europea sembra così direttamente minacciata: in quanto spazio senza frontiere interne, essa fa temere infatti il propagarsi delle crisi dalla periferia (geografica o economica) al cuore dell’Unione, senza peraltro avere gli strumenti sufficienti per farvi fronte e per assicurare una risposta collettiva e solidale. La percezione di questa incapacità dell’Unione di difendere i suoi membri, ad eccezione del campo monetario, la oppone agli altri modelli federali o confederali, nei quali la protezione dei cittadini fonda l’identità collettiva e la legittimità politica delle istituzioni comuni.

 

L’esaurimento dei fattori tradizionali di unificazione.

L’Unione a rischio di frammentazione?

 

Il logorio degli argomenti fondatori. La pace, il mercato, e poi?

Le caratteristiche della “crisi”[3] europea attuale sono facilmente identificabili: incertezza economica, debolezza istituzionale e percezione di un’assenza di leadership politica chiara, efficace e legittima, crescita delle forze politiche nazionalpopuliste, sconvolgimenti al sud del Mediterraneo, aumento del fondamentalismo religioso, moltiplicazione delle sfide lanciate dal nuovo disordine mondiale,[4] ruolo incerto dell’Europa nei nuovi rapporti di forza economici e geopolitici mondiali. Al di là di questo, è il logorio delle parole d’ordine che hanno legittimato la costruzione europea a mettere in luce la difficoltà di far rivivere un’ambizione politica a livello dell’Unione.[5] Per comprendere questa crisi europea, bisogna ripercorrere il cammino della sua costruzione e delle sue parole d’ordine, che stanno esaurendo i loro effetti.

La costruzione europea ha innanzitutto realizzato un lavoro di redenzione dopo il suicidio collettivo delle due guerre mondiali e la sublimazione delle rivalità politiche nazionali; e questo attraverso il rifiuto della logica di potenza, che ha condotto alla stabilizzazione e alla pacificazione del continente. In questo processo di unificazione, l’economia ha giocato il ruolo principale, in particolare dopo il rifiuto nel 1954 della Comunità europea di difesa da parte della Francia, che peraltro aveva dato inizio a questo progetto. L’economia è stata dapprima strumentale: nel progetto di Robert Schuman, le “solidarietà di fatto” create dal mercato interno dovevano consistere in interessi economici comuni che avrebbero scoraggiato il principio secondo cui ciascuno fa per sé e avrebbero permesso di superare i nazionalismi. Sotto l’ombrello della NATO, il discorso europeo poteva inoltre far perno sul ruolo mobilitatore della minaccia sovietica e sul “senso della storia”, quello della riunificazione del continente. Questo periodo si è esaurito all’inizio degli anni ‘90, con la “fine della storia”[6] proclamata alla caduta del blocco comunista.

Un secondo periodo era di fatto cominciato poco prima grazie all’iniziativa di Jacques Delors appoggiata da François Mitterrand e da Helmut Kohl. Dopo la pace e l’unificazione, l’idea era che la prosperità e la solidarietà dovessero guidare l’adesione degli europei al progetto della Grande Europa. All’inizio degli anni Novanta, l’economia non ha più un ruolo strumentale e diviene il cuore del discorso europeo i cui elementi strutturali sono il mercato unico – il più grande mercato mondiale[7] – e l’euro. I risultati sono evidenti: l’Europa non e mai stata così libera e così ricca nella storia, perché mai l’Europa è stata così poco condizionata dalla logica dei rapporti di forza al suo interno. Eppure, questa logica si è infranta contro la crisi economica e finanziaria e le sue conseguenze sociali e politiche (v. infra).

 

La dinamica delle visioni nazionali.

Storicamente l’integrazione europea è il prodotto della congiunzione di differenti fattori di unificazione interna – riconciliazione, pacificazione, democratizzazione, integrazione economica – e esterna – guerra fredda, crisi di Suez, decolonizzazione, caduta del muro di Berlino e fine dell’Unione Sovietica, riunificazione tedesca – combinati con logiche politiche nazionali, dal momento che ogni Stato membro è portatore di interessi e di una visione specifica della sua appartenenza alla costruzione europea. E’ nota la celebre frase di Zbigniew Brzezinski: “attraverso la costruzione europea la Francia mira alla reincarnazione, la Germania alla redenzione”.[8] Per parte loro, il Regno Unito e i Paesi del Nord Europa (che disegnano una sorta di geografia della “riserva” nei confronti della costruzione europea) mirano tradizionalmente all’”ottimizzazione” dei loro interessi nazionali in una logica “utilitaristica” di calcolo dei “costi/benefici”.[9] Quanto ai paesi del Sud dell’Europa e ai paesi dell’Europa centrale e orientale, essi si sono posti in una logica di “sublimazione”, vale a dire di trasformazione rapida di uno Stato politico (dittatoriale) e economico (“economia della scarsità”) in un altro (democrazia liberale e economia di mercato). Nonostante l’eterogeneità di queste logiche politiche, l’Unione europea è il risultato del punto di incontro e del compromesso negoziato tra queste diverse visioni. Ora, da molti anni, queste visioni nazionali si sono evolute.

La Germania è ancora in una logica di “redenzione”? Certi osservatori hanno detto che la Germania “non è più europea”;[10] non sarebbe più esatto dire che si è “normalizzata”?[11] La Germania si è riunificata e, prima potenza economica del continente, è al centro dell’Europa allargata. Queste evoluzioni costituiscono un cambiamento reale nella dinamica dell’integrazione del quale occorre prendere atto. Nello stesso tempo, la cancelliera tedesca Angela Merkel, nel difendere gli interessi dei contribuenti tedeschi nella crisi della zona euro, ha finito per ammettere che il fallimento dell’euro sarebbe il fallimento dell’Europa e che vi è dunque ancora congruenza tra interesse nazionale e interesse europeo. Inoltre, se le performance economiche della Germania facilitano l’affermazione del suo modello e dei sui interessi nazionali in maniera scevra da “complessi”, la logica della “redenzione” sembra ancora produrre degli effetti nel registro diplomatico e militare, come mostrano le esitazioni e poi le divergenze tra il governo e l’opinione pubblica tedeschi sull’intervento militare in Siria o nella gestione della crisi dei rifugiati.[12]

La Francia, dal canto suo, per lungo tempo ha detto tutto e il contrario di tutto. E’ stata all’origine di progetti di integrazione ambiziosi, ma ha anche nello stesso tempo mostrato forti reticenze su quegli stessi progetti:[13] la Comunità europea di difesa nel 1954, la crisi della sedia vuota nel 1965, la Costituzione europea nel 2005 e – ultimo esempio in ordine di tempo – il governo economico europeo. In linea generale, la diplomazia francese mostra una preferenza per il gioco intergovernativo. Nell’ambito dell’opinione pubblica vi è una reticenza nei confronti di una democrazia europea di tipo federale nella misura in cui questa comporti la possibilità per le “idee francesi” (politica economica interventista, ruolo importante dei servizi pubblici, diffidenza nei confronti del liberalismo, Europa sociale, ma anche Europa potenza) di essere messe in minoranza nel dibattito europeo, soprattutto in un’Europa allargata a 28 paesi.[14] E’ una delle lezioni del “no” francese alla “Costituzione” europea nel 2005. Da dieci anni, la situazione della Francia è divenuta ancora più fragile sul piano politico, economico e sociale, elemento che non è privo di impatto sull’euroscetticismo sia nella classe politica sia nell’opinione pubblica francesi.[15] In un tale contesto, la Francia sembra non credere più in una sua “reincarnazione” nell’ambito di un’Unione economica liberale, federale e allargata nella quale non si riconosce più, e sembra alla ricerca di una nuova narrazione europea.[16]

La logica della “sublimazione” caratterizza ancora i Paesi del sud dell’Europa, in un contesto nel quale l’Europa è concepita come un’entità che impone dall’esterno delle politiche di austerità giudicate illegittime (in Portogallo il nuovo termine “troicado” – che deriva da troika – significa “essere preso in giro”) e non è più considerata una soluzione ai malfunzionamenti politico-istituzionali quali la corruzione[17] (come in Grecia) né all’immigrazione clandestina (come in Italia)? Dal canto loro, che dire dei paesi del centro ed est europeo in un contesto di ritorno alle realtà e agli sviluppi nazionalisti in Europa centrale talvolta sotto forma di un nazionalpulismo autoritario come nel caso dell’Ungheria?[18] Queste evoluzioni sono determinanti per le evoluzioni future dell’Unione europea ed è necessario giungere a un compromesso su queste nuove basi se si vuole consolidare e rafforzare l’unità degli europei di fronte alle sfide che sono state loro lanciate.

 

L’economia non avvicina più necessariamente: i limiti della logica funzionalista degli interessi.

Nonostante i mercati non scommettano più su un crollo della zona euro, grazie all’effetto del doppio impegno degli Stati e della Banca centrale europea, la sua situazione resta tuttavia preoccupante. Sul piano economico, è chiaro che la crisi e le sue conseguenze, sia economico-finanziarie sia sociali, devono essere prese sul serio, soprattutto per quanto riguarda il crollo degli investimenti e le sue implicazioni per la crescita, la disoccupazione importante, soprattutto giovanile, in certi paesi, l’abbassamento del potere di acquisto, l’aumento della povertà o ancora l’aumento delle disuguaglianze. Sul piano politico, la crisi ha tracciato un solco tra il nord e il sud dell’Europa,[19] solco percepibile sia sul piano delle attese sia su quello delle rappresentazioni. La Germania – e con lei i Paesi del nord – aspetta dagli Stati del sud che questi dimostrino la loro capacità di rinunciare a un’economia basata sull’indebitamento pubblico e privato e che mettano in cantiere delle riforme strutturali in grado di far fronte all’evasione fiscale, alla corruzione e al corporativismo. Dal canto loro, i Paesi del sud dell’Europa, resi fragili dalla crisi del debito, si attendono solidarietà finanziaria dai loro partners, solidarietà che è stata effettiva in cambio di impegni ad essere più responsabili in particolare nella gestione delle loro finanze e nelle riforme da compiere.

Certo, con la crisi vengono alla luce questioni fondamentali sul futuro della costruzione europea ed è stato compiuto uno sforzo volto al completamento della zona euro. Per ritrovare la loro sovranità di fronte ai mercati, e dunque la capacità di decidere sul loro futuro, gli Stati europei, in particolare quelli della zona euro, hanno compreso che dovevano consolidare l’Unione economica e monetaria. Dei meccanismi di solidarietà finanziaria sono stati messi in atto e il Meccanismo europeo di stabilità (MES) è entrato in vigore; sono state adottate regole comuni più severe in materia di bilancio e i meccanismi di governance economica sono stati rafforzati (six-pack, fiscal compact, two-pack); e il progetto di unione bancaria ha fatto progressi, cosa che ha condotto alla creazione di un’autorità di sorveglianza europea affidata alla Banca centrale europea, così come a un accordo su un meccanismo di risoluzione bancaria europeo, nell’attesa della creazione di un sistema di garanzia unico dei depositi dei risparmiatori.

E tuttavia, vi sono ancora dei contrasti tra gli Stati in materia di unione economica, finanziaria e di bilancio, in particolare sull’ingerenza europea nelle decisioni nazionali e sull’opportunità di una solidarietà accresciuta (per esempio un dispositivo di sostegno comune credibile per il Fondo di risoluzione unico delle crisi bancarie, un sistema unico di garanzia dei depositi o un bilancio dell’eurozona che prenda la forma di una capacità di investimento o di un’assicurazione per la disoccupazione comuni). Inoltre, la contestazione della legittimità delle decisioni europee richiede che si avanzi sulla via della costruzione di un’Europa politica, che avanza tuttavia molto lentamente.[20] Ora, nel clima politico attuale, segnato dalla crescita dei populismi e dei partiti estremisti antieuropei, la maggior parte dei capi di Stato e di governo ritiene che un simile contesto sia sfavorevole dal punto di vista politico a una riforma ambiziosa dell’Unione e dell’eurozona.

Soprattutto, se i rischi di frammentazione hanno potuto essere superati all’interno della zona euro, non è certo che l’economia possa continuare a giocare il ruolo unificatore che le è stato proprio fin dall’inizio della costruzione europea (v. infra). Questa logica si è in effetti scontrata con la crisi economica e finanziaria e con le sue conseguenze sociali. La crisi della zona euro ha messo in evidenza le divergenze economiche e politiche profonde emerse nel corso degli ultimi anni tra gli Stati membri, in particolare tra Germania e Francia. Una delle lezioni che si possono trarre dalla crisi greca e dalla minaccia di un Grexit è che l’economia non porta necessariamente a una convergenza, bensì divide ed è divenuta l’arena nella quale si esprimono i rapporti di forza nazionali. La dinamica dell’integrazione economica, per quanto necessaria, non si accompagna più necessariamente a un aumento della cooperazione tra Stati, e l’interdipendenza economica, messa in evidenza dalla crisi, si accompagna oggi a un ritorno alle logiche dei rapporti di forza. Insomma, le logiche di concorrenza e di competizione possono in certi casi andare di pari passo con il ritorno delle passioni nazionaliste tanto sul piano europeo quanto sul piano mondiale, al punto che ad esser messa in dubbio è l’equazione liberale secondo la quale il “dolce commercio” è un “fattore di pace”.[21] Come ha affermato Pierre Hassner, la mondializzazione tende a trasformarsi in mondializzazione della diffidenza e dell’ostilità.[22]

 

Sfida populista e rischio di divisioni nazionali.

L’ondata di successo elettorale dei populismi e delle estreme destre nazionaliste costituisce un fattore politico di prima importanza.[23] La diffusione dei discorsi sostenuti da queste forze politiche e il conseguente sgretolamento dei principi fondamentali che sono stati alla base dell’idea europea portano a un rischio reale di ripiegamento nazionale nell’ambito degli Stati membri dell’Unione. Nonostante la loro diversità, queste forze politiche convergono attorno a un discorso antieuropeo che pesa sui termini dell’agenda politica e del dibattito pubblico in più Stati membri oltre il Regno Unito, in particolare in Francia, in Olanda, in Ungheria, o ancora nei paesi del Nord Europa. Alcuni paesi sembrano in una certa misura protetti dal ricordo di regimi autoritari: se l’Europa del sud sperimenta un minor dinamismo dell’estrema destra, è senza dubbio perché ha conosciuto delle esperienze dittatoriali che hanno creato nell’elettorato degli anticorpi contro lo sviluppo di discorsi autoritari; la memoria politica è dunque un elemento da prendere in considerazione. Tuttavia, molti esempi (si pensi alla Grecia) sembrano mostrare che questa memoria non è una garanzia sufficiente.

In questo contesto, da un lato i sovranisti di tendenza nazionalista sviluppano una visione difensiva e chiusa delle società nazionali europee e spingono per la chiusura delle frontiere all’immigrazione e per la limitazione della libertà di circolazione; dall’altro, gli antiliberali ritengono che la costruzione europea si sviluppi secondo una logica economica “neoliberale” che smantella i sistemi di sicurezza sociale nazionali e debba dunque essere combattuta per questa ragione; infine, alcune correnti riuniscono in sé le due precedenti in quello che è stato definito il “sovranismo di sinistra”.[24] Il successo elettorale dei populismi – di destra e di sinistra – e delle destre estreme nazionaliste presenta un rischio reale di rinazionalizzazione della politica europea. Al di là dello sviluppo di forme di nazional populismo,[25] questa rinazionalizzazione può prendere forme diverse e avere un impatto variabile sull’Unione europea: volontà degli organi decisionali nazionali di controllare le decisioni prese a livello europeo, la cui legittimità democratica è contestata, in Germania, per esempio; volontà di certi Stati membri – a partire dal Regno Unito – di ridefinire le loro relazioni con l’Unione europea; sviluppo infine di movimenti secessionisti nell’ambito dell’uno e dell’altro Stato membro (Catalogna, Scozia, ecc.).

D’altro canto, le crisi a ripetizione che hanno colpito gli europei da cinque anni a questa parte hanno avuto delle ripercussioni notevoli sui rapporti tra Stati membri: divergenze franco-tedesche; divario nord-sud; statuto del Regno Unito; frattura est-ovest sulla crisi dei rifugiati.[26] Di fronte agli attentati terroristici a Parigi, a Bruxelles e a Nizza, gli appelli alla solidarietà e all’unità sono stati numerosi, ma non è infondato il timore che queste nuove tragedie accentuino ancora non solo le divisioni nell’ambito delle società nazionali, ma anche tra gli Stati europei. La questione della presenza di jiadisti nei gruppi di richiedenti asilo pesa fin d’ora sul dibattito sull’immigrazione. Tra i paesi di prima accoglienza che sono accusati di lassismo (in particolare la Grecia) e i paesi dell’Europa centrale che denunciano il “pericolo” delle società multiculturali, il cammino è pieno di insidie. La questione delle politiche di sicurezza non è da meno: viene puntato il dito contro le défaillances dei servizi di sicurezza degli uni e degli altri (il Belgio è al centro delle critiche). Insomma, il ritorno sul terreno nazionale con la frontiera come unica protezione legittima rischia di guadagnare ancora terreno. In questo contesto, la diffidenza reciproca non può che aumentare e lo spazio Schengen è sottoposto a una pressione senza precedenti con il ritorno di controlli alle frontiere nazionali e la costruzione di muri e di recinzioni di sicurezza tra gli Stati.[27]

Così, è il progetto di unificazione europea ad essere minacciato: se i leader europei non mettono in atto le riforme che permetteranno loro di rimediare ai problemi attuali, l’apertura europea lascerà la strada al ripiegamento nazionale. Ora, vi sono poche chances che questo ripiegamento porti a soluzioni più che a nuovi problemi. In particolare, la rinazionalizzazione non potrebbe di per sé costituire la soluzione a problemi che superano i confini nazionali: non arresterebbe il flusso di migranti, non risponderebbe alle fragilità economiche, non renderebbe la politica più etica, non metterebbe fine alle minacce terroristiche. Ciò che è in gioco è piuttosto la determinazione del contenuto delle politiche da mettere in atto e le linee di frattura su questo punto attraversano i dibattiti nazionali. Infine, il ripiegamento nazionale non porrebbe in alcun modo rimedio all’esistenza di punti di disaccordo tra Stati europei, ma avrebbe piuttosto l’effetto contrario. L’acrimonia nei confronti di “Bruxelles” si trasformerebbe in rancore nei confronti degli Stati europei vicini, che riassumerebbero il ruolo di capro espiatorio che avevano prima della costruzione europea, e che rinasce già periodicamente. Tornare a un’Europa nazionale significherebbe riannodare il filo di una storia di divisioni politiche che la costruzione europea non ha fatto scomparire, ma che ha saputo circondare di protezioni.

 

Rilanciare il cantiere dell’Europa unita

 

Lo status quo: una scelta illusoria. La paralisi della governance europea.

Di fronte alle divergenze politiche, la scelta dello status quo consolidato può apparire auspicabile, in una prospettiva di breve termine, dal momento che gli ostacoli sembrano troppo numerosi perché si riesca a superare l’assenza di una visione condivisa sul futuro dell’Europa. Questa situazione perdura dal trattato di Maastricht, che, con il mercato comune e l’euro, ha dotato l’Unione dei suoi ultimi grandi progetti. Le ragioni di questa difficoltà a concepire un progetto politico nuovo di medio-lungo termine per l’Europa sono ormai ben identificate:[28] deficit di leadership europea, rafforzamento degli strumenti intergovernativi,[29] tendenza al ripiegamento sull’interesse nazionale nel contesto contemporaneamente di una concorrenza internazionale sempre crescente e di una crisi inedita dalla Grande depressione e, fondamentalmente, minaccia per un’Europa che invecchia di immobilizzarsi in uno “stato stazionario”. In un simile contesto, vi è la tentazione di abbandonare gli sforzi e di limitarsi semplicemente a consolidare l’Unione così com’è.

Tuttavia, un simile atteggiamento sarebbe un errore e lo status quo non è un’opzione praticabile nel lungo periodo.[30] Se gli europei hanno dovuto affrontare una serie di crisi a ripetizione, è perché la governance europea ha mostrato i suoi limiti sia dal punto di vista della sua efficacia, sia dal punto di vista della sua legittimità. Lo scarto tra i meccanismi di funzionamento attuale delle istituzioni europee e le esigenze poste dalla crisi è sempre più evidente. Il tempo delle negoziazioni diplomatiche è troppo lento e si è sviluppata la sensazione che l’Europa sia sempre in ritardo di una crisi. Inoltre, questa modalità di funzionamento è molto ansiogena: il risultato delle negoziazioni è sempre incerto, le posizioni dei diversi governi sembrano regolarmente dipendere dai calendari elettorali, le decisioni prese dai governi possono essere in seguito rimesse in discussione a livello nazionale – soprattutto in un contesto nel quale molti governi sono divenuti politicamente molto fragili nel loro paese. L’incertezza che ne risulta accresce la percezione del rischio da parte dei cittadini. In ultima analisi, la “gestione della crisi” attuale, che attribuisce il ruolo di primo piano al Consiglio europeo, pone un problema di trasparenza e di legittimità per i cittadini europei, in assenza di un vero dibattito democratico europeo che sfoci in un mandato politico comune, irriducibile alla giustapposizione di 28 dibattiti politici nazionali. Come sottolinea Benoit Coeuré, “la ragione d’essere [dell’approccio intergovernativo] è certamente di permettere che ogni governo possa sottoscrivere le decisioni comuni. Ma l’esperienza dimostra che esso non assicura l’appropriazione di queste a livello nazionale. Inoltre, esso non impedisce la polarizzazione del dibattito a livello europeo e la tentazione di atteggiamenti nazionalisti.”[31] Infine, questo approccio non è soddisfacente nemmeno in una prospettiva nazionale, dal momento che i governanti non possono impegnarsi nel dibattito politico interno su una politica europea, la cui decisione sarà in definitiva il risultato di una negoziazione diplomatica con gli altri Capi di governo.

Tutto questo ha un costo economico e politico. I partiti populisti ed estremisti avanzano in Europa, denunciano le debolezze della democrazia, in particolare a livello europeo, e rifiutano il sistema politico ed economico attuale. Ne consegue la sensazione generale che lo status quo sia sempre più difficile da mantenere e che dunque non possa resistere a lungo.

 

Dopo Brexit: ridefinire i rapporti tra le “due Europe”.

Il 23 giugno 2016 una maggioranza di cittadini britannici ha deciso che il loro paese lascerà l’Unione europea. Dopo tale decisione, una cosa è certa: Brexit è un avvenimento negativo per l’Europa. Al di là dell’amputazione economica, politica e strategica che questo rappresenta per l’Europa, l’uscita programmata del Regno Unito è un simbolo di disunione in un contesto nel quale l’Unione europea e i suoi Stati membri hanno bisogno di unità e coesione per far fronte alle molteplici crisi che li colpiscono. Essa mette in atto un momento di “dis-integrazione”[32] politica creando un precedente che i partiti eurofobi, per esempio nei Paesi Bassi, in Francia o in Italia, cercano già di utilizzare. Tuttavia, è troppo presto per sapere se il recesso britannico costituirà un modello o un contro-modello.

Peraltro, il risultato del referendum precipita il Regno Unito nell’ignoto e in negoziazioni prolungate relative ai termini della separazione e ai futuri rapporti con l’Unione.[33] In questa situazione, i governi europei hanno legittimamente due priorità: non concedere al Regno Unito uno statuto preferenziale; nello stesso tempo, trovare una soluzione per superare l’incertezza politica ed economica derivante dalla decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione europea. Al di là di questo, è venuto comunque il momento di ripensare l’architettura dell’Europa, perché Brexit, come le molteplici crisi precedenti, rendono indispensabile un lavoro di razionalizzazione e di chiarimento dei diversi livelli di integrazione in Europa.[34]

I termini del dibattito nel Regno Unito iniziano a chiarirsi. Da un lato, i remainers e i leavers moderati auspicano che si preservi nella massima misura possibile la stabilità politica e finanziaria del Regno Unito: la loro priorità è di rimanere associati nel modo più stretto possibile all’Unione, con la garanzia in particolare dell’accesso al mercato interno. Dall’altro lato, i partigiani di una rottura più radicale auspicano che sia data priorità al controllo dell’immigrazione, al sovranismo, ma anche all’affermazione della vocazione mondiale del Regno Unito che i limiti regolamentari europei ostacolavano. Per questo gruppo, la contraddizione apparente tra le tentazioni isolazionista e mondialista riflette in realtà il desiderio di fare del Regno Unito una “grande Svizzera” aperta ai capitali stranieri e competitiva, ma che controlla l’immigrazione ed è esentata dal rispetto delle regole europee indesiderate.

Tra le differenti opzioni in considerazione,[35] due sono spesso menzionate: il modello “norvegese” secondo il quale il Regno Unito entrerebbe nello Spazio economico europeo (SEE); e l’opzione “svizzera”, con la negoziazione di accordi bilaterali tra il Regno Unito e l’UE. Ora, nessuna di queste diverse opzioni è ritenuta pienamente soddisfacente dal governo britannico.[36] Nel modello norvegese il Regno Unito continuerebbe a partecipare al mercato interno ma perderebbe una grande parte della sua capacità di influenzarne le regole dal momento che non prenderebbe più parte al voto per determinarle. Nel modello svizzero il Regno Unito perderebbe anche il libero accesso al mercato interno, in particolare per i servizi finanziari, che giocano un ruolo essenziale nell’economia britannica, e le questioni scozzese e nordirlandese non troverebbero facile soluzione.

Se le opzioni dello Spazio economico europeo e del modello svizzero non sembra possano essere prese in considerazione per il Regno Unito allo stato attuale delle disposizioni esistenti, quest’ultimo potrebbe esplorare la possibilità di una revisione delle regole dello Spazio economico europeo, al fine di attribuire un diritto di voto uguale agli Stati membri dello SEE non membri dell’UE (come la Norvegia) per le politiche alle quali questi partecipano, in particolare quelle che si riferiscono al mercato unico.[37] In contropartita, la riforma dello SEE dovrebbe assicurare l’entrata in vigore simultanea dei testi applicabili all’insieme degli Stati membri dello SEE, in modo da evitare gli sfasamenti osservati in passato. Nello stesso modo, l’interpretazione e l’applicazione uniforme della legislazione comune dovrebbero essere assicurate da istituzioni comuni.

Un simile accordo avrebbe il vantaggio per i britannici di offrire loro un compromesso che eviterebbe una rottura brutale con l’UE, con i conseguenti costi economici e politici. Il Regno Unito continuerebbe in effetti a partecipare al mercato interno e ad applicare le regole corrispondenti, che continuerebbe a contribuire a determinare. Dovrebbe certamente contribuire al bilancio dell’UE, ma unicamente per certe politiche (il Regno Unito non parteciperebbe più, ad esempio, alla Politica agricola comune). Insomma, la libertà di circolazione continuerebbe ad applicarsi, ma si potrebbe cercare un compromesso nello SEE su misure comuni relative alla mobilità dei lavoratori e l’accordo sullo SEE prevede già che misure di salvaguardia temporanee e proporzionate possano essere attivate unilateralmente.[38]

Questo compromesso potrebbe costituire una tentazione per altri Stati membri all’interno e all’esterno dell’UE, ma preserverebbe un livello elevato di integrazione. Potrebbe consentire un chiarimento, che conduca in ultima analisi a far coincidere l’Unione economica e monetaria (UEM) con l’UE, mentre lo SEE costituirebbe il quadro per il mercato unico.[39] L’integrazione della zona euro dipenderebbe dunque meno dalla necessità di creare delle strutture ad hoc. Questo scenario è ovviamente ipotetico, ma suggerisce che, fondamentalmente, Brexit potrebbe di fatto portare a ripensare all’articolazione tra le “due Europe” costituite dalla zona euro e dal mercato unico.

 

Far rivivere l’ambizione europea.

A otto anni dall’inizio della crisi, l’Unione europea deve senza dubbio rafforzare la sua coesione interna, e in particolare proseguire l’integrazione della zona euro. È d’altronde quello che prevede il Rapporto “Completare l’Unione economica e monetaria europea”, preparato da Jean-Claude Juncker in stretta collaborazione con i Presidenti del Consiglio europeo, dell’Eurogruppo, della BCE e del Parlamento europeo. Questo rapporto riconosce che, perché la zona euro faccia qualcosa di più che “sopravvivere” e perché “prosperi”, è necessario condividere la sovranità degli europei all’interno di istituzioni comuni che poggino su meccanismi di legittimità e di responsabilità politica sufficientemente forti. Se questo obiettivo è necessario, è dubbio che la necessità del rafforzamento dell’UEM sia sufficiente a dar vita all’integrazione politica della quale gli europei hanno bisogno. Si è in effetti piuttosto portati a pensare che il meccanismo funzioni in senso inverso. L’euro è stato all’inizio una scelta politica; la volontà politica di preservare questo bene comune e le istituzioni comuni (in particolare la BCE, ma anche il Meccanismo europeo di stabilità) ha permesso di evitare il crollo della zona euro. E dietro questa volontà politica e queste istituzioni comuni, c’è un sostegno forte dell’opinione pubblica all’euro: più di due terzi (69%) degli europei sono favorevoli ad esso, un quarto solamente è contrario (25%), il 6% non si pronuncia.[40] La molla di questo sostegno è in parte economica (la protezione contro il rischio di cambio, per esempio), ma è anche geopolitica: l’euro è il simbolo più concreto di un’Europa unita. È dunque divenuto un elemento costitutivo dell’identità europea e riflette la condivisione di interessi comuni sul piano globale.

Se si segue questa logica, la ridefinizione di un progetto politico europeo a lungo termine è urgente. L’ondata delle correnti populiste radicali, addirittura estremiste, euroscettiche ed eurofobe, a destra come a sinistra, mette in luce una crisi della democrazia liberale europea sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico.[41] La deregulation è stata associata al disastro della crisi finanziaria e agli scandali fiscali (Luxleaks, per esempio). Inoltre, il liberalismo politico è percepito sempre più come sinonimo di impotenza di fronte ad atri modelli che sono proposti nel mondo: fascino mescolato ad angoscia per il modello cinese; attrazione per il modello russo nell’ambito della sinistra e della destra radicali. Questa crisi del liberalismo europeo si traduce quindi in una crisi politica, della quale la rinascita dei populismi e degli estremismi in molti Stati europei costituisce un sintomo piuttosto chiaro.

La forza della democrazia liberale è tuttavia costituita dal fatto di essere un regime per natura aperto sulle proprie lacune e sulle proprie insufficienze. Di fronte alla crisi di legittimità, è necessario, fondamentalmente, produrre una visione comune del futuro della costruzione europea per colmare il deficit di significato che la affligge: una comunità di cittadini non vive unicamente di diritto, di economia o di regole; essa vive anche e soprattutto di sentimento di appartenenza a una comunità politica come spazio di scelta. Di fronte alla crisi economica, i sostenitori della “società aperta” devono riconoscere che la ricerca di uguaglianza e di solidarietà (che ha condotto al socialismo) come la richiesta di protezione economica e sociale in un mondo aperto agli scambi costituiscono delle esigenze umane fondamentali, come dimostra il successo del libro di Thomas Piketty sulle disuguaglianze[42] e sono tanto legittime quanto le aspirazioni alla libertà. Di fronte alla crisi dei rifugiati, l’accoglienza delle persone che fuggono dai paesi in guerra costituisce un imperativo morale e un diritto fondamentale; nello stesso tempo, la ricerca di sicurezza deve essere presa in considerazione in modo altrettanto serio. Nello stesso modo, le libertà di circolazione e di stabilimento nell’ambito del mercato interno sono dei principi fondamentali dell’Unione, ma non devono portare al risultato che la prestazione di un servizio nel medesimo luogo possa rispondere a regole sociali e fiscali differenti: è la condizione perché vi sia una concorrenza leale e possano sussistere diversi modelli sociali. La storia del secolo scorso mostra che non prender sul serio queste esigenze e queste aspirazioni espresse dai cittadini comporta il rischio che tali esigenze siano portate avanti dalle forze politiche radicali,[43] oggi antieuropee.

Prendendo le mosse da questa constatazione, appare necessario rifondare il liberalismo europeo con l’obiettivo principale della protezione dei cittadini contro gli eccessi o le insufficienze dei sistemi politico ed economico. E tale tutela deve fondarsi sul riconoscimento critico dei limiti dei principi organizzativi delle nostre società, in particolare lo Stato e il mercato, la libertà e la sicurezza. In altre parole, bisogna respingere l’idea dell’identificazione presunta di uno di questi principi con l’interesse generale.

Sul piano economico, il liberalismo europeo deve dunque significare il riconoscimento dei limiti nel contempo dello Stato e del mercato. È chiaro che non è possibile accordare una fiducia cieca al mercato, che può essere autoreferenziale (è meglio aver torto con gli altri che aver ragione da solo), con una visione corta e comportare degli aggiustamenti brutali. L’intervento pubblico può essere giustificato dalle esternalità, dall’asimmetria dell’informazione, dalla necessità di compensare le disuguaglianze iniziali per ragioni di giustizia sociale e dalla necessità di definire il gioco di istituzioni quali i mercati finanziari, la moneta, la concorrenza in vista di garantirne la continuità. Nello stesso tempo, bisogna riconoscere che l’intervento pubblico non è onnisciente e onnipotente e che non permette di riflettere le preferenze (e gli incitamenti) individuali tanto efficacemente quanto un sistema di prezzi decentrato. Può anche essere esposto a rischi, come nelle loro forme estreme il clientelismo politico, il condizionamento dei regolatori da parte dei gruppi di interesse, il nepotismo, la corruzione. Questi rischi hanno alimentato in molti paesi europei la critica delle élites e la crescita dei populismi.

Similmente, si tratta sul piano politico di riconoscere i limiti rispettivi delle esigenze di sicurezza, di libertà o di identità. Ognuna di queste è legittima fino a un certo punto. Ma volere una sicurezza assoluta, volere la scomparsa dell’incertezza o del rischio è altamente rischioso per la libertà, dal momento che la libertà implica una certa indeterminatezza, che non è compatibile con un controllo totale del comportamento dei cittadini. L’esigenza di sicurezza non può dunque mai essere un’esigenza assoluta, perché porterebbe a una società chiusa e autoritaria. Per converso, la libertà non è possibile nei fatti senza un grado minimo di sicurezza, cioè il fatto di non vedere la propria integrità fisica messa in pericolo o in balia dell’arbitrio altrui, e senza una protezione sociale, almeno minima. Per riassumere, riformulando il primo principio della giustizia sociale di Rawls,[44] si potrebbe dire che l’obiettivo delle nostre società dovrebbe essere la ricerca del massimo grado di sicurezza e libertà delle persone compatibile con un insieme esteso di libertà fondamentali e di garanzie di sicurezza minima costituzionalmente garantito. Questo principio giustifica l’intervento pubblico nel quadro di azioni volte a proteggere le libertà pubbliche e, in loro nome, la sicurezza, che si tratti di sicurezza interna o esterna.

Ora, se l’Unione europea dispone di un certo numero di strumenti per assicurare il funzionamento dei mercati (in particolare attraverso le sue prerogative in materia di concorrenza, di regolamentazione del mercato interno o in materia monetaria), bisogna necessariamente anche riconoscere le sue debolezze in molti settori nei quali tipicamente si manifesta la sovranità statale. In particolare, la sua capacità di contribuire alla stabilizzazione dei cicli economicio ancora il suo ruolo nel mantenimento della sicurezza e dello Stato di diritto (per esempio la lotta contro la corruzione, l’antiterrorismo, la difesa o la protezione delle frontiere dell’Unione) sono molto limitate. Le istituzioni europee si sono così trovate fortemente sprovviste di strumenti di fronte alla crisi economica e alla richiesta di un rafforzamento dello Stato di diritto e delle sue politiche di sicurezza. Non deve quindi stupire il fatto che molti partiti di protesta siano critici nei confronti dell’azione europea quanto lo sono nei confronti delle politiche nazionali.

Gli sviluppi che precedono disegnano di riflesso i contorni di un progetto europeo volto a meglio garantire la sicurezza dei cittadini. Per esempio, dato che il terrorismo è una minaccia transnazionale lanciata agli europei, gli Stati membri dovrebbero mettere in comune i loro mezzi nel quadro di una maggiore cooperazione in materia di polizia e di intelligence, in materia di giustizia e anche in materia di difesa, rilanciando l’Europa strategica.[45] In questa prospettiva, le proposte recenti volte a rafforzare Frontex sono un buon esempio delle misure che sarebbe necessario adottare ed applicare: sviluppare una gestione integrata delle frontiere che copre una serie più vasta di attori (guardia-coste e dogane); e favorire il passaggio a una sistema – non più al servizio dello Stato, ma al servizio dell’Unione e del buon funzionamento dello spazio Schengen – capace di intervenire alle frontiere dell’Unione senza l’assenso preventivo dello Stato interessato. Un altro esempio concreto per assicurare una lotta comune contro il terrorismo, ma anche contro la corruzione a altri tipi di crimini, consisterebbe nella creazione di una procura (un giudice istruttore) europea. Si tratta di un passo che è già possibile compiere nel quadro dei Trattati attuali (articolo 86 TFUE) che prevedono inoltre la possibilità che un’avanguardia di Stati prenda l’iniziativa se altri sono in un primo tempo reticenti. Questo tipo di iniziative consentirebbe di rimediare alla sensazione, comune a molti cittadini, che l’Europa sia uno “spazio” aperto privo di protezioni.

 

Essere uniti di fronte alle sfide esterne.

Questa dimensione politica deve essere affrontata anche sul piano esterno, che è troppo spesso e in maniera scorretta visto come sganciato dagli imperativi di coesione interna. Rinnovare il progetto europeo presuppone di rispondere a queste domande: “Quali sono gli obiettivi collettivi dell’Europa? Quali sono i beni pubblici che richiedono un’azione comune?” Certo, questa riflessione supera il campo strettamente economico e copre anche degli elementi essenziali della sovranità statale quali la tecnologia, l’energia o ancora la politica estera e di sicurezza. Gli investimenti pubblici in questi beni comuni sono d’altronde centralizzati nelle federazioni. Nell’Unione europea siamo lontani da questa situazione. Tuttavia, affrontiamo le medesime sfide internazionali.[46] Un’unione politica tra Stati implica un accordo sulla questione della guerra e della pace e, in fin dei conti, un grado minimo di unità in materia di politica estera, almeno tra gli Stati che contano in questo settore. L’esercizio in comune delle competenze degli Stati membri in materia di politica estera costituisce il nodo centrale di tutto il processo di unione politica. Superare le divisioni tra Stati membri porta a rilanciare il dibattito su una vera unione politica, che deve condurre a porre la questione di nuove condivisioni di sovranità o quantomeno di nuove forme di esercizio in comune dei poteri sovrani.

Da molti secoli, la potenza è associata alla sovranità statale. Essa deriva da tre leve di sovranità: la diplomazia, la difesa e la polizia. La diplomazia e la guerra sono le questioni per eccellenza di competenza statale, il cuore della sovranità, l’espressione del funzionamento vestfaliano delle relazioni internazionali. Come dimostrano gli interventi militari della Francia in Siria e in Africa, le tensioni tra Russia e Turchia, o ancora le evoluzioni della politica iraniana, la griglia di analisi vestfaliana non ha perduto di senso; eppure, in un mondo globalizzato, la potenza degli Stati europei sembra erodersi e il bisogno di unità per esercitare influenza e per difendere i propri interessi è più che mai indispensabile.[47]

Ora, il concetto di sovranità pone problemi nel contesto europeo: l’Unione non è uno Stato e le competenze rispettive degli Stati e degli altri livelli amministrativi sono oggetto di conflitti di competenza. In questo contesto, la definizione delle missioni dell’Unione è poco chiara per il cittadino che può chiedersi come si esercitano i suoi diritti politici in un sistema fortemente marcato dalla componente burocratico-diplomatica. Inoltre, se c’è un terreno nel quale gli europei sono d’accordo nell’attribuire un ruolo allo Stato, è quello dei settori che costituiscono le manifestazioni tipiche della sovranità (decisioni di bilancio, politica estera, difesa, immigrazione, polizia, protezione della sicurezza, indipendenza energetica). Ora, l’UE si è costruita nel rifiuto di affidare all’Unione queste funzioni sovrane (dal 1954 la Francia rifiuta, con il rigetto del progetto di Comunità europea di difesa, la costituzione di una difesa europea) in ragione della protezione da parte degli Stati della loro sovranità. L’Unione si è dal quel momento consacrata a missioni di ridistribuzione (PAC, politica di coesione) che generano dei conflitti di appropriazione. Nel mondo globalizzato sembrerebbe logico che l’UE disponga di poteri sovrani: è in realtà la condizione per la costituzione di un’identità europea e di un’unione politica.

Che si tratti in effetti di terrorismo islamista-radicale, dei cambiamenti politici nel Maghreb o in Medio Oriente, delle tensioni ricorrenti con la Russia, in particolare a proposito dell’Ucraina, o delle conseguenze dell’azione della potenza ormai “relativa” degli Stati Uniti, gli europei si trovano di fronte a un peggioramento rapido delle condizioni della loro sicurezza collettiva. D’altronde, la regolazione dei flussi migratori, la lotta contro il riscaldamento climatico, il rafforzamento della sicurezza degli approvvigionamenti energetici e la lotta contro le disuguaglianze e la povertà, in particolare dei paesi africani, sono tutte poste in gioco internazionali nelle quali l’azione europea si confronta con le sfide della globalizzazione. La costruzione europea ha trovato il suo senso durante mezzo secolo nell’integrazione economica e nell’introversione. Ciò che conta ormai è di dotarla di un prolungamento politico ed esterno per i prossimi decenni, al fine di coinvolgere Stati membri e cittadini in nuove imprese comuni. L’Unione deve guardare a un mondo che cambia rapidamente e adattarsi ai rapporti di forza politici mondiali in cambiamento.[48] Questo presuppone che l’Unione cambi prospettiva per quanto concerne il ruolo che essa occupa nella mondializzazione tanto sul piano economico quanto su quello strategico. Troppo spesso essa non pensa in termini strategici e si impedisce in questo modo di avere un ruolo maggiore sulla scena internazionale, limitandosi a un approccio tecnico, spesso utile, a volte efficace, ma raramente decisivo. È abituata alla decisione del “forum” degli Stati membri tra i quali i rapporti di forza sono stati pacificati dall’appartenenza all’Unione; deve tuttavia ormai saper difendere i suoi valori nell’”arena”[49] dei rapporti di forza internazionali. Le sfide che sono oggi lanciate agli europei sono immense dal momento che gli ingredienti che hanno contribuito alla loro pace e prosperità sono rimessi in discussione. Per essere allo stesso tempo concreto e durevole il “rilancio” della costruzione dell’Europa unita ha bisogno di iscriversi in un orizzonte politico chiaro che consenta di dare contenuto a un discorso rinnovato e in ultima analisi di dare senso al progetto europeo.

Per l’Unione europea, “la dimensione più decisiva è senza dubbio di importanza vitale: è il suo dinamismo interno, la sua capacità di adattarsi senza tradire sé stessa, di innovare aprendosi allo stesso tempo, di dialogare e di cooperare con gli altri senza perdere la propria identità (...). Ma ciò che le manca oggi è da una parte lo slancio vitale, la fiducia in sé stessa, l’ambizione, e dall’altra la coscienza della propria unità. Se altrove le passioni si scatenano, gli europei, dal canto loro, sono molto poco appassionati, in ogni caso molto poco dalla loro impresa comune. Le passioni esistono a livello delle nazioni, ma tendono spesso ad essere difensive e negative. È un’ambizione europea che bisogna creare o far rivivere”.[50]

***

Tenuto conto della condivisione dell’esercizio in comune di funzioni sovrane che questo progetto politico implica, il dibattito sulla dimensione politica dell’Unione deve essere rilanciato. In effetti, se le crisi che colpiscono gli europei devono condurre a porre i termini del dibattito su una vera unione politica e sulla questione del regime politico dell’Unione, il proseguimento dell’integrazione dell’Europa non può accontentarsi di avanzare a tappe forzate, unicamente sotto la spinta della necessità. Un tale progetto si deve realizzare seguendo un disegno predefinito e con una legittimazione politica sufficiente. Se vogliamo ridare un senso alla politica europea, bisogna rimediare velocemente a questa assenza di colonna vertebrale e osare dibattere pubblicamente del contenuto da dare ai futuri orientamenti del progetto europeo.

Questo dibattito deve mettere nero su bianco in modo chiaro tre scelte.

Innanzitutto, quella difesa dai fautori dell’”Europa di un tempo” e del ripiegamento nazionale. Un simile scenario potrebbe apparire tentatore per molti cittadini che hanno un’aspettativa legittima di protezione, dal momento che dà l’impressione di ritrovare un sentimento di sovranità nelle scelte sovrane e di sicurezza nel quadro politico giudicato come il più “naturale” e il più sicuro: lo Stato nazionale. Tuttavia, questa opzione è altamente rischiosa, sia economicamente sia politicamente, perché presenta la prospettiva di un’Europa frammentata, divisa e indebolita.

In secondo luogo, la scelta dello status quo, che consiste, nel migliore dei casi, nel consolidare l’Unione sotto l’effetto dei vari shock che la colpiscono; ma senza una riforma di insieme del sistema, come abbiamo dimostrato, sarebbe un errore, dal momento che lo status quo non è una soluzione praticabile sul lungo periodo e sarebbe dunque illusorio accontentarsi di consolidare ciò che abbiamo acquisito. La storia mostra che, in un contesto di crisi, un sistema politico può finire per scomparire per paura di riformarsi.

Infine, la scelta dei partigiani di un’Unione di Stati nazionali aperta al mondo: di fronte al malessere di molti europei, un progetto intellettuale e politico di lungo termine è necessario per l’Europa del XXI secolo, se non vogliamo che le nostre società si chiudano al mondo moderno; questo progetto deve consistere nella ricostruzione di un modello politico, economico e sociale propriamente europeo – che sia in grado di conciliare libertà, solidarietà, valori fonte di identità comune, protezione e influenza internazionale – al fine di renderlo “competitivo” nella concorrenza a livello mondiale tra modelli di civilizzazione e di organizzazione politica ed economica.

 


[1] Una prima versione di questo testo è apparsa sotto il titolo The future of the European project, European Issue, n. 393, Robert Schuman Foundation, May 2016. I punti di vista espressi nel testo sono strettamente quelli degli autori.

[2] L’82% degli europei auspica un intervento più forte dell’Unione europea nella lotta al terrorismo, il 77% nella lotta alla disoccupazione, il 75% nella lotta contro l’evasione fiscale, il 74% sulla questione migratoria, il 71% sulla protezione delle frontiere esterne e il 66% in materia di sicurezza e difesa. V. Gli europei nel 2016, Speciale Eurobarometro del Parlamento europeo, giugno 2016.

[3] Hannah Arendt (Between Past and Future, New York, Penguin Press, 1954) definisce la situazione di “crisi” come una situazione senza precedenti, che introduce una cesura con un passato che non forniva più le risorse per pensare al presente e orientarsi nel futuro; secondo Gramsci (Quaderni del carcere, Quaderno 3, Torino, Einaudi, 1975, p. 311) “la crisi consiste... nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere” e aggiungeva che “in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.

[4] Gérard Araud, Le monde à la recherche d’un ordre, Esprit, agosto-settembre, 2014.

[5] Thierry Chopin, Jean-François Jamet, Christian Lequesne, L’Europe d’après, Paris, Lignes de repères, 2012.

[6] Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, New York, Avon Books, 1992.

[7] In un contesto di ritorno a un ripiegamento su sé stessi non è superfluo ricordare che l’Unione europea resta il principale attore della mondializzazione: è la prima economia mondiale (17% del PIL misurato a parità di potere d’acquisto, al pari della Cina e contro il 16% degli Stati Uniti) e il principale attore degli scambi commerciali e dei flussi di investimenti. Dotata di buone infrastrutture e di sistemi educativi solidi, l’Unione europea resta in effetti il primo beneficiario degli investimenti diretti esteri nel mondo. Inoltre, la zona euro dispone di una moneta internazionale credibile: l’euro rappresenta la seconda moneta di riserva nel mondo.

[8] Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives, New York, Basic Books, 1997. Vedi anche Michel Foucher, La République européenne, Paris, Belin, 2000, pp. 66-68.

[9] Juan Diez Medrano, Framing Europe: Attitudes to European Integration in Germany, Spain and the United Kingdom, Princeton, Princeton University Press, 2003; Yves Bertoncini, Thierry Chopin, Politique européenne. Etats, pouvoirs et citoyens de l’UE, Paris, Presses de Sciences Po - Dalloz, 2010, pp. 66-78.

[10] Vedi ad esempio Wolfgang Proissl, Why Germany fell out of love with Europe?, Bruegel Essay, 2010.

[11] Simon Bulmer, Germany in Europe: from “tamed power” to normalized power, International Affairs, 86/5.

[12] Per quanto riguarda l’aspetto più specificamente militare, v. Christian Lequesne, L’Allemagne et la puissance en Europe, Revue d’Allemagne et des pays de langue allemande, 47, n. 1 (2015), pp. 5-13.

[13] Thierry Chopin, France-Europe: le bal des hypocrites, Paris, Editions Saint-Simon, 2008.

[14] Christian Lequesne, La France dans la nouvelle Europe, Paris, Presses de Sciences-Po, 2008.

[15] I sondaggi dell’Eurobarometro mostrano che nel 1973 un francese su venti credeva che l’appartenenza del Paese alla CEE fosse una cosa negativa; nel 2010 il rapporto era di uno su quattro. Inoltre, dal 2008, la crisi economica ha accentuato l’euroscetticismo nella popolazione: in Francia la sfiducia nei confronti dell’Unione europea è aumentata di 23 punti dal 2007 al 2013.

[16] Olivier Rozenberg, France in quest of a European narrative, European Issue n. 345, Robert Schuman Foundation, February 2015.

[17] Vedi i lavori di Ignacio Sanchez-Cuenca, The Political Basis of Support for European Integration, European Union Politics, 1(2), 2000, pp. 147-171. La tesi è che ci sarebbe una correlazione positiva tra il grado di corruzione in un dato paese e il tasso di sostegno dell’opinione pubblica all’appartenenza all’Unione (più il paese è corrotto più i cittadini sostengono l’appartenenza all’UE).

[18] Jacques Rupnik, Le vent mauvais du populisme est européen, Telos, novembre 2006.

[19]Le crisi degli ultimi cinque anni hanno favorito lo sviluppo di tensioni e di divari pericolosi tra le stesse popolazioni dell’Europa, in particolare quando portano a divisioni ad esempio tra nord e sud nel caso della crisi della zona euro, con la (ri)comparsa di pregiudizi e stereotipi a volte scandalosi.

[20] Sylvie Goulard, Mario Monti, De la démocratie en Europe. Voir plus loin, Paris, Flammarion, 2012.

[21] Philippe Martin, Thierry Mayer, Mathias Thoering, La mondialisation est-elle un facteur de paix?, in Daniel Cohen, Philippe Askenazy (dir.), 27 questions d’économie contemporaine, Paris, Albin Michel, 2008, pp. 89-123.

[22] Pierre Hassner, La revanche des passions. Métamorphoses de la violence et crises du politique, Paris, Fayard, 2015, introduzione.

[23] Cécile Leconte, Understanding Euroscepticism, Palgrave, Macmillan, 2010.

[24] Dominique Reynié, Le vertige social-nationaliste, Paris, La Table Ronde, 2005. Vedi anche Daphne Halikiopoulou, Sofia Vasilopoulou, The paradox of nationalism: the common denominator of radical right and radical left Euroscepticism, European Journal of Political Research, 51 (2012), pp. 504-539; D. Halikiopoulou, Radical left-wing Euroscepticismn the 2014 elections: a cross-European comparison, in Is Europe afraid of Europe? An Assessment of the result of the 2014 European Elections, Wilfried Martens Centre for European Studies, Kramanlis Foundation, Brussels-Athens, 2014.

[25] Pascal Perrineau (dir.), Les croisées de la société fermée. L’Europe des extrêmes droites, La Tour d’Aigues, Editions de l’Aube, 2001. L’espressione “società aperta” è presa in prestito da Karl Popper, The Open Society and its Enemies,London, Routledge, 1945.

[26] Jacques Rupnik, L’Europe du Centre-Est à la lumière de la crise des migrants, Telos, 28 settembre 2015; Lukas Macek, Refugee Crisis: a Future «East-West Rift in Europe?, European Interview n. 88, Robert Schuman Foundation, October 2015.

[27] Yves Pascouau, The Schengen Area in Crisis – The Temptation of Reinstalling Borders, in T. Chpoin and M. Foucher (eds.), Schuman Report on Europe – State of the Union 2016, Lignes de repères, 2016.

[28] Christian Lequesne, L’Union européenne après le traité de Lisbonne: diagnostic d’une crise, Questions internationales, n. 45, La documentation française, settembre-ottobre 2010.

[29] Chris Bickerton (ed.), The New Intergovernmentalism: States and Supranational Institutions in the Post-Maastricht Era, Oxford, Oxford University Press, 2015.

[30] Thierry Chopin, Jean-François Jamet, Europe and the crisis: what are the possible outcomes? Collapse, statu quo or continuation of integration?, European Issue, n. 219, Robert Schuman Foundation, November 2011.

[31] Benoît Cœuré, membro del Comitato esecutivo della BCE, Tirer les bonnes leçons de la crise pour la zone euro, discorso al Ministero degli affari esteri in occasione della Conferenza degli Ambasciatori, Parigi, 27 agosto 2015.

[32] Douglas Webber, How likely is it that the European Union will disintegrate? A critical analysis of competing theoretical perspectives, European Journal of International Relations, 20, n. 2 (2014), pp. 341-365; Douglas Webber, European Disintegration? The European Union in Crisis (Basingstoke: Palgrave Macmillan, che sarà pubblicato nel 2017).

[33] Trattato sull’Unione europea, art. 50.

[34] Thierry Chopin e Jean François Jamet, Le Brexit: la tension entre les deux Europe, La vie des idées, 23 giugno 2016.

[35] Jean-Claude Piris, Should the UK withdraw from the EU: legal aspects and effects of possible options, European Issue n. 355, Robert Schuman Foundation, October 2015.

[36] Alternatives to membership: possible models for the United Kingdom outside the European Union, HM Government, March 2016.

[37] Thierry Chopin e Jean François Jamet, After the UK’s EU referendum: redefining relations between the two Europes, European Issue n. 399, Robert Schuman Foundation, luglio 2016.

[38] Articolo 112 dell’accordo sullo SEE.

[39] 26 Stati membri si sono impegnati ad adottare la moneta unica quando risponderanno alle condizioni richieste, sulla base dell’articolo 3, par. 4 TUE. Solo due Stati – il Regno Unito e la Danimarca – beneficiano di una deroga, ma si tratta di due eccezioni. Inoltre, la Danimarca ha ancorato la sua moneta all’euro e allinea la sua politica monetaria su quella della zona euro.

[40] Eurobarometro Standard 83, maggio 2015. Domanda QA18.1.

[41] Sul punto si fa riferimento ai diversi contributi sul tema apparsi sulla rivista Commentaire: Abram N. Shulsky, La démocratie libérale: victorieuse et assaillie, n. 148, inverno 2014-2015; dossier su Le libéralisme politique. Victoire ou défaite?, n. 142, estate 2013; Pierre Manent, La crise du libéralisme, n. 141, primavera 2013; Thierry Chopin, Jean-François Jamet, L’Europe libérale en question, n. 134, estate 2011.

[42] Thomas Piketty, Le capital au XXIe siècle, Paris, Le Seuil, 2013.

[43] Pierre Hassner, L’Europe et le spectre des nationalismes, Esprit, octobre 1991, ripreso in La violence et la paix, Paris, Le Seuil, 1995; Jan-Werner Müller, Contesting Democracy: Political Ideas in Twentieth Century Europe, New Haven, Yale University Press, 2011.

[44] John Rawls, A Theory of Justice, Cambridge, The Belknap Press of Harvard University Press, 1971.

[45] Nicole Gnesotto, Faut-il enterrer la défense européenne?, Paris, La documentation française, 2014; e, della stessa autrice, L’Europe a-t-elle un avenir stratégique?, Paris, Armand Colin, 2011.

[46] Benoît Cœuré, membro del Comitato esecutivo della BCE, Tirer les connes leçons de la crise pour la zone euro, op. cit..

[47] Maxime Lefebvre, L’Union peut-elle devenir une grande puissance?, Paris, La documentation française, 2012.

[48] Laurent Cohen-Tanugi, Quand l’Europe s’éveillera, Paris, Grasset, 2011.

[49] Michel Foucher, The European System in the World and the Real World in Europe: a Dual Test, in T. Chopin e M. Foucher (eds.), Schuman Report on Europe – State of the Union 2016, op. cit.; dello stesso autore v. L’Europe et l’avenir du monde, Paris, Odile Jacob, 2009.

[50] Pierre Hassner, Préface, in P. Esper (e altri), Un monde sans l’Europe?, Paris, Fayard-Conseil économique de la défense, 2011, pp. 29-30.

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