Stampa E-mail
Saggi

Anno LVIII, 2016, Numero 2-3, Pagina 114

 

 

Per una politica europea sostenibile
dell’immigrazione

 

ALFONSO SABATINO

 

 

Flussi migratori, le reazioni politiche e sociali e i rischi di dissoluzione dell’UE.

I flussi migratori che interessano i paesi mediterranei dell’Unione Europea (UE) hanno messo in discussione i principi di solidarietà che sorreggono l’Unione e le sue stesse realizzazioni. Il primo segnale è venuto dalla sospensione degli accordi di Schengen da parte dei paesi dell’Europa centro-settentrionale e dalla costruzione di barriere ai confini esterni per chiudere la rotta balcanica. Il secondo segnale è emerso dalle resistenze emerse nell’applicazione del piano di redistribuzione di 160.000 profughi, varato dalla Commissione europea nel 2015, soprattutto da parte dei paesi dell’Europa centro-orientale. Il terzo segnale è dato dalla diffusione dei movimenti populisti euroscettici e xenofobi in quasi tutti i paesi europei con il rischio di far saltare gli equilibri politici nazionali e continentali europei che hanno sorretto il processo europeo nel dopoguerra.

Il nodo dell’immigrazione è, inoltre, una delle componenti principali del voto britannico sull’uscita dall’UE; in Austria può favorire l’elezione di un presidente della repubblica xenofobo; in Francia il Front National è divenuto, secondo i sondaggi, il primo partito del paese; nei Paesi Bassi, in Svezia e altri paesi scandinavi crescono le forze politiche antisistema, xenofobe e populiste, alimentate anche dalle reazioni alle manifestazioni del terrorismo islamista che hanno interessato diversi paesi europei.

A fronte di tali reazioni politico-sociali, che pongono a rischio di dissoluzione l’UE, è un dato di fatto che l’Unione europea si è trovata: 1) senza strumenti per affrontare la crisi delle migrazioni, dell’accoglienza e del confronto multiculturale; 2) senza strumenti per affrontare la crisi economica internazionale innescata dal fallimento delle istituzioni finanziarie americane del 2007-2008; 3) senza strumenti per spegnere i focolai di guerra nelle aree di prossimità e per contrastare gli attentati terroristici che hanno colpito la Francia, il Belgio, la Germania e quindi garantire la sicurezza. Nel vuoto di potere della Commissione e del Parlamento europeo si sono affermati i rapporti intergovernativi e naturalmente la gerarchia divisiva dei rapporti di forza tra Stati membri.

I flussi migratori, la crisi economica e la sicurezza interna e internazionale mettono in discussione la capacità europea di accogliere e includere socialmente i migranti, di intervenire sui fattori di spinta operanti nei loro paesi di origine, di rispondere alla sfida del terrorismo. I cittadini europei sembrano aver perso le loro tradizionali certezze, hanno paura e chiedono sicurezza, nelle sue declinazioni: sicurezza identitaria, sicurezza economica e sicurezza interna ed esterna. E’ questo probabilmente il terreno sul quale si giocheranno i destini del processo europeo.

Restando nell’ambito del nodo immigrazione e della sua sostenibilità, un’analisi del problema deve considerare quanti sono gli immigrati nell’UE, la pressione demografica esterna su un’Europa in calo demografico, la percorribilità delle politiche di accoglienza, la possibilità di una politica estera e di sicurezza rivolta a contenere la migrazione, a rendere gestibile il flusso verso l’Europa, e infine garantire la pace, la sicurezza e lo sviluppo nelle aree di prossimità che alimentano il fenomeno migratorio.

 

Un richiamo statistico.

Nell’UE a 28 (ante Brexit), con riferimento alle statistiche della Commissione, gli immigrati residenti sono attualmente stimabili in 54-55 milioni su una popolazione intorno a 500 milioni di abitanti. Il dato comprende gli ingressi in Europa nel corso del 2015 e quindi i circa 1,3 milioni di profughi mediorientali affluiti in Germania e Svezia, nonché gli arrivi in corso nel 2016. Con riferimento alle statistiche ufficiali UE disponibili, al 1° gennaio 2015 vivevano in Europa 52,8 milioni di persone nate in uno Stato diverso da quello di residenza.[1] Di questi, 34,3 milioni erano cittadini nati in un paese terzo non UE e quindi rappresentano la componente extra-comunitaria. Altri 18,5 milioni erano cittadini di paesi UE. Questi ultimi godono dello status di cittadini europei (rumeni, polacchi, slovacchi ecc., ma anche francesi, italiani, spagnoli, tedeschi). Molti sono anche funzionari pubblici, dirigenti aziendali, giovani in cerca di migliori opportunità che risiedono stabilmente in un altro paese membro dell’UE per effetto dello stesso processo di unificazione politica e di integrazione economica, vedi il caso del Lussemburgo, di Bruxelles o della piazza di Londra.

Tuttavia sul totale anzidetto ben 14,5 milioni di immigrati extracomunitari e 3,2 milioni di comunitari, in tutto 17,7 milioni, hanno acquisito nel tempo la cittadinanza del paese di residenza. Ne consegue, sempre secondo le statistiche UE, che al 1° gennaio 2015 gli immigrati con cittadinanza di un paese diverso da quello di residenza erano in totale 35,1 milioni, di cui 19,8 milioni extracomunitari e 15,3 milioni comunitari. I detti dati ovviamente non comprendono i figli, nati in Europa, degli immigrati naturalizzati, definiti immigrati di seconda o terza generazione. Essi sono cittadini dello Stato di residenza e quindi cittadini europei, ma sono percepiti come estranei dalla popolazione autoctona, non possiedono più i riferimenti comunitari originari dei propri genitori e sono portatori di una pericolosa crisi identitaria che in svariati casi ha alimentato le fila del fondamentalismo islamista. Ai fini della sostenibilità, occorre aggiungere che l’afflusso annuo è variato nel tempo. Ad esempio, è significativo che nel 2007, sulla base di statistiche OCSE (non sono state reperite statistiche UE al riguardo), nei paesi europei più significativi siano entrati 2,33 milioni di immigrati, ingressi in parte dovuti anche a ricongiungimenti familiari, e che tale cifra si sia ridotta successivamente a 1,811 milioni nel 2013, salvo risalire a 1,909 milioni nel 2014 con aumento della componente profughi. Ciò che è ancora più interessante da rilevare è che dal 2007 al 2014 la Germania ha visto raddoppiare gli ingressi passati da 232.900 a 574.500, mentre essi sono drasticamente caduti in Italia (da 571.900 a 204.100), in Spagna (da 691.900 a 183.700) e in Grecia (da 46.300 a 29.500) per effetto della crisi economica che ha colpito in modo asimmetrico le economie europee. Sono, infatti, cresciuti gli ingressi anche in Austria, Belgio, Paesi Bassi e Danimarca[2]. Le statistiche OECD non chiariscono però se una parte degli ingressi è rappresentata da trasferimenti da altri paesi UE. Infatti, è significativo richiamare l’emigrazione di giovani dall’Europa meridionale verso altri paesi europei (Regno Unito e Germania prevalentemente) e verso gli Stati Uniti. Per quanto riguarda l’Italia, secondo l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE) nel 2006 essi ammontavano a 3,106 milioni, saliti a 4,637 nel corso del 2015. Nel solo 2014 gli italiani emigrati erano 101.297[3] e nel 2015 dovrebbero aver raggiunto la cifra di 107.000.

E’ un dato di fatto che l’insieme degli immigrati è differentemente distribuito nell’UE. Tendono a concentrarsi nei paesi centro settentrionali attratti dalla migliore assistenza sociale (il fenomeno prende il nome di welfare shopping).[4] Ovviamente hanno la possibilità di trasferirsi legalmente solo gli immigrati che hanno acquisito una cittadinanza nazionale UE, e quindi europea, mentre i rimanenti ricorrono a trasferimenti infraeuropei clandestini ponendo in crisi il sistema Schengen.

 

Un fenomeno nuovo: l’arrivo di profughi.

Per anni l’UE ha conosciuto una migrazione quasi esclusivamente economica, di persone in cerca di lavoro che trovavano opportunità occupazionali in un’economia in espansione. Erano tali sia i migranti intraeuropei che quelli extracomunitari. Per quanto riguarda questi ultimi sono affluiti in Europa: ucraini e altri cittadini ex-URSS, cinesi, filippini, pakistani, bengalesi, cingalesi, indiani, egiziani, marocchini, africani sub sahariani e latino americani.

Dal 2014 è cresciuta la componente dei migranti in fuga dal Medio Oriente e dall’Africa, aree caratterizzate da Stati falliti, guerre, terrorismo, colpi di Stato e dittature militari, ma anche carestie e crisi economiche. Sempre secondo fonti OECD, nel corso del 2015 i richiedenti asilo nei paesi membri dell’organizzazione provenivano complessivamente per il 77% da Siria (23%), Afghanistan (16%), Iraq (11%), altri paesi dell’Asia e MO (13%), Africa (14%). Data la prossimità geografica, si può ritenere che la quasi totalità si sia riversata in Europa.[5]

Tali migranti, in altre parole, andrebbero considerati profughi, anche se non sempre sono riconosciuti tali, in quanto lo status di rifugiato è concesso sul piano individuale in base alla Convenzione di Ginevra[6] e al Protocollo aggiuntivo del 1967.[7] Tuttavia c’è un’altra ragione che limita tale riconoscimento generale. Mentre i migranti in cerca di occupazione, se privi di un’opportunità di lavoro nei paesi UE, ammesso che sia possibile la loro identificazione in modo certo, possono essere obbligati a lasciare il paese di arrivo (vedi il “Foglio di via”),[8] ed essere rimpatriati nei paesi di origine con i quali esistono accordi per il ritorno in condizioni di sicurezza,[9] i profughi devono essere trattenuti e assistiti. Essi vanno posti sotto protezione internazionale, ovviamente con un onere a carico dei paesi di prima accoglienza (Regolamento di Dublino III[10]), in quanto anche per essi non è applicabile il principio di libera circolazione UE. Ciò spiega le continue denunce di mancata solidarietà comunitaria da parte dei paesi mediterranei di primo approdo chiamati ad assisterli (Grecia, Malta, Italia, Spagna) e il piano di riparto europeo per 160.000 profughi presentato dalla Commissione lo scorso anno con le resistenze che esso incontra nella sua applicazione.

In ogni modo, è indubbio che l’afflusso massiccio di profughi denuncia un quadro generale di destabilizzazione nelle aree di prossimità dell’UE che richiederebbe puntuali risposte politiche ed economiche. Innanzitutto per ragioni umanitarie e di contrasto della criminalità internazionale. Infatti, in conseguenza della “grande fuga” dal Medio Oriente e dall’Africa, si è esteso il traffico di esseri umani accompagnato dalle tragedie in Mediterraneo. Infine, una consistente percentuale di migranti è costituita da minori non accompagnati di cui spesso, purtroppo, si perde il controllo.

 

La sfida demografica, le migrazioni e la tutela dell’identità europea.

Il fenomeno migratorio, per le ragioni anzidette, ha un deciso carattere strutturale ed è destinato a permanere in futuro anche per ragioni demografiche. Infatti, a fronte di una popolazione europea che ha un’età media compresa tra i quaranta e i cinquanta anni ed è complessivamente in declino demografico, le società che occupano il Medio Oriente e il Nord Africa (dall’Iran al Marocco) sono società più giovani con un’età media compresa tra i venti e i trenta anni. L’attuale popolazione complessiva delle due aree, stimata in 500 milioni potrebbe crescere a 800 milioni entro il 2050. A sua volta, l’Africa rimane un’area pronta a esplodere per la crescita demografica non sostenibile. Nella parte centrale del continente dal Sahara al Sud Africa escluso, l’età media della popolazione si concentra nella fascia d’età tra i dieci e i venti anni e ciò lascia prevedere il raddoppio della popolazione africana, oggi di 1,1 miliardi di esseri umani, entro il 2050. In pratica, ciò potrà avvenire nei prossimi trent’anni e con sensibili pressioni sull’Europa.

L’esplosione demografica in entrambe le aree, in assenza di sviluppo e di rispondenti politiche sociali locali redistributive, è foriera di drammatici rivolgimenti politico-sociali. Ciò comporta che l’afflusso migratorio sarà decisamente condizionante per anni e ciò impone da parte europea di affrontarlo con strategie politiche rispondenti sia sul lato interno dell’accoglienza, sia su quello dell’intervento esterno rivolto a ridurre i fattori di spinta nei paesi che alimentano le partenze.

Soffermandoci per il momento sulle politiche di accoglienza e inclusione, va sottolineato che esse richiedono innanzitutto una forte mobilitazione politica e culturale di richiamo dell’identità europea aperta alla pace, alle libertà democratiche e alla solidarietà con proiezione cosmopolita come affermato nel Preambolo della Carta dei diritti fondamentali dell’UE e nell’art. 3 del Trattato di Unione Europea. Non va poi dimenticato che la società europea consolidatasi attraverso i secoli esprime una cultura della città e della vita di campagna portatrice di valori comunitari e di “saper fare” che andrebbero trasmessi ai nuovi residenti e posti a confronto con quelli da loro apportati nell’ambito di un incontro multiculturale potenzialmente evolutivo. Al fine di gestire in modo adeguato il rapporto tra le culture europee consolidate e le culture espresse dai nuovi residenti, va opportunamente considerata una politica di promozione dei valori comunitari e politici accumulati in Europa, sia attraverso il sistema scolastico, sia attraverso l’introduzione di un servizio civile europeo, obbligatorio anche per gli stranieri stabilmente residenti, e l’estensione ad essi del diritto di voto a tutti i livelli.[11] Né può essere trascurato il rilancio dei valori familiari e della procreazione al fine di ridurre il declino demografico europeo e trasferire alle generazioni future le tradizioni e i modelli di vita comunitaria che hanno arricchito la cultura europea nel tempo. Ciò comporta ovviamente la ripresa del processo europeo con iniziative istituzionali per l’affermazione di un governo federale europeo effettivo ed efficace. Ma tale passo è decisivo anche per affrontare una politica di sviluppo rivolta a sostenere l’evoluzione produttiva dell’Europa verso la società dell’informazione e della conoscenza e a fornire opportunità di lavoro, di abitazione e di inserimento comunitario alla popolazione autoctona e immigrata in un contesto di forte mutazione delle qualificazioni professionali richieste.[12]

 

La gestione europea dell’accoglienza e la sua evoluzione.

I temi dell’immigrazione sono da anni all’ordine del giorno europeo. A partire dal Consiglio europeo di Tampere del 2009, la Commissione ha cercato di costruire un sistema europeo di asilo, accoglienza e integrazione in ottemperanza al Titolo V del Trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE).[13] L’armonizzazione degli strumenti nazionali di intervento per l’asilo, l’effettiva integrazione degli immigrati regolari e il rimpatrio di quelli irregolari è stata promossa negli ultimi anni con risultati parziali. Nel 2014 è stato creato uno strumento strategico, anch’esso insufficiente: il Fondo asilo, migrazione e integrazione (FAMI). Il Fondo è dotato di 3137,42 miliardi di euro per il periodo 2014-2020 e prevede interventi a supporto delle politiche degli Stati membri. La Danimarca è l’unico Stato membro UE che non partecipa al Fondo.[14]

Un primo intervento organico dell’Unione sui temi dell’immigrazione, tuttavia, si ebbe nella primavera 2015 con l’Agenda europea sulla migrazione,[15] a seguito delle tragedie registrate in mare tra la fine del 2014 e l’inizio dell’anno. Il documento affrontava i seguenti interventi: Soccorso e salvataggio; Contrasto dei traffici di esseri umani; Equa ripartizione dei rifugiati tra gli Stati membri; Rafforzamento delle delegazioni UE alle frontiere esterne.

Purtroppo, l’Agenda Europea sulla Migrazione non ha conseguito gli obiettivi previsti, a parte il rafforzamento europeo delle operazioni di soccorso e salvataggio in mare con le missioni Poseidon (nel mare Egeo) e Triton (nel Mediterraneo centrale). I traffici di esseri umani sono continuati indisturbati dato il disordine libico e la fuga di profughi dalla Turchia nell’estate del 2015. Inoltre, i migranti in arrivo continuano a dovere essere trattenuti e identificati dai paesi di primo approdo. Infine, l’Agenda europea sulla migrazione ha completamente trascurato di coinvolgere nell’accoglienza e nell’assistenza dei migranti gli Enti locali e regionali sui quali ricadono i maggiori oneri, come messo in evidenza dal “Parere”: Indicazioni strategiche del Comitato delle Regioni in merito all'Agenda europea sulla migrazione,[16] emesso dal Comitato delle Regioni UE il 3 dicembre 2015 e dal successivo dibattito organizzato dal Consiglio regionale del Piemonte del 4 marzo 2016.[17]

In realtà, il “Parere” espresso dal Comitato delle Regioni e il dibattito dell’assemblea piemontese hanno sottolineato l’opportunità di un approccio multilivello, dal livello comunitario europeo, a quello nazionale, regionale e locale, tipico di una realtà federale oggi assente in Europa.[18] In tutti gli Stati federali, infatti, il governo centrale è responsabile del controllo delle frontiere esterne, del riconoscimento dello status di rifugiato e dell’assistenza cui i profughi hanno diritto, salvo delegare agli enti di livello inferiore i compiti di assistenza e inclusione. Infatti, negli Stati Uniti d’America, le richieste di asilo sono raccolte e valutate dall’US Citizenship and Immigration Services (USCIS) e la gestione dell’accoglienza è regolata dall’Immigration and Nationality Act del 1980 che ha creato l’Office of Refugee Resettlement (ORR), responsabile del finanziamento e dell’amministrazione dei programmi federali per la sistemazione e l’assistenza dei rifugiati. L’ORR deve rendere disponibili le risorse per l’addestramento professionale, l’apprendimento dell’inglese e l’occupazione affinché i rifugiati siano economicamente autosufficienti. L’ufficio si consulta con gli Stati membri e i governi locali, circa la loro distribuzione, sovvenziona i progetti e controlla l'utilizzo dei fondi forniti dal governo federale. Per ricevere l’assistenza federale per i loro programmi di inclusione, gli Stati devono prima spiegare come hanno intenzione di realizzarne gli obiettivi, poi soddisfare gli standard assegnati e infine presentare una relazione alla fine di ogni anno fiscale.[19] Ovviamente tali strutture sono destinate all’accoglienza e all’inclusione dei profughi e non riguardano gli immigrati irregolari in cerca di lavoro, soprattutto centro-americani, che comunque riescono ad attraversare la frontiera terrestre blindata con il Messico.

Quindi, ciò di cui l’UE ha bisogno è un controllo centralizzato dei confini esterni e dell’accoglienza dei rifugiati, come negli Stati Uniti d’America, e una gestione dell’inclusione lasciata agli Stati e agli enti regionali e locali sotto controllo europeo. Un’altra decisiva linea di intervento sarebbe l’impegno esterno sui fattori di spinta delle migrazioni, ma l’argomento sarà affrontato di seguito.

Di fronte alle insufficienze della politica comunitaria, la solidarietà tra paesi membri dell’UE ne ha fortemente risentito e, in primis, ha messo in discussione gli accordi di Schengen, una delle conquiste strutturali del processo europeo relativa alla libertà di circolazione dei cittadini UE.

Il nodo dei problemi da sciogliere, in ogni modo, ha costretto gli Stati membri e la Commissione a prendere in considerazione ulteriori misure più avanzate, quali il rafforzamento dell’agenzia addetta al controllo delle frontiere (Frontex), la creazione di una Guardia costiera e di frontiera europea, la gestione europea delle operazioni di identificazione, redistribuzione europea e respingimento sotto il controllo dell’European Asylum Support Office (EASO). Lo stato del dibattito non prevede però la costituzione di agenzie europee dedicate vere e proprie ma l’organizzazione di uffici europei alimentati da personale fornito degli Stati membri con il compito di integrare l’attività delle competenti autorità nazionali. Entro la fine del 2016, la Commissione ha, inoltre, assunto l’impegno di rivedere il Regolamento di Dublino III, di presentare nuove proposte per il contrasto dei traffici di esseri umani e nuove misure per l’immigrazione legale con la riforma della Carta blu per i lavoratori extracomunitari altamente qualificati. Infine, l’approccio europeo mette in evidenza una profonda evoluzione nei rapporti con i paesi terzi del Medio Oriente e dell’Africa dopo gli accordi di La Valletta (Malta) del novembre 2015 e quelli con la Turchia del marzo 2016.

 

La svolta unilaterale della Germania e le relative ripercussioni.

Le nuove misure, proposte o allo studio della Commissione, sono anche la conseguenza della decisione unilaterale della Germania di aprire le porte dell’accoglienza nell’estate 2015 ai siriani in fuga dal Medio Oriente attraverso la rotta balcanica, sia per impellenti ragioni umanitarie, sia per depotenziare la situazione politicamente esplosiva che si stava determinando nell’Egeo e nei Balcani. La decisione ha necessariamente comportato una svolta nell’approccio politico dell’UE in merito alla gestione dell’accoglienza (di fatto la mossa tedesca ha delegittimato il Regolamento di Dublino III) e ha introdotto una presa di coscienza del problema cruciale dei rapporti con i paesi terzi che alimentano i flussi migratori o ne diventano paesi di transito. Allo stesso tempo, l’afflusso di un elevato numero di migranti ha creato forti reazioni sociali di contrasto nel paese con riflessi a livello europeo.

Sul piano dell’accoglienza, infatti, si è dovuto prendere atto delle resistenze crescenti espresse dalle popolazioni autoctone all’arrivo di gruppi sociali con abitudini di vita e pratiche religiose estranee alle tradizioni locali; a ciò si aggiunge la forte diffidenza emersa nei confronti degli islamici a causa dell’affermazione dell’Isis, delle conseguenti persecuzioni delle minoranze religiose in Medio Oriente e degli episodi di terrorismo avvenuti in Europa.

In aggiunta a tali reazioni, va considerato che la decisione della Cancelliera Merkel di aprire le porte del paese alla marea umana risalente i Balcani ha posto in difficoltà sia l’Ufficio federale per l’immigrazione e i rifugiati (BAMF), che non disponeva inizialmente di software e di personale adeguati per le operazioni di identificazione e di riconoscimento dello status di rifugiato, sia gli enti locali e le associazioni di volontariato chiamati ad accogliere improvvisamente una moltitudine alla quale non erano preparati dovendo offrire loro vitto, alloggio e attivare programmi di inclusione. Di qui la decisione di chiudere le frontiere dopo avere accolto il grande esodo.

Il fatto rilevante è che l’arrivo dei profughi ha minato l’equilibrio politico che ha sorretto la politica tedesca in tutto il secondo dopoguerra. Infatti, soprattutto nei Länder orientali, già costituenti la DDR e sociologicamente meno aperti al confronto multiculturale,[20] si è affermata sul piano dei risultati elettorali una nuova forza politica euroscettica, xenofoba e populista, Alternative für Deutschland, che condiziona negativamente sull’immigrazione l’ala estrema conservatrice della CDU nazionale e della CSU bavarese, ma anche l’elettorato socialdemocratico e liberale.

Ovviamente il disagio emerso in Germania ha rafforzato anche in altri paesi europei il vasto fronte xenofobo che, complici gli episodi di terrorismo, assimila i profughi mediorientali ai terroristi.[21] Ciò naturalmente introduce una sfida difficile da affrontare, dati i permanenti fattori di spinta che alimentano le migrazioni verso i paesi europei.

 

L’inclusione dei rifugiati e le strutture produttive nazionali: alcuni approcci a confronto

 

Purtroppo per le politiche di inclusione esistono differenze di approccio tra paesi europei. A fini esemplificativi possono essere considerati tre casi: quello dei paesi dell’Europa centro-settentrionale, quello di Francia, Regno Unito e Belgio, quello dei paesi mediterranei.

A fronte del rilevante afflusso di profughi mediorientali in Germania (oltre un milione) e in Svezia (circa 160 mila) nel corso del 2015, nei paesi nordici (Germania e paesi scandinavi) si è sviluppato un dibattito approfondito tra forze sociali e governi sull’onere per le finanze pubbliche determinato dall’assistenza economica e sociale prolungata ai profughi. D’altra parte, è stato considerato che la partecipazione al processo produttivo può generare nel medio/lungo termine valore aggiunto che ripaga i costi dell’inclusione e la rende più percorribile. Infatti, nel dibattito sono intervenute anche ragioni di ordine pubblico dato che il mancato inserimento al lavoro non contribuisce all’autonomia e alla dignità personale dei profughi e può favorire emarginazione, delinquenza e frizioni pericolose tra popolazione autoctona e immigrati. Proprio a tal fine, data l’esperienza negativa delle banlieues francesi, è stata scartata l’ipotesi di realizzare soluzioni abitative di massa riservate agli immigrati e si è optato a favore della loro distribuzione capillare al fine di favorirne l’inserimento comunitario. Inoltre è stata data molta enfasi all’insegnamento della lingua nazionale e della cultura locale. Naturalmente il dibattito si è poi portato necessariamente sul lavoro dipendente date le difficoltà della grande maggioranza dei profughi di avviare esperienze di lavoro autonomo.

Tuttavia anche tale approccio presenta i suoi oneri a causa delle ragioni strutturali che si sono affermate nei paesi europei centro-settentrionali proprio a seguito di scelte strategiche compiute da tempo per limitare l’immigrazione economica che alimentava attività a basso valore aggiunto ed economia sommersa.[22]

La Germania e i paesi nordici hanno adottato dagli anni Ottanta del secolo scorso un sistema produttivo qualificato e avanzato tecnologicamente, fortemente export oriented e articolato sulla fidelizzazione dei lavoratori, intesi come asset aziendali, in quanto portatori di programmi intensi di addestramento professionale. Tutto il sistema è sostenuto da intensi investimenti in R&S. Le attività a forte componente di forza lavoro non qualificata, comunque necessarie per il sistema produttivo, sono state in buona parte delocalizzate all’estero e alimentano un sistema di subforniture.[23] Senza negare la possibilità di inserimento dei profughi nelle attività meno qualificate, va rilevato che, da parte loro, i sindacati locali non sono favorevoli all’apertura di una competizione sui livelli salariali diretta a contenere il costo del lavoro. Né, d’altra parte, il problema viene sollevato dal mondo imprenditoriale nordico per il quale il costo del lavoro non costituisce fattore di competitività data l’organizzazione avanzata del sistema produttivo industriale e dei servizi. I poteri pubblici, a loro volta, non gradiscono la diffusione di forme di economia sommersa e di conseguente evasione fiscale che in epoche precedenti si erano diffuse nell’offrire occupazione e bassi salari agli immigrati.[24]

Inoltre, a fronte dell’arrivo di oltre un milione di profughi, gli uffici del lavoro tedeschi hanno costatato che i loro livelli di qualificazione non sono adeguati alle mansioni che si sono affermate in Germania con la rivoluzione produttiva avviata da qualche decennio. Solo il 20 % dei migranti ha titoli di studio di livello universitario, ma nella maggioranza dei casi le loro precedenti esperienze lavorative non sono rispondenti al fabbisogno del sistema produttivo locale. Infine quasi la totalità dei migranti non riesce a esibire una documentazione sulle proprie qualificazioni. Per assicurare loro l’inclusione lavorativa occorre l’insegnamento del tedesco e l’addestramento alle mansioni tecnologicamente avanzate con un percorso lungo valutato da 3 a 7 anni.[25] Va aggiunto, con riguardo sempre alla Germania, che la riforma del lavoro del 2004, introdotta dal governo Schröder, ha espulso dal sistema produttivo oltre 6 milioni di lavoratori oggi prevalentemente impiegati in lavori sociali o in attività a impegno e stipendio ridotto. E’ evidente che le autorità politiche non intendono allargare quest’area di lavoro secondaria. Problemi analoghi si riscontrano ovviamente negli altri paesi europei centro-settentrionali e va ricordato infine che la Germania ha deliberato un piano di assistenza profughi di 93,6 miliardi di euro per il periodo 2016-2020.

Le difficoltà che si trovano ad affrontare i paesi dell’Europa centro settentrionale avvertono anche dei problemi e degli oneri sociali e produttivi che dovrebbe affrontare l’Europa nel suo insieme qualora decidesse di promuovere un ampio piano di ammodernamento tecnologico e di aprire le porte all’immigrazione per compensare il calo demografico domestico.

Data l’esperienza dei paesi nordici, ai fini di una corretta inclusione, non sono condivisibili i modelli perseguiti da paesi come la Francia, il Regno Unito e il Belgio fondati sulla marginalizzazione delle comunità immigrate. In Francia, infatti, la creazione di quartieri dormitorio riservati ad accogliere gli immigrati africani, in particolare arabi, affluiti nel secolo scorso a seguito della decolonizzazione e del fabbisogno di forza lavoro dell’epoca, ne ha provocato l’isolamento che si riflette nel destino delle seconde e terze generazioni. Nel Regno Unito gli insediamenti delle comunità immigrate godono di una sorte di extraterritorialità con autogestione delle relazioni private e religiose tanto che è stata formulata l’espressione Londonstan. Analogamente in Belgio la marginalizzazione è avvenuta con l’occupazione da parte dei migranti dei quartieri degradati delle grandi città come nel caso del quartiere Molenbeek a Bruxelles che si è rivelato un covo di terroristi. L’emarginazione comunitaria e culturale ha determinato in molti giovani immigrati francesi, britannici e belgi una crisi identitaria che ne ha favorito una devastante adesione alle sirene del fondamentalismo islamista. Se i genitori erano stati assorbiti, anche per lavori di basso livello, da un mercato del lavoro sostenuto dall’espansione economica e dallo sviluppo industriale, i loro figli hanno seguito percorsi scolastici e formativi modesti e non rispondenti alle trasformazioni tecnologiche del mondo produttivo verso la società dell’informazione e della conoscenza. Ciò impedisce oggi, soprattutto in Francia, il loro inserimento lavorativo e, anche quando posseggono adeguati requisiti professionali, sono discriminati nell’accesso all’impiego privato dai loro cognomi che ne segnano l’origine. Minori barriere ovviamente sono presenti nell’accesso all’impiego pubblico, in particolare nelle forze armate e di polizia, dato il possesso della cittadinanza francese, britannica o belga, e, infatti, membri di tali corpi appartenenti a famiglie immigrate risultano tra le vittime degli attentati compiuti in Francia da estremisti islamisti.[26]

Per l’Italia e altri paesi mediterranei, l’esperienza e il dibattito politico affrontati nell’Europa centro-settentrionale sono emblematici e, al momento, sostanzialmente ignorati. In paesi con una struttura produttiva meno avanzata, caso dell’Europa del Sud, sono favoriti gli inserimenti spontanei nelle mansioni a basso costo e poco qualificate (badanti, edilizia, agricoltura, commercio ambulante) e la diffusione dell’economia sommersa. Fatti questi che inducono a considerazioni severe sul modello di sviluppo adottato a margine del fenomeno migratorio, modello che favorisce le riserve dei paesi del Nord Europa nei confronti dei paesi mediterranei e inducono anche considerazioni critiche circa la stasi della produttività e i limiti di una competitività fondata prevalentemente sulla mobilità occupazionale, il contenimento del costo del lavoro, una vasta area di economia sommersa e di evasione fiscale. Tuttavia, nonostante tale limite, può essere segnalato in molte realtà italiane l’impegno delle amministrazioni regionali e locali nell’assistenza sociale e nell’inclusione grazie anche dall’intervento delle strutture di mediazione culturale. Purtroppo, senza adeguate politiche pubbliche di sostegno, tali sforzi sono destinati al fallimento, come nel caso dei tentativi di ripopolamento delle aree montane in declino demografico per l’attrazione esercitata dalle città di pianura. Sono aree che hanno subito una progressiva contrazione dei servizi pubblici essenziali (sanità, scuola, trasporti, connessione telematica e servizi postali), per cui il tentativo di ristabilire presidi sociali nelle aree alpine e appenniniche è destinato all’insuccesso in assenza di un rilancio dei servizi stessi e dell’assistenza ai nuovi residenti per il mantenimento delle attività economiche tradizionali (allevamento, forestazione, artigianato). Anche in questo caso, le autorità italiane preposte alla gestione del territorio dovrebbero guardare con attenzione alle esperienze positive svizzere e austriache o delle Province autonome di Trento e Bolzano, tutte attive nel tutelare le attività di montagna. Va infine ricordato che, a seguito della crisi economica e occupazionale che ha colpito l’Italia e altri paesi mediterranei, anche gli immigrati tentano di trasferirsi nell’Europa del Nord analogamente a molti giovani cittadini italiani, greci e spagnoli.

La lezione che si trae dalle differenti esperienze nazionali è che l’inclusione va politicamente monitorata e ha un suo costo. Credere di potere frenare il calo demografico europeo con politiche permissive sull’immigrazione è una grave sottovalutazione del problema. Non tiene conto che l’UE ha un fabbisogno articolato di lavoratori con qualificazioni di vario livello ma ha soprattutto bisogno di qualificazioni elevate se vuole mantenere i suoi tassi di sviluppo competitivo e sostenere in futuro il sistema di assistenza sociale. L’apertura semplicistica all’immigrazione non tiene conto che lo stesso calo demografico domestico è attribuibile a ragioni profonde di disagio esistenziale e di crisi di valori portanti, di opportunità occupazionali e di sicurezza del posto di lavoro, di efficacia del welfare e dell’assistenza alle donne lavoratrici che influiscono sulle decisioni dei giovani in merito alla formazione di una famiglia e alla procreazione. Non a caso va richiamato che la maggioranza degli immigrati è di sesso maschile, che i ricongiungimenti familiari sono possibili solo in condizioni di sicurezza del lavoro del capofamiglia e di disponibilità di un’abitazione, e che infine anche gli immigrati riducono il loro tasso di riproduzione adeguandosi al modello di famiglia mononucleare e ristretta diffuso in Europa.

 

L’intervento esterno.

L’altra conseguenza dell’iniziativa tedesca è stata la presa di coscienza della necessità di avviare accordi con i paesi terzi, aree di origine o di transito delle migrazioni.

Sotto tale aspetto sono da segnalare, nell’ordine, le decisioni assunte nel vertice EU-Africa di La Valletta dell’11-12 novembre 2015,[27] gli accordi UE-Turchia, il Migration Compact presentato dal governo italiano, il Nuovo quadro di partenariato con i paesi terzi proposto dalla Commissione.

Per quanto riguarda il vertice di La Valletta, sono state stipulate intese con i paesi africani orientate a depotenziare i flussi in arrivo sulle coste mediterranee dell’Europa, sia favorendo piani locali di sviluppo, sia assistendo i paesi di transito nell’organizzazione di campi profughi. L’intesa più significativa, raggiunta nell’ambito del vertice euro-africano, è stata la “Dichiarazione congiunta UE-Etiopia per una Agenda comune sulla migrazione e la mobilità” data l’importanza dell’Etiopia come paese di origine, transito e destinazione di migranti irregolari e di rifugiati provenienti dal Corno d’Africa e diretti in Europa. Sono stati, inoltre, adottati una dichiarazione politica e un piano d’azione diretto ad affrontare le cause profonde della migrazione irregolare e migliorare la cooperazione sulla migrazione legale e la mobilità. Nell’occasione è stato anche formalmente avviato il “Fondo fiduciario di emergenza dell'UE per la stabilità e la lotta contro le cause profonde della migrazione irregolare e del fenomeno degli sfollati in Africa” dotato di 1,8 miliardi di euro a carico del bilancio della Commissione a integrazione del piano di aiuti di 10 miliardi di euro entro il 2020.[28]

A La Valletta l’UE si è dichiarata poi pronta a sviluppare un Programma regionale di sviluppo e protezione per il Corno d’Africa destinato a fermare i migranti, sostenuto da fondi europei, nazionali e comunitari, e comprensivo di assistenza ai profughi e della costruzione di capacità di intervento delle autorità locali. In tale ambito non è stata esclusa la possibilità di rimpatrio da parte UE dei migranti nei paesi di origine a seguito della rimozione dei fattori di crisi.

Inoltre, la diplomazia personale della Cancelliera Merkel ha portato all’accordo di marzo 2016 con la Turchia;[29] accordo discutibile soprattutto a causa dell’involuzione interna del paese anche prima del fallito colpo di Stato della notte tra il 15 e il 16 luglio 2016. Con tale accordo si è cercato di assicurare un appropriato contesto di protezione umanitaria fuori dai confini europei, di evitare ulteriori naufragi nel mare Egeo, di combattere la criminalità internazionale che organizzava le traversate e di dissuadere la Turchia, grazie a un aiuto condizionato di 6 miliardi di euro in due rate, dall’incoraggiare i profughi siriani, iracheni e afghani ospitati sul suo territorio a partire verso i paesi UE, com’è avvenuto nell’estate 2015.

Ciò non toglie che l’accordo UE-Turchia contenga svariati punti critici. Innanzitutto, è intervenuto solo sui flussi che possono interessare quella che viene chiamata la rotta balcanica. In secondo luogo, ha definito migrante irregolare ogni persona che approdi sul territorio ellenico e impone alle autorità greche di riaccompagnarla in Turchia senza prendere in considerazione la presentazione della richiesta di asilo come previsto dal regolamento di Dublino. Al fine di non violare il detto regolamento e il rispetto della Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 1951 da parte europea, la Turchia è stata poi dichiarata incautamente paese di primo asilo per i profughi siriani e paese terzo sicuro per i profughi non siriani. In realtà, queste due qualificazioni sono state contestate dall’Alto Commissariato per i profughi delle NU (UNHCR) per la discutibile protezione assicurabile ai profughi da parte di Ankara che dovrà adeguare la propria normativa interna per garantire pienamente ai richiedenti asilo, in particolare ai non siriani, le tutele previste dalla Convenzione di Ginevra. La disposizione restrittiva viene solo parzialmente attenuata dalla possibilità europea di autorizzare l’ingresso nell’UE di un profugo siriano per ogni profugo riaccompagnato in Turchia entro il tetto massimo della concessione di 72 mila visti.

L’accordo con la Turchia ha poi stimolato ad aprile di quest’anno il governo italiano, preoccupato per i riflessi conseguenti sulla rotta del Mediterraneo centrale, a presentare il documento Migration Compact[30] nel quale è stata suggerita una strategia di intervento sui paesi africani e il riordino degli strumenti europei di assistenza allo sviluppo.

Il Migration Compact ha trovato successiva risposta da parte della Commissione che ha presentato il 7 giugno 2016 una Comunicazione sul Nuovo quadro di partenariato con i paesi terzi.[31] Il piano, destinato a incidere sulla dimensione esterna dell’Agenda europea sulla migrazione, prevede un’azione combinata UE-Stati membri per concludere patti con i paesi terzi fondati sulla combinazione di incentivi positivi e negativi al fine di favorire la cooperazione in materia di gestione della migrazione. Il documento sottolinea inoltre la necessità di completare le intese con la Giordania e il Libano per l’assistenza ai profughi da loro ospitati, di approfondire la cooperazione con la Tunisia, di concordare patti con il Niger, il Senegal, il Mali, l’Etiopia e di sostenere le iniziative del governo libico di unità nazionale.

Per realizzare questi patti l’UE si propone di mobilitare circa 8 miliardi di euro per il periodo 2016-2020 in aggiunta agli aiuti allo sviluppo oggi forniti da Stati membri e UE. E’ prevista poi, più a lungo termine, l’intensificazione degli sforzi per affrontare le cause profonde della migrazione irregolare e sviluppare le capacità di accoglienza locali, auspicando a tal fine la mobilitazione di altri 62 miliardi di euro.

 

Quale strategia per una politica sostenibile della migrazione?

Sia le criticità riscontrate nella politica di accoglienza e inclusione, sia i tentativi di costruire un intervento esterno diretto a porre sotto controllo i flussi migratori verso l’Europa, mettono in evidenza un punto comune. In entrambi i casi emerge la difficoltà delle istituzioni comunitarie – Commissione, Parlamento europeo, Consiglio – di costruire insieme una strategia condivisa esauriente. La ragione è attribuibile alla mancanza di poteri essenziali e di una piena legittimazione democratica del Parlamento europeo che determina un deficit europeo di formazione della volontà politica.[32] Infatti, il Parlamento europeo non ha poteri fiscali e di politica estera e di sicurezza, entrambi decisivi per intervenire sui temi dell’immigrazione, e per dare mandati esecutivi alla Commissione. Tali poteri, a causa di un processo europeo incompiuto, sono rimasti nelle competenze degli Stati membri UE per cui i temi dell’immigrazione, dello sviluppo e della politica estera condizionano la competizione politica nazionale. La conseguenza è che nel funzionamento delle istituzioni comunitarie viene favorito il ruolo determinante del Consiglio all’interno del quale prevalgono le divisioni tra i governi dei paesi membri e soprattutto tra i principali partner, ciascuno proteso a perseguire i propri interessi. Sul piano della politica di accoglienza e inclusione ogni paese è condizionato dalle proprie politiche di sviluppo produttivo, dalle proprie risorse e dai propri vincoli culturali, offrendo a migranti e profughi opportunità di inserimento differenziato. Anche sul piano dell’intervento esterno prevalgono le divisioni tra i principali paesi membri UE, ciascuno proteso a perseguire i propri interessi in Medio Oriente, in Libia, nel Corno d’Africa, nel Sahel. L’impostazione che emerge dallo stesso Nuovo quadro di partenariato con i paesi terzi, proposto dalla Commissione, conduce al mantenimento di relazioni bilaterali di ciascun paese membro dell’UE con i singoli paesi dell’Africa. Viene trascurata in proposito la lezione offerta dagli Stati Uniti nell’immediato dopoguerra quando furono lanciati il Piano Marshall per la ricostruzione dell’Europa, subordinato a una gestione comune degli aiuti da parte europea, e il Patto Atlantico con il quale Washington si assumeva la responsabilità di garantire la sicurezza sul continente europeo nei confronti dell’espansionismo sovietico. Tra l’altro, il quadro di sicurezza e sviluppo che si affermò in Europa occidentale estinse le spinte all’emigrazione verso i nuovi continenti e la stessa migrazione intraeuropea avvenne nel quadro regolato dai Trattati europei sulla libera circolazione dei lavoratori. La lezione di ieri è oggi decisiva per l’Europa se vuole porre sotto controllo i flussi migratori, rilanciare la propria identità, aprirsi al dialogo multiculturale, diventare protagonista della pace, della sicurezza e dello sviluppo nelle aree di prossimità.[33] Per affermare il proprio modello di governo democratico sovranazionale.

Va fortemente sottolineato, in proposito, che i flussi migratori non si arrestano costruendo muri e rafforzando i controlli alle frontiere nazionali, come propongono i movimenti politici populisti presenti nei nostri Stati europei, e neppure costruendo muri alla frontiera esterna comune. Soluzione questa (definita da taluni “Fortezza Europa”) che ci isolerebbe dal mondo e accrescerebbe solo l’instabilità delle aree di vicinato con relative ripercussioni drammatiche in Europa. I flussi possono essere ridotti e regolati solo assicurando condizioni di pace e sicurezza nel mondo, in Medio Oriente e in Africa, affinché le popolazioni locali possano avviarsi, in un contesto di indipendenza internazionale sostanziale e di cooperazione reciproca, verso un futuro di libertà da servitù straniere e da feudalità interne; un futuro di democrazia, di sviluppo e di modelli sociali egualitari e solidali. D’altra parte, le corrette considerazioni umanitarie che impongono il salvataggio in mare dei migranti valgono anche per attivare una politica di supporto della pace e della sicurezza, di assistenza allo sviluppo economico, politico e sociale delle aree che alimentano le migrazioni. Né va tralasciato il costo delle migrazioni per i paesi di origine in termini di risorse umane ed economiche sottratte alle prospettive potenziali di sviluppo locale. Emigrano, infatti, i giovani più intraprendenti e coloro che hanno qualche risparmio per pagarsi il viaggio con conseguente arricchimento della criminalità internazionale che gestisce le “rotte della speranza”.

Il compito della normalizzazione delle aree esterne di prossimità, tuttavia, non è facile. A partire dal Medio Oriente, dato lo scontro regionale di potenza, in Siria e in Yemen, tra le petromonarchie del Golfo e la Turchia, da un lato, e l’Iran, dall’altro lato. Il tutto sotto il controllo a distanza degli Stati Uniti d’America orientati a disimpegnarsi dal Medio Oriente e di una Russia pronta a sua volta ad accogliere nella propria rete di influenza tutti i protagonisti dell’area al fine di porsi come protettore e mediatore esclusivo degli equilibri della regione. Ma anche come potenziale regolatore esclusivo del rubinetto degli idrocarburi destinati all’Europa.

L’UE non ha mai preso in considerazione, a parte la Dichiarazione di Venezia del 1980,[34] un vero progetto di pacificazione e di ricostruzione del Medio Oriente, sia di normalizzazione delle relazioni tra israeliani, palestinesi e popoli arabi, sia di valorizzazione delle spinte al superamento delle feudalità dinastiche del Golfo e di affermazione della democrazia e dello Stato di diritto in tutti i paesi dell’area dall’Afghanistan al Maghreb, dalla Turchia allo Yemen. L’UE è rimasta inerte di fronte alla “Primavera araba” e oggi ne paga un prezzo drammatico con la guerra in Siria, in Yemen e la destabilizzazione della Libia. Quest’ultima, peraltro, determinata dall’intervento di Francia e Regno Unito per mettere le mani sulle sue risorse petrolifere e non certo per favorire una transizione democratica del paese. Transizione che non interessa a nessuna potenza straniera allo stesso modo della transizione democratica della Siria, dell’Iraq, dell’Afghanistan, dell’Egitto, dell’Iran, dell’Arabia Saudita e via di seguito.

Analoghe considerazioni possono riguardare lo scontro che vede coinvolte potenze europee ed extraeuropee per l’accesso alle risorse dell’Africa. Tuttavia, l’approccio avviato a La Valletta, e rafforzato sia dal documento italiano Migration Compact, sia dal successivo documento comunitario Nuovo quadro di partenariato con i paesi terzi, a favore di rapporti bilaterali con singoli paesi africani avrebbe acquistato un diverso significato se l’UE e i suoi Stati membri avessero deciso di subordinare i loro aiuti e l’assistenza allo sviluppo alla creazione di raggruppamenti regionali degli Stati destinatari degli aiuti. Raggruppamenti chiamati allo sviluppo di progetti comuni infrastrutturali nei settori dell’energia (vedi progetto Desertech[35]), del governo delle acque, dell’istruzione e della sicurezza comune, quali primi passi per l’avvio di processi di integrazione economica e di unificazione politica regionale locale, com’è avvenuto in Europa con il progetto della Comunità europea per il carbone e l’acciaio. L’opinione pubblica europea non ha valutato il rischio che gli aiuti in programma per l’Africa possano servire a sostenere gli attuali governi locali diffusamente corrotti, inefficienti e asserviti agli interessi di potenze esterne. Il caso dell’accordo con la Turchia presenta gli stessi rischi di rafforzamento di un potere regionale destabilizzante.

Per potere conseguire gli obiettivi di normalizzazione politica e di stabilizzazione economica delle aree di prossimità, necessari per ridurre a livelli sostenibili le migrazioni verso l’Europa, occorre che l’UE dia segnali di rimessa in moto del suo processo di unificazione politica, anche se l’iniziativa potrebbe essere condivisa solo da un certo numero di Stati disponibili. Ciò che occorre per avere influenza interna ed esterna è la credibilità del progetto e, a tal fine, sarebbe significativo almeno l’avvio di un disegno di completamento dell’unione economica e monetaria (poteri del Parlamento europeo per “risorse proprie” a supporto di un bilancio comunitario dell’area euro rafforzato per programmi di investimento domestici e all’estero, il completamento dell’unione bancaria, la trasformazione del Meccanismo europeo di stabilità in un Fondo monetario a sostegno degli shock asimmetrici che possono colpire la finanza degli Stati membri).

Il completamento dell’Unione economica e monetaria con i paesi disponibili sarebbe di per sé un segnale politico significativo per l’ulteriore affermazione di una sovranità europea dopo il voto europeo e la nascita della moneta unica con conseguenze rilevanti. Non può essere dimenticata, in proposito, l’esperienza del passato con l’apertura di una stagione virtuosa dopo le decisioni degli anni Settanta sull’elezione diretta del Parlamento europeo e l’avvio del Sistema monetario europeo (SME). Seguirono, nel decennio successivo, l’iniziativa costituente di Altiero Spinelli nel Parlamento europeo e il completamento del mercato unico, ma soprattutto il rilancio europeo accelerò la crisi dell’URSS e della sua influenza sull’Europa centro-orientale e balcanica. Il ciclo virtuoso portò poi alla riunificazione tedesca, al Trattato di Maastricht, alla creazione dell’euro e al grande allargamento dell’UE ai paesi ex-comunisti.

Questa lezione è importante per capire la forza di un rilancio del processo europeo sul piano interno e sulle situazioni di potere del Medio Oriente e dell’Africa, nonché sui rapporti con la Russia e sulla questione ucraina. Per capire le valenze interne ed esterne del rilancio orientato alla costruzione di un governo federale europeo, occorre considerare ciò di cui ha bisogno l’Europa, per rendere sostenibile l’immigrazione, ridurre la pressione dei profughi e marginalizzare i movimenti populisti interni. L’Unione europea necessita di strutture istituzionali federali per promuovere un modello di sviluppo avanzato capace di generare risorse per ridare prospettive future alla propria popolazione, da un lato, e sostenere sia l’aiuto esterno allo sviluppo, sia le responsabilità di politica estera e di sicurezza che ne conseguirebbero per l’affermazione della pace e delle libertà democratiche in Medio Oriente e in Africa.[36] Ciò per liberare i flussi migratori dalla spinta del bisogno. Per renderli sostenibili per la società europea.

E’ questa la grande sfida che attende le classi politiche in vista dell’appuntamento del 25 marzo 2017 per la celebrazione del sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma e delle prossime elezioni del Parlamento europeo del 2019.



[1] Cfr. Table 4: Foreign-born population by country of birth, 1 January 2015 in http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php
/File:Foreign-born_population_by_country_of_birth,_1_January
_2015_(%C2%B9)_YB16.png
.

[2] Cfr: Table 1.1 – Inflows of permanent immigrants into selected OECD countries 2007-2014, in International Migration Outlook 2016, http://www.keepeek.com/Digital-Asset-Management/oecd/social-issues-
migration-health/international-migration-outlook-
2016_migr_outlook-2016-en#.V-58pYiLTcc#page19
.

[3] Cfr: http://www.repubblica.it/cronaca/2015/10/06/news/aumentano_
espatri_italiani_migrantes-124460911/
.

Sull’emigrazione storica italiana vedere https://cambiailmondo.org/
2016/04/13/la-nuova-emigrazione-italiana-e-tre-volte-superiore-ai-dati
-istat-e-supera-il-numero-di-immigrati-economici-e-profughi/
.

[4] Secondo le statistiche comunitarie al 1° gennaio 2015, vivevano in Germania 10,220 milioni di persone nate all’estero (12,6% della popolazione). Tale componente risultava di 8,411 milioni (13%) nel Regno Unito; 7,908 (11,9%) in Francia; 5,891 (12,7%) in Spagna; 5,805 (9,5%) in Italia. In totale 38,235 milioni su 52,8 milioni totali, il 72,4%.Tuttavia anche nei paesi minori si registravano percentuali di presenze elevate e superiori al 15%. Vedi: Austria (17,2%), Belgio (16,1%), Lussemburgo (44,2%), Cipro (20,9%), Svezia (16,4%). In Lussemburgo e a Cipro è prevalente la componente comunitaria. Cfr. Table 4: Foreign-born population by country of birth, 1 January, op. cit..

[5] Cfr. Grafico Origin of asylum seekers into OECD countries in 2015,
http://www.oecd.org/els/mig/IMO-2016-facts-and-figures.pdf.

[6] http://unipd-centrodirittiumani.it/it/strumenti_internazionali
/Convenzione-sullo-status-dei-rifugiati-1951/148
.

[7] http://unipd-centrodirittiumani.it/it/strumenti_internazionali
/Protocollo-relativo-alla-status-di-rifugiato-1967/149
.

[8] L’art. 79. 4 del TFUE lascia agli Stati membri il diritto di disciplinare i volumi di ingresso nel loro territorio dei migranti in cerca di lavoro.

[9] In realtà la maggioranza di essi sfugge ai controlli e si disperde clandestinamente in Europa.

[10] Cfr. Regolamento (UE) n. 604/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013. http://eur-lex.europa.eu/legal-content
/IT/TXT/?uri=CELEX:32013R0604
.

[11] Per il riconoscimento del diritto di voto agli immigrati in Europa si veda la scheda: http://www.meltingpot.org/Il-diritto-di-voto
-agli-immigrati-nei-paesi-europei.html#.V_ye3uWLTcc
.

[12] Va ricordato che negli anni del miracolo economico europeo milioni di persone hanno cambiato la propria condizione sociale migliorandola. In particolare, milioni di contadini si sono mossi dalle periferie mediterranee e balcaniche europee per inserirsi nel sistema industriale in espansione dell’asse renano e dell’Italia del nord.

[13] La base giuridica per l’affermazione di una politica europea di asilo, accoglienza e immigrazione è offerta, sia pure in modo insufficiente alla luce dell’esperienza, dal capo 2 del Titolo V del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Artt. 77-80). Inoltre il diritto di asilo trova riconoscimento all’art. 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea il cui Preambolo costituisce una grande affermazione dell’identità europea nei confronti dei suoi cittadini, della comunità umana e delle generazioni future. Purtroppo entrambi i testi, non supportati da un coerente assetto istituzionale UE, produttore di politiche attuative, risultano ignorati dai governi degli Stati membri, dalle forze politiche e dall’opinione pubblica europea.

[14] Cfr. http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/financing/fundings/
migration-asylum-borders/asylum-migration-integration-fund/index_en.htm
.

[15] Cfr. http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-we-do/policies/
european-agenda-migration/background-information/docs/
communication_on_the_european_agenda_on_migration_it.pdf
.

[16] Cfr. http://cor.europa.eu/en/activities/opinions/Pages/opinion-
factsheet.aspx?OpinionNumber=CDR%202607/2015
.

[17] Gli Atti dell’incontro sono disponibili sul sito del Consiglio regionale del Piemonte: http://serviziweb.csi.it/solverweb/IndexDocumentServlet
?id=24178
.

[18] Il ruolo degli enti locali e regionali può essere strategico per responsabilizzare gli immigrati, coinvolgerli nella gestione delle comunità ospitanti e aprire percorsi di cittadinanza attiva. In questa direzione assume significato l’attribuzione del diritto di voto agli stranieri stabilmente residenti, come già avviene in Svezia.

[19] https://www.uscis.gov/laws/immigration-and-nationality-act.

[20] E’ significativo che le stesse reazioni di chiusura si riscontrano nei paesi dell’Europa centro-orientale già membri del Patto di Varsavia (Gruppo di Vishegrad), non partecipi del processo fondatore dell’Unione Europea.

[21] Va rilevato che, se ci sono stati numerosi casi di cittadini europei o immigrati islamici residenti in Europa che hanno raggiunto le fila dell’Isis e magari sono anche rientrati dal Medio Oriente, costoro nei loro viaggi non hanno mai affrontato i rischi dell’attraversamento dell’Egeo o del Mediterraneo centrale su imbarcazioni precarie, come avviene per migranti e profughi. Infatti la Commissione europea ha allo studio l’introduzione di un registro nominativo sui movimenti delle persone in uscita o in entrata dall’UE attraverso gli aeroporti e altri posti di frontiera.

[22] Al termine di tre decenni di crescita economica, agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso in Germania, a fronte del crescente afflusso di migranti dai paesi dell’Europa mediterranea e dalla Turchia, soprattutto le amministrazioni locali chiesero l’introduzione di freni ai nuovi ingressi. Va anche ricordato che nel 1999, nell’intento di integrare politicamente un consistente numero di immigrati stabilmente residenti, fino a quel momento considerati “lavoratori ospiti” (Gastarbeiten), il governo di coalizione rosso-verde cambiò la legge sulla cittadinanza estendendola, a richiesta, agli immigrati residenti da almeno otto anni e ai loro figli nati in Germania.

[23] Una parte consistente dell’industria dell’Italia settentrionale lavora su commesse tedesche come avviene in Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria. Il settore tessile è stato trasferito quasi completamente in Asia.

[24] Cfr: Anne Britt Djuve, Refugee migration – a crisis for the Nordic model?, Friedrich Ebert Stiftung, April 2016, http://adapt.it/englishbulletin/wp/refugee-migration-a-crisis-for-the-nordic-model/.

[25] Cfr. Matthias M. Mayer, Germany’s Response to the Refugee Situation, Newpolitik, Bertelsman Foundation, 2016 http://www.bfna.org
/sites/default/files/publications/Germanys_Response
_to_the_Refugee_Situation_Mayer.pdf
.

[26] Vanno ricordati i tre militari vittime degli attentati di Montauban e di Tolosa nel 2012, e l’agente ucciso dagli attentatori in fuga dopo l’eccidio alla redazione di Charlie Hebdo del gennaio 2015.

[27] Cfr. http://www.consilium.europa.eu/it/meetings/international
-summit/2015/11/11-valletta-summit-press-pack/
.

[28] Cfr. http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-we-do/policies
/european-agenda-migration/background-information/docs/2_factsheet_
emergency_trust_fund_africa_en.pdf
.

[29] Cfr. http://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases
/2016/03/18-eu-turkey-statement/
.

[30] http://www.governo.it/sites/governo.it/files/immigrazione_0.pdf.

[31] Cfr. Comunicazione della Commissione COM (2016)385 final.: http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-we-do/policies
/european-agenda-migration/proposal-implementation-package/docs/
20160607/communication_external_aspects_eam
_towards_new_migration_ompact_en.pdf
. Risulta interessante anche la presa di posizione del Senato della Repubblica sul Migration Compact e sul Nuovo quadro di partenariato con i paesi terzi : http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DOSSIER/987259/index.html
?stampa=si&part=dossier_dossier1-sezione_sezione2-h3_h318&spart=si
.

[32] Ciò determina anche l’assenza di veri schieramenti partitici europei e di programmi di governo dell’Unione.

[33] Vedi art. 3 del Trattato di Unione europea.

[34] La Dichiarazione emessa al termine di un vertice europeo aprì la strada agli accordi di Oslo tra Israele e l'OLP e alla nascita dell’Autorità nazionale palestinese (ANP) nel 1994.

[35] Il progetto Desertech, patrocinato dalle grandi industrie tedesche produttrici di energia, si proponeva di costruire una rete di centrali solari in Africa del Nord, nel Sahara e nella penisola arabica, al fine di produrre energia per i fabbisogni locali e per l’esportazione in Europa. Il progetto, sospeso dopo il fallimento della “Primavera araba”, avrebbe permesso ai paesi produttori di idrocarburi di limitare le estrazioni, distribuendole nel tempo e salvando risorse per le generazioni future, di ridurre le emissioni di CO2 e, soprattutto, di introdurre una cooperazione regionale suscettibile di sviluppi politici.

[36] Va ricordata l’importanza strategica del New Deal che pose le basi per la partecipazione degli Stati Uniti alla II guerra mondiale e permise al paese di assumere la leadership del mondo occidentale nel dopoguerra.

AddThis Social Bookmark Button
 

 


il federalista logo trasparente

The Federalist / Le Fédéraliste / Il Federalista

Via Villa Glori, 8
I-27100 Pavia

publius@thefederalist.eu

 

 

 

 

 

Scegli l'edizione

English (United Kingdom)Italian - ItalyFrench (Fr)

Cerca negli articoli

Indice degli autori

Sul sito della Fondazione Albertini è disponibile l'edizione online dei nove volumi di Tutti gli scritti di Mario Albertini e dei due volumi Senso della storia e azione politica degli scritti di Francesco Rossolillo, pubblicati dalla Società editrice Il Mulino.

 

Questo sito utilizza cookie propri per la navigazione e cookie di terze parti per analisi statistiche. Procedendo con la navigazione si acconsente all'uso di tutti i cookie.
Per approfondire.