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Note

Anno LVIII, 2016, Numero 2-3, Pagina 163

 

 

IL G20 DI HANGZHOU, LA CRISI DELL’OCCIDENTE
E LE RESPONSABILITA’ DEGLI EUROPEI

 

 

Il Fondo monetario internazionale ha pubblicato in ottobre il World Economic Outlookdel 2016[1] in cui analizza gli ultimi sviluppi dell’economia e della finanza mondiali. La crescita della produzione mondiale continua a essere sostenuta (il FMI prevede una crescita del 3,1% nel 2016), guidata dall’Asia, e dall’India in particolare (con una crescita intorno al 7,5%), mentre “nelle economie avanzate, la prospettiva di una crescita debole e soggetta a forti incertezze e a rischi di ricadute negative può alimentare un ulteriore malcontento politico e far guadagnare ulteriore consenso ai programmi politici anti-integrazione”. A preoccupare il FMI è in particolare la situazione del commercio internazionale: “la crescita del commercio globale si è ridotta in modo significativo negli ultimi anni. Dopo la brusca caduta e l’ancora più forte rimbalzo a seguito della crisi finanziaria globale, il volume del commercio mondiale di beni e servizi è cresciuto di poco più del 3 % all’anno dal 2012, meno della metà del tasso medio di crescita durante i tre decenni precedenti. Il rallentamento della crescita del commercio è notevole, soprattutto se confrontato con i dati storici del rapporto tra la crescita del commercio e quella dell’attività economica globale. Tra il 1985 e il 2007, il commercio mondiale reale è cresciuto in media due volte più velocemente del PIL globale, mentre negli ultimi quattro anni ne ha a malapena tenuto il passo”. Nell’analizzare le cause di questo fenomeno, il FMI si chiede se sia soltanto un sintomo della debolezza generale del contesto economico oppure, al contrario, se le politiche di restrizione degli scambi commerciali abbiano un ruolo importante in tal senso.

Un’analisi ricca di dati sulle difficoltà del commercio internazionale è contenuta anche nel rapporto del 2016 del Global Trade Alert.[2] La crescita delle esportazioni mondiali si è fermata nel 2015 sia in valore sia nei volumi, e sia nei paesi industrializzati sia nei mercati emergenti. Le commodities, che hanno perso valore negli ultimi anni, non sono la causa principale di questo fenomeno perché il loro commercio è ripreso, seppure di poco, alla fine del 2015; in realtà la stasi degli scambi ha riguardato un ampio spettro di prodotti e tra questi i gruppi che hanno sofferto maggiormente sono stati quelli interessati da provvedimenti di restrizione delle importazioni che nel mondo hanno preso il posto delle politiche a favore delle esportazioni. Il Global Trade Alert ha infatti valutato che “il ricorso a misure protezionistiche nel 2015 è aumentato del 50% rispetto al 2014; che le decisioni politiche che hanno colpito interessi commerciali esteri sono state tre volte superiori in numero di quelle di liberalizzazione dei commerci; che dal 2010 tra 50 e 100 misure protezionistiche sono state implementate nei primi quattro mesi dell’anno e che nel 2016 il totale ha superato 150; che i membri del G20 sono stati responsabili dell’81% delle misure protezionistiche messe in atto nel 2015”.[3] La crisi ha investito anche il settore finanziario: lo stock delle attività finanziarie internazionali ha raggiunto il massimo nel 2007 – con il 57% della produzione mondiale – scendendo al 36% alla fine del 2015, mentre i flussi degli investimenti diretti esteri sono rimasti ben al di sotto del 3,3% della produzione mondiale raggiunta nel 2007, anche se lo stock continua a salire, seppure lentamente, rispetto alla produzione”.[4]

Queste difficoltà del commercio mondiale sono state al centro del forum del G20 che si è tenuto a Hangzhou, per la prima volta in Cina, il 4 e 5 settembre scorsi. Il Presidente Xi Jinping ha dovuto ammettere, all’inizio del suo discorso di apertura, che “a otto anni dall’inizio della crisi finanziaria internazionale, l’economia globale ha raggiunto di nuovo un momento critico”. Le misure che secondo Xi Jinping possono ridare fiducia nella collaborazione economica a livello internazionale sono state all’ordine del giorno del vertice: il rafforzamento del coordinamento delle politiche macroeconomiche nei settori fiscale, monetario e delle riforme strutturali; la necessità di avviare insieme e con decisione un nuovo percorso di crescita attraverso l’innovazione, le riforme strutturali, la nuova rivoluzione industriale e lo sviluppo dell’economia digitale; le misure per potenziare il governo dell’economia globale e per rafforzare gli organi internazionali di garanzia finanziaria, inclusa la cooperazione nella regolamentazione finanziaria e nella lotta all’evasione e alla corruzione; la necessità di costruire un’economia globale aperta e continuare a promuovere la facilitazione e la liberalizzazione del commercio e degli investimenti; infine l’implementazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e la promozione di uno sviluppo inclusivo. Xi Jinping ha esortato i partecipanti al G20 a non pronunciare discorsi vuoti, ma a dare risposte concrete alle sfide del momento per continuare a fornire una guida al mondo in questo periodo di cambiamento. In particolare ha proposto di rafforzare la struttura istituzionale del G20 in modo che diventi una piattaforma di cooperazione aperta a tutti gli Stati e per questo ha detto di aver organizzato il vertice sulla base di principi di apertura, trasparenza e inclusività, estendendo le consultazioni ufficiali ben oltre l’ambito del G20, coinvolgendo le Nazioni Unite, l’Unione Africana, il G77 e invitando come ospiti un gran numero di paesi in via di sviluppo. Gli obiettivi espressi da Xi Jinping hanno trovato una rispondenza nel documento finale del vertice in un pacchetto di politiche e azioni – definito “consenso di Hangzhou” con un evidente riferimento al vecchio “consenso di Washington” – per un’azione comune a livello globale. Tra gli avvenimenti positivi del vertice va ricordata la ratifica da parte degli USA e della Cina dell’accordo di Parigi sul clima.

Mentre i media cinesi hanno celebrato il successo del summit, i commenti dei media occidentali, in particolare di quelli statunitensi e inglesi, sono stati di diverso tenore e hanno denunciato l’assenza di risultati importanti in un vertice che ha visto l’interesse sulla Cina prevalere sulle altre questioni internazionali. Alberto Quadrio Curzio su Il sole 24 Ore dell’8 settembre accusa però di cinismo i commentatori occidentali quando considerano solo “chiacchiere” le dichiarazioni cinesi contro “una situazione mondiale piena di squilibri e disuguaglianze che richiede azioni concrete e di lunga durata”.[5] Tale giudizio potrebbe nascondere, secondo Quadrio Curzio, le difficoltà da parte dell’Occidente a mantenere il ruolo di leadership morale di fronte ad una Cina che si presenta “non come seconda economia mondiale ma come la prima tra i paesi emergenti e in via di sviluppo, con una storia che da un lato ha praticato con successo una strategia per uscire dalla povertà e che dall’altro vuole mantenere un rapporto di collaborazione stretta con il sud del pianeta”.[6] La capacità di unire valori e ideali con scelte e politiche – che nel XX secolo è stata prerogativa dei grandi leader politici – “è un paradigma esemplare che nel XXI secolo può essere praticato da organismi collegiali sovranazionali e mondiali. Il G20 è uno di questi e perciò va valorizzato”.[7]

L’Occidente sembra invece deluso e intimorito dagli sviluppi della globalizzazione. E’ come se i paesi di vecchia industrializzazione si stessero rendendo conto che il processo sta sfuggendo loro di mano e che mantenerne la guida e accettarne le regole comporti dei costi troppo alti per le loro società. Una parte sempre più larga dell’opinione pubblica sta reagendo in modo negativo alle sfide poste da questo processo e all’emergere delle nuove potenze, avvertiti più come una minaccia che come un’opportunità. Le conseguenze negative delle delocalizzazioni, le pressioni migratorie, le operazioni della finanza globale, la stessa innovazione tecnologica sono percepiti come forze che sfuggono al controllo e che provocano cambiamenti i cui costi, per l’Occidente, sono da molti ritenuti superiori ai benefici. In più, nell’Europa colpita dalla crisi, la perdita di potere delle potenze occidentali nei confronti del resto del mondo è avvertita in modo più accentuato soprattutto dai paesi che hanno subito o che temono gli attacchi della speculazione finanziaria e che hanno dovuto confrontarsi con le istituzioni internazionali.

I segnali dell’emergere di questo nuovo atteggiamento di chiusura e di ripiegamento sulle apparenti sicurezze offerte dalle comunità nazionali sono stati a lungo sottovalutati dalla classe politica europea fino all’attuale crisi politico-istituzionale dell’Unione europea e all’affermazione dei movimenti populisti. In realtà episodi significativi di questa tendenza si sono manifestati agli albori della crisi economico-finanziaria. Basti ricordare la campagna per la ratifica del nuovo Trattato costituzionale nel 2005 durante la quale la cosiddetta “sindrome dell’idraulico polacco” ha avuto un ruolo importante nella vittoria del “no” in Francia. L’opposizione alla globalizzazione è presente da tempo in movimenti della società civile a livello globale. In questo l’opinione pubblica statunitense ha avuto un ruolo importante: agli scontri di Seattle in occasione della conferenza del 1999 dell’Organizzazione mondiale del commercio è fatta risalire la nascita del movimento no-global, il primo a dare alla lotta contro la globalizzazione una dimensione mondiale; e sempre negli USA si è sviluppato a partire dal 2011 il movimento Occupy Wall Street insieme alle denunce degli abusi del sistema finanziario e delle “élites di Washington” insensibili ai bisogni dei cittadini comuni, che hanno avuto un ruolo importante nell’elezione di Trump a Presidente degli USA. L’avanzata del populismo e del nazionalismo nel mondo occidentale è proceduta di pari passo con l’ostilità verso i programmi di apertura economica e liberalizzazione dei commerci che è culminata in Europa e negli USA con il cambio di rotta delle opinioni pubbliche e dei governi nei confronti dei nuovi trattati commerciali, necessari per consentire alle imprese di integrarsi a livello globale in una rete di rapporti in cui le regole e gli standard sono fondamentali per l’affermazione dei nuovi processi produttivi. Un ulteriore segnale negativo per i rapporti commerciali tra USA e UE è costituito dalle pesanti sanzioni reciproche comminate dalle autorità statunitensi ed europee a banche e imprese multinazionali che, sebbene legittime, hanno creato tensioni tra le due sponde dell’Atlantico. La preoccupazione è aumentata con l’elezione di Trump a Presidente degli USA, fino a far temere ad alcuni esponenti del mondo economico e politico una nuova grave crisi economica: uno “scenario da incubo” che potrebbe portare alla fine dell’ordine economico liberale.[8]

In questo nuovo clima i richiami alla ragione sembrano cadere nel vuoto. Durante la campagna elettorale per la Brexit, le previsioni degli economisti e i timori degli operatori della City hanno avuto una scarsa considerazione tra la maggioranza degli elettori. Lo stesso è avvenuto nella campagna per le elezioni presidenziali degli USA: gli economisti di Moody’s, per esempio, hanno calcolato che la piena realizzazione del programma di Trump potrebbe produrre una lunga recessione con la perdita di tre milioni e mezzo di posti di lavoro entro il 2020. Un caso emblematico è quello del North Carolina: la regione, investita dalla crisi del tessile, è riuscita a convertirsi all’high-tech e oggi la regione è al terzo posto nell’industria automobilistica degli USA, al centro della rete degli scambi internazionali, mentre Greenville, la capitale, ha la più alta densità di ingegneri degli USA. Nonostante questo, le critiche di Trump e di Sanders contro i trattati di libero scambio hanno qui ottenuto una grande eco e la vittoria della Clinton nelle principali città non ha impedito a Trump di superarla nello Stato con il 3,8 di scarto. La liberalizzazione del commercio con i paesi di recente industrializzazione consente agli Stati meno favoriti delle popolazioni dei paesi sviluppati di acquistare a bassi prezzi beni di largo consumo compensando in parte anche l’impoverimento della classe media e le conseguenze negative dell’innovazione tecnologica sull’occupazione. “Il protezionismo, all’opposto, colpisce i consumatori e produce pochi benefici per i lavoratori. Uno studio su 40 Stati ha trovato che, se gli scambi commerciali con l’estero cessassero, i consumatori più ricchi perderebbero il 28% del loro potere d’acquisto mentre il 10% più povero perderebbe il 63%. Il costo annuo per i consumatori americani dopo la decisione di Obama di introdurre una tariffa sull’importazione di pneumatici contro il dumping cinese nel 2009 è stato di 1,1 miliardi di dollari, ben 900.000 dollari per ogni posto di lavoro salvato negli USA”.[9]

Nonostante le analisi degli economisti, per i governi europei è sempre più difficile tener testa alle opinioni pubbliche stanche di una situazione in cui non si riesce a recuperare una prospettiva di crescita economica, a trovare una soluzione positiva al fenomeno dell’immigrazione, a creare nuove opportunità di lavoro, a soddisfare le aspirazioni ad una qualità della vita migliore. Incolpare l’Europa di questo stato di cose è così diventato un alibi per i governi europei con cui cercare di deviare su altri le proprie responsabilità e un facile bersaglio per i partiti di opposizione per cavalcare il malcontento. Ma non è certo col cinismo del my nation first e della difesa del proprio cortile che gli europei possono affrontare fenomeni la cui dimensione ha talmente superato le possibilità dei loro Stati da investire ormai i rapporti economici e politici di interi continenti.

Nonostante il ripiegamento isolazionista degli USA e gli egoismi dell’Europa il mondo va avanti, o almeno ci prova. Citiamo ancora il testo del comunicato finale del vertice del G20: “Noi, i leader del G20 […]siamo determinati a promuovere un’economia mondiale innovativa, rinvigorita, interconnessa e globale per inaugurare una nuova era di crescita globale e di sviluppo sostenibile, tenendo conto della Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, l’Agenda di Azione di Addis Abeba e l’accordo di Parigi sul clima”. Se gli USA fanno marcia indietro rispetto al TPP (il trattato commerciale con i paesi dell’area del Pacifico), la Cina è pronta a prenderne il posto proponendo ai paesi dell’Asia, dell’America Latina e all’Australia il proprio trattato di libero scambio;[10] e, se i governi dell’Unione europea non riescono a far ripartire gli investimenti, ancora la Cina sta procedendo nella realizzazione della nuova “via della seta” con la costruzione di un “un ponte ferroviario tra l’Est e l’Ovest che permette a merci e cargo di andare da Chengdu, uno dei poli industriali cinesi, a Rotterdam in 15 giorni”[11] e che sarà completamente attivo nel 2017.

Come principale area commerciale del mondo, il destino economico dell’Europa è strettamente legato al clima economico e politico che prevale a livello globale; l’Europa ha pertanto interesse a che lo spirito del “consenso di Hangzhou” emerga come “narrazione completa e integrata per una crescita forte, equilibrata, sostenibile e inclusiva”[12] a livello globale. L’Europa rappresenta anche il progetto più ambizioso di integrazione economica e politica della storia e un esempio per il mondo intero. I suoi successi come i suoi fallimenti possono pertanto avere conseguenze drammatiche che vanno al di là dei suoi confini. Con il ridimensionamento del ruolo internazionale degli USA e la tendenza verso le politiche isolazionistiche e nazionaliste della nuova Amministrazione, l’Europa può fare la differenza nel momento decisivo che stiamo vivendo: gli europei devono decidere se continuare nell’attuale deriva verso l’anarchia che può addirittura portare l’Unione europea alla dissoluzione oppure invertire questa tendenza e svolgere un ruolo attivo ed incisivo nella nuova fase di sviluppo dell’economia mondiale. E’ però del tutto evidente che l’Europa non potrà uscire dalla crisi e non potrà assumere un ruolo positivo nel mondo con l’attuale assetto istituzionale dell’Unione europea. La crisi dell’Europa è, prima che economica e politica, la crisi delle sue istituzioni che la rendono incapace di prendere e mettere in pratica decisioni condivise. E’ per questo importante che l’Europa riprenda la strada dell’integrazione e della riforma istituzionale e che i governi che hanno maggiori responsabilità diano da subito un segnale forte della volontà comune di mettere fine all’attuale stallo istituzionale. Questa esigenza, è avvertita da tempo negli ambienti politici europei più consapevoli: la Commissione europea e il Consiglio europeo devono accelerare l’implementazione del Rapporto dei cinque Presidenti[13] per portare a compimento l’Unione economica e monetaria, e il Parlamento europeo, come rappresentante degli interessi comuni dei cittadini europei, deve approvare al più presto e promuovere tra i governi e la classe politica europea i rapporti sulle riforme istituzionali che ha commissionato: il rapporto Bresso-Brok sul pieno sfruttamento delle potenzialità del Trattato di Lisbona,[14] il rapporto Böge-Berès sulla creazione di una “capacità di bilancio dell’eurozona”[15] e soprattutto il rapporto Verhofstadt sulla possibile evoluzione dell’assetto istituzionale dell’Unione europea.[16] Ma i cittadini europei che hanno a cuore il futuro dell’Europa devono a loro volta far sentire la loro voce. Un’occasione importante è la ricorrenza, il 25 marzo del 2017, del 60° anniversario dei Trattiti di Roma e la manifestazione popolare che i federalisti europei stanno organizzando a Roma per quella data contro l’isolazionismo e il nazionalismo e per la ripresa del processo di unificazione europea.

Claudio Filippi



[1] http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2016/02/.

[2] Global Trade Plateaus, The 19th Global Trade Alert Report, Washington, CEPR Press, 2016, http://www.globaltradealert.org
/gta-analysis/global-trade-plateaus
.

[3] Ibidem.

[4] Martin, Wolf, The tide of globalisation is turning, Financial Times, 6 settembre 2016.

[5] Alberto Quadrio Curzio, Se il G20 cinese non è stato solo utopia, Il Sole 24 Ore, 8 settembre 2016, http://www.ilsole24ore.com/art
/commenti-e-idee/2016-09-08/se-g20-cinese-non-e-stato-solo-
utopia-072718.shtml?uuid=ADgjKjGB.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Pierre Briançon, Europe fears end of liberal Western economic order, Il Politico, 11 ottobre 16, http://www.politico.eu/article/europe-
fears-end-of-liberal-western-economic-order/
.

[9] Anti globalists, why they are wrong, The Economist, 1 ottobre 2016.

[10] Michael Martina, China pushes Asia-Pacific trade deals as Trump win dashes TPP hopes, Reuters Business News, 10 novembre 2016,
http://www.reuters.com/article/us-china-diplomacy-trade-
idUSKBN1350S4?feedType=RSS&feedName=businessNews
.

[11] Francesco Guerrera, Al binario 8 arriva la globalizzazione, La Stampa Opinioni, 30 settembre 2016, http://www.lastampa.it/2016/
09/30/cultura/opinioni/editoriali/al-binario-arriva-la-globalizzazione
-HPoKcafU7IPxPNW7evWmSN/pagina.html
.

[12] Ibidem.

[13] The five President’s report: Completing Europe’s Economic and Monetary Union, European Commission, https://ec.europa.eu/priorities
/publications/five-presidents-report-completing-europes-economic-and-monetary
-union_en
.

[14] Draft Report on Improving the functioning of the European Union building on the potential of the Lisbon Treaty, European Parliament, PE 573.146v01, http://www.europarl.europa.eu/committees/en/afco/draft-
reports.html?ufolderComCode=AFCO&ufolderLegId=8&ufolderId=02318
&linkedDocument=true&urefProcYear=&urefProcNum=&urefProcCode=
.

[15] Draft Report on Budgetary capacity for the Eurozone, European Parliament, PE 582.210v01, http://www.europarl.europa.eu/
committees/en/econ/draft-reports.html?ufolderComCode=CJ16&
ufolderLegId=8&ufolderId=05365&linkedDocument=true&
urefProcYear=&urefProcNum=&urefProcCode=
.

[16] Draft Report on possible evolutions and adjustments of the current institutional set up of the European Union, http://www.europarl.
europa.eu/committees/en/afco/draft-reports.html?ufolderComCode=
AFCO&ufolderLegId=8&ufolderId=02315&linkedDocument=true
&urefProcYear=&urefProcNum=&urefProcCode=
.

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