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I documenti

Anno LVIII, 2016, Numero 2-3, Pagina 177

 

 

LA GERMANIA E LA DIFESA EUROPEA*

 

 

Per affrontare in modo adeguato la questione della Germania e del problema della difesa europea, mi sembra importante sviluppare tre considerazioni di carattere generale e introduttivo.

La prima considerazione riguarda il rapporto fra l’unificazione europea e la “questione tedesca”. La motivazione di fondo del progetto e del processo di unificazione europea coincide chiaramente con l’esigenza, che si ispira agli insegnamenti di Kant,[1] di superare con il sistema federale la sovranità nazionale assoluta, considerata la causa fondamentale delle guerre, al fine di realizzare la pace strutturale fra gli Stati europei (intesa anche come avvio del processo che deve portare alla pace a livello globale). Inoltre, l’unificazione europea, realizzata sulla base dell’accordo fra i popoli e non su base egemonico-imperiale, è anche la condizione imprescindibile per costruire una economia di dimensioni continentali (paragonabile a quella degli Stati Uniti d’America), indispensabile per il progresso economico-sociale degli europei. Come ultima considerazione, l’unificazione è anche la base essenziale per radicare e portare in tutta Europa il sistema democratico (che ha un nesso organico con lo stato di diritto e lo stato sociale). Il sistema europeo, fondato sulla possibilità strutturale della guerra fra gli Stati, ha infatti imposto il primato della sicurezza, e quindi della potenza, dello Stato rispetto ad ogni altro obiettivo. In questo modo è stato uno degli ostacoli – in connessione con il blocco del progresso economico-sociale legato alle dimensioni inadeguate degli Stati nazionali rispetto alle esigenze della rivoluzione industriale avanzata – al progresso politico-democratico, fino a produrre le esperienze totalitarie.[2]

Questo insieme di motivazioni generali alla base dell’unificazione federale europea è integrata da una motivazione specifica, ma di importanza decisiva. La federazione europea è considerata da coloro che la sostengono, compresi i tedeschi democratici ed antinazionalisti, come l’unico quadro entro cui risolvere in modo pacifico e democratico la “questione tedesca”. In termini sintetici, quando si parla di questione tedesca si fa riferimento alle tendenze autoritario-totalitarie[3] e imperialistiche espresse dallo Stato nazionale tedesco e considerate la causa fondamentale delle guerre mondiali. Nel quadro strutturalmente bellicoso del sistema europeo degli Stati, caratterizzato da una conflittualità acutizzata dai nazionalismi e dall’incremento della potenza militare connesso con l’industrializzazione, l’unificazione nazionale tedesca ha prodotto un grave squilibrio di potenza, ossia la cosiddetta condizione di “semiegemonia”. Si tratta di una condizione in cui uno Stato detiene una potenza che è superiore rispetto a quella degli altri, tanto da essere incompatibile con un equilibrio stabile; ma che al tempo stesso non è sufficiente per imporre un proprio ordine egemonico.[4] Si tratta di una condizione sistemica – e non certo del frutto di una supposta anima demoniaca della nazione tedesca – che innesta inesorabilmente – come era avvenuto nei secoli precedenti con gli squilibri legati alla potenza della Spagna e della Francia – una spinta alle guerre egemoniche e, in collegamento con esse, l’affermarsi del totalitarismo più radicale e criminale. Il problema dei rapporti di potenza fra gli Stati nazionali europei e, quindi, delle tragiche conseguenze connesse con lo squilibrio introdotto dalla costituzione dello Stato nazionale tedesco[5] ha potuto essere superato grazie al processo di unificazione pacifico dell’Europa, reso a sua volta possibile dalla sconfitta del tentativo egemonico tedesco e dalla parallela fine della centralità del sistema europeo degli Stati.

Al tempo stesso è necessario sottolineare come il lento, faticoso e tuttora incompleto avanzamento del processo di integrazione europea non ha ancora permesso una soddisfacente soluzione della questione tedesca. Certo, nel quadro del cambiamento storico radicale legato al processo di integrazione europea, la Germania ha costruito un sistema democratico particolarmente avanzato, caratterizzato, tra l’altro, da un efficiente ordinamento federale.[6] D’altro canto le strutture prevalentemente confederali dell’Unione europea (UE) – in cui i meccanismi tendenzialmente federali presenti nel sistema comunitario si intrecciano con i meccanismi intergovernativi fondati sul principio delle decisioni unanimi in riferimento in particolare alle questioni fiscali e della politica estera, di sicurezza e di difesa – oltre a non essere in grado in generale di far fronte agli squilibri economico-sociali fra i paesi europei, non possono sradicare le implicazioni negative dello squilibrio fra la Germania e gli altri paesi europei. Questo squilibrio, che si è accentuato con la riunificazione tedesca, ha riprodotto una situazione di semiegemonia sul terreno economico e in riferimento alle decisioni da prendere all’interno dell’UE. Si tratta di una situazione che non può più portare a guerre egemoniche europee, dato che gli Stati nazionali europei sono diventati, dopo la Seconda guerra mondiale, potenze di second’ordine sottoposte a un protettorato di fatto, ma che sta suscitando polemiche e contrapposizioni nazionalistiche e che rappresenta un grave fattore potenziale di disgregazione della costruzione europea. E’ evidente che solo un’UE pienamente federale e democratica (in cui si decida non più all’unanimità o per consenso, ma sulla base della maggioranza espressa dai popoli e dagli Stati, rispettivamente rappresentati a livello europeo dal Parlamento europeo e dal Consiglio), permette sia di affrontare efficacemente le sfide interne e internazionali con cui l’Europa deve confrontarsi (e che aprono la concreta prospettiva del suo collasso in mancanza di una rapida ed efficace risposta), sia di relativizzare in modo decisivo gli squilibri fra le dimensioni degli Stati-membri, che del resto sono presenti in tutte le federazioni.[7]

* * *

La seconda considerazione riguarda il legame fra la costruzione della difesa europea e la costruzione di una unione politica europea di carattere federale.

E’ chiaro che la costruzione in tempi rapidi della difesa unitaria dell’Europa è uno dei due impegni fondamentali (l’altro è la creazione di un autentico governo dell’economia europea) di fronte a cui si trova il processo di integrazione europea. A porre all’ordine del giorno questo impegno sono le sfide esistenziali alla sicurezza europea che hanno natura globale (terrorismo, crescente disordine internazionale punteggiato dal dilagare delle guerre, dalla ripresa della corsa agli armamenti, dalle migrazioni bibliche) e le sfide che provengono dalle zone confinanti con l’UE (in particolare Medio Oriente, Africa e Russia). E ciò in un contesto caratterizzato dall’irreversibile declino dell’egemonia americana e della sua funzione relativamente stabilizzatrice anche in termini di sicurezza europea.[8] Il che pone la pressante necessità per l’Europa di passare dalla posizione di consumatore di sicurezza a quella di produttore di sicurezza, pur senza eliminare il legame con gli USA nel quadro della NATO, la quale però deve essere rifondata sulla base di un parternariato paritetico fra Europa e USA.

Ciò detto, deve essere d’altra parte altrettanto chiaro che nel contesto dell’attualità politica della difesa europea il problema cruciale è che questo progresso dell’integrazione europea deve essere realizzato nel quadro della costruzione di una unione politica di carattere federale. Gli avanzamenti graduali e immediati nei quali prevale l’approccio intergovernativo devono cioè inserirsi in un chiaro e vincolante disegno che sbocchi nel trasferimento della sovranità nel campo della sicurezza a istituzioni federali europee dotate di reali poteri sopranazionali anche in relazione alla politica estera, alla fiscalità e al governo dell’economia. E deve ovviamente trattarsi di istituzioni fondate sul principio inderogabile delle decisioni a maggioranza dei cittadini europei e degli Stati e fornite di una piena legittimità democratica.

Va anche sottolineato che l’unione politica federale non può essere realizzata con la partecipazione fin dall’inizio dei 28 stati membri dell’UE dal momento che alcuni di essi (in particolare il Regno Unito – il quale ha oltretutto optato per la secessione –, gli Stati scandinavi e un consistente gruppo di Stati orientali) non mostrano in questa fase la minima disponibilità ai trasferimenti di sovranità che l’unione federale comporta. Pertanto non c’è alternativa all’iniziativa di una avanguardia, come d’altronde è sempre avvenuto nel processo di unificazione europea ogni volta che passi avanti veramente importanti sul piano politico e istituzionale sono stati all’ordine del giorno. I componenti dell’avanguardia federale si trovano oggi chiaramente nella cerchia dei paesi dell’eurozona (a cui si possono aggregare quelli seriamente intenzionati a partecipare all’unione monetaria). Si tratta in altre parole dei paesi che necessitano in modo vitale della federazione (indispensabile per garantire la tenuta nel tempo dell’unione monetaria) e che, aderendo all’euro, hanno già compiuto un passo molto significativo in tale direzione. L’integrazione differenziata che si impone per realizzare l’unione federale comporta (come chiarisce Guy Verhofstadt relatore al Parlamento europeo di un rapporto sulla riforma dei Trattati) l’introduzione di nuove classi di Stati membri a pieno titolo e di Stati associati.[9]

In questo quadro diventa più chiaro il legame che qui si è indicato fra costruzione della difesa europea e costruzione dell’unione politica federale. Esso si fonda su due esigenze fondamentali che sono ben evidenti, e che in effetti erano già emerse in occasione del progetto della Comunità europea di difesa (approvato nel 1952, ma poi non entrato in vigore per la mancata ratifica francese nel 1954), il quale prevedeva in effetti con l’articolo 38 una procedura ben definita per l’inquadramento dell’unione difensiva in un’unione politica.[10] Da una parte gli strumenti difensivi comuni non possono essere effettivamente utilizzati in mancanza di una effettiva politica estera europea comune, la quale richiede precisamente la federalizzazione della politica estera, oltre che della sicurezza e della difesa (trasferimento di sovranità e controllo democratico sopranazionale). A titolo di chiarimento mi limito qui a ricordare che i battaglioni transnazionali (che sono una forma di cooperazione intergovernativa nel campo della sicurezza esistenti da quasi dieci anni) non sono mai stati utilizzati proprio per la impossibilità di progredire verso una comune linea di politica estera con il sistema delle decisioni unanimi. Dall’altra parte, la solidarietà fra i paesi europei nel campo delle relazioni esterne che una unione difensiva implica non può andare disgiunta da un’organica solidarietà sopranazionale nel campo economico-sociale e fiscale, la quale richiede il governo economico europeo, cioè il pilastro essenziale, accanto al governo sopranazionale della sicurezza europea, di un’unione politica europea.[11]

A queste due esigenze fondamentali, che sono alla base dell’indispensabile parallelismo fra costruzione della difesa europea e costruzione dell’unione politica, se ne aggiunge una ulteriore che è specificamente connessa con la questione tedesca. L’avanzamento su base essenzialmente intergovernativa verso la difesa europea significa in sostanza il rafforzamento delle strutture nazionali di sicurezza e, di conseguenza, un rafforzamento militare della Germania in quanto Stato nazionale (il che sta già avvenendo). Un simile sviluppo è evidentemente destinato ad acutizzare la questione della semiegemonia tedesca nel quadro dell’UE. Lo squilibrio che già esiste sul terreno economico fra la Germania e i suoi partner europei, e che sta facendo pericolosamente rinascere i timori rispetto all’egemonia tedesca e le relative contrapposizioni nazionalistiche, si accentuerebbe in connessione con il rafforzamento militare nazionale della Germania. E ciò è destinato a rendere ancora più grave una situazione già percepita come allarmante. E’ chiaro che da qui deve nascere una spinta decisiva a impostare la costruzione della difesa europea superando il sistema della cooperazione intergovernativa e imboccando senza remore la via dell’unione politica a carattere federale e democratico, in modo da controbilanciare le implicazioni negative derivanti dalle differenti dimensioni economiche, demografiche e territoriali degli Stati membri dell’UE.

* * *

La terza considerazione riguarda l’orientamento concreto che la Germania esprime oggi sulla questione della difesa europea.

Dalle dichiarazioni e proposte delle autorità politiche tedesche, che hanno anche presentato nel luglio scorso un articolato libro bianco sulla politica di sicurezza e il futuro della Bundeswehr,[12]emergono indicazioni favorevoli a un deciso avanzamento (tra l’altro anche attraverso la cooperazione strutturata permanente prevista dal Trattato di Lisbona) della cooperazione difensiva nel quadro dell’UE cercando di coinvolgere tutti gli Stati membri, ma partendo dall’iniziativa di una avanguardia. A queste proposte si affianca sempre anche la precisazione che l’obiettivo ultimo della politica tedesca di sicurezza è un’unione europea di sicurezza e difesa (chiarendo anche che in tal modo si darebbe vita al pilastro europeo della NATO). Questa indicazione è rafforzata da varie prese di posizione a favore di un esercito europeo, che comporterebbe tra l’altro sostanziosi risparmi, e da affermazioni (soprattutto da parte del ministro delle finanze Schäuble) sulla necessità di finanziare gli avanzamenti concreti nel campo della politica di sicurezza europea, non solo esterna ma anche interna, con tasse europee.[13]

Occorre anche sottolineare che l’intonazione in senso federale europeo della posizione tedesca sulla difesa europea si accompagna ad una analoga intonazione relativamente al problema del governo economico europeo. A questo riguardo deve essere chiarita un’incomprensione che emerge continuamente nei critici delle posizioni tedesche. L’affermazione secondo cui l’opposizione tedesca agli eurobond e in generale a un sistema (che è presente in ogni federazione, a partire da quella tedesca) sopranazionale di trasferimenti di risorse dai paesi europei più forti a quelli più deboli è indice di egoismo e di nazionalismo trascura un punto fondamentale. Questa opposizione è in effetti accompagnata dall’affermazione che il trasferimento di risorse, cioè una sistematica solidarietà sopranazionale, deve essere accompagnato da un trasferimento di competenze, cioè da istituzioni capaci di imporre, assieme agli aiuti, il rigore economico-finanziario, in modo da evitare che gli aiuti favoriscano gli sprechi e il rinvio delle scelte a favore dell’efficienza, contro l’evasione fiscale, la corruzione e così via.[14]

Se si considerano attentamente le posizioni tedesche sulla difesa europea (e sull’unificazione europea nel suo complesso), si deve dunque constatare un orientamento di fondo nel senso della disponibilità verso una soluzione in direzione federale della questione. Nello stesso tempo non si possono trascurare indicazioni (che tra l’altro emergono nel ricordato libro bianco) che vanno più in direzione del mantenimento della sovranità nazionale invece che in quella della condivisione della sovranità sul piano sopranazionale. Fra gli aspetti più significativi ricordo qui in particolare: la richiesta di un seggio permanente della Germania nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, che è in contraddizione con la scelta a favore di un seggio unico per l’Europa che sarebbe invece espressione di una autentica federalizzazione della politica estera, di sicurezza e difesa dell’UE; la proclamata intenzione di mantenere a livello nazionale le tecnologie chiave legate alla sicurezza, che appare in contraddizione con l’idea di una vera federalizzazione della sicurezza-difesa; una certa insistenza sul ruolo guida che la Germania, superati i complessi derivanti dal passato, deve essere disposta ad assumere nel quadro dell’UE.

Alla base di queste, ed altre, indicazioni che non sono intonate con una coerente posizione orientata ad una costruzione su basi federali della difesa europea c’è certamente la preoccupazione (che la classe dirigente tedesca ha in comune con quelle degli altri Stati membri dell’UE) nei confronti del rafforzamento delle tendenze nazional-populistiche. C’è in sostanza la tendenza a ritenere che per contrastare queste tendenze conviene non sbilanciarsi troppo apertamente verso l’obiettivo della federazione europea. Non si capisce che è invece necessario contrapporre un forte e chiaro disegno antinazionalista ai nazionalisti per avere reali possibilità di bloccare il loro avanzamento.[15] A questo fattore se ne aggiunge però anche un altro rappresentato da un certo pessimismo sul fatto che nei partner europei della Germania ci sia una effettiva disponibilità a procedere verso la federazione europea. In particolare il partner fondamentale della Germania, cioè la Francia – non va dimenticato che l’accordo fra Francia e Germania è l’asse trainante del processo di integrazione europea – sostiene, oltre alla necessità del governo economico europeo, il necessario sviluppo della cooperazione nel campo della sicurezza e della difesa, ma continua a non esprimere un chiaro orientamento a favore dei trasferimenti di sovranità indispensabili per costruire sia il governo economico europeo, sia il governo sopranazionale della sicurezza dell’Europa. Finché in Francia non c’è un soprassalto verso il superamento del suo radicato sovranismo, che alimenta tendenze analoghe negli altri Stati europei, è inevitabile il prevalere degli sviluppi intergovernativi che ostacolano, invece che favorire, una risposta adeguata alle sfide esistenziali con le quali l’Europa è confrontata.

In definitiva, le difficoltà strategiche rispetto allo sviluppo verso l’unificazione federale europea non derivano dalla mancanza di una disponibilità tedesca in questo senso, che è invece sostanzialmente presente nonostante alcune formali concessioni al nazionalismo, bensì dal sovranismo della Francia, che è il paese determinante per le sorti del progetto europeo. Si può sperare che, di fronte all’alternativa fra un decisivo e sollecito avanzamento federale e lo sfaldamento dell’Europa, nella posizione della Francia si realizzi un cambiamento all’altezza della sfida.

Sergio Pistone



* Si tratta della relazione “La difesa europea tra cooperazione e integrazione – La prospettiva dell’Unione europea”, svolta nell’ambito del Convegno Una politica di difesa per l’Europa. Aspetti politici e militari organizzato a Torino il 13-14 ottobre 2016 presso la Scuola di applicazione dell’esercito dal Dipartimento di culture, politica e società dell’Università di Torino.

[1] Si veda Immanuel Kant, La pace, la ragione e la storia, a cura di Mario Albertini, Bologna, Il Mulino, 1985.

[2] Nei documenti fondamentali che sono alla base della lotta per la federazione europea e del processo di unificazione europea, in particolare nel Manifesto di Ventotene del 1941 e nella Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, questa motivazione di fondo dell’unificazione europea è chiaramente indicata. Rinvio a Mario Albertini, Nazionalismo e federalismo, Bologna, Il Mulino, 1993 e Umberto Morelli (a cura di), Altiero Spinelli: il pensiero e l’azione per la federazione europea, Centro Studi sul Federalismo, Milano, Giuffrè, 2010.

[3] Se si vogliono capire, evitando di cadere nella teoria inconsistente dei caratteri nazionali (si veda in proposito Mario Albertini, Lo Stato nazionale, Bologna, Il Mulino, 1997) le cause profonde delle tendenze antidemocratiche prevalse nello Stato nazionale tedesco fino al 1945, non si può non tenere conto del fatto cruciale che il primato della sicurezza, che è una caratteristica saliente dello strutturalmente conflittuale sistema europeo degli Stati, ha condizionato in modo particolarmente accentuato l’evoluzione della Germania (e, prima, della Prussia che l’ha unificata). In effetti, in una posizione geopolitica che la vedeva circondata da potenti vicini e ossessionata dall’oggettiva prospettiva della guerra su più fronti, le tendenze democratiche non potevano non avere comparativamente minori possibilità di prevalere rispetto a quelle possibili in altre grandi potenze europee, specialmente rispetto a quelle che godevano (il caso esemplare è la Gran Bretagna) della favorevole condizione insulare. Rimando in proposito ai miei testi: Politica di potenza e imperialismo, Milano, Franco Angeli, 1973 e Ragion di stato, Relazioni internazionali, Imperialismo, Torino, Celid, 1983. In questi testi si fa riferimento al testo classico di John Robert Seeley, (L’espansione dell’Inghilterra, ed. it. Bari, Laterza, 1828) del quale è famosa la massima: “la libertà interna di uno Stato è inversamente proporzionale alla pressione esercitata sui suoi confini” e al libro di Alan I.P. Taylor (Storia della Germania, Milano, Longanesi, 1962) di cui ricordiamo qui una significativa considerazione: “Se un cataclisma naturale avesse creato un vasto mare fra i tedeschi e i francesi, il carattere tedesco non sarebbe stato dominato dal militarismo. Se (ipotesi più facilmente concepibile) i tedeschi fossero riusciti a sterminare gli slavi loro vicini, così come gli anglosassoni nel Nord America riuscirono a sterminare gli indiani, l’effetto sarebbe stato lo stesso che sugli americani: i tedeschi sarebbero diventati sostenitori dell’amore fraterno e della riconciliazione internazionale”. Si veda anche Luigi Vittorio Majocchi, John Robert Seeley, Il Federalista, 31, n. 2 (1989), p. 164.

[4] Si vedano al riguardo le fondamentali opere di Ludwig Dehio: Equilibrio o egemonia. Considerazioni sopra un problema fondamentale della storia politica moderna, ultima ed. con presentazione di Sergio Pistone, Bologna, Il Mulino, 1988; La Germania e la politica mondiale del XX secolo, a cura di Alessandro Cavalli, Milano, Comunità, 1962. Per una visione complessiva dei contributi di Dehio sulla questione tedesca si veda Sergio Pistone Ludvig Dehio, Napoli, Guida, 1977. Il contributo più recente sul tema della semiegemonia tedesca è quello di Hans Kundnani (dellEuropean Council on Foreign Relations), The Paradox of German Power, London, Hurst Company, 2014.

[5] Non è un caso, va qui ricordato, che gli avanzamenti più importanti del processo di integrazione europea coincidono con il rafforzamento della Germania. Si pensi in particolare: all’avvio, con la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, del sistema comunitario che è stato visto dalla Francia anche come lo strumento attraverso cui inserire la ricostruzione della Germania (voluta dagli americani per rafforzare il blocco occidentale) nella costruzione dell’unità europea, la quale avrebbe impedito la rinascita del nazionalismo tedesco; e all’unione monetaria europea lanciata con il Trattato di Maastricht e concepita anche come una risposta al rafforzamento della Germania connesso con la riunificazione nazionale.

[6] Si veda in particolare Heinrich August Winkler, Germany: The Long Road West: 1933-1990, Oxford, Oxford University Press, 2007.

[7] Si veda il testo illuminante di Jürgen Habermas, Questa Europa è in crisi, Bari, Laterza, 2012. E si vedano inoltre di Sergio Pistone: Friedrich Meinecke e la crisi dello stato nazionale tedesco, Torino, Giappichelli, 1969; La Germania e l’unità europea, Napoli, Guida, 1978; Unità tedesca e unità europea, Piemonteuropa, n. 1 (1990); E’ il nazionalismo o il comunismo il male del secolo. L’interpretazione del novecento di Ernest Nolte, Piemonteuropa, n. 2-3 (1998); Il dibattito in Germania su democrazia e unificazione europea: il confronto fra Habermas e Streeck, Il Federalista, 55, n. 2-3 (2013), p. 162; Il paradosso della potenza tedesca, Il Federalista, 57, n. 1-2 (2015), p. 83.

[8] Si veda Sergio Pistone, Realismo politico, federalismo e crisi dell’ordine internazionale, Il Federalista, 58, n. 1 (2016), p. 7.

[9] Si veda Massimo Malcovati, Il rapporto Verhofstadt , L’Unità Europea, 43, n. 4 (2016), p. 4, e Guy Verhofstadt, Le mal européen, Bruxelles, Plon, 2016. Inoltre: Vincenzo Camporini, Verso una difesa europea? Aspetti politici ed istituzionali: NATO, cooperazione strutturata e Regno Unito, Il Federalista, 57, n. 1 (2016), p. 61, e Sergio Pistone, La politica di sicurezza e di difesa nel quadro dell’Europa differenziata, relazione tenuta a Lecce il 10 ottobre 2015 (si veda il sito del Movimento federalista europeo: www.mfe.it).

[10] Si veda Sergio Pistone, Il ruolo di Altiero Spinelli nella genesi dell’art. 38 della Comunità Europea di Difesa e del progetto di Comunità Politica Europea, in Gilbert Trausch (a cura di), The European Integration from the Schuman-Plan to the Treaties of Rome, Milano, Giuffré, 1993.

[11] Si veda Sergio Pistone, L’Unione Europea e la sfida della sicurezza, Paradoxa, 9, n. 3 (2015).

[12] Weissbuch zur Sicherheitspolitik und zur Zukunft der Bundeswehr, pubblicato dal Ministero della Difesa tedesco il 16 luglio 2016. Si vedano inoltre i contributi al n. 28-29/2016 di “Aus Politik und Zeitgeschichte” (inserto del settimanale Das Parlamentdella Bundeszentrale für politische Bildung) dedicato a Deutsche Außenpolitik.

[13] Si veda Domenico Moro, Verso una difesa europea. Aspetti politici ed istituzionali, L’Unità Europea, 43, n. 2 (2016), p. 10.

[14] Si veda Francesco Cancellato, Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione, Milano, Università Bocconi Editore, 2016.

[15] Si veda Alessandro Cavalli e Alberto Martinelli, La società europea, Bologna, Il Mulino, 2015.

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