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Editoriali

Anno LIX, 2017, Numero 1, Pagina 3

 

 

Le responsabilità europee della Germania

 

 

Il clima politico è cambiato in Europa in questi ultimi mesi. Anche i Capi di Stato e di governo ne sono ben consapevoli. Le parole con cui Tusk li ha invitati al Consiglio europeo del 22-23 giugno sono eloquenti: “È legittimo affermare che il nostro incontro avverrà in un contesto politico diverso da quello di alcuni mesi fa, quando le forze anti-UE erano in ascesa. Gli attuali sviluppi nel continente sembrano indicare che ci stiamo lentamente avviando a una svolta. In gran parte dei nostri paesi i partiti politici che hanno basato la propria forza sui sentimenti anti-UE cominciano a perdere peso. Stiamo assistendo al ritorno dell’UE come soluzione e non come problema. Paradossalmente le ardue sfide degli ultimi mesi ci hanno resi più uniti di prima.”

Effettivamente, ancora alla fine del 2016 la crisi dell’Unione europea sembrava insuperabile — e l’ascesa delle forze anti-europee inarrestabile; nel frattempo ci sono stati i miglioramenti sul fronte dell’economia, ma i soprattutto i primi passi dell’Amministrazione Trump che hanno fatto capire agli europei cosa vorrebbe dire misurarsi in ordine sparso con “l’America first”. L’accoglienza calorosa tributata dai sovranisti del nostro continente alla vittoria del nazionalismo negli Stati Uniti ha solo evidenziato la loro pochezza: gioire perché la prima potenza mondiale si impegna ad usare la propria superiorità a livello globale per trarne vantaggio a scapito di tutti gli altri, vecchi alleati inclusi, è stata la prova più lampante di quale suicidio collettivo sarebbe il ritorno agli Stati nazionali in Europa.

Il primo segnale di risveglio lo hanno dato proprio le opinioni pubbliche: innanzitutto in occasione delle elezioni politiche, iniziando a premiare i candidati pro-europei in contrapposizione a quelli populisti; e poi con vere e proprie forme di mobilitazione. In Germania si è diffuso un movimento pro-europeo, Pulse of Europe, che è cresciuto in maniera esponenziale di settimana in settimana e che ha portato nelle piazze tedesche decine e decine di migliaia di persone, spinte solo dalla volontà di dimostrare pubblicamente il loro consenso all’Unione europea. L’effetto psicologico sul clima politico tedesco e sull’opinione pubblica europea è stato enorme. Altrettanto impressionante e significativa è stata l’adesione politica ricevuta dalla Marcia per l’Europa organizzata dal Movimento federalista europeo e dall’Unione europea dei federalisti a Roma in occasione del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma. L’idea della Marcia è stata lanciata in un clima di grande pessimismo, in cui dominava il timore di un confronto schiacciante con le manifestazioni nazionaliste e no-Euro previste in contemporanea; invece, oltre diecimila persone hanno partecipato alla coloratissima e trionfante Marcia per l’Europa, contro le due-tremila complessive per le manifestazioni “contro”. Organizzando l’evento si è vissuto concretamente in diretta il cambio dell’umore politico, la reazione crescente della parte più consapevole della società, nei più diversi schieramenti, che percepiva di dover raccogliere una sfida di civiltà, contrapponendo un progetto di apertura, di unione, di inclusione e di pace al disegno confuso di chi cerca di far leva solo sul desiderio di una chiusura egoistica nel tentativo di fermare la storia.

E’ in questo clima che è maturata la schiacciante vittoria di Macron in Francia e che in Europa si sono riaperti i giochi per imprimere al processo europeo — citando lo stesso Macron — un’accelerazione politica, “per rafforzare l’Unione europea per quanto riguarda le cinque dimensioni della sovranità”. Macron ha chiesto, e ottenuto, un mandato preciso per riformare il paese e metterloin grado di tornare ad essere, accanto alla Germania, un pilastro dell’edificio europeo, e lo ha fatto manifestando la consapevolezza che questo edificio necessita di essere completato sul piano politico. Macron, nel suo programma, ha indicato le aree in cui ci vuole “una nuova sovranità europea”, ma non ha potuto ancora spiegare attraverso quali passaggi, sicuramente anche istituzionali, di creazione di veri e propri poteri, strumenti politici, forme di controllo democratico da parte dei cittadini europei, questo potrà avvenire. Su questo punto sa di dover costruire un accordo con la Germania e con i partner, e che questa è la vera sfida del suo mandato.

Gran parte della responsabilità di fare in modo che questa finestra di opportunità che si è aperta per l’Europa non si richiuda senza veri risultati pesa sulle spalle della Germania. Sarebbe un fallimento enorme se ciò non avvenisse, perché è difficile pensare che un momento così favorevole possa ripresentarsi a breve. Berlino non ha più alibi: il clima pro-europeo è tornato forte nel Paese, come dimostrano non solo le mobilitazioni dei cittadini ma anche il clamoroso tonfo nei sondaggi di Alternative für Deutschland. Questo significa che il governo non si può più nascondere dietro la scusa di dover riconquistare l’opinione pubblica prima di potersi impegnare per rafforzare l’Unione europea. La vittoria di Trump ha spinto la stessa Cancelliera Merkel ad assumere posizioni molto nette sulla necessità per gli europei “di prendere in mano il proprio destino e di lottare per il proprio futuro”. Soprattutto, la vittoria di Macron in Francia, se il nuovo Presidente terrà fede alle sue promesse sulle riforme interne e sulla nuova vocazione europea di Parigi, ridimensiona, dopo più di 25 anni, i timori tedeschi sul ruolo francese in Europa, e libera il campo dagli ostacoli che hanno sempre bloccato la costruzione di una vera unione politica. Proprio a metà giugno è venuto a mancare Helmut Kohl, il grande protagonista della politica tedesca degli anni Ottanta e Novanta, il padre non solo della riunificazione del paese, ma anche dell’Unione monetaria, l’uomo che si è battuto per rendere irreversibile il processo di unificazione europea. Ebbene, fu proprio Kohl a tentare di dar vita, insieme alla moneta unica, anche ad una vera unione politica. Quando già nel 1988 rispose positivamente alla proposta di Mitterrand di studiare modi e possibilità di un’Unione monetaria europea, egli cercò inizialmente di porre la questione di affiancarla anche con un’unione politica: intendeva con questo la necessità di creare meccanismi di controllo democratico da parte del Parlamento europeo, e, anche se il disegno non era ancora preciso, manifestava comunque l’esigenza di creare una condivisione di sovranità non solo nel senso della rinuncia alla gestione della politica monetaria, ma anche di costruzione di un potere politico europeo. La Francia si oppose, chiedendo in alternativa la nascita di un governo economico; e fu su questo punto che a sua volta la Germania oppose il veto, temendo che si inserisse così nel sistema uno strumento di limitazione dell’autonomia della Banca centrale europea e che lo statalismo francese trovasse il modo di introdursi nel sistema europeo. L’Unione monetaria nacque quindi sostanzialmente priva di qualsiasi strumento che non fossero le regole pattuite per cercare di far convergere le economie e i sistemi dell’area interessata; le politiche economiche restavano nazionali, affidate al controllo dei mercati esterni, che si credeva avrebbero punito i comportamenti divergenti degli Stati meno virtuosi; non si prevedevano meccanismi o possibilità di salvataggio reciproco o solidarietà strutturale tra Stati membri, e neppure una politica europea per promuovere lo sviluppo nell’eurozona.

Su questa sconfitta del disegno originario la Germania si è adagiata per quindici anni, fino allo scoppio della crisi greca e al contagio all’intera area euro con l’esplodere della questione dei debiti sovrani. Il suo ultimo tentativo di opporre un progetto alternativo a questa unione monetaria così sbilanciata fu quello fatto con il documento Schäuble-Lamers, Riflessioni sulla politica europea, presentato al Bundestag il 1° settembre del 1994, in cui, tra i vari punti, si affrontava la questione della necessità di avviare l’UEM con un’avanguardia di cinque paesi (i fondatori, con l’esclusione dell’Italia). “L’Unione monetaria”, era scritto nel documento, “costituisce il nucleo duro dell’Unione politica (e non un elemento supplementare dell’integrazione, come è opinione diffusa in Germania). Se l’Unione monetaria dovrà essere effettuata nel rispetto del calendario previsto, all’inizio sarà applicata solo ad un gruppo ristretto di paesi — conformemente all’alternativa prevista dal Trattato di Maastricht. Anche in questo caso, quindi, sarà realizzata solo se il nucleo duro dei Cinque vi si dedicherà sistematicamente e con determinazione. A tal fine, essi dovrebbero provvedere a stabilire, nei seguenti campi: i) politica monetaria, ii) politica fiscale e di bilancio, iii) politica economica e sociale, un maggiore coordinamento, volto alla creazione di una politica comune e di conseguenza — indipendentemente dalle decisioni formali del 1997 e del 1999 — porre le basi, in questo lasso di tempo, di un’unione monetaria in seno al gruppo.” Al di là delle ambiguità e delle indicazioni a tratti confuse sul come arrivare “ad una politica comune” nei settori cruciali in modo da costruire un’unione monetaria che fosse anche economica e politica, la posizione della CDU di Kohl in quel momento era chiarissima: l’obiettivo era arrivare in tempi rapidi ad un’unione politica, che in quel momento storico era ritenuta indispensabile per evitare che i contraccolpi della riunificazione tedesca, dell’inevitabile (e auspicabile) allargamento ad Est, delle profonde modificazioni avvenute nei rapporti internazionali, diluissero la spinta europea, inprimis della Germania, portando ad una graduale rinazionalizzazione in seno all’Unione europea. La nascita della moneta unica, che per poter veramente funzionare avrebbe avuto bisogno anche del contraltare dell’unione politica insieme a quella economica e fiscale, offriva questa opportunità, che alcuni paesi potevano già essere pronti a cogliere, vista la convergenza dei loro sistemi economici; e questi paesi sarebbero potuti partire, coinvolgendo anche la Francia, senza la quale non si costruisce nulla di europeo, per portarla ad imboccare il percorso delle riforme strutturali. Questo gruppo-pioniere avrebbe dovuto fungere da magnete per gli altri Stati il cui percorso di convergenza verso il modello della responsabilità fiscale e della competitività economica adottato dall’Europa insieme all’euro era ancora prevedibilmente lungo. Il sistema delle due velocità per la creazione dell’Unione monetaria avrebbe potuto quindi far quadrare il cerchio, realizzando l’unità con i paesi più simili dal punto di vista del sistema politico ed economico (e costruendo in questo modo un’Unione non solo irreversibile, ma anche molto solida e stabile), ed esercitando al tempo stesso una forte pressione positiva sugli Stati non ancora membri dell’UEM per farli convergere verso il modello virtuoso./span>

Il fallimento di questo piano e l’avvio dell’UEM con 12 paesi, tra cui l’Italia con il suo immenso debito pubblico, hanno spinto la Germania — insieme a tutti gli altri partner — esattamente verso quel processo di rinazionalizzazione dell’UE paventato nel documento Schäuble-Lamers. Persino quando il problema della necessità di completare urgentemente l’unione monetaria anche con l’unione politica, è tornato al centro del dibattito europeo in seguito allo scoppio della crisi finanziaria ed economica, in Germania è sempre apparso evidente come la resistenza a procedere verso un traguardo per molti aspetti auspicato fosse alimentata dalla mancanza di fiducia verso alcuni dei paesi del Sud dell’eurozona — Francia inclusa. La realtà è che, uno ad uno, l’Europa ha costretto tutti gli Stati ad indirizzarsi verso un modello di maggiore sostenibilità finanziaria e di riforme per rendere i sistemi nazionali più competitivi. Ma questo non è bastato a trasformare in tempi brevi paesi deboli, e per molti aspetti arretrati, in partner perfettamente adeguati. Questi paesi, a partire dalla Grecia e dall’Italia, hanno bisogno di essere politicamente inseriti in un sistema più solido, un sistema federale che abbia gli strumenti politici per guidare il loro percorso di rinnovamento interno accompagnandolo con politiche di sviluppo comuni e strumenti di sostegno nei passaggi più critici. Allontanare la prospettiva dell’unione politica, rende la situazione dell’eurozona un circolo vizioso che non riesce a preservare i risultati positivi che a tratti raggiunge. L’Italia è forse l’esempio più chiaro e al tempo stesso il caso più difficile, visti anche la dimensione e il peso del paese. Dopo aver inizialmente sostenuto il percorso di riforme di cui il sistema italiano ha terribilmente bisogno, l’opinione pubblica è tornata a respingere i passaggi necessari, e il paese si sta inabissando in una spirale di instabilità politica di cui è difficile vedere gli esiti. Per chi vive in Italia la prima battaglia oggi è quella di riportare il paese a ragionare su quello che è il suo vero interesse, spostando il confronto e il consenso verso il processo di cambiamento del sistema nazionale, nella prospettiva di essere un partner e un interlocutore credibile a livello europeo. Ma per l’Europa il problema è evitare che da Roma riparta un effetto domino e che il populismo, oggi sulla difensiva, riguadagni consensi con una clamorosa vittoria. Il regime europeo attuale, in cui si cerca di incrementare il sistema di regole e condizionamenti per indirizzare le politiche economiche, ancora interamente nazionali, verso modelli convergenti, ha rivelato tutta la sua insufficienza. Il passaggio dal sistema delle regole europee a quello delle istituzioni europee in grado di governare, come ricorda sempre Draghi, è l’unico che permette di gestire il problema della convergenza in modo più razionale, ben sapendo che i cambiamenti e le riforme, che ciascuno Stato deve saper impostare dimostrando il cambio di clima nel paese, daranno comunque i loro frutti in tempi medio-lunghi. Il sostegno alla convergenza va dunque governato a livello europeo, soprattutto creando crescita comune.

Questa è dunque la sfida, in primis, per la Germania, ora che anche la Francia sembra pronta ad allinearsi al modello virtuoso che è conditio sine qua non per Berlino: ossia, quella di accettare di costituire un’unione politica anche con paesi di cui ci si fida molto parzialmente, abbandonando il metodo delle sole regole e dei meccanismi decisionali intergovernativi per porre le basi per trasformare il sistema di governo dell’euro in un sistema fondato su istituzioni, meccanismi e strumenti federali. Il timore di dividere in questo modo l’UE e di isolare partner cui si tiene molto, come la Polonia, sono infondati. Il meccanismo del magnete, che Schäuble e Lamers immaginavano nel ‘94, oggi è destinato ad essere ben più forte di allora. Senza il Regno Unito, il peso politico dell’area dell’Unione esterna all’euro è molto debole, e questo implica che la forza attrattiva dell’unione monetaria diventerà sempre più irresistibile.

Se l’eurozona saprà diventare un nucleo coeso e forte, unito politicamente su basi federali e capace anche di costruire attorno a questa sovranità condivisa una politica estera e di sicurezza degne di una grande potenza pacifica, gli altri Stati ben presto non avranno problemi a concordare modi e tempi per entrare a farne parte. Bisogna solo avere il coraggio di procedere. Occorre valutare in base a quale procedura è politicamente più saggio riformare i trattati — sapendo che ormai è diventato indispensabile lavorare in modo trasparente, con un confronto pubblico e coinvolgendo le istituzioni europee e quelle nazionali – e avere chiara l’idea di ristrutturare l’UE in modo che siano compatibili un’eurozona già unita politicamente, insieme ai cosiddetti pre-ins, e un gruppo di paesi che invece ancora non sono pronti per questa condivisione di sovranità. E’ necessario farlo senza duplicare o inventare nuove istituzioni, ma facendo evolvere quelle esistenti, e facendo sì che, con il quadro unitario dell’Unione europea, sia salvaguardato anche il mercato unico.

Non sarà un passaggio facile, ma è l’unico possibile. E l’Europa, come dice Macron, merita questo sforzo se è vero — come è vero — che “è il solo luogo al mondo dove le libertà individuali, lo spirito democratico e la giustizia sociale si sono uniti fino a questo punto”. Lottare perché, unita politicamente, l’Europa possa far vivere questo modello nel mondo è un dovere che ciascuno, ancor di più se ha un ruolo politico, deve sentire come una responsabilità personale.

 Il Federalista

 

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