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Editoriali

Anno LIX, 2017, Numero 2, Pagina 123

 

 

Per un’Europa federale:

sovrana, unita, democratica

 

 

“L’Europa che conosciamo è troppo debole, troppo lenta, troppo inefficace; ma solo l’Europa può darci la capacità di agire nel mondo, a fronte delle grandi sfide di oggi... Solo l’Europa può, in una parola, assicurarci una sovranità reale, ossia la capacità di stare nel mondo per difendere i nostri valori e i nostri interessi”. E allora, “Il solo modo per garantire il nostro avvenire è la rifondazione di un’Europa sovrana, unita, democratica”.

Queste parole, straordinariamente dirette e lucide, di Emmanuel Macron, costituiscono il fulcro attorno cui ruota tutto il suo discorso tenuto alla Sorbona il 26 settembre scorso (“Iniziativa per l’Europa. Discorso per un’Europa sovrana, unita, democratica”). Parole dirompenti, dotate di una forza straordinaria, sia perché espresse dal Presidente di un paese che conosce bene il valore del termine “sovranità” e che finora ha sempre agito affinché questa “sovranità” rimanesse saldamente in mano agli Stati; sia perché espressione della volontà di ribaltare il quadro politico e psicologico nel quale affrontare il rilancio dell’Europa, proponendo un cammino di riforma dell’Unione europea completamente al di fuori degli schemi attuali, indicando un’agenda ed un metodo che abbia al centro “il gruppo dei paesi che si impegnano per la rifondazione europea”: “non possiamo più permetterci di mantenere le stesse abitudini, le stesse politiche, lo stesso vocabolario, gli stessi bilanci”.

Dunque la Francia è tornata sulla scena europea, ponendo fine all’impasse in cui era rimasta bloccata negli ultimi vent’anni. La Francia è stata il paese leader, dal punto di vista politico, sostanzialmente fino alla nascita dell’euro e alla riunificazione tedesca; una leadership fondata su una visione intergovernativa di stampo gaullista, che l’ha spinta a cercare sempre di bloccare i progressi verso una unione politica sovranazionale. Ma dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della Guerra fredda – con la creazione di un primo potere federale in campo monetario, grazie alla nascita della Banca centrale europea; e con la riacquisizione da parte tedesca della piena sovranità nazionale, e l’avvio di una nuova leadership in Europa, rafforzata dall’allargamento ad Est dei confini dell’Unione europea – la Francia si è trovata in gravi difficoltà rispetto al crescente ruolo di guida tedesco. Le arretratezze interne sul piano economico e la necessità di forti riforme per accrescere la propria competitività nel nuovo quadro economico globale ne hanno ulteriormente minato le capacità di iniziativa politica.

Al culmine di una lunga e penosa crisi, che ha spazzato via le forze politiche tradizionali e ha fatto emergere in Francia una fortissima deriva nazionalista anti-europea di stampo populista, Macron ha dunque capito che il solo modo per rimettere in gioco il paese è quello di riuscire a coniugare il disegno delle riforme interne con il rilancio su basi sovranazionali del processo europeo. Le due cose sono interdipendenti: responsabilità nazionale e solidarietà, insieme a forti politiche, sul piano europeo sono due processi paralleli che non possono fare a meno l’uno dell’altro. Questo significa, innanzitutto, proporre una nuova identità europea per la Francia, capace di andare al cuore del problema: se, infatti, l’Europa intergovernativa fin qui sostenuta porta in realtà ad acuire le divisioni tra i paesi membri e genera una leadership dei paesi più forti che scontenta tutti; se gli equilibri istituzionali in vigore nell’Unione europea non sono in grado di rendere l’Europa capace di agire nel mondo, di proteggere i propri valori, né di proteggere i propri cittadini e di rispondere alle loro esigenze, allora alla Francia resta solo la via di farsi promotrice della costruzione di un potere federale europeo, attraverso la creazione di una sovranità europea, di una maggiore unità dei popoli europei, e di istituzioni europee capaci di rispondere alla domanda di legittimità democratica che nasce a fronte dell’operato di un vero governo.

Tutto questo avviene dopo che sono ormai 5 anni – dal 2012, da quando il Blueprint della Commissione europea e il Rapporto dei 4 Presidenti hanno chiarito la necessità di rimediare all’insostenibilità di un’Unione monetaria costruita senza un’unione bancaria, fiscale, economica e politica – che la sfida della riforma dell’eurozona e dell’UE attende inutilmente di essere affrontata. A questo immobilismo hanno contribuito tanti fattori, tra cui le già citate debolezze francesi e la sfiducia tedesca – e di tutti i paesi del Nord – verso i propri partner; ma sicuramente molto ha contribuito anche la mancanza di una visione coraggiosa, in grado di far fare uno scatto al processo europeo e di portarlo fuori delle secche dei veti nazionali incrociati. Macron ha proposto esattamente questo, convinto che il valore aggiunto del progetto europeo, oggi – dopo che ha garantito per oltre 70 anni la pace tra gli europei e dopo che ha reso possibile la crescita economica e civile del continente – è quello di fornire agli europei gli strumenti e il quadro indispensabili per affrontare il mondo del XXI secolo: un’Europa potente, fortemente proiettata a giocare un ruolo politico globale per difendere i suoi valori, il suo modello di convivenza civile e sociale e i suoi interessi nel mondo.

La proposta della Francia osa, in questo modo, infrangere molti tabù, sia offrendo un progetto forte sul piano ideale, ma al tempo stesso concreto e pragmatico; sia ponendo contemporaneamente il problema di rifondare il quadro europeo sulla base di due diversi livelli di integrazione e negando quello che è diventato quasi un dogma nell’UE: ossia che sia possibile portare l’Unione europea ad essere all’altezza dei suoi compiti senza compiere un atto politico di discontinuità con i suoi attuali meccanismi decisionali (pur mantenendo il quadro delle sue attuali istituzioni). Linguaggio, sostanza politica, approccio metodologico, pianificazione dei passaggi per la realizzazione degli obiettivi, tutto contribuisce a fare di questo intervento una manifestazione di quella che Mario Albertini aveva definito l’indispensabile “leadership europea occasionale”. Ma il cammino di questo tentativo coraggioso sarà difficilissimo. Le reazioni che giungono dalla Germania sono molto preoccupanti; così come lo sono i tentativi di tanti esponenti, a tutti i livelli, della vita politica europea di minimizzare la portata delle riforme proposte, e di ridurle nel quadro di soluzioni comunitarie, con la scusa della compatibilità con i Trattati esistenti. Forse perché nessuno credeva che potesse maturare in un Capo di Stato la coscienza così avanzata del percorso necessario per salvare l’Europa; e forse anche perché l’abitudine al metodo comunitario (che ha permesso all’Europa di avviare il suo processo di unificazione e che ha garantito sovranazionalità nei processi di integrazione negativa – le armonizzazioni legislative, la costruzione del Mercato – ma che è totalmente inadeguato per governare le politiche che investono il cuore della sovranità) ha fatto perdere la coscienza originaria dell’obiettivo federale. Rimane il fatto che non solo l’accoglienza, al di là delle parole, è stata molto scettica da parte di molti, ma che anche chi sarebbe favorevole non riesce a capire come può sostenere il progetto.

Per le organizzazioni federaliste la posta in gioco invece è chiarissima. Volutamente ripubblichiamo in questo numero, anche come contributo al dibattito odierno, due scritti – uno del 1996, e l’altro del 2001 – che denunciavano la deriva intergovernativa che nasceva nell’UE con i nuovi assetti europei post-riunificazione tedesca e analizzavano i problemi che si andavano accumulando avendo smarrito la prospettiva dell’unità politica federale da avviare necessariamente attorno ad un nucleo trainante nel quadro della più vasta Unione-mercato. Oggi che i fatti hanno confermato la correttezza della diagnosi di allora e che il Presidente della Francia condivide la stessa visione e getta tutto il suo peso in questa battaglia, noi sappiamo che non ci sarà per l’UE né un’altra possibilità di salvezza, né un futuro, se non avrà il coraggio di utilizzare questa finestra di opportunità. E per questo è importante evidenziare in modo netto quali sono i punti cruciali dell’iniziativa di Macron cui sono legati il successo politico e la possibilità del salto federale per l’Europa.

* * *

Il pacchetto di proposte che la Francia ha voluto avanzare all’indomani delle elezioni tedesche, con il chiaro intento di mettere in campo le questioni che il nuovo governo di Berlino dovrà affrontare, riguarda sia il rafforzamento del mercato interno, sia la creazione di un “cuore integrato” all’interno dell’UE costruito attorno alla condivisione della stessa moneta. Da un lato quindi un mercato anche più solido dell’attuale, incentrato sia sullo Stato di diritto e sui valori della democrazia, sia sulla solidarietà e la convergenza degli standard sociali. Un Mercato europeo capace di proteggere meglio i suoi cittadini, in primis dalla concorrenza sleale, e di accogliere nuovi membri, compreso il Regno Unito, una volta chiusa la pagina della tormentata vicenda della Brexit. Al centro di questa Unione europea, in prospettiva anche più ampia dei 27, deve collocarsi il nucleo politico formato dai paesi membri dell’Unione monetaria, che hanno già le basi per realizzare forti politiche comuni in quelle che Macron chiama le sei chiavi della sovranità, che riguardano la sicurezza interna ed esterna, la politica estera, quella industriale, la transizione ecologica, il digitale, in modo che l’Eurozona possa diventare “una potenza economica e industriale costruita attorno alla stessa moneta”.

Niente Europa à la carte, o geometrie variabili, dunque, ma un gruppo coeso che avanza compatto in tutti i settori. Di questi, il più controverso per quanto riguarda la possibilità di raggiungere un accordo sul piano politico, è sicuramente quello del completamento dell’unione monetaria e dell’avvio dell’unione economica, che si scontra con il rigetto da parte dei paesi del Nord di qualsiasi proposta evochi la possibilità della cosiddetta transfer union. Eppure, si tratta di un altro tabù che è indispensabile abbattere per poter avanzare. È chiaro che per procedere in questa direzione serve la garanzia da parte degli Stati di osservare il rispetto delle regole pattuite e di proseguire sulla via delle riforme necessarie per aumentare la competitività e per sostenere la crescita e l’occupazione; ma in cambio servono strumenti comuni, in primo luogo un bilancio comune della zona euro per finanziare le politiche, per fare investimenti e per creare meccanismi di stabilizzazione. Un bilancio vero e robusto, finanziato con nuove tasse, europee, funzionali al modello economico che si vuole perseguire (web tax, tassa sulle transazioni finanziarie, carbon tax) e con (in ipotesi) una parte dell’imposta sulle società – una volta che sarà stata meglio armonizzata –; un bilancio che permetterà maggiore solidarietà tra i paesi membri e che, oltre a presupporre il senso di responsabilità del rispetto delle regole comuni da parte di tutti, chiede anche una guida politica forte, ossia un Ministro comune e un controllo parlamentare “esigente” a livello europeo. “Solo la zona euro con una moneta forte e internazionale può offrire all’Europa il quadro di una potenza economica mondiale. Usiamo allora il buon senso: se l’euro ha la vocazione di diventare la moneta di tutti gli Stati dell’Unione una volta che abbiano rispettato tutti i criteri, costruiamo subito una zona euro forte, efficace, solidale, e di questa potenza beneficeranno domani tutti quelli che vi si uniranno”.

La Francia, in cambio, dopo quindici anni di paralisi, si dichiara disposta ad aprire una riforma dei Trattati, indispensabile per realizzare alcune delle proposte che avanza, e ad aprire, in sostanza, una procedura costituente coinvolgendo i cittadini attraverso delle Convenzioni democratiche che discutano, e possibilmente arricchiscano, il progetto che il gruppo pioniere dei “rifondatori” (ossia degli Stati più ambiziosi in termini europei) dovrà concordare ed elaborare già nei prossimi mesi insieme alle istituzioni europee. In questo quadro, le elezioni europee del 2019 dovranno essere incentrate proprio intorno alle proposte di rifondazione dell’Unione, per aprire un vero e proprio quinquennio costituente.

Metodo innovativo per procedere alla riforma dell’UE, con una forte iniziativa dei governi più avanzati e il contributo delle istituzioni europee, senza lasciarsi bloccare dalle lentezze delle attuali procedure e dai veti incrociati; e questione di un vero bilancioad hoc dell’Eurozona dotato di risorse proprie saranno i veri oggetti della battaglia, i nodi da sciogliere positivamente per non far deragliare l’intero progetto. Le sirene della conservazione della sovranità nazionale e quelle della continuità comunitaria sono già alacremente al lavoro in questo senso, opponendosi ad ogni ipotesi di bilancio per l’eurozona, oppure indicando il falso obiettivo di una linea ad hoc per l’area euro all’interno del bilancio dell’Unione, in modo che sia sottoposta a tutti i vincoli, unanimità inclusa, dei meccanismi comunitari a 27.

Per chi crede in un’Europa unita e democratica, è invece arrivato il momento del coraggio. Senza indecisioni e con lucidità. Perché volere un’Europa unita e democratica significa battersi per un’Europa sovrana: l’Europa federale dei Padri fondatori.

Il Federalista

 

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