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Saggi

Anno LIX, 2017, Numero 2, Pagina 129

 

 

Le proposte del Presidente Juncker:

nuove ambizioni e vecchie difficoltà

 

PAOLO PONZANO

 

 

Con il suo discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato al Parlamento europeo il 13 settembre scorso, il Presidente della Commissione europea ha voluto riprendere l’iniziativa politica nel momento in cui, dopo le elezioni francesi e tedesche, si sta aprendo una “finestra di opportunità” per rilanciare il progetto d’integrazione europea. In effetti, Juncker ha cercato di sfruttare un momento politico particolarmente propizio a tale rilancio alimentato da una serie di elementi favorevoli: la Brexit, pur avendo messo in dubbio la capacità attrattiva del progetto europeo, eviterà dopo marzo 2019 che il Regno Unito ponga il suo veto alla revisione dei Trattati europei e al nuovo quadro finanziario dell’Unione europea dopo il 2020; i capi di Stato e di governo hanno adottato una Dichiarazione di principio il 25 marzo scorso in cui riaffermano la loro intenzione di rilanciare il progetto di integrazione europea adottando una serie di misure nel campo della sicurezza, della politica sociale e delle relazioni esterne dell’Unione che dovrebbero permettere di riconquistare il consenso politico dei cittadini europei nei confronti dell’Unione europea; la ripresa economica si sta generalizzando in tutti i paesi dell’Unione e la disoccupazione, pur rimanendo elevata, si situa ai livelli più bassi da nove anni a questa parte; i comportamenti “isolazionisti” della nuova amministrazione americana hanno convinto buona parte dei leader politici europei che l’Europa dovrà contare maggiormente su sé stessa per la propria sicurezza; infine, l’elezione del Presidente Macron e le sue dichiarazioni volte a costruire una nuova sovranità europea permettono alla Commissione europea di beneficiare del sostegno politico di un grande paese dell’Unione che nel passato è stato all’origine del progetto europeo ma che ne ha anche frenato lo sviluppo in varie occasioni (bocciatura della Comunità europea di difesa nel 1954; crisi della sedia vuota e compromesso di Lussemburgo nel 1965/66; rigetto della Costituzione europea nel 2005).

Sfruttando questo momento favorevole, il Presidente Juncker ha avanzato nel suo discorso una serie di proposte sia sul contenuto delle politiche che sugli aspetti istituzionali nel quadro del dibattito sul futuro dell’Unione europea. Le proposte indicate dal Presidente della Commissione sono tutte attuabili a Trattati vigenti (contrariamente a quelle indicate successivamente dal Presidente Macron nel suo discorso alla Sorbona). In effetti la Commissione europea, che ha tra le sue funzioni quella di essere la “guardiana” dei Trattati, non ha mai finora utilizzato il potere, riconosciutole dall’articolo 48 del Trattato di Lisbona e da disposizioni precedenti, di fare proposte al pari degli Stati membri per la revisione dei Trattati stessi. Anche il progetto Penelope del 2002, che ha rappresentato l’iniziativa più ambiziosa elaborata in seno alla Commissione in questa materia, è stato derubricato dal Presidente Prodi a “studio di fattibilità” in seguito alle reazioni negative del Presidente della Convenzione europea Giscard d’Estaing e dei Commissari stessi che non erano stati coinvolti nella redazione del progetto.[1]

 

1. Le proposte istituzionali
 

Per quanto riguarda le istituzioni europee ed il processo decisionale dell’Unione, il Presidente Juncker ha avanzato la quasi totalità delle proposte che potrebbero essere attuate a Trattati invariati, senza pertanto aprire il cosiddetto “vaso di Pandora” della revisione dei Trattati (“vaso di Pandora” che invece è stato scoperchiato dal Presidente Macron nel suo discorso alla Sorbona). Si potrebbe dire che Juncker ha “raschiato il fondo del barile” di tutto quello che sarebbe possibile fare a Trattati invariati per migliorare o semplificare il funzionamento del processo decisionale europeo. Tuttavia, come vedremo successivamente, le proposte Juncker non sono esenti da difficoltà politico-istituzionali che erano state rilevate fin dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (e che hanno impedito finora la messa in opera delle misure in questione):

 

1.1. L’utilizzazione delle clausole dette “passerelle” per permettere l’adozione di decisioni maggioritarie nei settori attualmente sottoposti alla regola dell’unanimità.

Il Trattato di Lisbona ha previsto la possibilità che il Consiglio europeo decida all’unanimità di introdurre la regola della maggioranza qualificata per l’adozione di misure politicamente sensibili che attualmente esigono il voto unanime degli Stati membri (per esempio nei settori della politica estera e della fiscalità). Allo stesso modo, il Consiglio europeo potrebbe decidere, sempre all’unanimità, di consentire la partecipazione paritaria del Parlamento europeo (vale a dire la codecisione) nei casi in cui il Consiglio decide attualmente con il parere non vincolante dello stesso Parlamento europeo. Juncker si è riferito al mercato unico come al settore in cui si dovrebbe decidere a maggioranza qualificata e ha citato in particolare una serie di misure fiscali (quali l’imposta sulle società, l’IVA e l’imposta sulle transazioni finanziarie) in cui l’unanimità dovrebbe essere rimpiazzata dalla maggioranza qualificata. Benché quella di Juncker sia una proposta di buon senso stante le difficoltà che incontra l’armonizzazione fiscale in seno all’Unione europea, le possibilità che gli Stati membri rinuncino al diritto di veto nel settore fiscale sono molto scarse se non inesistenti.

Da un lato, alcuni Stati membri traggono un vantaggio economico importante dalla regola dell’unanimità in quanto il diritto di veto consente loro di applicare regimi fiscali più favorevoli alle società multinazionali che investono nei loro territori (si pensi ai casi più clamorosi dell’Irlanda e del Lussemburgo, ma anche l’Austria e l’Olanda traggono benefici dall’assenza di armonizzazione fiscale). Dall’altro, il Trattato di Lisbona ha previsto una garanzia procedurale supplementare poiché il Parlamento nazionale di un solo Stato membro può bloccare la decisione del Consiglio europeo nel termine di sei mesi. Già il Parlamento britannico aveva votato una legge che vietava al proprio governo di utilizzare la clausola del Trattato. Anche dopo la Brexit, è facile prevedere iniziative analoghe da parte dei Parlamenti degli Stati precitati (si ricordi che l’Irlanda aveva chiesto assicurazioni sul regime fiscale come condizione per la ratifica del Trattato di Lisbona). Pertanto, la proposta del Presidente Juncker di utilizzare le clausole “passerelle” nel settore della fiscalità rischia di non riscuotere l’adesione unanime del Consiglio europeo o di essere bloccata dal veto preventivo di un singolo Parlamento nazionale.

 

1.2. La fusione personale delle funzioni di Presidente della Commissione e di Presidente del Consiglio europeo.

Juncker ha auspicato che l’Unione europea si doti di un Presidente unico, che riunisca le funzioni attualmente distinte di Presidente della Commissione e di Presidente del Consiglio europeo. Non si tratta di un’idea nuova poiché tale proposta fu avanzata per la prima volta nel corso della Convenzione europea presieduta da Giscard d’Estaing dal deputato francese Pierre Lequiller. Essa non raccolse molte adesioni, anche perché molti convenzionali dei paesi più piccoli si opponevano allora alla creazione di un Presidente stabile del Consiglio europeo. Tuttavia, sia il Trattato costituzionale che il Trattato di Lisbona non esclusero la possibilità di una fusione tra le due cariche non prevedendo alcuna incompatibilità nel testo del Trattato. La proposta fu poi rilanciata da Michel Barnier in un discorso del 2011, senza tuttavia ottenere un maggiore consenso.

A prima vista, anche questa proposta di Juncker appare di buon senso, dal momento che permetterebbe una semplificazione della struttura istituzionale dell’Unione e, soprattutto, consentirebbe ai cittadini europei d’identificare in una sola persona la più alta carica dell’Unione europea. Inoltre, la famosa domanda di Kissinger (“Qual è il numero di telefono dell’Europa?”) troverebbe finalmente una risposta. Tuttavia, questa risposta immediata non tiene conto delle difficoltà politico-istituzionali che risultano dalla diversità dei ruoli svolti dai due Presidenti e, soprattutto, dalle disposizioni dei Trattati in vigore:

a) Il Presidente della Commissione europea dirige un’istituzione incaricata di promuovere l’interesse generale dell’Unione europea (art. 17 TUE), mentre il Presidente del Consiglio europeo si adopera per facilitare la coesione e il consenso in seno al Consiglio europeo (art. 15, par. 6, TUE). In altre parole, il Presidente della Commissione ha istituzionalmente un ruolo di iniziativa legislativa e di vigilanza sull’applicazione dei Trattati e delle misure adottate dalle istituzioni. Il Presidente del Consiglio europeo ha invece un ruolo di mediazione tra le diverse posizioni dei Capi di Stato e di governo e ne ricerca quindi il consenso unanime. E’ senz’altro vero che il ruolo della Commissione europea si è modificato nel corso degli anni e che, pertanto, il suo Presidente è maggiormente incline a ricercare il consenso in seno al Consiglio europeo piuttosto che a difendere strenuamente le proposte della sua istituzione.[2] Tuttavia, la fusione delle due funzioni in un solo Presidente rischierebbe senza dubbio di rafforzare tale tendenza piuttosto che contrastarla.

b) Il Presidente della Commissione europea è eletto per cinque anni dal Parlamento europeo sulla base di una proposta del Consiglio europeo che tiene conto dei risultati delle elezioni europee. Inoltre, poiché il Parlamento europeo ha il diritto di censurare l’operato della Commissione e di provocare in tal caso le sue dimissioni, anche il Presidente della Commissione dovrebbe rassegnare le sue dimissioni in caso di voto di una mozione di sfiducia. Invece il Presidente del Consiglio europeo è eletto direttamente dai Capi di Stato e di governo per una durata di due anni e mezzo, rinnovabile, senza alcuna implicazione del Parlamento europeo. Pertanto è difficile immaginare che i Capi di Stato e di governo accettino che un’eventuale mozione di censura della Commissione europea da parte del Parlamento europeo comporti anche le dimissioni della stessa persona in quanto Presidente del Consiglio europeo. Nel caso contrario di mantenimento della stessa persona nella sua funzione di Presidente del Consiglio europeo si verrebbe a ristabilire il dualismo che esiste attualmente.

Pertanto l’idea di riunire in una sola persona le funzioni di Presidente della Commissione e di Presidente del Consiglio europeo, pur essendo attuabile a Trattati invariati, rischia di urtarsi alle difficoltà politiche e istituzionali descritte qui sopra. Occorrerebbe quindi modificare i Trattati al fine di eliminare gli elementi di contraddizione presenti nelle attuali disposizioni. A questo va aggiunta la considerazione che la fusione personale dei due Presidenti rischia di rafforzare l’aspetto intergovernativo presente nella nomina e nella funzione del Presidente del Consiglio europeo a scapito del metodo comunitario basato sul diritto d’iniziativa della Commissione europea, il voto a maggioranza ed il ruolo di controllo politico del Parlamento europeo che Juncker vorrebbe invece rafforzare con le sue proposte. L’esperienza fatta con i documenti elaborati di comune accordo dai quattro o cinque Presidenti delle istituzioni europee per il rafforzamento dell’Unione economica e monetaria (le cui road-map sono state disattese dal Consiglio europeo) non contraddice ma rafforza piuttosto tale conclusione.

 

1.3. L’istituzione di un Ministro europeo dell’economia e delle finanze che dovrebbe essere il Commissario per gli affari economici e finanziari e presiedere l’Eurogruppo.

La proposta di istituire la funzione di Ministro europeo dell’economia che possa gestire una linea di bilancio per la zona euro, vigilare sulla corretta applicazione delle disposizioni relative all’UEM, presiedere l’Eurogruppo, essere l’interlocutore privilegiato della Banca centrale europea e rispondere del suo operato davanti al Parlamento europeo (sia pure in una composizione ad hoc dei deputati dei paesi dell’eurozona) è anch’essa una proposta di buon senso che rafforzerebbe sia l’efficacia che la democraticità delle istituzioni europee. Tuttavia, l’idea di affidare tale funzione al Commissario per gli affari economici (attualmente il francese Moscovici) pone dei problemi analoghi di natura istituzionale e di possibile conflitto di interessi :

a) anche il Presidente dell’Eurogruppo è designato dagli Stati membri senza la partecipazione del Parlamento europeo, mentre il Commissario per gli affari economici, pur designato inizialmente dagli Stati membri, riceve l’approvazione del Parlamento europeo ed è responsabile nei confronti di quest’ultimo come del resto tutti i membri della Commissione europea;

b) il Commissario per gli affari economici esercita, in quanto membro della Commissione europea, il diritto di iniziativa legislativa di quest’ultima nei confronti dell’Eurogruppo. Ricoprire al contempo la funzione propositiva propria della Commissione europea e la funzione di mediazione propria del Presidente dell’Eurogruppo potrebbe provocare un conflitto di interessi tra le due funzioni (poiché il Presidente dell’Eurogruppo deve istituzionalmente ricercare un compromesso al fine di facilitare un accordo sulla proposta della Commissione europea). Inoltre, anche la funzione di vigilanza sull’applicazione delle disposizioni del Trattato, propria della Commissione europea, potrebbe essere influenzata dalla sua designazione da parte degli Stati membri che lui stesso dovrebbe sanzionare nel caso di violazione delle norme del Trattato.

Il riferimento fatto abitualmente alla doppia funzione svolta dall’Alto rappresentante per la politica estera (Federica Mogherini) in quanto Vice-presidente della Commissione europea e Presidente del Consiglio “Affari esteri” non è pertinente. Infatti, da un lato, la Commissione europea non ha un potere di iniziativa legislativa nel campo della politica estera ed inoltre il Consiglio “Affari esteri” delibera nella stragrande maggioranza dei casi all’unanimità, ragion per cui possibili conflitti di interessi fra le due funzioni sono inesistenti. Peraltro, il Consiglio “Affari esteri” adotta normalmente decisioni di natura esecutiva e non legislativa, quali l’invio di missioni di pace o di osservazione di elezioni sensibili, la definizione di strategie politiche nei riguardi di un paese terzo oppure l’imposizione di sanzioni nei riguardi di paesi che non rispettano i diritti umani. In tali casi, l’Alto rappresentante per la politica estera esercita funzioni di natura esecutiva sia come Vice-presidente della Commissione che come Presidente di una formazione del Consiglio. Pertanto, mentre la funzione di Alto rappresentante per la politica estera non comporta potenziali conflitti di interesse con quella di Vice-Presidente della Commissione europea, la situazione sarebbe diversa nei rapporti tra la funzione di Presidente dell’Eurogruppo e quella del Commissario per gli affari economici e finanziari.

 

1.4. Il rafforzamento dell’eurozona e la creazione di una linea di bilancio.

Il Presidente Juncker è principalmente preoccupato per l’unità dei 27 paesi in seno all’Unione europea e non è favorevole allo “sdoppiamento” della stessa Unione in due cerchi concentrici. Non esclude che delle iniziative siano portate avanti da gruppi più ristretti di paesi, ma non propone un rafforzamento istituzionale dell’eurozona (vedere il terzo scenario del Libro bianco della Commissione sul futuro dell’Europa). Pertanto, Juncker non ha proposto la creazione di un bilancio autonomo per l’eurozona finanziato da imposte europee, contrariamente al Presidente Macron, ma unicamente la creazione di una linea di bilancio destinata alla zona euro nel quadro del bilancio dell’Unione europea. Coerentemente con la sua impostazione di agire a Trattati invariati, Juncker propone in realtà la creazione di uno strumento finanziario di stabilizzazione macroeconomica in seno al bilancio UE che possa essere utilizzato a favore dei paesi che dispongono della moneta unica (mentre la creazione di un bilancio autonomo per l’eurozona finanziato da imposte europee esigerebbe la modifica dei Trattati).

 

1.5. La democratizzazione dell’Unione europea.

Fedele alla sua impostazione generale di agire nel quadro dei Trattati esistenti, Juncker si dichiara favorevole a proseguire l’esperienza degli Spitzenkandidatenin occasione delle prossime elezioni europee e si esprime, personalmente e con prudenza, a favore della proposta – fatta con più decisione dal Presidente Macron e da altri leader europei – di creare delle liste transnazionali al Parlamento europeo fin dalle elezioni del 2019. Nel suo discorso, Juncker ha anche espresso il suo appoggio all’organizzazione di convenzioni democratiche di cittadini europei – proposte dal Presidente Macron – al fine di proseguire il dibattito sul futuro dell’Europa nel corso del 2018.

Le altre proposte di Juncker per la democratizzazione dell’Unione sono quelle di utilizzare le clausole “passerelle” per accrescere il voto a maggioranza e di riunire le funzioni di Presidente della Commissione e di Presidente del Consiglio europeo, proposte di cui abbiamo già sottolineato le difficoltà.

 

2. Le proposte relative al contenuto delle politiche
 

Nel suo discorso sullo stato dell’Unione e nella sua lettera d’intenzioni al Presidente del Parlamento europeo ed al Presidente del consiglio, Juncker enumera una serie di proposte significative che la Commissione europea si impegna a presentare in parte nell’attuale legislatura (nei prossimi 18 mesi) e in parte all’orizzonte 2025 (anche se Juncker non può vincolare le decisioni della prossima Commissione europea che sarà rinnovata nel 2019). Il metodo utilizzato da Juncker è quello ormai tradizionale della Commissione europea nell’elaborare i suoi programmi di lavoro (vale a dire quello delle “tabelle di marcia” che indicano il contenuto essenziale delle varie proposte e le date di presentazione delle stesse). Un’analisi redatta dalla task-force della stessa Commissione europea sottolinea non a caso che l’80% delle proposte avanzate il 27 Settembre dal Presidente Macron coincidono con le proposte previste da Juncker nel programma di lavoro della Commissione europea.

Quest’articolo non è la sede appropriata per una disamina dettagliata delle proposte annunciate da Juncker nel suo discorso e nella lettera d’intenzioni ai Presidenti delle due istituzioni europee. Va tuttavia sottolineata l’ambizione del Presidente Juncker di utilizzare il diritto d’iniziativa della Commissione europea per rafforzare la crescita economica e gli investimenti (in particolare attraverso pacchetti di proposte nel settore del mercato unico digitale), per realizzare un’Unione europea dell’energia con proposte lungimiranti in materia di cambiamenti climatici, per elaborare una nuova strategia per la politica industriale dell’Unione europea (malgrado l’insufficienza delle competenze previste dal Trattato) e per rafforzare il mercato interno. Va rilevata in particolare l’intenzione del Presidente Juncker di presentare un pacchetto di proposte denominato “equità fiscale” per la creazione di uno spazio unico europeo dell’imposta sul valore aggiunto (IVA) e di una proposta che consenta la tassazione dei proventi dell’economia digitale generati dalle società multinazionali. Stante le critiche indirizzate al Presidente Juncker per aver consentito nel passato le pratiche permissive del Lussemburgo in materia di regime fiscale delle multinazionali, si tratta di una vera e propria “legge del contrappasso”.

Nel campo della politica sociale, Juncker si limita a proporre la proclamazione da parte delle istituzioni UE del pilastro europeo dei diritti sociali, nonché l’istituzione di un’autorità europea del lavoro per rafforzare la cooperazione delle autorità nazionali e altre iniziative a sostegno di una mobilità equa, come il numero di sicurezza sociale europea. Senza sottovalutare il significato simbolico di una nuova carta europea dei diritti sociali, è difficile sostenere che tale iniziativa realizzi l’ambizione di un’Europa più sociale quale indicata nella Dichiarazione di Roma del 25 Marzo 2017. Altre misure di carattere legislativo, e quindi vincolanti per gli Stati membri, sarebbero necessarie in materia sociale per riconquistare il sostegno dei cittadini al progetto europeo, quali ad esempio l’istituzione di un reddito minimo europeo e/o la creazione di un’indennità europea di disoccupazione, misure già proposte da alcuni paesi dell’Unione e dal Parlamento europeo. Certamente l’insufficienza dell’attuale bilancio europeo e la mancanza di nuove risorse proprie sono un ostacolo dirimente all’attuazione di tali misure, ma queste ultime potrebbero essere finanziate in una fase transitoria da contributi finanziari degli Stati membri, purché essi fossero esentati dal rispetto del criterio del 3% del deficit annuale dei bilanci nazionali.

Maggiormente significative sono le proposte di Juncker in materia di rafforzamento dell’Unione economica e monetaria, che prevedono la trasformazione dell’attuale Meccanismo europeo di Stabilità (MES) in un vero e proprio Fondo monetario europeo gestito dal futuro Ministro europeo delle Finanze, nonché la creazione di un’apposita linea di bilancio per la zona euro che permetta l’assistenza finanziaria alle riforme strutturali nazionali, abbia una funzione di stabilizzazione macro-economica della zona euro e faciliti la convergenza economica dei paesi che non dispongono ancora della moneta unica. Tuttavia, nella misura in cui le proposte di Juncker si basano sui Trattati attuali, l’istituzione di tali strumenti finanziari dovrà fare i conti a sua volta con le ristrettezze dell’attuale bilancio europeo e non potrà rappresentare l’embrione di un futuro bilancio “federale” europeo che richiede a fortiori la creazione preventiva di nuove risorse proprie.

Altrettanto significative sono le proposte di Juncker relative alla politica migratoria e ad uno spazio di giustizia e di diritti fondamentali basato sulla reciproca fiducia, in particolare il pacchetto di misure antiterrorismo che dovrebbe rafforzare la sicurezza dei cittadini europei e contribuire ad una migliore percezione da parte di questi ultimi del valore aggiunto del progetto europeo. Va anche rilevata l’iniziativa legislativa, programmata per l’autunno 2018, al fine di potenziare l’applicazione dello Stato di diritto nell’Unione europea. In tale materia, le istituzioni europee avevano perso una parte della loro credibilità rinunciando finora ad avviare la procedura prevista dall’art. 7 del Trattato nei confronti dell’Ungheria e della Polonia al fine di constatare l’esistenza di una violazione grave e persistente da parte degli Stati membri suddetti dei valori di democrazia e dello Stato di diritto. E’ certamente vero che l’esigenza di riunire l’unanimità del Consiglio europeo per constatare l’esistenza di tale violazione riduce fortemente il carattere dissuasivo dell’articolo 7 del Trattato, tuttavia l’incapacità di intervenire in materia di difesa dei diritti fondamentali in seno all’Unione europea ha indebolito fortemente la credibilità dell’Unione stessa nei confronti di violazioni analoghe da parte di paesi terzi. Pertanto, va valutata positivamente l’iniziativa annunciata dal Presidente Juncker.

 

3. Conclusioni
 

La breve analisi delle proposte avanzate dal Presidente Juncker nel suo discorso permette di concludere che le sue proposte istituzionali hanno scarse possibilità di essere messe in opera poiché presentano difficoltà politico-istituzionali difficilmente superabili senza una revisione dei Trattati (soppressione delle clausole restrittive e delle incompatibilità presenti nelle attuali disposizioni).

La sola eccezione riguarda la creazione di una linea di bilancio relativa alla zona euro nel quadro dell’attuale bilancio dell’Unione europea. Tuttavia, questa proposta riproduce in forma diversa la creazione di uno strumento finanziario a beneficio dei paesi dell’eurozona già preconizzata nel documento Blueprint della Commissione europea del Novembre 2012.

Vanno valutate diversamente le proposte relative al contenuto delle politiche poiché la loro adozione costituirebbe un elemento significativo del rilancio del progetto europeo (anche se continua a mancare la creazione di uno strumento vincolante nel campo della politica sociale che permetterebbe ai cittadini europei di verificare il valore aggiunto dell’Unione europea nella lotta alla disoccupazione e all’esclusione sociale). Pertanto, il discorso del Presidente della Commissione europea non può essere considerato come “l’ultimo urrà di un federalista ostinato”,[3] ma piuttosto come il tentativo di Juncker di restituire alla Commissione europea il ruolo “monnettiano” di iniziativa legislativa e di interprete privilegiato dell’interesse europeo. Purtroppo, le proposte più significative avanzate da Juncker sono state “oscurate” dalle proposte ancora più ambiziose avanzate dal Presidente Macron nel suo discorso alla Sorbona del 27 Settembre. Poiché il Presidente Macron non ha limitato le sue proposte alle azioni possibili a Trattati invariati, ma si è posto nella prospettiva delle due prossime elezioni europee e pertanto dell’orizzonte 2025, le sue proposte sia istituzionali che sul contenuto delle politiche risultano più ambiziose delle proposte Juncker in quanto mirano a creare una sovranità europea e un cambiamento degli attuali assetti istituzionali (bilancio separato per l’eurozona, riduzione del numero dei Commissari, elezione di metà del Parlamento europeo su liste transnazionali; creazione di una forza comune d’intervento e di un bilancio comune per la difesa; creazione di un vero e proprio corpo di guardia comune alle frontiere esterne dell’Unione). Non è un caso che il Presidente Juncker abbia fatto diffondere ai Capi di Stato e di governo un documento, redatto dalla sua task-force per la strategia politica, nel quale si sottolinea l’importante convergenza nelle proposte avanzate dai due leader (l’80% delle proposte Macron sarebbero già proposte o contenute nel programma di lavoro della Commissione presentato da Juncker) e si rileva che le proposte più ambiziose del Presidente Macron richiederanno modifiche dei Trattati e, pertanto, tempi più lunghi per la loro attuazione. Tuttavia, come abbiamo già rilevato, anche le proposte istituzionali del Presidente Juncker richiederebbero in realtà modifiche dei Trattati al fine di eliminare le clausole di salvaguardia o le incompatibilità presenti nelle disposizioni del Trattato di Lisbona.

 


[1] In realtà, anche se la Commissione europea non ha mai presentato proposte formali al fine di modificare i Trattati, il Presidente Delors e la sua squadra negoziale hanno ottenuto modifiche significative dei Trattati in vigore sia nella Conferenza intergovernativa che ha prodotto l’Atto unico (estensione delle competenze comunitarie, aumento delle disposizioni che prevedono il voto maggioritario, incremento dei poteri del Parlamento europeo, introduzione della differenziazione nel mercato unico (art. 100, par 4, TCE)) che nella CIG di Maastricht sull’Unione economica e monetaria.

[2] Sarebbe difficilmente ipotizzabile attualmente che la Commissione europea ritiri la sua proposta per il programma Erasmus – come fece la Commissione Delors nel 1986 – soltanto perché il Consiglio aveva richiesto una riduzione di più del 50% del bilancio destinato al programma. Allo stesso modo, sarebbe molto difficile oggi che la Commissione riuscisse a ottenere l’adozione del progetto Galileo che, al momento della sua presentazione, incontrava l’opposizione di tre o quattro Stati membri (Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Danimarca) che formavano una minoranza di blocco.

[3] Vedere l’articolo di Riccardo Perissich UE: l’ultimo urrà del Presidente Juncker del 23/09/2017.

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