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Interventi

Anno LIX, 2017, Numero 2, Pagina 186

 

 

FEDERALISMO CONTRO NAZIONALISMO:
IL CASO DELLA CATALOGNA

 

 

Il federalismo europeo (e mondiale) comparve, come forza politica, alla fine della Seconda guerra mondiale, come mezzo per superare i nazionalismi e per unificare con un progetto politico comune i disastrati Stati nazionali del Vecchio continente e, progressivamente, l’intera umanità.

Ciò è vero ancor oggi e, in una certa misura, questa visione politica ha ottenuto un importante successo dal punto di vista storico con la creazione dell’Unione europea, sebbene essa non sia ancora un’entità politica pienamente federale.

Tuttavia le tendenze nazionalistiche si sono dimostrate resistenti sia in Occidente sia nel resto del mondo e, entro certi limiti, sono state rafforzate da un processo di globalizzazione poco equilibrato, privo di una forte dimensione sociale e politica. Così il nazionalismo è apparso vittorioso, sia pure di stretta misura, nel Regno Unito con la Brexit e negli Stati Uniti con l’elezione di Donald Trump, uomo dei media e affarista, strenuo sostenitore di una politica “America first” e anti-immigranti.

Semplificando le cose, il nazionalismo, come dottrina politica, sostiene che comunità culturalmente omogenee o dominanti (le “nazioni”) debbano avere una propria organizzazione politica autonoma sotto forma di Stato per poter esercitare in modo assoluto la sovranità sul territorio su cui sono organizzate politicamente.

Entrambi questi postulati, che già di per sé rendono problematica la garanzia di un ordine internazionale pacifico affermando il principio della sovranità assoluta di ogni nazione, producono effetti incontrollabili quando vengono applicati a comunità non statuali che si autodefiniscono “nazioni”. Il primo postulato comporta infatti o la moltiplicazione di Stati sovrani in corrispondenza delle numerose comunità culturali che si possono identificare – in Europa questo numero potrebbe arrivare a cento – oppure la soppressione di minoranze culturali nei casi in cui un particolare nazionalismo sia dominante sugli altri in un dato spazio geografico. Tale principio nazionalista compromette dunque la stabilità degli Stati attualmente esistenti e per di più complica il prendere decisioni nelle questioni internazionali.

Il secondo principio è foriero di guerre, poiché il dogma della sovranità assoluta, che comporta che non vi sia nulla al di sopra dello Stato e che quindi l’anarchia regni a livello internazionale, facendo prevalere la legge della forza anziché quella del diritto, diventa esplosivo se il numero degli Stati “sovrani” si moltiplica a dismisura.

Il federalismo, al contrario, nega entrambi i dogmi del nazionalismo. La sovranità non è assoluta, a meno, forse, che non sia esercitata dall’umanità nel suo insieme, mentre le diverse comunità culturali potrebbero appartenere alla stessa organizzazione politica, purché condividano gli stessi valori e gli stessi principi politici. Il federalismo riconosce inoltre il diritto all’autonomia a comunità culturali distinte, contrastando i nazionalismi dominanti all’interno degli Stati nazionali.

In ogni caso, dal punto di vista federalista, il concetto stesso di nazione è nettamente problematico. Renan, nella sua famosa conferenza, è arrivato alla conclusione che la nazione non può essere definita né dalla lingua, né dalla cultura, ma dal fatto che molti individui credono di farne parte.[1] Albertini sembra negarne del tutto l’esistenza.[2]

Questa è la ragione per cui il federalismo non mira ad unire nazioni, ma Stati democratici, che sono entità oggettive, caratterizzate dall’esistenza di istituzioni politiche che hanno il monopolio dell’uso della forza (il potere) entro un dato territorio e che lo esercitano secondo i principi dello Stato di diritto, indipendentemente dal fatto che vi coesistano una o più nazioni, intese semplicemente come comunità culturali. Anzi, è più corretto sostenere che gli Stati hanno creato identità nazionali attraverso sistemi di istruzione centralizzati e a coscrizione obbligatoria e non il contrario.

L’Unione europea è la concreta realizzazione di questo ideale: i vecchi Stati nazionali europei, determinati ad evitare nuove guerre sul continente, hanno deciso di mettere in comune la loro sovranità in un numero crescente di campi, realizzando un progetto politico multilinguistico e multiculturale, fino al punto che viene addirittura riconosciuta una coscienza culturale europea comune.

Il movimento indipendentista catalano, sostenuto da non più del 48% dell’elettorato, secondo il risultato del sondaggio regionale del settembre 2015, può essere visto come un ennesimo esempio di rigurgito nazionalistico, alimentato dalla crisi economico-finanziaria e dall’esistenza in una parte sostanziale della popolazione di un forte sentimento identitario, visto come incompatibile con la cittadinanza spagnola.

La questione catalana, per quanto complessa e influenzata da molte variabili, ruota chiaramente attorno alle vecchie questioni dell’identità nazionale e della redistribuzione della ricchezza,[3] nonostante altri fattori contingenti, come l’annullamento, nel 2010, da parte della Corte costituzionale spagnola, di diversi articoli dello Statuto di autonomia emendato, che era stato approvato da un referendum popolare nella regione.

Il nazionalismo catalano ha creato l’idea di una nazione catalana soprattutto sulla base della lingua catalan, [4] lingua neolatina strettamente affine all’italiano, al francese e allo spagnolo, dal momento che non è mai esistito uno Stato catalano indipendente. Dal punto di vista storico, l’antica contea di Barcellona è entrata nel Medio Evo a far parte del regno di Aragona, allora ben più ampio dell’attuale Catalogna in quanto comprendeva l’Aragona, Valencia e le Baleari e, ad un certo punto, perfino la Sardegna e la Sicilia. Questo regno si è unito per via dinastica con la Castiglia con il matrimonio di Isabella e Ferdinando. Ancor oggi, il catalano non è parlato solo in Catalogna, ma anche a Valencia e nelle isole Baleari.

Dall’adozione della costituzione spagnola nel 1978, la Spagna è di fatto uno Stato federale, che occupa il quarto posto tra i più decentrati dell’OCSE. Da allora, la Catalogna ha goduto di autogoverno, dotato di un parlamento regionale e di competenze legislative esclusive in numerosi campi, tra cui l’istruzione e la cultura.

Pertanto, nel caso della Catalogna non esiste nessuna evidente base storica o legale per poter esercitare il diritto di autodeterminazione: in base a quanto stabilito dalla Nazioni Unite, infatti, un territorio può secedere legalmente da uno Stato solo in caso di occupazione militare, dominazione coloniale, discriminazione culturale o costante violazione su vasta scala dei diritti umani (e infatti, in quest'ultimo caso, prende il nome - dopo il caso del Kosovo - di remedy secession).

L’altra spinta alla deriva nazionalista in Catalogna, oltre a quella di un’identità nazionale esclusiva condivisa da quasi metà della popolazione, è la percezione di una ripartizione scorretta delle pratiche redistributive nei confronti di altre regioni della Spagna, atteggiamento tipico anche di altri territori europei ricchi (il Veneto in Italia, le Fiandre in Belgio, ecc.). Nel 2012, il presidente nazionalista catalano, Artur Mas, ha lanciato un invito all’indipendenza proprio dopo che il governo centrale aveva respinto la sua richiesta di consentire alla regione di riscuotere tutte le tasse e di contribuire al bilancio nazionale comune in base a quanto riceveva a propria volta sotto forma di trasferimenti, annullando in tal modo qualsiasi effetto redistributivo.

Nel 2014 il movimento nazionalista ha organizzato unilateralmente un referendum informale per l’indipendenza al quale ha partecipato meno della metà dell’elettorato. Nel 2015 i partiti nazionalisti non sono riusciti a raggiungere il 50% dei voti nelle elezioni regionali, ma nonostante ciò hanno continuato a portare avanti il programma per l’indipendenza. Infine, il 6-7 settembre 2017, la maggioranza filo-indipendentista del parlamento catalano ha approvato due leggi incostituzionali che sono state utilizzate come base giuridica per un referendum di autodeterminazione da tenersi il 1° ottobre. Di nuovo, non più del 40% dell’elettorato ha partecipato a questo referendum incostituzionale, privo di osservatori indipendenti, come ammesso dagli stessi indipendentisti. Sulla base di questo cosiddetto referendum, il parlamento regionale, con l’assenza di gran parte dell’opposizione, il 27 ottobre ha dichiarato l’indipendenza. Lo stesso giorno, il Senato spagnolo ha votato in favore della sospensione dell’autonomia utilizzando come base giuridica l’articolo 155 della costituzione, ricalcato sull’articolo 37 della Legge fondamentale della Repubblica federale tedesca.

Sembra quindi che il movimento pro-indipendentista catalano contraddica diversi principi federalisti sia dal punto di vista della sostanza, sia da quello del metodo.

In primo luogo, la nazione catalana, come comunità culturale, è già pienamente autodeterminata all’interno della Spagna e qualsiasi contestazione dovrebbe essere risolta politicamente nel pieno rispetto dei limiti costituzionali. E’ chiarissimo che l’unilateralismo che ha caratterizzato il movimento nazionalista è incompatibile con lo Stato di diritto e con il principio dell’integrità territoriale, entrambi principi chiave del Trattato sull’Unione europea (articoli 2 e 4.2).

In secondo luogo, il federalismo non ritiene che ogni nazione abbia diritto a un proprio Stato politico separato e pienamente sovrano, perché ciò contraddice il principio su cui si basa il concetto di federazione europea: sovranità condivisa e ordinamento politico multiculturale.

Per di più, il federalismo europeo non potrebbe avvallare la nascita indiscriminata di nuovi Stati in Europa, minando così la forza e la stabilità dell’Unione e complicandone il processo decisionale – ammesso che l’Unione possa sopravvivere alle sfide dei nazionalismi intra-statali non solo in Spagna, ma anche altrove. Non a caso, la Corte suprema degli Stati Uniti ha dichiarato che la federazione americana è “un’Unione indistruttibile di Stati indistruttibili”, facendo valere così il principio dell’integrità territoriale in una duplice dimensione, a livello degli Stati e a livello federale.

In terzo luogo, l’indipendenza fondata sulla contestazione del principio di redistribuzione, a parte il fatto che è stata grossolanamente esagerata dai nazionalisti,[5] è in contraddizione con il principio della solidarietà, valore fondamentale sia del federalismo, sia dell’Unione europea.

In generale, pertanto, i micronazionalismi, in Spagna o in qualsiasi altro Stato membro, costituiscono una forza regressiva e negativa per il processo di integrazione europea e per una governance federale del mondo. Rappresentano una minaccia per i principi federalisti della sovranità sovrastatale, della solidarietà, del rispetto per le entità politiche multiculturali, di un ordine internazionale stabile, e, nel caso del nazionalismo catalano, anche dello Stato di diritto e della statualità democratica, che sono alla base di qualsiasi federazione regionale o globale. Se la storia ha un fine, in senso ideologico, essa punta verso una federazione di Stati liberi, democratici e liberali, non verso la proliferazione di nuove nazioni concepite esclusivamente secondo criteri linguistici o culturali.

Perciò i nazionalisti regionali non dovrebbero essere sostenuti in Europa e ancor meno dai federalisti europei.

Domenec Ruiz Devesa



[1] Ernest Renan, Qu’est-ce qu’une nation?, Clamency, Mille et une nuits, 2010.

[2] Mario Albertini, Nazionalismo e federalismo, Bologna, Il Mulino, 1999.

[3] Per una rassegna delle rivendicazioni storiche ed economiche del nazionalismo catalano, vedi Josep Borrell, Francesc de Carreras et al., Escucha, Cataluña; Escucha España, Barcelona, Península, 2017.

[4] V. Borrell e Carreras, op. cit..

[5] V. in particolare Josep Borrell e Joan Llorach, Las cuentas y los cuentos de la independencia,Madrid, Catarata, 2015, e le recensioni in un’ottica federalista di Pilar Llorente, Economics and the Tall Tales of the Independence of Catalonia, The Federalist Debate, 30, n. 1 (2017), e Domenec Ruiz Devesa, Los mitos del nacionalismo y las cuentas de la independencia en Cataluña, Letra Internacional, n. 122 (2016).

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