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Saggi

Anno LIX, 2017, Numero 3, Pagina 258

 

 

Mario Albertini, una vita militante*

 

Giovanni Vigo

 

 

I

Nel 1984 un gruppo di giovani federalisti decise di dar vita ad un organo di discussione che avrebbe dovuto ospitare interventi sulle grandi svolte della politica europea e mondiale, sulla strategia della lotta per l’Europa e, più in generale, sull’attualità del federalismo. Nelle intenzioni dei suoi promotori avrebbe dovuto costituire un luogo di dialogo permanente per i militanti giovani e meno giovani attivi in tutte le sezioni del MFE. Nacque così Il Dibattito federalista. Mario Albertini suggerì di scrivere sulla copertina una frase che ha rappresentato un costante punto di riferimento del suo impegno politico: “Il militante è colui che fa della contraddizione tra i fatti e i valori una questione personale”.[1]

Chi si avvicinava al MFE e decideva di impegnarsi nella lotta per l’Europa, doveva sapere che si incamminava lungo una via difficile, irta di ostacoli, e che non offriva altro premio al proprio lavoro se non la soddisfazione del dovere compiuto. Con questo sentimento Albertini aveva iniziato la sua militanza federalista nel 1952, e così la proponeva ai giovani ricordando, nel primo numero del Dibattito, che l’esperienza del MFE aveva aperto la strada ad un nuovo modo di fare politica che richiedeva da parte dei suoi militanti “un alto livello morale e culturale”.[2]

La scelta compiuta da Albertini era l’esito di un cammino iniziato molti anni prima. Come molti giovani della sua generazione — Albertini era nato nel 1919 — aveva vissuto anni difficili, prima sotto la dittatura fascista, poi nella vana ricerca di una via per la rigenerazione democratica dell’Italia. Alla fine di queste esperienze era giunto a due conclusioni. La prima era la consapevolezza che una vittoria dell’Italia nella guerra in corso avrebbe significato il trionfo del fascismo e, come ha scritto più tardi, essendo antifascista “desideravo la sconfitta dell’Italia, e questo era un sentimento grave per un giovane”.[3] Ma “questo odio per l’Italia ha significato per me la liberazione da tutti i vincoli che una persona ha col proprio paese solo per il fatto che vi nasce”.[4]

La seconda conclusione, maturata nel dopoguerra, fu la constatazione che il quadro nazionale era troppo angusto per consentire il rinnovamento dei partiti e la rigenerazione della vita democratica.[5] Il passo fra il ripudio dello Stato nazionale come comunità politica esclusiva e la scelta europea era breve, ma difficile da compiere.

Albertini si era iscritto al Movimento federalista europeo nel 1945, ma lo considerava più un’organizzazione culturale che non politica.[6] Il suo orientamento europeo gli consentiva di percepire con nettezza i limiti dell’Italia ma non ancora di considerare l’Europa un’alternativa politica. E’ significativa, a questo riguardo, la sua rispettosa polemica con Croce che aveva criticato l’adesione italiana al Trattato di pace. “L’ideale dell’Italia, e della sua dignità nazionale, scriveva nel 1947, è morto; lo pensiamo rispettabile in un vecchio che l’ha vissuto quand’era vivo; ma è inoperante, perché morto, perché senza prospettive storiche, quando sia ora richiamato, per l’azione di oggi”.[7] In queste parole l’Europa compariva sullo sfondo ma non era ancora diventata una scelta di vita.

Per giungere a questo traguardo era necessario un ulteriore periodo di riflessione e, soprattutto, era necessario toccare con mano le deludenti esperienze nella politica nazionale.[8] Nel 1953 il MFE gli apparve di colpo “come la sola organizzazione politica con valore strategico”. Giunto a questa conclusione, non perse altro tempo. Scrisse a Spinelli, andò da lui e cominciò la sua militanza nel MFE.[9]

In quell’anno il Movimento federalista era impegnato allo spasimo nella battaglia per la CED. Centinaia di sezioni e oltre 50 mila iscritti erano le forze che poteva mettere in campo a sostegno della Comunità europea di difesa e del suo inevitabile corollario, la Comunità politica. Il traguardo sembrava a portata di mano ma nei primi mesi del 1954 incominciarono a sorgere le prime difficoltà, e il 30 agosto l’Assemblea nazionale francese, con la motion préalable, affossò il Trattato facendo tramontare definitivamente la speranza di dar vita, nel giro di pochi anni, alla federazione europea. La caduta della CED non aveva significato soltanto la sconfitta del disegno europeo; aveva anche determinato un profondo mutamento del clima che aveva consentito di giungere vicino al successo.

Un ciclo storico si era ormai concluso e, se volevano continuare la loro battaglia, i federalisti dovevano mutare strategia. Nell’ottobre del 1954 Spinelli illustrava su Europa federata le conclusioni alle quali era giunto dopo la caduta della CED: “Non sappiamo se l’unità federale europea si farà, sappiamo però che si farà solo se si comprenderà la rovinosità di qualsiasi politica ad orizzonte nazionale. Circostanze favorevoli potranno presentarsi fra sei mesi, fra un anno, fra dieci anni; non saremo noi a determinarle; ma affinché siano sfruttate per rompere infine il cerchio magico delle sovranità nazionali, occorre che ci sia chi abbia instancabilmente denunziato il male, abbia mostrato quel che vi è di ingannevole nella pretesa di tutti, senza eccezione, i partiti che accettano il quadro nazionale come quadro normale della loro attività, e che promettono in questo quadro cose che non possono mantenere”.[10] Questo ruolo poteva essere svolto soltanto da un movimento rivoluzionario, che non avrebbe ceduto a sconfitte momentanee ma che sarebbe rimasto sul campo, pronto a riprendere la battaglia là dove era stata interrotta. Iniziò così quello che nella tradizione federalista viene chiamato il “nuovo corso”.

Il punto sul quale far leva, spiegava ancora Spinelli, non erano più i governi nazionali che nei fatti, se non con le parole, avevano rinunciato al disegno federale, bensì il popolo europeo che, con la sua mobilitazione, li avrebbe costretti a cedere la loro sovranità nei settori in cui non erano più in grado di esercitarla efficacemente. Queste considerazioni non mettevano in discussione le ragioni politiche e ideali della scelta compiuta da Spinelli nel 1943, ma costringevano il Movimento a ripensare il suo ruolo e ad interrogarsi sulle sue relazioni con il potere. Al tempo della CED aveva potuto agire di volta in volta come consigliere del principe e come gruppo di pressione. Ora i governi avevano voltato pagina e il MFE doveva imboccare una strada diversa, di cui nessuno sapeva misurare la lunghezza.

Era venuto il momento della pazienza e della riflessione: della pazienza perché non si trattava più di ingaggiare una battaglia decisiva con il nemico come al tempo della CED, ma di preparare il terreno alla mobilitazione popolare quando si fosse presentata l’occasione propizia per spostare l’ago della bilancia dalle nazioni all’Europa; della riflessione perché si trattava di allargare l’orizzonte politico-culturale del Movimento mettendolo in grado di reggere l’urto con le forze della reazione che si annidavano ovunque, nella società, nei partiti, nelle organizzazioni di categoria, nella stampa, fra gli intellettuali e, soprattutto, nei governi che, superato il trauma della CED, avevano subito dimenticato il pallido disegno federalista coltivato per qualche tempo. Mario Albertini era la persona giusta per affrontare tutti questi compiti.

 

II

Il “nuovo corso” richiedeva da parte di tutti i militanti un impegno logorante. Occorreva preparare e organizzare il Congresso del popolo europeo; occorreva mantenere in piedi, nei limiti del possibile, le sezioni sopravvissute alla caduta della CED; bisognava mettere in cantiere nuove iniziative per il reclutamento e la formazione dei militanti che non potevano più essere esponenti della politica nazionale, bensì “un gruppo di uomini liberi che, sfidando la naturale tendenza ad accettare l’esistente e ad adeguarvisi per ottenere il successo e promuovere la propria carriera, sapesse battersi per l’unificazione federale dell’Europa”.[11] Occorreva pertanto precisare la figura del nuovo militante e le condizioni che potevano promuovere la nascita di questo gruppo.

Spinelli affrontò apertamente la questione in uno scritto del 1956. I “federalisti, osservava, non hanno sviluppato nel loro seno un nucleo di militanti. Non mi servo di questo termine nel senso corrente del piccolo propagandista che esegue i minuti lavori dell’organizzazione. I militanti di cui ogni organizzazione che vuole divenire una forza politica ha bisogno, sono uomini animati dalla passione politica, dall’ambizione di contare qualcosa fra i loro contemporanei, e che hanno deciso di far coincidere questa passione e quest’ambizione con la realizzazione degli scopi dell’organizzazione cui appartengono. Non tutti gli appartenenti ad un movimento sono militanti, e se in un’organizzazione politica non vi fossero che militanti essa diverrebbe rapidamente una setta. Ma i militanti, quelli che si sono impegnati a fondo ed hanno puntato il loro avvenire politico sulla riuscita della loro azione, sono il nerbo di qualsiasi organizzazione”.[12]

Spinelli era ben consapevole della lunga marcia nel deserto che attendeva i federalisti, e pensava che il nuovo militante dovesse essere un politico a tempo pieno, che viveva certo per la politica ma anche di politica (nel senso che da essa traeva i mezzi per vivere), e che realizzava compiutamente la sua missione dedicando tutte le sue energie alla causa dell’unità europea. Solo in questo modo ci sarebbe stata una motivazione sufficiente per restare sul campo fino alla vittoria. Albertini aveva invece una visione diversa della figura e dell’impegno del militante. Ricordando il duro confronto con Spinelli ha scritto: “Io volevo... degli uomini che facessero della contraddizione fra valori e fatti che si manifesta nel nostro tempo una questione personale: dei militanti che, pur essendo politici di professione, lo fossero a mezzo tempo, senza salario, e con una possibilità di sopravvivere indipendentemente dal potere”.[13]

Una volta tracciato il profilo del militante federalista, occorreva far luce sulle motivazioni che spingevano alcune persone a guardare al di là del quadro nazionale. Secondo Albertini ci si avvicinava all’Europa seguendo diversi percorsi: la rivolta morale suscitata dalla negazione dei valori della democrazia e dell’uguaglianza da parte dello Stato nazionale che “impone di considerare gli uomini degli altri Stati come stranieri, alla occorrenza da uccidere”; la protesta intellettuale derivante dalla consapevolezza che gli Stati nazionali non erano più in grado di risolvere i grandi problemi della nostra epoca; la volontà politica che non prendeva in considerazione soltanto i problemi da affrontare ma anche la strategia per risolverli.[14] Il militante di cui la causa europea aveva bisogno doveva riunire in sé le tre caratteristiche: la rivolta morale, la protesta intellettuale e la volontà politica. Se fosse venuta meno una di esse, l’intera costruzione si sarebbe sbriciolata come un castello di carte.

L’ulteriore difficoltà era costituita dal fatto che la società non indirizza spontaneamente gli uomini verso il federalismo. “Nessuno diventa federalista da solo, spontaneamente, perché il federalismo, come ogni cosa nuova al suo primo apparire, non esiste ancora nel mondo della cultura ufficiale. I canali normali di trasmissione della cultura (scuola, stampa, ecc.) adottano sempre il punto di vista nazionale, e considerano il mondo come un mondo fatto di liberali, democratici, socialisti, comunisti, cristiano-sociali, fascisti ecc. ... In questo contesto, uno diventa federalista solo se le circostanze dello vita lo inducono ad una specie di conversione”.[15]

Nella sua opera di proselitismo, il militante federalista doveva dunque assolvere a due compiti: il primo era il reclutamento, il secondo la formazione. Il reclutamento era, in un certo senso, l’attività più difficile perché si trattava di ribaltare la prospettiva dalla quale gli uomini osservano non solo la politica ma anche la storia del proprio paese, cioè il fattore costitutivo della loro identità. “La situazione dei nostri Stati, e la loro storia recente, scriveva nel 1959, spingono molti uomini alla considerazione del problema dell’unità europea. Ma costoro restano praticamente militanti o simpatizzanti degli Stati nazionali perché il punto di vista nazionale è stato loro impresso sin dall’infanzia sotto forma di sentimenti e di immagini, ed è costantemente alimentato dalla maggior parte degli stimoli e degli incentivi attuali. Per questo motivo la coscienza nazionale, anche quando subisca la spinta contraria dell’aspirazione all’unità europea, resta prevalente sinché una lunga esperienza in un ambiente adatto non riesca a sradicarla dall’inconscio. La nostra politica di reclutamento dei militanti deve perciò riuscire ad attirare sempre nuove persone, e far fare a loro un’esperienza profonda”.[16]

Il secondo compito, quello della formazione, richiedeva un impegno non comune sia per chi militante lo era già, sia per chi si accingeva a diventarlo. Militanti non si nasce; ci si forma nella lotta politica che non può però essere disgiunta dallo studio e dalla discussione. “Può parere strano, scriveva ancora nel 1959, che per compiere una impresa politica si debba mettere in piedi dentro una organizzazione di lotta, una organizzazione di studio che avrà regole e strutture più simili a quelle delle scuole di pensiero che a quelle delle associazioni politiche. Eppure in tutte le imprese rivoluzionarie qualcosa di questo genere è sempre esistito, perché il compito più difficile del rivoluzionario è proprio quello di usare bene la ragione per dirigere la lotta verso un obiettivo nuovo in un mondo dove le abitudini, i pensieri fatti, i luoghi comuni indirizzano gli uomini verso i vecchi obiettivi”.[17] Solo uomini che abbiano saputo nel contempo temprare il carattere e rafforzare la ragione sapranno esercitare l’arte del pilota, cioè indicare la direzione di marcia sapendo che il loro lavoro sarà, per lunghi periodi di tempo, un lavoro oscuro ma essendo anche consapevoli che, se nei momenti decisivi delle scelte sapranno parlare, potranno avere un ruolo determinante.

Il lavoro oscuro del militante poteva essere svolto solo da persone che non dipendevano da altri per la loro sopravvivenza, e all’interno di una organizzazione la cui autonomia era assicurata dall’autofinanziamento dei suoi aderenti.[18] Se i militanti volevano conservare in ogni momento la loro indipendenza di giudizio e di azione, non dovevano venire a patti con nessuno. La ragione fondamentale l’aveva spiegata efficacemente Nicolò Machiavelli nel capitolo VI del Principe. Dopo aver sottolineato “come non è cosa più difficile a trattare, né più dubia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare che farsi capo di introdurre nuovi ordini”, Machiavelli concludeva: “E’ necessario pertanto, volendo discorrere bene questa parte, esaminare se questi innovatori stanno per loro medesimi o se dependano da altri: cioè se per condurre l’opera loro bisogna che preghino, ovvero possono forzare. Nel primo caso, sempre capitano male e non conducono cosa alcuna; ma quando dependono da loro propri e possono forzare, allora è che rare volte periclitano”.[19] Un militante di questa tempra avrebbe garantito la sopravvivenza del Movimento federalista, avrebbe assicurato la sua presenza nei momenti decisivi del processo di unificazione europea, avrebbe mantenuto in vita il pensiero federalista fino alla sua affermazione completa nella federazione mondiale.

 

III

Il federalismo militante è un’esperienza rivoluzionaria che vuole incidere sulla storia del mondo. Non è facile mantenersi in ogni momento all’altezza di questa sfida. Si può cadere nella trappola di scambiare i nostri desideri per la realtà; e si può scambiare “il possibile con il reale, cioè definire una politica in funzione di possibilità che attualmente non esistono per il solo fatto che potrebbero presentarsi in un futuro liberamente immaginato”.[20] Per sfuggire a queste insidie occorre fare un costante riferimento alla situazione politica, cioè alla situazione di potere che rende pensabile e attuabile una strategia politica. Si tratta di una regola alla quale Albertini si è sempre mantenuto fedele, evitando di impegnare il Movimento federalista in campagne utopistiche o in azioni senza sbocco.

Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta le speranze riposte nel Congresso del popolo europeo — il cui obiettivo era la convocazione della costituente ottenuta grazie ad una irresistibile pressione popolare — erano del tutto svanite. Che fare? Spinelli riteneva che per riprendere il cammino dell’unificazione si dovesse tornare a far leva sulle forze politiche nazionali più sensibili al problema europeo. Albertini aveva invece un altro orientamento. Se l’obiettivo era la convocazione di un’assemblea costituente, occorreva stabilire in primo luogo “in quale situazione di potere è possibile la decisione di convocare la Costituente”. In una concisa analisi del problema scriveva: “Noi viviamo già nella confederazione europea, nell’unità europea di fatto, basata sull’eclissi delle sovranità nazionali, sulla necessità degli Stati europei di collaborare strettamente nel campo politico ed economico. Ciò basta per dire che esiste la base reale di una lotta per un’unità istituzionale”.[21] La situazione di potere rendeva dunque possibile la lotta per la federazione europea. Ma quale azione concreta potevano svolgere i federalisti per cogliere tutte le opportunità offerte dal processo?

Non era facile rispondere a questa domanda perché non c’erano sul tappeto battaglie risolutive come quella per la CED, una situazione nella quale non si trattava di scegliere ma di battersi. D’altra parte, dopo i primi successi del mercato comune, gli europei avevano di fronte a sé la prospettiva di un lungo periodo di prosperità: l’integrazione economica aveva innescato in molti paesi — primi fra tutti l’Italia e la Germania — un vero e proprio “miracolo economico”. Le voci critiche non godevano quindi di buona stampa, e le rigide prese di posizione del MFE venivano considerate massimaliste dai governi e dalle forze politiche nazionali.

Nel 1962 Albertini aveva assunto, di fatto, la guida del Movimento federalista e, insieme alla maggioranza dei federalisti che aveva scelto di seguirlo, si preparava a lanciare una nuova campagna, il Censimento volontario del popolo federale Europeo. Al Congresso di Lione che si svolse nel febbraio di quell’anno, Albertini concludeva il suo rapporto proponendo “una campagna di dieci anni di raccolta di firme, sotto l’insegna ‘una maggioranza per la Costituente del popolo europeo’, con il fine pratico di impiegare un mezzo d’azione alla portata di tutti, e per questo tale da svilupparsi dappertutto”.[22] Si trattava di una campagna che poteva essere svolta da sezioni agguerrite come da singoli militanti isolati, e che si proponeva di mobilitare l’europeismo organizzato, cioè i movimenti europeisti e federalisti; l’europeismo organizzabile, cioè gli individui più sensibili alla crisi storica degli Stati nazionali, e l’europeismo diffuso, cioè il riflesso dell’unità europea di fatto su tutti gli individui.[23]

Le caratteristiche che aveva assunto il processo di unificazione europea rendevano possibile un’azione in grado di orientare il consenso dei cittadini verso l’Europa e di preparare il terreno per il momento in cui si sarebbero dovute compiere le scelte decisive. Quel momento non era ancora venuto; bisognava invece preparare l’opinione pubblica a far sentire la sua influenza quando l’ora fosse scoccata. “Quando l’Europa avrà un vero governo, ciascuno potrà, col proprio voto, rafforzare questo o quel partito europeo, per sostenere la politica europea corrispondente ai propri ideali e interessi. Ma nell’Europa di oggi, che non esiste ancora come organizzazione democratica, ciò che tutti possono fare per l’Europa è solo dichiararsi per l’unità europea. Ne consegue che per ora l’unica possibilità di manifestarsi della forza europea (in politica la forza sta nei voti e negli atteggiamenti del popolo) sta solo in questo: nel fatto che i cittadini si dichiarino per l’Europa e nella somma di queste dichiarazioni”.[24]

Nella mente di Albertini il Censimento era l’unica strada percorribile per raggiungere gli stessi obiettivi che il Congresso del popolo europeo non era riuscito a conseguire.[25] Nel 1966, a due anni dall’inizio della nuova campagna, scriveva: “quando saremo vicini alla possibilità di effettuare il trapasso dei poteri dagli Stati nazionali alla Federazione europea, e sarà necessario disporre dell’interlocutore europeo di questa operazione costituente, il fatto di avere già stabilito un legame organico tra i federalisti da una parte, la popolazione, i partiti, i sindacati e così via dall’altra, permetterà di organizzare, sulla base del censimento… il Congresso del popolo europeo”.[26]

Lo sviluppo del Censimento a “macchia d’olio”, sul quale si erano puntate inizialmente molte speranze, non si realizzò. Fu anch’esso vittima degli stessi limiti di cui aveva sofferto il CPE, vale a dire della mancanza di una rete di organizzazioni locali su scala europea che non poteva essere sostituita dall’iniziativa di singoli militanti. Ma ebbero entrambi, tanto all’interno quanto all’esterno del MFE, una funzione essenziale. All’interno il CPE e il Censimento costituirono una palestra di inestimabile valore per la formazione di una nuova generazione di militanti determinati a continuare la lunga marcia nel deserto; all’esterno confermarono la possibilità di mantenere un contatto diretto con i cittadini e di tener vivo il principio che l’integrazione economica, da sola, non avrebbe condotto automaticamente all’unità politica dell’Europa.

Nel MFE è sempre stata viva la consapevolezza che per creare un nuovo Stato non sia sufficiente la spinta dell’economia ma che sia invece necessario un atto costituente. I federalisti erano anche consapevoli del fatto che, per essere portata fino in fondo, l’unità economica aveva bisogno di quella politica. Il primo appuntamento sarebbe stato la fine del periodo transitorio del mercato comune: in quel momento i nodi sarebbero venuti al pettine ponendo la classe politica di fronte a scelte precise. “L’Europa, scriveva Albertini nel 1967, non è più, come all’inizio della nostra lotta, una semplice previsione storica. E’ una realtà economica con una complessa amministrazione comunitaria, oltre che una necessità politica sempre più evidente. Ma a fianco di questa imponente realtà europea c’è un Parlamento europeo ancora privo di base elettorale. Se si chiede che venga eletto, si chiede una cosa che tutti, salvo i nemici dell’Europa, trovano giusta. Si tratta di sfruttare questo sentimento... Naturalmente non si tratta solo di chiedere l’elezione diretta del Parlamento europeo, ma di sviluppare un’azione lunga e difficile al termine della quale si possa averla... In pratica, si tratta di identificare di volta in volta degli obiettivi effettivamente perseguibili sulla via del fatto elettorale europeo, in modo da provocare delle decisioni concrete e non solo dei discorsi domenicali”.[27]

Con questa decisione il MFE abbandonava la via del massimalismo (la convocazione della costituente all’inizio del processo come avrebbe voluto la logica), e abbracciava invece la strategia del gradualismo costituzionale. Il CPE e il Censimento non erano stati in grado di costringere i governi a convocare un’Assemblea costituente non perché l’idea sottesa a questa strategia fosse sbagliata, ma per “l’estrema difficoltà di convocare una Costituente all’inizio del processo, con i partiti ancora strettamente legati ai poteri nazionali”.[28] Per preparare il momento della decisione era necessario innescare un processo nel quale successivi atti costituenti avrebbero imposto ai governanti la cessione di una parte della loro sovranità all’Europa. Al “Congresso dell’Europa” convocato dal Movimento europeo nel febbraio del 1976, Willy Brandt affermò che il Parlamento europeo avrebbe dovuto diventare l’Assemblea costituente permanente dell’Europa.[29] Si trattava di un’immagine molto suggestiva che rinviava però la conclusione del processo ad un tempo indefinito e che per ciò stesso non mobilitava alcuna volontà. L’idea di gradualismo costituzionale elaborata da Albertini si poneva invece obiettivi precisi, individuati sulla base della situazione di potere esistente in Europa, per i quali era possibile definire una chiara strategia.

La logica che aveva ispirato il gradualismo costituzionale non era lontana da quella che aveva spinto Jean Monnet a redigere il famoso Memorandum con il quale proponeva la creazione della CECA. Dopo aver constatato che su ogni settore del fronte politico non si incontravano che dei vicoli ciechi, Monnet proseguiva: “Da una situazione simile si può uscire in un solo modo: con una azione concreta e risoluta su un punto limitato ma decisivo, che provochi un cambiamento fondamentale su un punto e modifichi progressivamente i termini stessi dei problemi”.[30] A giudizio di Albertini il punto che avrebbe modificato “i termini stessi dei problemi” era l’elezione diretta del Parlamento europeo perché avrebbe inserito nel processo di unificazione il primo germe di democrazia e avrebbe spostato la vita politica dai quadri nazionali al quadro europeo.

Per ottenere questo risultato l’ostacolo più difficile da superare era l’opposizione francese, ma nulla poteva impedire agli altri paesi di eleggere i loro parlamentari a suffragio universale. Era di qui che bisognava partire. L’11 giugno 1969 venne presentata al Senato una proposta di legge di iniziativa popolare per l’elezione diretta dei delegati italiani al Parlamento europeo. In Senato la proposta fece molti passi avanti ma non arrivò a conclusione per una felice coincidenza. Il 13 maggio 1974 il Presidente della Repubblica francese annunciò di voler “prendere o far prendere dalla Comunità una iniziativa per sbloccare l’Europa ed arrestarne la crisi e l’allora ministro degli esteri francese, Jean Sauvagnargues, avanzò la proposta dell’elezione a suffragio universale del Parlamento europeo, proposta che venne adottata nel Vertice di Roma dell’1 e 2 dicembre 1975.”[31] Era la prima vittoria strategica che il MFE poteva iscrivere al proprio attivo.

L’iniziativa del governo francese era arrivata in un momento particolarmente complicato per la vita europea. Il crollo del sistema monetario internazionale e la crisi petrolifera avevano causato un crescente disordine monetario che rischiava di mandare in frantumi la Comunità. L’elezione diretta del Parlamento europeo avrebbe rafforzato il legame dei cittadini con l’Europa ma, da sola, non sarebbe bastata. I problemi sul tappeto potevano essere risolti solo con la creazione di un governo europeo. Tuttavia, anche di fronte ad eventi così traumatici, i governi nazionali non si mostrarono disposti ad andare fino in fondo. Era perciò necessario continuare a tessere pazientemente la tela del gradualismo costituzionale individuando un obiettivo che avrebbe approfondito le contraddizioni del processo e avrebbe infuso ai governi maggior coraggio. La moneta sembrava il terreno più propizio per riprendere la battaglia.

Già all’indomani della prima bufera valutaria Albertini aveva posto l’accento sul fatto che la moneta poteva rappresentare il punto più scivoloso sul piano inclinato che conduceva all’Europa. “Bisogna accettare, scriveva nel 1973, e sostenere, contro la logica, una operazione graduale di unificazione monetaria precedente, e non seguente, la creazione di un potere politico europeo perché i protagonisti del processo per quanto riguarda l’esecuzione... non si comportano secondo criteri logici... Se si riesce a impegnare qualcuno per qualcosa (l’unione monetaria) che implica un presupposto (il potere politico), può accadere che costui finisca per trovarsi suo malgrado nella necessità di crearlo”.[32]

Il 15 febbraio 1992, a Maastricht, i Capi di Stato e di governo decidevano la creazione della moneta unica. I federalisti avevano colto un’altra vittoria strategica. L’elezione a suffragio universale del Parlamento europeo e la moneta unica li avevano impegnati per 25 anni, dal 1967 al 1992, ma finalmente erano state poste le basi per il salto decisivo. L’Unione europea poteva ormai contare su un Parlamento eletto. E, dopo Maastricht, poteva anche contare su una moneta e una banca centrale europee che rappresentavano due tessere del futuro Stato federale.

La creazione della moneta unica era stata accelerata dagli sconvolgimenti provocati dal crollo del muro di Berlino, dal collasso dell’Unione Sovietica e dalla fine del bipolarismo che aveva retto il mondo nel dopoguerra. Avvenimenti di questa portata non potevano non incidere sul destino dell’Europa: si poteva sperare che i governi europei, presi nel vortice degli eventi che stavano ridisegnando gli equilibri mondiali, e riproponevano in modo più crudo rispetto al passato “la rovinosità di qualsiasi politica ad orizzonte nazionale”, avrebbero avvertito un urgente bisogno di unità decidendosi, una volta per tutte, a compiere il salto federale. La loro risposta si è invece fermata a metà strada: alcuni di essi hanno rafforzato i propri legami con la creazione della moneta unica, ma nessuno ha avuto il coraggio di prendere di petto i problemi della difesa e della politica estera, cioè dello Stato europeo. “L’Unione politica, scriveva Albertini nel 1990, viene ancora concepita non solo come separata (per i settori effettivamente investiti) dall’Unione economica, ma anche come una impresa che sarebbe realizzabile solo in tempi lunghi, e solo con un gradualismo simile a quello che ci ha condotto sulla soglia della moneta europea. Questa concezione è completamente sbagliata. Nella sfera economica si può passare per gradi da una situazione nazionale ad una situazione sempre meno nazionale e sempre più europea, che solo alla fine del processo deve essere necessariamente consolidata con un governo e una moneta. Nella sfera della politica estera invece — tanto più se essa viene separata dalla sfera economica, e perciò viene riferita soprattutto alle forze armate e alla difesa — questa evoluzione graduale non è possibile. Qualunque sia la combinazione cui a volta a volta si ricorre, si resta comunque, e sempre, nel quadro delle alleanze (più o meno organizzate), cioè nel quadro nazionale, senza potersi mai trovare in una situazione europea che basterebbe consolidare e fissare con un potere politico europeo. Tessendo questa tela si resta sempre nel contesto nazionale, come sanno tutti coloro che riconoscono la differenza tra federazione e confederazione”.[33]

A dire il vero, i Capi di Stato e di governo hanno riconosciuto che il problema dell’unità europea non si esauriva con la creazione della moneta. Nel Trattato di Maastricht non si parla solo dell’euro ma anche della cittadinanza, della politica estera, della difesa, della giustizia. “Moneta, cittadinanza, socialità, politica estera, difesa, commentava Albertini, sono elementi di un programma di creazione dello Stato europeo. Si tratta di vedere se l’esito sarà positivo oppure no, se le difficoltà economiche e politiche determineranno problemi, ma in ogni caso esiste un programma, elaborato dai governi, di creazione dell’unità europea entro il 1999”.[34]

L’esistenza di un programma non è di per sé la garanzia che verrà realizzato. Le conferenze intergovernative convocate per risolvere i problemi lasciati in sospeso a Maastricht, si sono limitate a ritocchi insignificanti nelle strutture dell’Unione. Gli ultimi a stupirsi erano stati i federalisti i quali hanno sempre saputo che i governi avrebbero cercato di rinviare il passo decisivo fino al momento in cui non vi fossero stati costretti dalla forza delle cose.

La maggioranza dei cittadini europei è tuttora favorevole all’unità dell’Europa. La crisi degli Stati nazionali è davanti agli occhi di tutti, così come davanti agli occhi di tutti è, o dovrebbe essere, la “necessità di unificare l’Europa” perché è ormai evidente, come scriveva Luigi Einaudi nel 1954, che il “problema non è fra l’indipendenza e l’unione; è fra l’esistere uniti o lo scomparire”.[35] Le sfide della storia imporrebbero una risposta federale; l’azione dei governi va invece alla ricerca degli espedienti più fantasiosi che hanno il solo scopo di non fare la sola cosa che risolverebbe di colpo tutti i problemi — lo Stato federale europeo. E’ proprio in questa situazione che l’avanguardia federalista può giocare un ruolo decisivo indicando l’unica strada che può condurre alla soluzione del problema, e battersi per realizzarla.

Dopo un lungo e tortuoso percorso siamo ritornati alle origini, o quasi. Per pensare alle vie concrete che avrebbe preso lo creazione dello Stato europeo, Albertini invitava a non appiattirsi sulle esperienze del passato. Uno Stato nuovo non nasce perfetto come Minerva dalla testa di Giove. Per “la sua stessa natura l’opera costituente europea non potrà coincidere con i lavori di una Assemblea costituente che nel giro di qualche mese debba redigere una costituzione definitiva. In Europa uno Stato europeo a cui dare forma costituzionale non c’è. In Europa lo Stato si tratta davvero di farlo, nel senso letterale del termine; e per questo bisogna attribuire ad un potere il compito di farlo. E la cosa che i fatti dell’integrazione europea dovrebbero ormai averci insegnato è che solo con una prima forma di Stato europeo (da istituire con un atto costituente ad hoc) si può avviare il processo di formazione dello Stato europeo per così dire definitivo”.[36] Il fatto che il completamento dello Stato sia un processo graduale, non vuol dire — e Albertini l’ha ribadito più volte — che anche il trasferimento di poteri sovrani dalle nazioni all’Europa sia un processo graduale. Esso è il risultato di una decisione puntuale che consente di varcare il confine che separa la federazione dalla confederazione. Una volta compiuto il salto il resto verrà.

A meno di eventi imprevedibili, è poco probabile che questo passo venga compiuto seguendo una via diversa da quella di un “patto federale” stipulato fra i paesi decisi a dar vita ad una prima forma di Stato europeo. La soluzione è semplice, ma la battaglia sarà lunga e difficile perché le classi politiche nazionali non si rassegneranno a perdere il loro potere, per quanto illusorio esso sia.

All’inizio della sua militanza Albertini si rivolgeva ai federalisti osservando: “le nostre difficoltà ... sono quelle che tutte le cose nuove, tanto della politica quanto della vita, hanno sempre incontrato. Anche per noi vale la considerazione che la pazienza è una virtù rivoluzionaria”.[37] La pazienza non equivale però all’attesa che qualcosa si compia. Deve piuttosto essere considerata come la devozione assoluta alla causa per la quale si è scelto di battersi.

A volte gli insegnamenti più profondi si incontrano dove meno uno se li aspetta. In un libro sulla sua vita, Uto Ughi ricorda un incontro con il grande chitarrista spagnolo Andrés Segovia. “Segovia, scrive Uto Ughi, era una persona di profonda saggezza, ma al tempo stesso mostrava uno spirito sottile e un’ironia acuta. Una volta mi chiese se sapessi la differenza fra conoscenza, sapienza e virtù, e mi spiegò: ‘Sapienza è sapere cosa fare, conoscenza è sapere come fare, virtù è fare’”.[38] Nei lunghi anni della sua militanza federalista, Mario Albertini ha saputo incarnare, in maniera esemplare, queste tre qualità senza le quali non si costruisce nulla.



* Si tratta del testo dell’intervento presentato al convegno Il federalismo europeo e la politica del XXI secolo: l’attualità del pensiero di Mario Albertini, tenutosi all’Università di Pavia il 16 novembre 2017.

[1] Una definizione quasi analoga di militante si incontra per la prima volta in un Rapporto al MFE, Giornale del Censimento, 1, n. 1 (1965), ristampato in M. Albertini, Una rivoluzione pacifica. Dalle nazioni all’Europa, Bologna, Il Mulino, 1999, p. 139.

[2] Il federalismo militante. Vecchio e nuovo modo di fare politica, Il Dibattito federalista, 1 (1985), pp. 1-3, ristampato in M. Albertini, Una rivoluzione pacifica, op. cit., p. 445. Albertini incominciò ad occuparsi attivamente del MFE nel 1952 come testimonia una lettera inviata ad Aurelio Bernardi il 1° luglio dello stesso anno (D. Preda, Per una biografia di Mario Albertini: la formazione, la scelta europea e l’autonomia federalista, Pavia, Jean Monnet interregional centre of excellence of Pavia, 2014, p. 49).

[3] M. Albertini, L’Europa secondo me (raccolta di interviste sull’Europa con esponenti politici, culturali e di associazioni europeiste a cura dei Lions Clubs lombardi), s.l., 1979, ristampato in M. Albertini, Tutti gli scritti. VIII. 1979-1984, a cura di N. Mosconi, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 97.

[4] Nazionalismo e alternativa europea. Intervista a Mario Albertini, Il Dibattito federalista, 10 (1994), p. 37.

[5] Questo giudizio è stato ribadito ancora più nettamente nella prefazione a M. Albertini, Il Risorgimento e l’unità europea, Napoli, Guida, 1979.

[6] M. Albertini, Un eroe della ragione e della politica, in L’Europa di Altiero Spinelli, Bologna, Il Mulino, 1994, p. 18.

[7] M. Albertini, L’amore dell’Italia nell’Europa, Lo Stato moderno, 4 (1947), p. 411.

[8] L’impegno politico di Mario Albertini dal 1945 al 1953 è stato ricostruito da D. Preda, op. cit. capp. 1 e 2, e, più brevemente, da F. Terranova, Il federalismo di Mario Albertini, Milano, A. Giuffré, 2003, pp. 2-6.

[9] M. Albertini, Un eroe della ragione e della politica, op. cit., p. 18.

[10] A. Spinelli, Nuovo corso, Europa federata, ottobre 1954, ristampato in A. Spinelli, Una strategia per gli Stati Uniti d’Europa, Bologna, Il Mulino, 1989, pp. 152-3.

[11] F. Rossolillo, Il ruolo dei federalisti, Il Federalista, 44 (2002), p. 194.

[12] A. Spinelli, L’Europa non cade dal cielo, Bologna, Il Mulino, 1960, p. 254.

[13] M. Albertini, Il federalismo militante. Vecchio e nuovo modo di fare politica, op. cit., p. 442.

[14] M. Albertini, I tre gradi dei militanti, Europa federata, 8 (1956), ristampato in M. Albertini, Una rivoluzione pacifica, op. cit., p. 367-71.

[15 ]M. Albertini, Il reclutamento e la formazione dei militanti per le nuove lotte del federalismo, L’Unità europea, novembre 1979 (supplemento), ristampato in M. Albertini, Una rivoluzione pacifica, op. cit., pp. 419-20.

[16] M. Albertini, Esame tecnico della lotta per l’Europa, Il Federalista, 1 (1959), ristampato in M. Albertini, Tutti gli scritti. III. 1958-1961, a cura di N. Mosconi, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 382. I brevi capitoli che compongono questo testo erano già stati pubblicati separatamente su Popolo europeo, a firma Publius. Come si evince dalla nota introduttiva a p. 371, i testi sono stati in seguito “revisionati e completati” dall’autore e pubblicati in versione definitiva nel 1959.

[17] M. Albertini, Una rivoluzione pacifica, op. cit., p. 389.

[18] Questo principio non escludeva finanziamenti per azioni specifiche. Le campagne pubblicitarie sui giornali imposte dal silenzio che circondava le iniziative del Movimento federalista anche quando erano in questione scelte cruciali come le elezioni a suffragio universale del Parlamento europeo o la moneta unica, sono state in parte finanziate dai militanti, in parte da contributi volontari di simpatizzanti che non erano direttamente impegnati nel MFE ma che ne condividevano le scelte. La stessa cosa vale per le grandi manifestazioni promosse dal MFE in occasione dei Vertici fra i Capi di Stato e di governo.

[19] N. Machiavelli, Il Principe, in Opere, a cura di C. Vivanti, I, Torino, Einaudi, 1997, p. 132.

[20] M. Albertini, Pregare o forzare, Europa federata, 10 (1957), ristampato in M. Albertini, Una rivoluzione pacifica, op. cit., p. 94.

[21] M. Albertini, La crisi di orientamento politico del federalismo europeo, Il Federalista, 3 (1961), ristampato in M. Albertini, Una rivoluzione pacifica, op. cit., p. 111.

[22] M. Albertini, Rapporto al Congresso di Lione, in M. Albertini, Una rivoluzione pacifica, op. cit., p. 129.

[23] Ibid., p. 128.

[24] M. Albertini, Il Censimento volontario del popolo federale europeo, Giornale del Censimento, 2, n. 3 (1966), ristampato in M. Albertini Una rivoluzione pacifica, op. cit., pp. 147-8.

[25] M. Albertini, Rapporto al MFE, Giornale del Censimento, 1, n. 1 (1965), ristampato in M. Albertini, Una rivoluzione pacifica, op. cit., p. 143.

[26] M. Albertini, Il Censimento volontario del popolo federale europeo, op. cit., p. 150.

[27] M. Albertini, Un piano di azione a medio termine, Federalismo europeo, 1, nn. 7-8 (1967), ristampato in M. Albertini, Una rivoluzione pacifica, op. cit., pp. 156-7.

[28] M. Albertini, Tesi per il XIV Congresso nazionale MFE, in Movimento federalista europeo, Atti del XIV Congresso. Roma 2-5 marzo 1989, Pavia, s.d., ristampato in M. Albertini, Una rivoluzione pacifica, op. cit., p. 303.

[29] L.V. Majocchi, F. Rossolillo, Il Parlamento europeo. Significato storico di un’elezione, Napoli, Guida, 1979, p. 105.

[30] Il “Memorandum Monnet” del 3 maggio 1950, in M. Albertini, Il federalismo, Bologna, Il Mulino, 1993, p. 273.

[31] Il 27 agosto 1974 Valéry Giscard d’Estaing rivolse ai francesi un messaggio molto significativo: “L’Europa non deve contare su altri che su se stessa per organizzarsi e il mondo moderno non potrà essere considerato veramente tale fino a quando la sua carta non avrà cessato di presentare al posto dell’Europa un’area lacerata. E’ questo il motivo per cui la Francia prenderà, nel corso dei prossimi mesi, iniziative per l’organizzazione politica dell’Europa. Vi è — lo so bene — ogni sorta d’alibi per non fare l’Europa politica, ma non vi sarà alcun alibi per coloro che sono stati convocati all’appuntamento con la storia, com’è il caso della nostra generazione, e che ne siano tornati a mani vuote. Nel corso delle prossime settimane la Francia proporrà un certo numero di misure riguardanti il rilancio dell’Unione economico-monetaria dell’Europa; è però mia intenzione indirizzarmi anche ai Capi di Stato e di governo dei paesi europei, nostri partners e nostri amici, per proporre loro di riflettere insieme, nel periodo in cui la Francia ha la presidenza della Comunità, sul calendario e sui metodi di realizzazione dell’unione politica dell’Europa”. E’ sconcertante constatare come alla percezione della gravità degli eventi non facesse riscontro nessuna iniziativa concreta per realizzare l’Unione politica.

[32] M. Albertini, Il problema monetario e il problema politico europeo, in Studi in onore di Carlo Emilio Ferri, Milano, A. Giuffré, 1973, ristampato in M. Albertini, Una rivoluzione pacifica, op. cit., p. 174. La versione originale, in lingua francese, è stata pubblicata in Le Fédéraliste, 14 (1972).

[33] M. Albertini, Moneta europea e unione politica, L’Unità europea, settembre 1990, ristampato in M. Albertini, Una rivoluzione pacifica, op. cit., p. 322.

[34] M. Albertini, L’Europa dopo Maastricht: gli aspetti politici, in L’Europa dopo Maastricht. Problemi e prospettive, a cura di S. Beretta, Milano, A. Giuffré, 1994, ristampato in M. Albertini, Una rivoluzione pacifica, op. cit., p. 338.

[35] L. Einaudi, Sul tempo della ratifica della C.E.D., in L. Einaudi, Lo scrittoio del presidente (1948-1955), Torino, Einaudi, 1956, p. 89.

[36] M. Albertini, Elezione europea, governo europeo e Stato europeo, Il Federalista 18 (1976), ristampato in M. Albertini, Una rivoluzione pacifica, op. cit., pp. 224-5.

[37] M. Albertini, La formula del Movimento, Europa federata, 8 (1955), ristampato in M. Albertini, Una rivoluzione pacifica, op. cit., p. 351.

[38] U. Ughi, Quel diavolo di un trillo. Note sulla mia vita, Torino, Einaudi, 2013, p. 48.

  

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