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Note

Anno LX, 2018, Numero 1, Pagina 50

 

 

GESTIRE L’EMERGENZA CLIMATICA IN EUROPA:
NON SI TRATTA SOLO DI RIDURRE LE EMISSIONI DI CO2

 

 

E’ ormai acquisito che la principale causa dell’effetto serra e delle sue conseguenze sul clima del nostro pianeta sta nel progressivo accumulo di anidride carbonica (CO2)[1] nell’atmosfera causato dal fatto che la quantità di questo gas immessa nell’atmosfera dalle attività umane (combustione di fossili — carbone, petrolio e suoi derivati —, produzione di cemento e agricoltura) supera la capacità di assorbimento da parte dei meccanismi naturali (scioglimento del gas nelle acque degli oceani, fissazione da parte degli organismi fotosintetici).[2] L’obiettivo di limitare urgentemente le emissioni di CO2, attraverso la ricerca e la diffusione di fonti di energia alternative e rinnovabili e la delineazione di un nuovo modello di sviluppo basato sul risparmio energetico, consentendo allo stesso tempo la crescita dei paesi in via di sviluppo, si è imposto prepotentemente all’attenzione dell’opinione pubblica ed è stato l’oggetto di accordi tra i governi a livello mondiale nelle conferenze sul clima che si sono succedute negli ultimi anni sotto l’egida delle Nazioni unite.[3] Il protocollo di Kyoto,[4] pur fissando obiettivi vincolanti di riduzione nelle emissioni di gas ad effetto serra a carico dei paesi industrializzati (riduzione del 5% rispetto ai valori del 1990 entro il 2012 e del 18% entro il 2020), si sta rivelando largamente insufficiente.[5] L’accordo di Parigi del 2015,[6] adottato dalla COP21 e destinato ad entrare in vigore nel 2020, per quanto riguarda la riduzione delle emissioni di gas serra si pone come obiettivo di “mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali, e [di] proseguire l’azione volta a limitare l’aumento a 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali” entro la fine del secolo, grazie a obiettivi di contenimento delle emissioni quantificati da ciascuno dei 195 stati partecipanti con l’impegno di rispettarli. Con lo stesso tipo di approccio gli accordi di Parigi affrontano i problemi dell’aumento della capacità di adattamento agli effetti negativi dei cambiamenti climatici e della coerenza dei flussi finanziari “con un percorso che conduca a uno sviluppo a basse emissioni gas ad effetto serra e resiliente al clima”.[7]

Inoltre, l’osservazione che gli idrofluorocarburi (HFC) — utilizzati in sostituzione dei cloroflurocarburi (CFC) nei sistemi di refrigerazione, responsabili dell’ampliamento del “buco nell’ozono” e banditi con il Protocollo di Montreal[8] — contribuiscono all’effetto serra in misura addirittura maggiore della CO2, ha portato nel 2016 a un emendamento dell’accordo di Montreal (accordo di Kigali) che vi include gli HFC e che dovrebbe portare entro 2100 ad una riduzione di 0,5 °C della temperatura del pianeta.[9]

Tuttavia diversi studi dimostrano che gli impegni previsti da questi accordi, pur permettendo un rallentamento dell’accumulo di CO2 nell’atmosfera, sono lontani dall’essere in grado di raggiungere gli obiettivi che si propongono.[10],[11] A questa intrinseca debolezza si aggiungono il crescente disordine internazionale che mina l’impegno dei governi nel rispettare gli impegni presi e la minaccia degli Stati Uniti (uno dei principali produttori di gas ad effetto serra) di recedere dagli accordi di Parigi ventilata dal Presidente Trump. L’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite è molto esplicito: “Migliorare le istituzioni, così come aumentare il coordinamento e la cooperazione nella governance possono contribuire a superare gli ostacoli regionali per quanto riguarda la riduzione [dei livelli di gas ad effetto serra],[12] l’adattamento [ai cambiamenti climatici] e la riduzione dei rischi di disastri. Nonostante la presenza di un ventaglio di istituzioni multilaterali, nazionali ed infranazionali rivolte alla riduzione e all’adattamento, le emissioni globali di gas ad effetto serra continuano ad aumentare e le necessità di adattamento già identificate non sono adeguatamente affrontate. La realizzazione di efficaci misure di attenuazione e di adattamento richiedono nuove istituzioni e soluzioni istituzionali su diversi livelli.”[13]

La creazione, in seno alle Nazioni unite, di un’autorità dotata dei poteri di definire le misure effettivamente capaci di invertire la tendenza al riscaldamento del pianeta, di effettuare una redistribuzione della ricchezza che permetta di raggiungere questo obiettivo senza penalizzare i paesi in via di sviluppo e di imporne l’applicazione a tutti gli Stati, appare, tuttavia, irrealizzabile al momento. Il quadro internazionale attuale è infatti caratterizzato da crescenti tensioni, da una forte frammentazione e dalla mancanza di una leadership autorevole e lungimirante. E’ anche evidente che l’Europa, se si unisse, potrebbe fare molto per migliorare la situazione; ma al momento si tratta di u\na prospettiva che non si è ancora concretizzata.

Stante la situazione, dunque, anche nella migliore delle ipotesi, sembra certo che nei prossimi decenni l’umanità si troverà a dover fronteggiare le conseguenze di un peggioramento dell’effetto serra.

Le conseguenze dei cambiamenti climatici sono estremamente complesse ed interconnesse e quindi difficilmente prevedibili in dettaglio; riguardano sia l’ambiente fisico, sia la biosfera; si manifestano sia con fenomeni puntuali, sia con processi di lungo periodo, e sono destinate ad interferire pesantemente con tutti gli aspetti della vita umana: la loro gestione investe quindi sia i singoli Stati al loro interno, sia i rapporti internazionali.[14] Le caratteristiche di tali effetti, nella maggior parte dei casi, variano a seconda della zona geografica, in quanto sono influenzate non solo da variabili climatiche, ma anche dalla natura del territorio, da fattori economici e sociali, a loro volta espressione delle forti diseguaglianze di sviluppo delle varie parti del mondo che si riflettono sia sulla vulnerabilità agli eventi atmosferici, sia sulle possibilità di adottare misure che ne riducano gli effetti (che riducano la vulnerabilità alle variazioni climatiche) o che prevengano in qualche misura il manifestarsi di tali effetti o addirittura consentano di sfruttare il loro verificarsi (adattamento).[15] Inoltre, trattandosi di fenomeni non lineari, dei cui meccanismi di compensazione non si conosce il limite di rottura, possono dare origine in maniera imprevedibile a fenomeni catastrofici irreversibili.

Tutti gli studi sugli effetti del riscaldamento globale indicano come principale conseguenza dell’effetto serra le modificazioni del ciclo dell’acqua. Aumento dell’umidità atmosferica, scioglimento dei ghiacci e diminuzione della copertura nevosa, aumento della frequenza di precipitazioni di forte intensità intervallate da lunghi periodi di siccità si manifestano con diverse caratteristiche nelle diverse parti del globo.[16]

Nel caso dell’Europa, l’aumento delle temperature medie ha già cominciato a manifestare effetti sull’agricoltura: sono commercializzate banane e avocado coltivati in Italia, sono in calo le rese delle colture di orzo e luppolo in Belgio e nella Repubblica Ceca, mentre i produttori di champagne francesi ipotizzano un graduale spostamento verso nord delle coltivazioni di fronte a un aumento medio delle temperature nelle attuali zone di coltura di 1,3 °C negli ultimi 30 anni.[17] Tuttavia, stando alle proiezioni del Centro comune di Ricerca dell’UE (JCR), mentre in assenza di interventi sulle emissioni di CO2 si avrebbe entro la fine del secolo un calo della produttività agricola a livello dell’UE del 10%, se venissero raggiunti gli obiettivi degli accordi di Parigi le rese dell’agricoltura in complesso non diminuirebbero.[18]Questi effetti relativamente limitati sarebbero legati al fatto che un aumento della produttività agricola nell’Europa settentrionale (a causa dell’aumento delle temperature) compenserebbe in parte la sua diminuzione nell’Europa meridionale (legata soprattutto a prolungati periodi di siccità).

Nell’ipotesi che prosegua l’attuale trend di aumento dell’effetto serra, tuttavia, in Europa ci si attende un raddoppio dei danni causati da inondazioni soprattutto in Inghilterra, Irlanda e nei paesi dell’Europa centrosettentrionale: nel 2080 (tenendo conto della crescita economica e demografica) i danni, a seconda del modello utilizzato per la previsione, sarebbero compresi tra 70 e 100 miliardi di euro all’anno. Se da oggi al 2080 fosse adottata un’efficace politica del territorio (al costo di circa 8 miliardi di euro all’anno), i danni sarebbero ridotti di più di 50 miliardi all’anno. Nell’Europa del sud, al contrario, a causa dell’aumento dei periodi siccità, associati alla diminuzione delle riserve idriche rappresentate dalle nevi e dai ghiacciai delle montagne (sempre che continui l’attuale trend), la superficie di terreno coltivabile danneggiata aumenterebbe di sette volte.[19] In questa prospettiva, tenuto conto della struttura orografica del continente europeo, sarebbe necessario realizzare una pianificazione del territorio articolata e coordinata ai diversi livelli che sappia integrare le necessità delle varie porzioni dei bacini fluviali che travalicano i confini degli Stati, nel quadro di un governo dell’economia e del territorio a livello europeo. La Strategia di adattamento ai cambiamenti climatici dell’UE, adottata dalla Commissione europea nel 2013, è lungi dal realizzare un obiettivo di questo genere e si limita a stimolare l’azione degli Stati membri, a promuovere maggior consapevolezza nelle decisioni a proposito dell’adattamento ai cambiamenti climatici e a stimolare l’adattamento nei settori economici più sensibili (agricoltura, pesca, politiche di coesione), senza prevedere specifici finanziamenti a questo scopo e limitandosi a raccomandare di reindirizzare in questa direzione fondi già previsti nel bilancio pluriennale sotto altre voci.[20]

Accanto alle conseguenze dirette dei cambiamenti climatici sul territorio europeo, vanno anche considerate quelle indirette, legate alle ripercussioni sull’Europa dei cambiamenti che colpiscono altre parti del mondo. Queste riguardano soprattutto l’Africa e il Medio oriente, dove l’effetto serra sta causando danni alle risorse idriche ed agricole, che si sommano a quelli delle guerre, dell’inquinamento, dello sfruttamento intensivo delle risorse naturali da parte delle imprese multinazionali. Uno studio pubblicato da ricercatori dell’università del Maryland all’inizio del 2018[21] ha dimostrato che nel corso del XX secolo in Africa si è verificato un aumento delle temperature prevalentemente nelle stagioni secche soprattutto nella parte settentrionale del continente, una diminuzione delle precipitazioni sulla regione delle sorgenti del fiume Niger e sul bacino del fiume Congo, mentre se ne è verificato un aumento in corrispondenza dei grandi laghi africani (sebbene nei primi anni del XXI secolo si sia verificata nello Zimbawe una grave carestia, causata da una persistente siccità e dalla scarsezza di riserve idriche). Lo studio, soprattutto, ha messo in luce che la superficie del deserto del Sahara, nell’ultimo secolo, è aumentata del 10%, sia in direzione del Mediterraneo, sia verso sud, invadendo la savana subsahariana del Sahed, riducendo la superficie utilizzabile per l’allevamento del bestiame e per l’agricoltura. La superficie del lago Chad — principale risorsa idrica della regione subsahariana, che rifornisce Camerun, Nigeria, Niger, Chad, Repubblica Centroafricana e Libia per un totale di più di 50 milioni di abitanti, a cui si sono aggiunti quasi tre milioni di rifugiati sfuggiti alla guerra civile in Nigeria — si è ridotta a un decimo (da 25.000 a 2.500 km2) tra il 1963 e il 2013.[22]

Questa situazione ambientale, sommata alle guerre civili che insanguinano tutta la regione subsahariana, ha innescato una crisi umanitaria che ha generato, nell’intera Africa, più di 17 milioni di rifugiati, di cui solo il 3,3% ha raggiunto l’Europa[23] e, col perdurare del peggioramento climatico, è destinata ad aggravarsi. E’ quindi inevitabile un aumento del numero dei “migranti climatici” (la cui protezione, tra l’altro, non è specificamente contemplata dalla Convenzione di Ginevra sullo statuto dei migranti). Per l’Europa, si tratta di una sfida pari, se non addirittura superiore, a quella degli effetti diretti dell’effetto serra. Controllare i flussi migratori, respingere i migranti ai paesi d’origine (o collocarli in “paesi sicuri”, destinati a divenire sempre meno numerosi), o redistribuire i rifugiati tra diversi Stati membri dell’Unione per alleviare la pressione sui paesi di ingresso sono solo palliativi di breve durata. La vera sfida è avviare un piano di aiuti finanziari e tecnologici di riassetto e protezione del territorio che, spingendo gli Stati africani a collaborare fra di loro, riesca simultaneamente a realizzare politiche in grado di mitigare gli effetti delle modificazioni climatiche e a stimolare un processo di unificazione del continente. Un esempio potrebbe essere la risposta all’appello fatto, alla fine del 2017, dal Chad e dalla Nigeria all’Unione africana e alla comunità internazionale per raccogliere 50 miliardi di dollari necessari per rifornire di acqua il lago Chad sfruttando il fiume Ubangi.[24]

Ma una risposta coerente, efficace e duratura a questi problemi non può essere realizzata attraverso la sola collaborazione tra gli Stati membri dell’UE, ciascuno spinto dai propri ristretti interessi: richiede un governo europeo dotato del potere e delle risorse per impostare politiche europee di ampio respiro.

Massimo Malcovati

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[1] Oltre all’anidride carbonica contribuiscono all’effetto serra anche il metano (CH4), l’ossido nitroso (N2O) e gli idrocarburi alogenati (idrofluorocarburi, perfluorocarburi, esafluoruro di zolfo).

[2] Intergovernmental Panel on Climate Change [Core Writing Team, R.K. Pachauri and L.A. Meyer (eds.)], Climate Change 2014 – Synthesis Report, consultabile a questo indirizzo. L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) è l’organismo delle Nazioni unite incaricato della valutazione dei dati scientifici relativi ai cambiamenti climatici, istituito nel 1988 dal Programma sull’ambiente delle Nazioni unite e dall’Organizzazione meteorologica mondiale. Ha 195 Stati membri. L’IPCC pubblica periodicamente un rapporto sullo stato della conoscenza sulle variazioni climatiche: l’ultimo è il 5° (AR5), del 2014. La pubblicazione del prossimo è prevista per il 2020.

[3] La prima è stata la Conferenza di Rio (United Nations Conference on Environment and Development) del 1992: essa produsse la Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change,UNFCCC o semplicemente FCCC, spesso indicata come “Accordi di Rio”), trattato internazionale che, pur non richiedendo in modo vincolante riduzioni nelle emissioni dei gas responsabili dell’effetto serra, prevedeva che gli Stati firmatari (le cosiddette “Parti”) convocassero conferenze annuali (Conferenze delle parti, Conferences of the Parties, COP) che avrebbero elaborato atti (“Protocolli”) per fissare obiettivi vincolanti di riduzione nelle emissioni.

[4] Il protocollo di Kyoto è stato redatto nel dicembre del 1997 dalla terza Conferenza della Parti (COP3) ed è entrato in vigore nel 2005, la scadenza iniziale del 2012 è stata prorogata al 2020 dall’emendamento di Doha. Il testo è scaricabile a questo indirizzo. E’ stato sottoscritto dagli Stati Uniti alla fine del mandato del Presidente Clinton, ma non è mai stato ratificato dal Congresso degli Stati Uniti, che quindi non sono vincolati alla sua attuazione.

[5] Intergovernmental Panel on Climate Change, Climate Change 2014 – Synthesis Report, op. cit..

[6] Il testo italiano dell’Accordo di Parigi è scaricabile da questo sito.

[7] Accordo di Parigi, op. cit., art. 2.

[8] Il Protocollo di Montreal, sottoscritto da 198 paesi ed entrato in vigore nel 1989, ha portato alla riduzione del 98% nella produzione dei gas responsabili dell’ampliamento del “buco nell’ozono” riuscendo di fatto ad arrestarlo.

[9] L’Accordo di Kigali vincola gli Stati partecipanti a ridurre progressivamente l’utilizzazione degli HFC. La riduzione dovrebbe iniziare a partire dal 2019 da parte dei paesi più industrializzati (USA, UE, Regno Unito), dal 2024 da parte di Cina, Brasile e alcuni Stati africani e dal 2028 dal resto. Cfr. ClearIAS Prelims Test Series 2018, Kigali Agreement: Simplified.

[10] United Nations Environment Programme, The Emissions Gap Report 2016, November 2016, http://uneplive.unep.org/theme/index/13#egr.

[11] I risultati di un team internazionale di ricercatori, pubblicati su Nature (una delle più autorevoli riviste scientifiche al mondo), indicano che in realtà il pieno rispetto degli impegni ipotizzati dall’Accordo di Parigi porterebbe la temperatura media globale nel 2100 a valori superiori di 2,5-3 °C rispetto all’era pre-industriale: J. Rogelj, et al., Paris Agreement climate proposals need a boost to keep warming well below 2C, Nature, 534 (2016), pp. 631–39, .

[12] Il termine inglese comunemente usato per indicare la riduzione dei livelli di gas ad effetto serra ottenuta sia riducendone le emissioni, sia aumentandone l’immagazzinamento, è mitigation.

[13]Intergovernmental Panel on Climate Change, Climate Change 2014, op. cit., p. 94.

[14] Gli studi a questo proposito sono numerosissimi. Tra i più recenti, accanto al Climate Change 2014, op. cit., vale la pena di ricordare Epicenters of Climate and Security: The New Geostrategic Landscape of the Anthropocene, rapporto pubblicato nel 2017 dal Center for Climate and Security (organo del Council on Strategic Risks statunitense) in collaborazione con The American Security Project, la Carnegie Mellon University, The Planetary Security Initiative, lo Skoll Global Threats Fund, e l’Oxford University School of Geography and Environment. E’ scaricabile a questo indirizzo.

[15] Intergovernmental Panel on Climate Change, Climate change 2014, op. cit., pp. 49 e 54.

[16]Intergovernmental Panel on Climate Change, Climate Change 2014, op. cit..

[17] Coldiretti, Il clima cambia agricoltura: a tavola banane e avocado made in Italy, dicembre 2015.

[18] J.C. Ciscar et al., Climate Impacts in Europe – The JRC PESETA II Project, JRC Scientific and Policy Reports, Luxembourg, Publications Office of the European Union, 2014, p. 16.

[19]J.C. Ciscar et al., Climate Impacts in Europe, op. cit., pp. 16-17.

[20] European Commission, The EU strategy on adaptation to climate change, 2013.

[21] N. Thomas and S. Nigam, Twentieth-Century Climate Change over Africa: Seasonal Hydroclimate Tends and Sahara Desert Expansion, Journal of Climate, 31, n. 9 (2018).

[22] R. Bishop, African leadership in a time of climate risk, in A. Suy (Ed.), Foresight Africa – Top Priorities for the Continent in 2017, Washington, Brookings, 2017, pp. 76-91, in particolare p. 83.

[23] P. Kingsley, The small African region with more refugees than all of Europe, The Guardian, 26 November 2016.

[24] Nigeria, Chad seek $50 billion to recharge shrinking Lake Chad, Premium Times, 29 January, 2017.

 

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