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Saggi

Anno LX, 2018, Numero 1, Pagina 10

 

 

Chi è sovrano
nell’era dell’interdipendenza globale?

 

FRANCO SPOLTORE

 

 

Stiamo vivendo un’epoca in cui “la democrazia sembra perdere la ragione” un po’ ovunque nel mondo. Il fatto è che, nella misura in cui aumenta l’interdipendenza tra gli Stati e le società in tutti i settori che riguardano la vita degli individui, da quello della sicurezza a quelli della produzione e del consumo dei beni che sono alla base del benessere e del comfort su cui si basa il tenore di vita raggiunti dall’umanità, si diffondono ed approfondiscono dubbi ed interrogativi nelle opinioni pubbliche su dove risiedano ormai la sovranità ed il potere di decidere,[1] cioè su quale sia il ruolo degli Stati e degli individui nel governare processi che ormai superano la dimensione sia locale sia nazionale del governo. In estrema sintesi è a partire da questo dato di fatto che vanno inquadrati i due fenomeni che stanno condizionando sempre più la lotta e il dibattito politici nelle società. Lotta e dibattito che sono alla base dei processi in atto di integrazione su scala continentale e mondiale, ma che stanno alimentando le rivendicazioni per il recupero della sovranità a livello delle istituzioni che dovrebbero gestire il potere di agire ai vari livelli. Un problema storicamente non nuovo, che è stato presente per esempio nel confronto tra federalisti e confederalisti nel processo di consolidamento del potere degli Stati Uniti d’America, ma che oggi in Europa rischia di far deragliare il processo, che pure è in corso, di creare le istituzioni sovranazionali da un lato indispensabili per orientare lo sviluppo del mondo verso un ordine più pacifico, più democratico e dall’altro ecologicamente più sostenibile. Un deragliamento che farebbe ritornare alla competizione violenta tra e negli Stati e che segnerebbe, nonostante le intenzioni di chi rivendica un recupero della libertà di decidere, l’imbarbarimento delle relazioni politiche e sociali, cioè un arresto del processo di civilizzazione dei rapporti umani e del progresso. Quanto sta accadendo in Europa, con il riaffacciarsi delle aspirazioni micro-nazionaliste, è a questo proposito emblematico. In Europa la lentezza con cui si sta procedendo al consolidamento politico di un’Unione fra Stati che non sono più sovrani, ma che non sono tuttora davvero uniti, sta infatti facendo rinascere nelle società aspirazioni nazionaliste e micro-nazionaliste. Come mostrano le prese di posizione di alcuni governi sulle finalità del processo di unificazione europea ed i referendum di rivendicazione dell’indipendenza regionale — cioè del ritorno ad una chimerica sovranità assoluta — di regioni quali la Scozia e la Catalogna, la nostalgia per una immaginaria età dell’oro del passato sembra prevalere sulla capacità di innovare. Anche se si tratta di rivendicazioni ormai incompatibili con il processo di globalizzazione della produzione, dell’economia e delle relazioni sociali, il problema è che purtroppo stenta ad affermarsi un modello istituzionale sovranazionale a cui riferirsi per superare queste contraddizioni.

In tutto ciò l’Europa ha una enorme responsabilità politica e storica in quanto, dopo aver prodotto e aver fatto crescere negli ultimi cinque secoli l’innovazione dello Stato nazionale, cioè l’innovazione politico-istituzionale nel cui ambito sono nate le spinte alla modernizzazione ed allo sviluppo della civiltà, stenta a superare questa dimensione. Una dimensione che, seppure anche attraverso esperienze sanguinose e storicamente tormentate, è stata un elemento propulsivo prima per il superamento delle guerre di religione e, successivamente, del confronto armato e violento prima tra città-Stato, poi tra regioni-Stato e infine, dopo la seconda guerra mondiale, grazie all’avvio del processo di integrazione europea, tra Stati-nazione. Solo dopo questo conflitto, nel corso del quale gli Stati europei hanno dovuto soccombere rispetto alla dimensione continentale di potenze come gli USA e l’URSS, il processo di integrazione ed unificazione europea ha incominciato ad imbrigliare le tendenze nazionaliste che, per ben due volte nel secolo scorso, avevano portato l’Europa sull’orlo della sua completa e definitiva uscita dalla Storia mondiale.

Oggi il tema dell’unione sempre più stretta fra Stati è destinato a restare sul campo e a dominare il confronto politico, proprio perché, a seguito dell’evoluzione del modo di produrre, la grande sfida del nostro secolo è rappresentata ormai dalla necessità di affermare un nuovo modello istituzionale per il governo della crescente interdipendenza nei e fra i continenti, nelle e fra le economie e nelle e fra le società. Questo implica, sul piano istituzionale, risolvere il problema di come inquadrare ed applicare il principio della sovranità in un mondo sempre più interconnesso ed interdipendente.[2] Si tratta di un problema che è strettamente collegato a quello della divisione e condivisione dei poteri tra i vari livelli di governo nell’ambito di una comune giurisdizione, ma che oggi assume un nuovo connotato: quello della sua centralità nel definire e considerare i gradi di libertà che restano agli individui e agli Stati esistenti in un mondo in cui la libertà d’azione dei soggetti che lo abitano è ormai fortemente limitata. Non è certo questa la sede per ripercorrere le tappe del corso della storia o quella degli USA né quelle del conflitto tra spinte verso l’equilibrio o l’egemonia tra Stati nel corso della storia.[3] Ma è un dato di fatto, che con la Costituzione di Filadelfia del 1787 l’umanità ha compiuto il primo parziale passo verso l’affermazione di un sistema in cui la sovranità degli Stati che accettano di diventare o che diventano membri di un’Unione deve e può essere condivisa in un sistema federale. è infatti a partire da questa innovazione che il confronto tra i sostenitori dei diritti dei singoli Stati o di loro parti entrati a far parte di un’unione, ed i sostenitori della supremazia della sovranità del governo sovranazionale, si è fatto più acceso e concreto. Il fatto è che, con l’approfondirsi dell’interdipendenza globale, questo confronto, inizialmente confinato al mondo anglosassone, è diventato mondiale e, come ha messo recentemente in luce anche la vicenda dell’entrata in vigore dell’accordo commerciale tra Unione europea e Canada, che ha rischiato di essere bloccato a causa delle resistenze a ratificarlo da parte di un governo regionale, quello delle Fiandre, resta sostanzialmente irrisolto sul piano politico e giuridico. Sul piano storico, dopo quasi due secoli e mezzo dalla Convenzione di Filadelfia, gli Stati Uniti hanno però nei fatti mostrato da un lato che è possibile reggere la sfida rappresentata dal progressivo coinvolgimento nella politica di potenza mondiale senza favorire la formazione di governi troppo accentrati e tirannici al loro interno, come invece è successo in altre parti del mondo in seguito alla militarizzazione ed all’accentramento delle società sottoposte alle tensioni internazionali ed al pericolo di guerre ricorrenti. E, dall’altro lato, che gli Stati Uniti hanno mostrato, prima degli europei, che è possibile dotarsi della dimensione istituzionale adeguata per affrontare le maggiori sfide globali del nostro secolo senza ricorrere a rimedi nazionali o micro-nazionali per affrontare problemi che hanno via via assunto dimensioni sovranazionali. Rimedi nazionali o micro-nazionali, di cui l’Europa è ancora rimasta vittima, al punto che, per affermarsi, anche le forze politiche che si erano richiamate a valori universalisti ed internazionalisti sono a loro volta diventate prigioniere di argomentazioni populiste e demagogiche pur di garantirsi il consenso popolare, indispensabile in democrazia, per sostenere l’attuazione delle politiche dei governi nazionali e locali, mantenendo lo status quo istituzionale.

* * *

Su questi aspetti, su cui si gioca il futuro della democrazia in un sistema mondiale di Stati sempre più interdipendenti e costretti dal corso della Storia ad incamminarsi sulla strada dell’integrazione su scala continentale e mondiale, occorre tenere aperto il dibattito ed il confronto per decidere come e tra chi promuovere il passaggio dall’era degli Stati nazionali sovrani a quella degli Stati interdipendenti e uniti del mondo. E occorre nel contempo anche essere consapevoli del fatto che in tutto ciò l’Europa ha ancora un ruolo storico da giocare, a patto di riuscire a colmare il deficit di governo sovranazionale che la rende impotente e fonte di disordine internazionale.[4]Ma, per farlo,bisogna vincere le nostalgie di un passato basato su confronti politici divisivi che si rifanno ad una concezione assolutista e populista della sovranità e non considerano la ricchezza e la complessità del mondo così come si va configurando, che non si può ridurre ad una serie di conflitti, più o meno giustificati e giustificabili, tra tanti centri ed altrettante periferie del governo degli affari del mondo.

Oggi è proprio l’antagonismo più o meno fondato e giustificabile fra centri e periferie a nutrire i populismi. Come ha osservato il giornalista Claudio Bastasin, “se esiste nei paesi occidentali qualcosa che li accomuna tutti, come fenomeni sociali e politici caratteristici degli ultimi venti anni, è il difficile adeguamento degli individui alla rapida trasformazione delle strutture economiche nell’era delle nuove tecnologie, del commercio globale e dello spostamento dall’industria ai servizi. Rispetto a tale trasformazione industriale sono in atto due distinti tipi di reazione. Nelle regioni che per motivi geografici e storici sono ben inserite nelle catene produttive globali (Catalogna, Veneto, Lombardia, Great London, Olanda, Baviera e così via) la trasformazione ha provocato degli aggiustamenti per gli individui, tra cui l’accentuata mobilità e un’autonomia fonte di incertezza, che li ha resi insofferenti alle inerzie degli Stati d’origine e di chi ai loro occhi continua a vivere al riparo dalla concorrenza. Nelle regioni alla periferia del cambiamento globale (Stati centrali degli Stati Uniti, vaste regioni della Russia, Nord dell’Inghilterra, Grecia, Mezzogiorno di Italia e Spagna, Germania orientale) si è sviluppata una sindrome di arretramento e talvolta di impotenza. In tutte queste regioni la trasformazione industriale è aggravata dal declino delle ingenti immobilizzazioni di capitale dell’industria pubblica degli anni Cinquanta-Settanta o dei bacini di materie prime ad alta intensità di lavoro, diventato metafora del carente supporto pubblico agli individui. Al tempo stesso, in quasi tutte queste regioni è più penosa, sia culturalmente sia geograficamente, la mobilità degli individui che finisce per implicare una perdita di radici e che accresce un sentimento di vittimistica nostalgia”.[5]

La nuova stagione populista europea non si basa quindi su un’unica ideologia, perché i populismi sono molti e diversi. Si tratta di populismi che si pongono contro il corso sovranazionale della Storia, e che tendono a subire, più che a governare, i fattori che sono alla base dei fenomeni che stanno modificando il modo stesso di vivere nelle e tra le città e il modo di vivere nei e tra i territori. Questi populismi non sono pertanto in grado di offrire delle risposte istituzionali democratiche e credibili al controllo del fenomeno migratorio, né alle politiche dell’integrazione dei migranti nella società, né al fenomeno del controllo e dello sfruttamento del vertiginoso aumento del flusso dei dati e delle informazioni nei e tra i centri urbani.

Per quanto riguarda il fenomeno migratorio, sono evidenti le difficoltà in cui si dibattono tutte le società occidentali nell’accogliere ed integrare milioni di migranti che cercano condizioni e prospettive di vita migliori rispetto a quelle cui potrebbero ambire rimanendo nei loro paesi di provenienza. Difficoltà che hanno un fondamento materiale concreto nel fatto che nessuna città può svilupparsi razionalmente con una popolazione in costante e rapido mutamento numerico, e in cui una crescente percentuale dei suoi abitanti è costituita da individui che solo parzialmente sono integrati dal punto di vista della partecipazione politica, produttiva e sociale nel sistema urbano di cui entrano a far parte, e di cui de facto non diventano, se non dopo una o qualche generazione, cittadini con pari diritti a tutti gli altri residenti, producendo così dei gravi squilibri sociali nei e tra i centri urbani. Squilibri che a loro volta generano conflitti sociali e fenomeni di rivolta.[6]

È tuttavia sul terreno della rivoluzione digitale che si registrano le maggiori contraddizioni nelle nostre società, ancora prigioniere di credenze e dibattiti su modelli di crescita basati su un modo di produrre che è in continua e rapida trasformazione e su una rappresentazione ideologica della composizione della società post-industriale che non corrisponde più alla realtà. In un mondo in cui i processi produttivi seguono ormai i tempi ed i metodi di trasferimento dell’informazione, nella misura in cui quest’ultima diventa onnipresente e facilmente disponibile ed accessibile in tempo reale su scala mondiale, sono destinati a trasformarsi anche ruoli, profili professionali e comportamenti urbani.[7] In realtà, alla luce della dimensione che stanno assumendo questi fenomeni, dovrebbero essere rivisti anche alcuni principi che sono alla base dell’analisi del controllo del flusso e della qualità (e dell’affidabilità) dei dati e delle informazioni condivisi in rete, della stessa idea di tutela della privacy, e della natura e dimensione delle istituzioni necessarie al corretto uso e funzionamento di questo sistema. Inevitabilmente, per quanto riguarda il controllo e l’uso materiale di un simile sistema, questi sono destinati a dipendere sempre più dalle soluzioni tecnologiche che si renderanno disponibili, e quindi dalla preparazione del personale addetto ad usarle, dall’adeguatezza delle legislazioni nel regolamentarne l’uso e l’applicazione delle conseguenti norme giuridiche. Ma in concreto, per quanto riguarda la tutela della privacy, bisognerà rifarsi a strumenti giuridici che, lungi dal pretendere di verificare in ogni circostanza la correttezza di tutte le procedure messe in atto per tutelare la riservatezza, la correttezza e l’affidabilità nelle trasmissioni dei dati, dovrebbero concentrarsi soprattutto sulle capacità di accertare e sanzionare l’esistenza di un effettivo dolo nei comportamenti e negli atti che possono mettere a repentaglio la sicurezza e l’uso dei dati trasmessi e trattati a danno degli individui,[8] delle loro organizzazioni e/o istituzioni, e sulla manifesta volontà di procurare un danno materiale violando la privacy nelle comunicazioni.

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Tutto ciò implicherebbe l’esistenza di una legislazione adeguata, operativa e condivisa ormai su scala globale, cioè una federazione mondiale con un ordine gerarchico istituzionale e giuridico sovranazionale condiviso al quale potersi riferire ed appellare. Oggi un simile ordine non esiste ancora a livello globale. In realtà esso non esiste neppure a livello continentale in quelle parti del mondo, come l’Europa, dove i processi di integrazione sono più avanzati e dove, per esempio, non è tuttora ancora chiaro chi è sovrano per decidere se, come e quando fare applicare le leggi nazionali in campo fiscale nei confronti delle nuove multinazionali. Come dimostrano i recenti casi relativi al problema sollevato dalla Commissione europea a proposito della tassazione dei proventi delle transazioni commerciali realizzati attraverso piattaforme multimediali come Amazon, Facebook, Twitter, Youtube o da multinazionali come Apple, questioni legali tendono così a trasformarsi in confronti e prove di forza tra Stati.[9] Confronti su cui in ultima istanza non decide la legge, ma l’esito delle prove di forza, con tutti i mezzi disponibili, fra diversi interessi nazionali, come mostra il confronto tra Corea del Nord, Iran, Russia e USA. Sotto questo profilo è significativo il caso che vede le istituzioni europee contrapporsi a quelle degli USA nell’esercizio del diritto, da parte dell’Unione europea in quanto tale o dei suoi singoli Stati e/o delle istituzioni europee, di tassare adeguatamente le attività commerciali che si sono sviluppate, a partire dagli Stati Uniti praticamente senza oneri fiscali per le maggiori società americane, sulla rete Internet. Il risultato è che da un lato ciò contribuisce a minare ulteriormente la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni democratiche e nella loro capacità di promuovere sviluppo e benessere[10] e, dall’altro lato, tutto ciò alimenta l’ascesa di forze e soluzioni di governo che non tengono conto dell’interesse generale, ma che tendono a privilegiare quello dei settori della società che sono in grado di esercitare la maggior pressione ed influenza sui rispettivi governi. Una situazione questa che in passato ha favorito l’ascesa di movimenti che hanno generato conflitti e avventure nazional-militari ma che oggi è sempre più anacronistica e piena di incognite, anche dal punto di vista della sicurezza.

Proprio per questo oggi il problema del tipo di difesa di cui sapranno e vorranno dotarsi i paesi europei, e in particolare Francia e Germania, si intreccia con quello del ruolo dello Stato nel promuovere la sicurezza ed il benessere dei propri cittadini.Non è casuale il fatto che, insieme alle spinte all’integrazione emergano oggi nuove sfide militari, in campo convenzionale e non, poste dalle politiche aggressive che si stanno riaffacciando in diversi continenti, dal Medio oriente, all’Asia e all’Africa. Per quanto riguarda l’Europa, anche su questo terreno, finché non verranno sciolti i nodi dell’unità politica, nessun passo avanti significativo e durevole potrà però essere fatto al di fuori del quadro extra-istituzionale nazionale ed europeo di cooperazioni volontarie, e quindi aleatorie, fra Stati, come mostrano anche il recente rapporto del ministero della difesa francese (Initiative européenne d’intervention) e le prime reazioni tedesche ad esso.[11]

* * *

Il terreno su cui sarebbe necessario e possibile avanzare resta quello di incominciare a promuovere lo sviluppo istituzionale a partire dalle integrazioni regionali su scala continentale. In particolare, per quanto riguarda l’Europa, cioè l’area nel mondo in cui è più avanzato il processo di unificazione su scala continentale, questo implica dare una consistenza politica all’area euro, cioè all’area in cui maggiori passi avanti sono già stati compiuti per superare il principio della sovranità nazionale. A questo proposito bisogna osservare che, nonostante le difficoltà, la struttura dell’eurozona, prevedendo la fine della sovranità monetaria senza averne ancora creata una in campo fiscale ed economico, ha creato due sfide permanenti alla sua tenuta. Da un lato l’unione monetaria ha posto le condizioni per condurre un’unica politica monetaria, ma con economie diversamente sviluppate che non sono sincronizzate dal punto di vista dei cicli produttivi e commerciali; mentre dall’altro lato la forza della moneta dell’unione ha favorito il fenomeno del moral hazard, facendo sì che anche i governi meno responsabili potessero finanziare le rispettive politiche anziché tassando i propri cittadini, prendendo a prestito sul mercato le grandi somme di denaro di cui avevano bisogno sfruttando i bassi tassi di interesse sui prestiti garantiti dall’esistenza di un’unione monetaria continentale. Affrontare entrambi questi fenomeni con un’unione non completamente sovrana rispetto ai suoi membri sul terreno fiscale e per quanto riguarda gli indirizzi della politica economica, anziché risolvere le crisi, finisce ogni volta con l’acuire sempre più le contraddizioni e gli squilibri fra i suoi Stati membri, minandone la sopravvivenza. In questo senso la scelta tra unirsi davvero superando la dimensione nazionale o sub-nazionale della sovranità e perire è destinata a restare la vera discriminante nella lotta politica in Europa ed il terreno di confronto tra chi vuole la conservazione dello status quo e chi invece vuole promuovere il progresso.



[1] Francesco Rossolillo, Che cos’è la sovranità, Il Federalista, 17, n. 4 (1975), p. 194: “L’ideale della sovranità, riferito allo Stato, è realizzabile compiutamente soltanto nel quadro di una federazione mondiale (l’istituzione che realizza il superamento della divisione dell’umanità in Stati sovrani) nella quale sia stata d’altra parte definitivamente superata la divisione dell’umanità in classi. (…) Caduta la componente della violenza nei rapporti tra cittadini e tra Stato e cittadini, lo Stato si riduce all’ordinamento giuridico e l’ordinamento giuridico si risolve in un contratto liberamente consentito dal popolo come associazione di uomini uguali. L’ideale dello Stato sovrano si identifica così con l’ideale del popolo sovrano”.

[2] Forrest McDonald, States Rights and the Union – Imperium in Imperio 1776-1876, Kansas City, University Press of Kansas, 2000, pp. 1- 2: “In his celebrated Commentaries on the Laws of England Sir William Blackstone defined law as ‘a rule of civil conduct prescribed by the supreme power in a state, commanding what is right and prohibiting what is wrong’. That prescribing ‘supreme power’ was the sovereign. (…) Then the powers inherent in sovereignty were unlimited, and sovereignty was by definition indivisible: dividing it would involve the self-contradictory doctrine of imperium in imperio. The sovereign could, to be sure, create subsidiary units of power. Early on, these took the form of baronies awarded for military service; later the subsidiary units were commonly established through corporate charters, whether to cities, trading companies, or colonies. But, though such units were to varying extents self-governing, they (like all powers and rights belonging to the subjects) emanated from the sovereign and remained subordinate to the sovereign. In England prior to 1688, the Crown had been sovereign, though it made law through the estates of the realm. (…) and it enforced the law through the Court of the King’s Bench and lesser courts. Since the Glorious Revolution of 1688, after centuries of struggles between the estates and the Crown, and since the Act of Settlement of 1701, by which Parliament determined the royal succession, sovereignty resided in Crown-in Parliament. In practice, this ‘triumph of English liberty’ meant parliament supremacy: Parliament could command anything that was not naturally impossible.”

[3] Ludwig Dehio, Equilibrio o egemonia, Varese, Morcelliana, 1954.

[4] Sergio Fabbrini, Senza riforma Ue prigioniera della paralisi decisionale, Il Sole 24ore, 22 ottobre 2017:L’UE ha un deficit di governo nonostante sia costituita di tanti governi. Dopo oltre 60 anni di integrazione non è ancora stabilito chi abbia l’autorità di prendere le decisioni”.

[5] Carlo Bastasin, È l’antagonismo centro-periferia a nutrire i populismi, Il Sole 24ore, 13 ottobre 2017.

[6] Kate Pickett and Richard Wilkinson, The True – and False – Costs of Inequality, Social Europe, 18 ottobre 2017:“Le prime ricerche che mostrano un peggioramento delle condizioni di salute ed un aumento della violenza in ambiti sociali in cui ci sono grandi differenze nei redditi, sono state pubblicate negli anni settanta. Da allora sono stati accumulati altri dati che dimostrano gli effetti deleteri dell’ineguaglianza. Paesi con maggiori squilibri tra ricchi e poveri tendono a soffrire maggiormente problemi sociali e sanitari”.

[7] Ogni dieci minuti viene ormai trasferita sulla rete la stessa quantità di dati (5 Esabyte, pari a 5 miliardi di Terabyte;1 Terabyte = 1024 Gigabyte, ed è l’equivalente di circa 625 mila immagini, o può occupare la memoria di 412 DVD) che sono stati prodotti dall’inizio dell’era della registrazione elettrica di suoni ed immagini in poco più di un secolo dalla fine dell’800 fino al 2003. Non è questa la sede per approfondire l’analisi di tutto quello che ciò rappresenta dal punto di vista dell’aumento della produttività, dell’economia e della cultura. Si veda in proposito l’editoriale della rivista Il Federalista, 58 (2016): Le grandi trasformazioni dell’era digitale. Per quanto riguarda le immagini, basti osservare che ogni minuto vengono ormai scaricati da Youtube l’equivalente di 72 ore di filmati.

[8] Il codice in materia di protezione dei dati personali in vigore in Italia è un esempio della difficoltà di tutelare per legge la privacy attraverso una lunga elencazione di tutti i casi di potenziale abuso nell’uso informatico dei dati personali: http://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/1311248.

[9] Paul de Grauwe, Why Facebook Should be Taxed and How to do it, Social Europe, 30 ottobre 2017, https://www.socialeurope.eu/why-facebook-should-be-taxed-and-how-to-do-it.

[10] Si veda Danilo Taino, I numeri sul declino della democrazia, Il Corriere della Sera, 18 ottobre 2017: “La democrazia è in recessione, nel mondo. Dopo gli anni seguiti alla caduta dell’impero sovietico, durante i quali ha conquistato numerosi nuovi paesi, oggi è in arretramento. L’indice sulla salute della democrazia globale elaborato da Freedom House calcola che nel 2016 ci sia stato un declino dei diritti politici e delle libertà civili in 67 nazioni, contro un miglioramento in 36. Ma quanto credono ancora i cittadini nella democrazia rappresentativa, quella a cui l’Occidente è abituato e su cui si è sviluppato? E vedono alternative? Se l’è chiesto il Pew Research Center che ha condotto un sondaggio in 38 Paesi di tutti i continenti”.

[11] “Il Ministero della difesa francese ha pubblicato su Revue stratégique un documento che tratteggia le basi della futura politica militare della Francia, in particolare per quanto riguarda la Loi de programmation militaire 2019-2025. Da un lato il documento dichiara che “la salvaguardia di complete ed equilibrate forze armate è indispensabile” per garantire “l’indipendenza della Francia e la sua autonomia strategica e libertà d’azione”. D’altro lato esso sottolinea l’importanza di “un’Europa più forte che possa far fronte efficacemente alle sfide comuni”. In base a questo documento la Francia “cerca di rafforzare la difesa europea” e chiede di promuovere “una strategia culturale comune”. Il che implica “definire una strategia difensiva comune entro l’inizio del prossimo decennio, capace di “produrre interventi congiunti credibili”. Questo dovrebbe costituire secondo il Ministero il cuore di effettivi ed efficaci European intervention initiatives (Initiative européenne d’intervention).

 

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