Anno XXVI, 1984, Numero 2, Pagina 149

 

 

CHE COSA SIGNIFICA « EDUCARE ALLA PACE »
 
 
Oggi si sente parlare sempre più frequentemente di educazione alla pace. È un argomento che interessa in particolare tutti gli educatori consapevoli della loro grande responsabilità nei confronti delle giovani generazioni. Lo prova, fra l’altro la crescente attenzione con cui guardano a questo tema periodici qualificati nel settore dell’educazione, quali, ad esempio, l’International Review of Education, che ha dedicato recentemente un numero speciale al dibattito sull’educazione alla pace.[1]
È un dibattito che non può essere ignorato da coloro che si rivolgono ai giovani, consapevoli che educare significa prima di tutto indurre le giovani generazioni ad impegnarsi per una società migliore e che questo impegno oggi può scaturire soltanto da una seria riflessione sul problema della pace. Il fatto che l’umanità debba convivere con la costante minaccia dell’olocausto nucleare, rende non solo molto problematico proporsi di educare per un domani migliore, ma anche credere che ci sarà un futuro, se non ci si impegna per eliminare la guerra dalla prospettiva della storia umana. Di questo pericolo i giovani sono consapevoli e non perdono occasione per dimostrarlo, come testimonia la loro massiccia partecipazione alle manifestazioni per la pace. Tuttavia, manifestare per la pace non significa necessariamente avanzare sulla strada della sua realizzazione. Bisogna riuscire a tradurre il rifiuto di un futuro dominato dallo spettro nucleare in un’azione concreta, possibile sin da oggi. Ma non si può pensare ad una strategia di lotta efficace, se prima non si definisce rigorosamente quale è il nemico da sconfiggere – le cause della guerra – e non ci si prospetta un quadro realistico della situazione storica entro cui agire.
Il problema che sta interessando oggi anche il mondo della scuola è, dunque, quello di trovare risposte soddisfacenti al bisogno dei giovani di disporre degli strumenti culturali adeguati per capire la realtà e per orientare la loro azione presente ad una lotta realistica per la pace, che renda ancora pensabile il futuro. Nel saggio iniziale della raccolta alla quale intendiamo riferirci, J. Galtung[2] esordisce proprio ricordando quale è la questione di fondo sulla quale si deve concentrare il dibattito sull’educazione alla pace « Se la pace e la guerra sono, prima di tutto, relazioni fra gli stati e se l’educazione alla pace è qualche cosa che si verifica, prima di tutto, fra gli insegnanti e gli studenti nella scuola, allora – si chiede Galtung – in quale modo gli studenti potranno mettere in pratica ciò che hanno appreso? » (p. 282).
L’educazione alla pace non può ridursi, dunque, ad una sia pur lodevole e necessaria opera di informazione e di sensibilizzazione sugli orrori della guerra, contrapposti alle gioie della vita pacifica. Così come il dibattito fra gli educatori non si può limitare allo studio di programmi scolastici che consentano di illustrare efficacemente questi dati di fatto ai giovani. Questo è l’ammonimento che Galtung rivolge a tutti coloro – e sono molti che non affrontano il problema di tradurre in azione politica (« La pace e l’educazione alla pace sono problemi inequivocabilmente politici », p. 283) il loro impegno didattico. La storia insegna che in politica la buona volontà, da sola, non basta. Eppure, il mito volontaristico secondo il quale la pace si realizzerà quando tutti gli uomini impareranno ad aborrire la guerra e ogni forma di sopraffazione, sembra permeare buona parte delle argomentazioni avanzate, con elevati livelli di complessità formale, negli articoli presenti in questo numero speciale dell’International Review of Education.
Tale atteggiamento è la logica conseguenza di un errore nella definizione di che cosa è la guerra e che cosa è la pace, comune a quanti ne parlano, senza riflettere che « La guerra – come scriveva Lord Lothian nel 1935 – è un conflitto armato fra Stati sovrani ovvero fra Stati che pretendono di essere sovrani. Può essere intesa a introdurre riforme politiche o economiche, o a soddisfare l’avidità o l’ambizione; può sorgere da malintesi o dalla necessità di difendersi; o può scaturire dal caso o dal desiderio cavalleresco di aiutare il debole. Il motivo della guerra è irrilevante. La guerra è l’ultima ratio regum, l’unico modo con il quale possono essere composte le divergenze tra Stati sovrani che non si concludono con un accordo volontario. La guerra è una lotta fra Stati o gruppi di Stati, ciascuno dei quali sfrutta tutti i mezzi in suo potere ivi compresa la distruzione in massa della vita umana, che sono necessari per permettere ad una parte di imporre la sua volontà all’altra... La pace non è semplicemente una condizione negativa caratterizzata dalla mancanza della guerra. È una condizione positiva. La pace è quello stato della società in cui i conflitti politici, economici e sociali sono risolti con mezzi costituzionali sotto il regno della legge, e la violenza o la guerra fra individui, gruppi, partiti o nazioni in contrasto sono proibite e prevenute. La pace nel significato politico della parola, non è appena qualcosa che accade. È la creazione di una specifica istituzione politica. Questa istituzione è lo Stato. La ragion d’essere dello Stato consiste nel fatto che esso è lo strumento che mette gli uomini in grado di porre fine alla guerra e di realizzare mutamenti e riforme con mezzi pacifici e costituzionali. Mai, dall’inizio della storia documentata, in alcuna parte del mondo, vi è stata pace se non all’interno di uno Stato ».[3]
All’interno del dibattito sull’educazione alla pace, la guerra è spesso identificata con la violenza. Così facendo, si finisce per individuare come causa della guerra una lunga serie di motivi di conflitto presenti nelle società contemporanee, quali il razzismo, i pregiudizi, le discriminazioni di sesso, di età, ecc. che, pur essendo motivo di gravi tensioni all’interno, non hanno nulla a che fare con la logica dei rapporti fra gli Stati, che giustifica il ricorso alla guerra. Molti sostengono addirittura che il militarismo è causa della guerra, mentre semmai esso è una conseguenza del fatto che i conflitti armati sono sempre possibili giacché l’umanità è divisa in Stati sovrani, che obbediscono alle leggi della ragion di Stato. È inevitabile che, da un’identificazione del nemico, fondata sull’eguaglianza violenza/guerra, derivino indicazioni di azione prettamente volontaristiche (educare alla tolleranza, alla non violenza ecc. può sembrare sufficiente per scardinare le radici della guerra), anziché una strategia politica intesa a promuovere un assetto istituzionale che, oggettivamente, renda impossibile il ricorso alle armi.
Da questo orientamento, diffuso, che ignora la dimensione politica del problema, sembrano discostarsi i saggi di J. Galtung e di A. Nastase, anche se soltanto parzialmente, in quanto le loro analisi, implicitamente, finiscono coll’accettare la tesi secondo la quale la violenza è causa ultima della guerra. Inoltre, i due autori non pongono mai in discussione un altro assunto volontaristico estremamente diffuso: la parola d’ordine del disarmo unilaterale. In effetti, chi suppone che sia possibile un atto di buona volontà da parte di una potenza nucleare in un contesto internazionale in cui la rigidità dell’equilibrio bipolare impone la logica di potenza nei rapporti tra gli Stati, ricade nell’utopia volontaristica che storicamente si è rivelata incapace di frenare la corsa agli armamenti. Lo testimonia il fallimento delle battaglie pacifiste che hanno cercato di contrastare lo scoppio della prima e della seconda guerra mondiale e la proliferazione nucleare degli ultimi anni.
Nastase affronta il problema di contrapporre – nello stesso senso chiarito da Lord Lothian – una definizione positiva di pace a quella negativa, oggi prevalente. Questo è il punto di partenza irrinunciabile per incominciare a dar vita alla cultura della pace, cioè ad una vera e propria rivoluzione culturale, fondata sul dato nuovo con il quale oggi è confrontata l’umanità: la pace è il valore cruciale dell’epoca storica attuale. Per cui, « Come per la cultura dell’età del Bronzo o del Ferro esistono periodi in cui l’uomo fu definito homo faber, così la cultura della pace dovrebbe essere finalizzata alla creazione di un nuovo tipo umano, consapevole dei suoi poteri, ma, nello stesso tempo, conscio del pericolo che la sua forza comporta; riconoscendo il significato fondamentale che la pace ha per l’umanità in questo periodo, il nuovo tipo di uomo dovrebbe poter essere descritto come homo pacis » (p. 395). In questo senso, la cultura della pace si definisce come un pensiero che non rimane astratto, bensì è orientato all’azione: si tratta di innescare un graduale « processo di organizzazione delle attività interdipendenti a livello internazionale (e che si richiamano a una pluralità di valori), che sia tale da consentire la composizione di qualsiasi controversia possa sorgere, ricorrendo a mezzi che escludano l’uso della forza e pongano l’accento sulla ricerca di forme di cooperazione adeguate (‘pace positiva’) » (p. 395). Questo processo può mirare al potenziamento di strutture internazionali esistenti, come l’ONU: attraverso il loro arbitrato, è pensabile la composizione pacifica dei conflitti fra Stati. L’analisi di Nastase si ferma praticamente a questo punto, lasciando molti interrogativi aperti. Non si capisce, in particolare, se egli intende alludere a forme di cooperazione fra Stati sovrani, senza prevedere quindi il superamento della sovranità assoluta, neppure in una prospettiva di lunghissimo periodo, oppure se ragiona, sebbene senza esplicitarlo, in termini di progressiva unificazione degli uomini sotto un governo mondiale. Nella prima ipotesi, non si vede come egli possa pensare di bandire la guerra, senza eliminarne la causa prima, cioè la divisione dell’umanità. Qualora, invece, egli abbia presente l’obiettivo ultimo della federazione mondiale, è difficile comprendere per quale ragione non indichi come azione concretamente possibile oggi la battaglia per la nascita di grandi federazioni continentali (europea, africana, latino-americana, ecc.), che rappresenterebbero sia un elemento di rottura dell’attuale rigida contrapposizione bipolare, sia un esempio concreto di superamento del principio nazionale. In effetti, la seconda parte del suo articolo, in contraddizione con l’analisi iniziale che sottolinea la dimensione politica dei problemi e il ruolo della logica dei rapporti fra gli Stati nella corsa alle armi, si limita ad indicare agli insegnanti il compito di preparare le giovani generazioni ad un « disarmo morale » (questa espressione è stata coniata negli anni ‘30 da un diplomatico rumeno, N. Titulescu, il quale, in modo piuttosto generico, l’ha definita come il risultato di una « revisione dei testi scolastici, al fine di sviluppare nei giovani lo spirito della solidarietà internazionale », p. 398).
Galtung, da parte sua, introduce il problema della sicurezza: non si può ragionare di pace, senza ricordare che lo sviluppo pacifico delle attività umane presuppone che siano garantite le condizioni politico-istituzionali, da cui i cittadini possano trarre la certezza di non dover subire in qualsiasi momento aggressioni dall’esterno. I mezzi attuali di difesa degli Stati, tuttavia, hanno un duplice volto: sono strumenti di difesa per lo Stato che li possiede e contemporaneamente potenziali armi di aggressione nei confronti, degli altri Stati. La corsa agli armamenti, perciò, anziché aumentare la sicurezza, la erode progressivamente perché è un fattore oggettivo di tensione internazionale. Bisogna pensare, sostiene Galtung, ad un sistema di sicurezza fondato su « una buona capacità di difesa difensiva (sia nel senso militare convenzionale, sia in quello para-militare, sia in quello non-militare-non violento) e su un alto livello di invulnerabilità » (p. 285). La difesa non aggressiva è quella territoriale e l’invulnerabilità è garantita da « un elevato livello di autosufficienza ed autonomia locali, così che un paese non possa essere immobilizzato semplicemente tagliando dall’esterno i rifornimenti essenziali, come quelli di cibo, medicinali, energia e strumenti di difesa » (p. 285).
Il concetto di invulnerabilità è cruciale, dunque, nella tesi di Galtung, che giunge ad affermare « La chiave dell’invulnerabilità nazionale è l’invulnerabilità a livello locale » (p. 281). Tuttavia, proprio questo è il punto più problematico della sua analisi. Soprattutto, non è chiaro che cosa egli intenda per « autosufficienza » e « autonomia » del livello locale. A tratti sembra di capire che egli voglia riferirsi ad una completa autosufficienza economica, da associare ad un controllo sovrano sul sistema difensivo. Questo significherebbe la fine degli Stati nazionali, privati di due competenze cruciali come la difesa e l’economia, eppure Galtung non sembra mettere in discussione l’esistenza di un livello nazionale di governo. Egli non si riferisce neppure ad un sistema federale, l’unica forma statuale che garantisca alle comunità locali (nel rispetto dell’unità nella diversità) quella autonomia – da non confondersi con l’autarchia, evocata dalla tesi di Galtung – oggi negata dagli Stati nazionali accentrati.
Inoltre, riesce difficile credere che egli non abbia presente che l’autosufficienza materiale di una comunità locale è impensabile in un mondo come quello attuale in cui l’interdipendenza delle attività umane a livello planetario è così elevata da far intravvedere, in prospettiva, l’unificazione mondiale.
Infine, egli sembra fondarsi sulla convinzione che le comunità locali siano pacifiche per definizione, mentre esse lo sono oggi soltanto perché si trovano inserite in uno Stato che ha avocato a sé il monopolio della forza fisica e si è assunto il compito di imporre il ricorso al diritto nella composizione delle controversie interne. Ciò che conta non è la dimensione delle entità in cui sono divisi gli uomini, quanto il fatto stesso che essi siano divisi politicamente.
Galtung deve ricorrere a questa idea, ambigua, di invulnerabilità, che nella sua formulazione sembra fondarsi sull’attribuzione di sovranità al livello locale perché pensa allo Stato esclusivamente in termini nazionali. Da questo punto di vista, in effetti, è impossibile riuscire a conciliare il bisogno di sicurezza e di democrazia delle comunità locali, con l’esigenza di favorire l’interdipendenza mondiale delle attività umane. Inoltre si finisce col ritenere che la bellicosità sia connaturata all’essenza stessa dello Stato. Come le comunità locali non sono pacifiche per definizione, così lo Stato è bellicoso solo se lo si concepisce come una entità sovrana in un mondo di Stati sovrani, in cui si impongono la legge del più forte nel contesto internazionale e l’accentramento e il militarismo all’interno.
Le parole d’ordine della difesa territoriale e del disarmo unilaterale sono irrealistiche finché non si associano ad un’azione per modificare l’attuale assetto di potere nel mondo.
 
Marita Rampazi


[1]Si tratta del n. 3, vol. 29, anno 1983, nel cui indice figurano i seguenti contributi: M. Haavelsrud (editorial article), An Introduction to the Debate on Peace Education (pp. 275-280); J. Galtung, Peace Education: learning to hate war, love Peace, and to do Something about it (pp. 281-287); S. Marks, Peace Development, Disarmament and Human Rights Education: the Dilemma between the Status Quo and Curricululn Overload (pp. 289-310); R. Burns - R. Aspelagh, Concepts of Peace Education: a View of Western Experience (pp. 311-330); A. Pikas, Symmetric Peace Education and Unesco’s Potential for Promoting it (pp. 331-343); B. Brock-Utne, Symmetric Peace Education as Advanced by Anatol Pikas - a Critique and an Analysis (pp. 345-356 comprende una risposta di A. Pikas ed una replica di B. Brock-Utne); J. Esser, Friedensdidaktische Bausteine für Ausbildung, Unterricht und Sozialarbeit (pp. 357-368); C. Garcia, Latin American Traditions and Perspectives (pp. 369-389); A. Nastase, The Culture of Peace and Peace Education (pp. 391-401). Nella parte finale, sono pubblicate comunicazioni su « pace e diritti umani », di M. Borrelli, C. Kumar-D-Souza, N. Tchakarov.
[2]J. Galtung è il fondatore dell’International Peace Research Institute di Oslo (1959). A lui si deve anche la nascita del « Journal of Peace Research » e del « Bulletin of Peace Proposals », che da anni ospitano un intenso dibattito sull’educazione alla pace, noto soprattutto nei paesi di tradizione anglosassone.
[3]Lord Lothian, Pacifism is not enough, nor Patriotism either, Oxford U.P., London, 1935. Questo brano è contenuto nell’antologia curata da Mario Albertini, Il Federalismo, Il Mulino, Bologna, 1979, pp. 167-191 (cit. p. 167).