Anno XLI, 1999, Numero 1, Pagina 57

 

 

GIUSEPPE MAZZINI
 
 
Giuseppe Mazzini (1805-1872) è stato, com’è noto, uno dei «padri della patria» dell’unità italiana: per tutta la sua vita egli si è battuto perché l’Italia fosse una, repubblicana e democratica, un’attività che gli costò a più riprese prigione ed esilio.
Per realizzare il suo obiettivo egli fondò, nel 1833, un’associazione rivoluzionaria, la «Giovine Italia». Rendendosi conto, tuttavia, che difficilmente il fine perseguito avrebbe potuto essere raggiunto — e durare nel tempo — entro un’Europa ostile e ancora legata agli anciens régimes, egli cercò di dar vita, parallelamente, a una «Giovine Europa» — peraltro rimasta in gran parte sulla carta — che, nei suoi propositi, avrebbe dovuto articolarsi in una «Giovine Germania», «Giovine Polonia», e cosi via.
Ma, per quanto possa sembrar paradossale, non è esagerato affermare che un pensiero «europeo» (nel senso di una convinzione della necessità di una unità sovranazionale del continente, indispensabile a garantire un ordine democratico, pacifico e stabile in Europa) non esiste nel pensatore genovese: e non esiste per due ragioni fondamentali, ciascuna sufficiente a escluderlo.
1) La prima ragione è che Mazzini non era convinto — a differenza di altri pensatori del Risorgimento — che solo un ordine sovrastatale avrebbe potuto, anche allora, assicurare in modo permanente lo sviluppo e il progresso del vecchio continente nell’ordine e nella giustizia. Mazzini condivide invece in pieno l’illusione che era stata ed era propria dei liberali e degli economisti «manchesteriani», e sarebbe stato anche quella dei socialisti di confessione marxista o «utopistica», che si può chiamare l’«illusione dell’omogeneità».
E’ solo l’esistenza di regimi capitalistici — afferma l’ultima versione, appunto quella socialista, di tale illusione triforme, ma sostanzialmente una —; è solo l’esistenza di regimi capitalistici, dicevo, che è la causa profonda e reale dei contrasti fra nazioni e delle guerre che ne derivano: una società internazionale di Stati socialisti sarà, per definizione e necessariamente, pacifica.
Sono solo gli ostacoli al libero commercio — afferma la prima versione, da cui la versione socialista, ad esempio in Marx, deriva direttamente — a causare questi contrasti: un’Europa liberista sarà un’Europa in cui le cause stesse delle guerre saranno state eliminate in radice.
E’ solo l’Europa dei re, degli anciens régimes, dell’assolutismo — afferma la seconda versione, quella democratica — è solo «l’Europa dei principi» che è per sua stessa natura bellicosa: l’Europa repubblicana, «l’Europa dei popoli» — questa è la profonda convinzione di Mazzini — sarà un’Europa in cui i conflitti fra Stati, che hanno sempre origini dinastiche, saranno per definizione superati. E per quanto concerne il coordinamento indispensabile a livello continentale delle diverse politiche stato-nazionali — già naturalmente cospiranti per la loro stessa essenza democratica, per lo stesso soffio religioso («Dio e Popolo») che le ispira — questo sarà pienamente garantito da una sorta di «Concilio laico» sovrastatale (di cui Mazzini non ha mai definito chiaramente né i compiti né la composizione).
2) In altri termini — veniamo così alla seconda ragione — per affermare in modo esplicito ed univoco la necessità di una Federazione europea bisogna rendersi chiaramente conto nella teoria, ed affermare energicamente nella pratica, i limiti e i rischi dell’unità nazionale: e quindi comprendere l’esigenza di una duplice limitazione di tale idea stato-nazionale — in nome di quel principio del federalismo che viene detto «di sussidiarietà», e che dopo Maastricht è diventato alla moda — verso l’alto e verso il basso. Verso il basso, tramite il federalismo interno; verso l’alto, grazie all’istituzione di un vero governo europeo: come pensava e diceva, appunto all’epoca di Mazzini, il solo pensatore e uomo politico del Risorgimento, Carlo Cattaneo, che possa esser considerato realmente un precursore dell’idea degli Stati Uniti d’Europa, giacché egli è anche il solo che l’abbia compresa in termini moderni e rigorosamente federalisti — nel senso infra e sovranazionale —, subordinando e deducendo l’idea dell’organizzazione regionale della nazione, come quella dell’organizzazione federale dell’Europa, dal solo e supremo principio della libertà.
Ora, da un lato Mazzini era contrario alla «regionalizzazione» dell’Italia, almeno se intesa nel senso di un federalismo interno, e dall’altro giudicava, in modo non meno apodittico, l’indipendenza delle varie nazioni europee —concepite appunto nella forma di una sovranità statale assoluta — come condizione indispensabile della possibilità, per esse, di adempiere alla «missione» a cui erano chiamate dalla provvidenza divina: a dare il loro contributo particolare e insostituibile all’incivilimento, al progresso dell’umanità.
In questa prospettiva Mazzini concepiva, del tutto naturalmente, l’azione della «Giovine Europa» non come destinata a promuovere l’unità del nostro continente, ma a favorire la realizzazione, in ciascun paese, di regimi democratici e repubblicani analoghi a quello che egli auspicava per l’Italia, e capaci di rinforzarne e garantirne politicamente, a livello internazionale, la stabilità e l’influenza.
E’ vero che nel pensiero religioso mazziniano — è un’osservazione molto pertinente di Mario Albertini[1] — la «missione» nazionale coincideva con l’obiettivo stesso dell’unità europea («ricordatevi che la missione italiana è l’unità morale d’Europa», Dei doveri dell’uomo): il che induce Albertini a concludere che «si deve ammettere che i valori sovranazionali furono per lui le premesse ed il fine della sua dottrina della nazione e non soltanto qualche cosa di accidentale, di estrinseco». Resta che l’ordine europeo di Mazzini — che egli chiamava spesso la «nuova Santa Alleanza» — somiglia molto al vecchio (è un’osservazione di Dante Visconti),[2] e cioè all’ordine che egli combatteva, e non supera né il concetto di diritto internazionale, né il principio dell’equilibrio: equilibrio di cui anzi Mazzini si preoccupava particolarmente, cercando di disegnare una carta della nuova Europa capace di garantire un sistema coerente e stabile di check and balances: il che mostra, conclude Visconti, che egli credeva in fondo assai poco, nella pratica, alla fraternità necessaria delle nazioni democratiche e repubblicane, che egli affermava in teoria. Come ha scritto P. Renouvin, il suo europeismo non era in fondo se non un alibi per il suo nazionalismo.
 
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La nostra conclusione dunque è che non vi sono, nel pensiero di Mazzini, elementi che consentano di considerare il loro autore, in senso per così dire «tecnico», come uno dei precursori del progetto di una Federazione europea. Se tale idea non è quella di uno «stato d’animo» europeo, ma di uno «Stato» continentale, Mazzini non era federalista.
Ma si può esser precursori, e lasciar germi fecondi per l’avvenire, in un senso più elevato e più profondo che non in senso tecnico: ed è appunto in questo secondo senso che Mazzini è senza dubbio uno degli autori che devono avere una place de choix nel Pantheon federalista, e che merita d’essere più conosciuto e più studiato, anche sotto questo profilo.
La concezione religiosa che egli aveva della solidarietà fra i popoli nella difesa della democrazia e della giustizia contro l’illegittimità dell’ancien régime, contro la conservazione cieca della Santa Alleanza, contro il culto della ragion di Stato e il disprezzo dei diritti dell’individuo, tutto questo costituisce, al di là delle contraddizioni superficiali e delle fumisterie mistiche e romantiche, una concezione politica non solo solida e coerente ma, entro quei limiti, ancora pienamente attuale.
Mazzini invero non offre solo, per la concezione odierna dell’unità e dell’indipendenza europea, il suo severo impegno morale, nell’ambito di un’ideologia in cui le ragioni dell’uomo prevalgono sempre sulle esigenze astratte, e spesso assurde, dello Stato e dei potenti; ma, su un punto almeno ci dà anche un suggerimento molto preciso di carattere «tecnico», che ci indica la direzione da seguire. Mi riferisco alla polemica costante, in tutti i suoi scritti, contro il principio di non intervento, che egli condanna come un vero e proprio «ateismo» nella politica internazionale: un ateismo che ignora come solo tramite il cambiamento e l’intervento l’umanità ha realizzato i suoi maggiori progressi e le sue più notevoli conquiste.
Tale idea, è vero, non è coerentemente sviluppata da lui fino alle sue ultime conseguenze: ma non è difficile rendersi conto — seguendo la linea e lo spirito stesso del suo pensiero e del suo insegnamento — che l’idea della moralità, del carattere obbligatorio dell’intervento internazionale rende necessario che ad esso si dia un fondamento giuridico e implica dunque la limitazione della sovranità; e che questa limitazione deve essere a sua volta disciplinata e organizzata razionalmente, grazie a una costituzione e a un ordine statale al di sopra degli Stati: sotto pena, altrimenti, di veder il mostro freddo e la ragion di Stato riprender tutti i loro diritti. Se lo Stato, invero, non può esser superato, l’idea di non intervento finisce per esser anch’essa inattaccabile, giacché coerente col sistema, nonostante tutto il suo ateismo — o piuttosto, appunto a causa di esso: giacché allora è il sistema stesso che risulta, in questo senso, «ateo».
Appunto su questo aspetto del pensiero mazziniano i federalisti dovrebbero, credo, concentrare la propria riflessione, come sul filo conduttore grazie al quale si può trarre, dall’opera e dall’azione di Mazzini, un insegnamento valido per l’Europa di oggi. E in questa prospettiva — lo noto en passant — anche la concezione religiosa di Mazzini, e quella della politica come una sorta di religione laica — concezione che appariva cosi rébarbative a uno spirito eminentemente concreto e «positivista» come Gaetano Salvemini[3] — riprende tutto il suo valore e il suo significato profondo, come una sorta d’«incarnazione mitologica» — indispensabile per darle efficacia pratica — dell’idea morale di una società umana che avrebbe eliminato in radice nel suo seno la violenza fra i gruppi come fra le nazioni: la società che Kant chiamava della «pace perpetua», e Dante della «Monarchia universale», e che segnerà — come dice Albertini, applicando a quest’ordine d’idee un’espressione di Marx — il passaggio dalla preistoria alla storia. Una società che Mazzini — molto sensibile ai valori profondi della morale (e molto poco, invece, agli aspetti istituzionali che questi valori devono assumere, se vogliono prendere una dimensione e un significato politico, e non puramente individuale) — vedeva simbolizzata nel passaggio dall’era dei diritti, che era stata quella della rivoluzione francese, all’epoca dei doveri che era quella di cui egli si voleva profeta.
 
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Alessandro Levi[4] mostra molto pertinentemente che la grandezza di Mazzini non risiedeva né nel suo pensiero — spesso contraddittorio, confuso, oscuro —, né nella sua azione, che si è finalmente conclusa con un fallimento cosi completo, che Mazzini è morto, come si ripete spesso in Italia, «esule in patria». La sua grandezza risiede nella rigorosa coerenza morale con cui, senza alcun compromesso e fino infondo, egli ha saputo — loyal to loyalty, per dirla con Royce — restar fedele alle sue convinzioni e conservar una adaequatio perfetta fra il suo pensiero e la sua azione.
Si può dir qualcosa di analogo per la questione che qui ci concerne. Il valore, e anche la grandezza dell’insegnamento europeo di Mazzini non sta nella concezione, assai vaga e nebulosa, della sua Europa. Non sta nemmeno nell’azione europea che le organizzazioni rivoluzionarie da lui fondate, nell’ambito della «Giovine Europa» — tutte, del resto, assai fantomatiche — hanno sviluppato, e che non è mai stata un’azione orientata, sia pur minimamente, verso obiettivi sovranazionali. Essa sta invece nello spirito, nell’anima morale di tutta la sua attività, interamente volta a mostrare — e a vivere una tale convinzione — che la democrazia, la libertà, la difesa della dignità dell’uomo sono solidali a livello europeo, o sono destinate a perire.[5]
Sta a noi di procedere su questa via e di scoprire ciò che Mazzini ha potuto solo intravedere: trovare cioè i mezzi pratici e gli strumenti giuridici necessari a ottenere che questa solidarietà si incarni nella realtà e «si faccia Stato».
 
 
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ATTO DI FRATELLANZA DELLA
GIOVINE EUROPA
(1834)
 
LIBERTA’           EGUAGLIANZA           UMANITA’
 
Noi, sottoscritti, uomini di progresso, e di libertà,
Credendo:
Nella eguaglianza, e nella fratellanza degli uomini,
Nella eguaglianza, e nella fratellanza dei popoli;
Credendo:
Che l’umanità è chiamata a procedere, per un progresso continuo, e sotto l’impero della legge morale universale, allo sviluppo libero e armonico delle proprie facoltà, ed al compimento della propria missione nell’universo,
Ch’essa nol può se non col concorso attivo di tutti i suoi membri, liberamente associati,
Che l’associazione non può veramente, e liberamente costituirsi che fra eguali, dacché ogni ineguaglianza trascina violazione d’indipendenza, ed ogni violazione d’indipendenza guasta la libertà del consenso;
Che la Libertà, l’Eguaglianza, l’Umanità sono sacre egualmente — ch’esse costituiscono tre elementi inviolabili in ogni soluzione assoluta del problema sociale — e che qualunque volta uno di questi elementi è sagrificato agli altri due, l’ordinamento de’ lavori umani, per raggiungere questa soluzione, pecca radicalmente;
Convinti:
Che se il fine a cui tende l’umanità è uno essenzialmente, se i principii generali che devono dirigere le famiglie umane nel loro viaggio a quel fine, sono identici, mille vie non pertanto sono schiuse al progresso;
Convinti:
Che ad ogni uomo, e ad ogni popolo spetta una missione particolare, la quale, mentre costituisce la individualità di quell’uomo, o di quel popolo, concorre necessariamente al compimento della missione generale dell’umanità;
Convinti in fine:
Che l’associazione degli uomini, e dei popoli deve riunire la tutela del libero esercizio della missione individuale alla certezza della direzione verso lo sviluppo della missione generale;
Forti dei nostri diritti d’uomini, e di cittadini, forti della nostra coscienza, e del mandato che Dio e l’umanità confidano a coloro che vogliono consecrare il braccio, l’intelletto, e la vita alla santa causa del progresso dei popoli;
Essendoci prima costituiti in associazioni nazionali libere, e indipendenti, nocciuoli primitivi della Giovine Italia, della Giovine Polonia, e della Giovine Germania;
Riuniti a convegno per l’utile generale, nel decimo quinto giorno del mese d’aprile dell’anno 1834, colla mano sul cuore e ponendoci mallevadori del futuro, abbiamo fermato quanto segue:
 
1
La Giovine Germania, la Giovine Polonia, e la Giovine Italia, associazioni repubblicane tendenti ad un fine identico che abbraccia l’umanità sotto l’impero d’una stessa fede di Libertà, d’Eguaglianza, e di Progresso, stringono fratellanza, ora e per sempre, per tutto ciò che riguarda il fine generale.
 
2
Una dichiarazione dei principii, che costituiscono la legge morale universale applicata alle società umane, verrà stesa e sottoscritta concordemente dalle tre Congreghe Nazionali. Essa definirà la credenza, il fine, e la direzione generale delle tre associazioni. Nessuna di esse potrà allontanarsene ne’ suoi lavori senza violazione colpevole dell’atto di fratellanza, e senza subirne le conseguenze.
 
3
Per tutto ciò che esce dalla sfera degli interessi generali, e della dichiarazione dei principii, ciascuna delle tre associazioni è libera ed indipendente.
 
4
La lega d’offesa e di difesa, solidarietà dei popoli, che si riconoscono, è statuita fra le tre associazioni. Tutte tre lavorano concordemente ad emanciparsi. Ciascuna avrà diritto al soccorso dell’altre per ogni manifestazione solenne ed importante che avrà luogo per essa.
 
5
La riunione delle Congreghe Nazionali, o dei delegati d’ogni Congrega costituirà la Congrega della Giovine Europa.
 
6
Gli individui che compongono le tre associazioni sono fratelli. Ognuno di essi adempirà coll’altro ai doveri di fratellanza.
 
7
La Congrega della Giovine Europa determinerà un simbolo comune a tutti i membri delle tre associazioni; essi tutti si riconosceranno a quel simbolo. Un motto comune posto in fronte agli scritti contrasegnerà l’opera dell’associazione.
 
8
Qualunque popolo vorrà partecipare ai diritti ed ai doveri della fratellanza stabilita fra i tre popoli collegati in quest’atto, aderirà formalmente all’atto medesimo, firmandolo per mezzo della propria Congrega Nazionale.
 
Fatto a Berna (Svizzera), il 15 aprile 1834.
 
 
ORGANIZZAZIONE DELLA DEMOCRAZIA
(1850)
 
Un progresso importante s’è conquistato fra noi? L’idea espressa nel nostro scritto Alleanza dei popoli è tradotta in atto, e un Comitato centrale europeo, composto d’uomini appartenenti a tutte le nazioni d’Europa e influenti nel campo della democrazia, s’adopera attivamente a promuoverne lo sviluppo nella sfera dei fatti. […]
La libertà senza l’associazione genera inevitabile l’anarchia. L’associazione senza la libertà è dispotismo, tirannide. L’umanità aborre egualmente la tirannide e l’anarchia. Essa studia l’equilibrio tra le due condizioni inseparabili della vita: inseparabili tanto, che l’una non può conquistarsi e mantenersi senza l’altra. Ogni associazione trova gli uomini, presto o tardi, ribelli, s’essi non l’hanno consentita liberamente: ogni libertà è precaria, se le forze dell’associazione non s’ordinano a conservarla.
E questa è verità per ciascun paese e per tutti. Nessun sistema può impiantarsi e farsi legge durevole in uno Stato, se non rispetti quei due elementi, libertà e associazione. Nessuna conquista di libertà può operarsi durevole in una nazione, se un progresso analogo non si compia nelle nazioni che la circondano. […]
La vita delle nazioni è doppia: interna ed esterna: propria e di relazione. Alla universalità degli uomini componenti ogni nazione spetta l’ordinamento della propria vita; al Congresso delle nazioni, l’ordinamento della vita di relazione inter-nazionale. Dio e il popolo per ciascuna nazione: Dio e l’umanità per tutte. Noi cerchiamo verificare, non una Europa, ma gli Stati Uniti d’Europa. […]
 
 
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La dottrina assoluta del non intervento in politica corrisponde all’indifferenza in fatto di religione: è un mascherato ateismo, una negazione, senza la vitalità della ribellione, di ogni credenza, d’ogni principio generale, d’ogni missione nazionale a pro’ dell’umanità. Noi siamo tutti vincolati l’uno all’altro nel mondo, e a un intervento è dovuto quanto di buono, di grande, di progressivo ci addita la storia. (Da: «Italia, Austria e il Papa», 1845)
 
Per principio, e considerando largamente il moto de’ tempi, noi crediamo che ogni cosa in Europa tenda ad unità: e che, nel riordinamento generale che le si appresta questa regione nel mondo rappresenterà, come ultimo risultato del lavoro della nostra epoca, una federazione, una santa alleanza dei Popoli costituiti in grandi aggregazioni unitarie, a seconda del carattere degli elementi fisici e morali che esercitano più particolarmente la loro azione in una data cerchia, determinando nel loro insieme la missione speciale della nazionalità. (Da «Nazionalità Unitari e federalisti», 1835)
 
Noi vagheggiamo la grande federazione dei popoli liberi: crediamo nel patto delle nazioni, nel congresso europeo che interpreterà pacificamente quel patto. Ma nessuno potrà entrare fratello in quel patto, nessuno potrà ottener seggio in quel concilio dei popoli, se non dotato di vita propria ordinata, costituito in individualità nazionale, munito, come di segno della propria fede, della bandiera unitaria che lo rappresenti. (Da «Scritti dell’Italia del Popolo», 1848)
 
(a cura di Andrea Chiti-Batelli)


[1] Mario Albertini, Il Risorgimento e l’unità europea, Napoli, Guida, 1979 (ripubblicato in Id., Lo Stato nazionale, Bologna, Il Mulino, 1997).
[2] Dante Visconti, La concezione unitaria dell’Europa del Risorgimento italiano, Milano, Francesco Vallardi, 1948.
[3] Gaetano Salvemini, Mazzini, Catania, Battiati, 1915.
[4] Alessandro Levi, La filosofia politica di Giuseppe Mazzini, Bologna, Zanichelli, 1917.
[5] Per quanto riguarda l’europeismo mazziniano, cfr. anche il saggio di Andrea Chiti-Batelli in André Miroir (a cura di), Pensée et construction européennes. Hommage à Georges Goriély, Bruxelles, Université Libre de Bruxelles, CERIS et Émile Van Balberghe, 1990, pp. 89-103.