Anno XXXI, 1989, Numero 1, Pagina 3

 

 

Il primo referendum per la Costituente europea
 
 
In occasione delle prossime elezioni europee, in Italia sarà sottoposto a referendum il seguente quesito: «Ritenete voi che si debba procedere alla trasformazione delle Comunità europee in una effettiva Unione dotata di un governo responsabile di fronte al Parlamento, affidando allo stesso Parlamento europeo il mandato di redigere un progetto di costituzione da sottoporre direttamente alla ratifica degli organi competenti degli Stati membri della Comunità?». La legge costituzionale che lo indice è stata in effetti definitivamente approvata all’unanimità il 30 marzo 1989 al Senato, dopo le precedenti votazioni a favore (tutte all’unanimità) del 20 dicembre 1988 al Senato, e rispettivamente del 14 dicembre 1988 e del 15 marzo 1989 alla Camera.
La stampa nazionale non ha dato, salvo una tarda resipiscenza, alcun rilievo al fatto, o lo ha addirittura ignorato. Si tratta di un errore grossolano. Non è certo irrilevante che per la prima volta nella storia della Repubblica sia stata approvata all’unanimità una legge costituzionale il cui germe sta in una proposta di iniziativa popolare promossa dal Movimento federalista europeo. E non è nemmeno irrilevante il fatto che ad ottenere questo risultato sia stato proprio il MFE, cioè una avanguardia politica che si autoesclude dal gioco elettorale proprio per non precludersi la possibilità di promuovere, in momenti favorevoli, degli schieramenti di unità popolare su obiettivi europei avanzati.
E’ vero che in questa battaglia per il referendum il MFE è stato sostenuto da molte amministrazioni regionali e locali, da personalità di tutti i partiti democratici, ed affiancato dai radicali. E’ vero che anche i comunisti avevano presentato un progetto di legge di questo genere. Ma resta il fatto che né i radicali né i comunisti, agendo da soli, senza il punto di riferimento unitario costituito dal MFE, sarebbero stati in grado di far approvare un provvedimento di questo genere per una ragione di fondo. Siccome comportano modifiche dell’assetto istituzionale del potere nel quadro nazionale e in quello europeo, i progressi effettivi nella costruzione dell’Europa non si possono ottenere con le normali politiche di governo (con i partiti gli uni contro gli altri), ma solo con le modalità delle politiche costituzionali (con larghe convergenze di partiti e di popolo).
 
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Probabilmente giornalisti e politologi si sono disinteressati di questa battaglia federalista per l’Europa perché essa non poteva avere conseguenze immediate sullo stato del potere in Italia, nel senso di dare o togliere qualcosa a questo o quel leader nazionale. Ma è proprio il discorso sulle conseguenze — nella misura in cui comporta la valutazione anche di quelle a medio e lungo termine — a mostrare con chiarezza che il referendum europeo che si terrà in Italia è un fatto di grande valore, tanto sul piano politico quanto su quello storico, che conviene esaminare per primo.
Si abusa così spesso del termine «storico», che si è tratti istintivamente a non usarlo. Ma in questo caso non si può farne a meno. L’atto che il Parlamento italiano ha compiuto equivale ad una solenne dichiarazione da parte dello Stato di essere pronto ad abbandonare una parte della propria sovranità, in un contesto che va al di là di quello previsto dall’art. 11 della Costituzione. E quando mai, nel corso della storia, uno Stato, senza esserne costretto, si è dichiarato pronto a cedere una parte della propria sovranità per entrare a far parte di uno Stato più ampio, un grande Stato federale? Il fatto è che cominciano ad annunciarsi i grandi mutamenti che hanno la loro origine nel nuovo corso della storia. Il mondo di ieri sta per essere spazzato via. Il genere umano è ormai una comunità di destino. La crescente interdipendenza delle azioni umane, e il bisogno di controllare sul piano mondiale lo sviluppo tecnologico per evitare l’estinzione del genere umano, rendono sempre più vane le politiche condotte esclusivamente nell’ambito nazionale, ed esercitano una pressione sempre più forte sui vecchi confini entro i quali nel passato i raggruppamenti umani riuscivano ad organizzare in modo ottimale la loro vita. Un nuovo modo di pensare e di agire può e deve imporsi. Nuovi assetti del potere, che consentano al genere umano di assumere il controllo del suo destino, sono necessari. La democrazia deve valere anche sul piano internazionale.
In effetti, il nuovo corso della storia ha già cominciato a capovolgere le regole in uso da sempre nei rapporti fra le grandi potenze; e in Europa — è questo il fatto che resta oscuro a chi guarda il mondo di oggi con gli occhi di ieri — ha già ampiamente eroso la base sociale (il costume come base sociale) degli Stati nazionali esclusivi, che hanno sempre più il carattere di istituzioni artificiali proprio perché bloccano la vita politica al confine delle nazioni, sino all’assurdo di concedere agli Europei il diritto di voto, ma non il diritto di decidere col loro voto che cosa deve essere, e che cosa deve fare l’Europa.
Il referendum europeo è un fatto storico perché darà il primo colpo di scopa a questa assurdità che esiste senza ragioni per esistere; e perché, facendo entrare nel modo comune di pensare degli uomini l’idea della riunione federale delle nazioni, li educherà a una nuova concezione del mondo. Ciò che conta è che con la federazione di un primo gruppo di nazioni europee — le nazioni storiche per eccellenza — comincerà a vivere la democrazia internazionale, cioè una democrazia senza confini, che potrà essere gradualmente estesa a tutte le grandi famiglie del genere umano. E’ questa l’esperienza politica fondamentale dell’era che sta per prendere forma. I problemi reali del mondo hanno già fatto entrare nell’uso l’espressione «democratizzare le relazioni internazionali». La loro soluzione farà entrare nell’uso l’espressione «democrazia internazionale», che ne costituisce l’essenza e la verità.
 
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Il valore politico del referendum sta nella sua relazione con la fase attuale dell’unificazione europea, e in particolare con il fatto che il completamento del mercato unico richiede anche decisioni in materia di unione monetaria e di unione politica che sono indispensabili per evitare il fallimento dell’impresa, ma che stentano a prendere corpo a causa della loro difficoltà. Era difficile decidere di completare il mercato unico. E’ più difficile decidere di realizzare l’unione monetaria. E’ ancora più difficile decidere di costruire l’Unione politica. Ma è necessario. Il referendum italiano sul mandato costituente al Parlamento europeo è giusto, e si celebra nel momento opportuno, proprio perché aiuterà a rimuovere questa difficoltà. Non c’è solo il fatto che esso renderà l’opinione pubblica europea più consapevole della necessità sia dell’Unione politica, sia del ricorso al potere costituente del popolo europeo per fondarla. C’è anche il fatto che esso renderà più attive in tutti i paesi (o in un numero sufficiente di essi) le forze che bisogna mobilitare per giungere a questo risultato.
In effetti si può pensare sin da ora che il gran numero di cittadini favorevoli all’unità europea e al conferimento del mandato costituente — che sono ancora passivi perché non hanno mai potuto tradurre la loro opinione in un atto di volontà — sentiranno, dopo il referendum in Italia, di avere anch’essi il diritto di pronunciarsi sull’Europa. Si può anche prevedere che nel Parlamento europeo i partiti, a mano a mano che verranno al pettine i nodi sociali e politici della pretesa di completare il mercato unico senza costruire un governo europeo, non potranno non riconoscere la fondatezza della posizione dei loro colleghi italiani, già legittimati dal referendum a redigere una Costituzione europea.
E infine si può osservare che i governi degli altri paesi della Comunità, dopo la pubblica e solenne attestazione dell’Italia a favore della creazione di un governo europeo, non potranno più trincerarsi dietro l’alibi della presunta impossibilità di una decisione di questo genere, e dovranno pronunciare con chiarezza il loro sì o il loro no, in una situazione nella quale, con un’opinione pubblica preparata, e partiti ormai consapevoli della natura della posta in gioco, sarà il no a diventare difficile.
 
Il Federalista