Anno XXXI, 1989, Numero 2, Pagina 92

 

 

Il federalismo in Gran Bretagna e in Italia:
i radicali e la tradizione liberale inglese
 
JOHIN PINDER
 
 
L’Italia: i pionieri del federalismo e la tradizione liberale.
 
Nel 1918 apparvero sul Corriere della Sera due lunghi articoli sotto forma di lettera, firmati «Junius»[1], nei quali si sosteneva che il dogma della sovranità era la causa delle guerre e andava perciò abolito. Al posto di quell’alleanza, o confederazione, che sarebbe stata la Società delle Nazioni sarebbe stato necessario uno Stato federale, con un suo esercito, un suo sistema fiscale e una sua amministrazione, il quale esercitasse i suoi poteri attraverso un rapporto diretto con i cittadini, come negli Stati Uniti d’America. Alla letteratura pangermanica, con la sua enfasi sul protezionismo e sulla supremazia dello Stato, «Junius» contrapponeva la tradizione liberale anglosassone, precorrendo così i federalisti britannici che non molto tempo dopo avrebbero basato le loro proposte su analoghe critiche alla Società delle Nazioni.
«Junius» era in realtà Luigi Einaudi, l’eminente economista liberale piemontese che sarebbe divenuto il primo Presidente della Repubblica italiana dopo la seconda guerra mondiale. Quando Einaudi scrisse il primo dei due articoli, Attilio Cabiati, un altro economista liberale suo intimo amico[2], stava già lavorando con Giovanni Agnelli, il fondatore della Fiat, ad un volume pure pubblicato nel 1918 con il titolo Federazione europea o Lega delle Nazioni?[3], nel quale veniva espressa la medesima idea, anche se con maggiore precisione e approfondimento. Mentre Einaudi non era del tutto chiaro a proposito dell’estensione dell’unione, essi proponevano senza possibilità di equivoci una Federazione europea, le cui istituzioni dovevano comprendere un Congresso, un governo e una Corte federali, per gestire in comune la politica estera, la difesa, la politica finanziaria e la politica commerciale, mentre le altre competenze sarebbero state riservate ai singoli Stati membri. Agnelli e Cabiati precorrevano così molta della letteratura federalista inglese dei due successivi decenni. Ciò è meno sorprendente di quanto possa apparire, se si tien conto che il libro era ispirato alla cultura politica della quale gli Inglesi si nutrivano. Il volume mostra una profonda conoscenza della letteratura politica ed economica della tradizione liberale inglese. Nell’elenco delle «venticinque principali opere consultate», ben ventuno sono inglesi. Quando gli autori si riferiscono ad altre scuole di pensiero, è generalmente per criticarle per la loro glorificazione dello Stato e per la tendenza a sostenere, in tal modo, un sistema che conduce alla guerra[4]. Di ciò rimproveravano Bismarck, Treitschke e von Billow, ed erano ugualmente critici nei confronti del concetto francese di unità nazionale, che portava alla supremazia della volontà collettiva, in contrasto con il concetto inglese di libertà che procurava benefici per tutti indistintamente[5].
I due autori seguono Locke nel contrapporre il principio liberale, che sancisce i diritti dei cittadini, al principio legittimista di difesa dei diritti del sovrano[6]. Essi citano l’affermazione di Acton, secondo il quale la miglior garanzia di libertà è uno Stato plurinazionale[7]. Quando sottolineano che una Società delle Nazioni non è sufficiente, perché Stati indipendenti possono pur sempre farsi guerra l’un l’altro, essi citano le conclusioni di Sidgwick circa la necessità di un governo federale per attuare il predominio del diritto in Europa[8]. A proposito degli orrori della guerra moderna, e quindi della inattuabilità della sovranità assoluta, essi si rifanno ad un articolo di H.G. Wells; e citano diffusamente Robertson per evidenziare i vantaggi economici che deriverebbero dalla divisione del lavoro all’interno di una federazione[9].
Agnelli e Cabiati trovavano nella storia del XIX secolo i fondamenti di una tradizione italiana liberale e federalista. Contrariamente alla unificazione della Germania, attuata mediante una guerra di aggressione mirante alla supremazia della Prussia, l’unità d’Italia era il risultato di una guerra di liberazione e per i carbonari il sovvertimento del dominio austriaco era volto ad ottenere non solo tale unità ma anche riforme politiche[10]. Se fossero stati meno impregnati di letteratura liberale inglese, i due autori avrebbero potuto dimostrare come Carlo Cattaneo avesse chiaramente esposto l’idea del federalismo e della sua forma istituzionale, che esalta la libertà attraverso la limitazione dei poteri ad ogni livello di governo[11]. Cattaneo aveva applicalo l’idea federalista sia ai rapporti tra i popoli che costituiscono una nazione, sia, al di là della nazione, ad una federazione internazionale, spiegando che le due forme di unità non sono in conflitto poiché entrambe si fondano su un unico principio: la libertà[12]. Egli tentava in tal modo di conciliare le istanze di libertà e di unità sia nell’ambito italiano che in quello europeo, indicando la Svizzera e gli Stati Uniti quali modelli per gli Stati Uniti d’Europa[13].
Anche Mazzini faceva spesso riferimento all’ideale dell’unità europea, ma non approfondì mai il concetto. Per lui, la priorità assoluta era l’unificazione dell’Italia[14]. I mazziniani di questo secolo ne hanno seguito le tracce sostenendo l’idea dell’unità d’Europa, ma alcuni sono rimasti legati allo Stato nazionale ed hanno perciò trovato difficile inquadrare nei loro schemi mentali il concetto di una Europa federale. Un esempio ne fu il giovane, brillante torinese Piero Gobetti, che vedeva le nazioni come «fraterne, ma sovrane e armate»[15] e che recensì criticamente il volume di Agnelli e Cabiati sostenendo che i popoli non avrebbero mai «rinunciato alla loro storia… (né) cercato il Nirvana in una unità fittizia»[16].
 
Attacchi dall’estrema destra e dall’estrema sinistra.
 
Anche Gramsci attaccò Agnelli e Cabiati, ma per motivi che avevano poco a che vedere con il contenuto del libro che, del resto, sembrava egli avesse frainteso[17]. Non vi era comunque alcuna possibilità che i comunisti approvassero le proposte dei federalisti, dato che Lenin aveva proclamato la priorità della lotta di classe e della vittoria del proletariato attraverso la rivoluzione. La fede dei comunisti nella volontà collettiva e, con l’affermarsi dello stalinismo, nel potere dello Stato, contribuiva a rendere la loro ideologia incompatibile con il principio liberale del governo limitato, sul quale si fondavano le proposte dei federalisti. A quei tempi, i liberali come Einaudi vedevano nei marxisti i maggiori nemici dell’ordine liberale, e la sua recensione del libro di Agnelli e Cabiati dimostra che egli sottovalutava l’opposizione nazionalista a tali piani per salvaguardare la pace[18]. Ben presto, tuttavia, Mussolini si sarebbe rivelato un nemico mortale dei principi sia liberali che federalisti. Mussolini non credeva nella «utilità della pace permanente» e proclamava la nobiltà della guerra[19]. Giovanni Gentile, il maggiore teorico accademico del fascismo, diede a quest’ultimo l’eterea impronta neo hegeliana del suo «attualismo»[20]. Persino quando la realtà della guerra si dimostrò meno nobile di quanto essi non avessero sperato, ed alcuni tra i fascisti furono attratti dall’idea di una Europa unita, la loro visione assolutista dello Stato rendeva loro difficile accogliere i concetti federalisti[21].
Il problema immediato, dopo la marcia su Roma di Mussolini nell’ottobre 1923, non fu tuttavia l’incompatibilità di principio tra il fascismo ed il federalismo, ma la soppressione della libertà operata da un regime violento e autoritario. I fascisti perseguitavano coloro che si battevano per una Italia democratica, e assassinavano i leaders di quelle tendenze politiche che avrebbero poi prodotto la maggior parte dei federalisti impegnati. Le opere pionieristiche di Agnelli, Cabiati ed Einaudi sparirono e il pensiero federalista continuò a svilupparsi nell’esilio e nella clandestinità. A questo punto, l’attenzione va spostata sulla Gran Bretagna, dove i federalisti rimasero liberi di esprimere le loro idee.
 
I federalisti inglesi e la tradizione liberale.
 
Philip Kerr, più tardi Lord Lothian, fu il segretario privato di Lloyd George, quando questi era primo ministro durante la prima guerra mondiale e successivamente alla Conferenza di pace. Ciò lo portò a riflettere profondamente sul problema della pace e della guerra; e un breve periodo all’Institute of Politics di Williamstown gli consentì poi di elaborare un’analisi federalista, basata sulla premessa che la sovranità assoluta conduce alla guerra, e di concludere che la salvaguardia della pace richiede la creazione di una federazione internazionale, destinata a diventare, alla fine del processo, una federazione mondiale[22]. Egli sviluppò queste idee in numerose pubblicazioni nel corso dei successivi dieci anni, fino al 1935, quando diede alle stampe Pacifism is not enough (nor patriotism either)[23], considerato ancor oggi da molti federalisti uno dei loro testi fondamentali[24].
L’interesse di Lothian per il federalismo risaliva al 1905, quando egli si unì ad altri giovani coetanei di Oxford che lavoravano al Kindergarten di Milner, cercando di riconciliare gli Afrikaner in una unione sudafricana relativamente liberale, dopo la guerra dei Boeri[25]. Uno di quei giovani era Lionel Curtis, che avrebbe condiviso con Lothian un impegno federalista durato tutta la vita. Lo stimolo venne dall’esigenza di concepire una costituzione che riunisse le quattro colonie sudafricane esistenti, il che li indusse ad uno studio accurato di The Federalist e della fondazione degli Stati Uniti[26]. Dopo che il loro piano di una costituzione federale venne accantonato in favore di uno Stato unitario, essi fecero ritorno a Londra e fondarono la rivista trimestrale The Round Table, che dal 1910 diffuse le idee federaliste, con particolare riferimento al Commonwealth.
Curtis, un difensore appassionato della federazione del Commonwealth, nel 1917 pubblicò sull’argomento un volume, ampiamente citato da Agnelli e Cabiati[27], per sottolineare il suo appoggio ai principi della responsabilità del potere politico e dello Stato di diritto. Curtis pensava che la missione del Commonwealth fosse di aumentare il numero di cittadini capaci di far parte di un sistema politico fondato sulla responsabilità e di estendere a tutti costoro il controllo delle funzioni supreme di governo[28]. Più tardi, verso la metà degli anni ‘30, egli avrebbe scritto la sua opera maggiore, Civitas Dei, nella quale ipotizzava che il processo di costituzione di una federazione mondiale avrebbe avuto inizio dagli Stati con maggiore esperienza di autogoverno, il che implicitamente significava una leadership anglo-americana[29].
Lothian fu più rapido di Curtis nel comprendere che gli altri paesi del Commonwealth non si sarebbero federati con la Gran Bretagna e nel rivolgere il suo interesse, dopo Versailles, all’idea di una federazione internazionale più vasta. In Pacifism is not enough la sua critica della Società delle Nazioni e il suo concetto di federazione erano simili a quelli di Einaudi, Agnelli e Cabiati. Ma a differenza di essi, come d’altra parte suggeriva anche il titolo, egli si opponeva in particolare alle tendenze pacifiste che si erano largamente diffuse in Inghilterra attorno alla metà degli anni ‘30. Tipico dell’ingenuo idealismo allora prevalente era il suggerimento di Gilbert Murray, per molti anni presidente della League of Nations Union, che i governi avrebbero dovuto preservare la pace mondiale operando di concerto al fine di tradurre in pratica le raccomandazioni di un Consiglio composto da saggi di tutto il mondo[30]. Lothian controbatteva con vigore che la legge, per essere efficace, deve poter venire applicata e che, non essendo la federazione mondiale ancora attuabile, al fine di applicare tale principio era necessario che si federasse un gruppo di democrazie. Benché Lothian si fosse dimesso dalla sua carica di ministro liberale nel governo nazionale su una questione economica, quando nell’Accordo di Ottawa del 1932 venne inserita la clausola della Preferenza imperiale, egli non era certo un economista, e toccò a un altro insigne liberale esporre gli argomenti economici fondamentali a favore di una federazione: si trattava di Lionel (più tardi Lord) Robbins, che aveva avuto una cattedra alla London School of Economics nel 1929, quando aveva da poco passato la trentina. Egli enunciò le sue idee in due libri, anch’essi tuttora considerati in Italia tra i classici della letteratura federalista, basati su testi di conferenze che il professor Rappard lo aveva invitato a tenere all’Institut de Hautes Etudes Internationales di Ginevra[31].
Il primo volume, Economic Planning and International Order, pubblicato nel 1937, metteva in relazione la divisione del lavoro con la necessità di un ordine giuridico assistito da un potere capace di farlo valere. Tale struttura politica esisteva all’interno degli Stati nazionali, ma non tra di essi. La mancata comprensione di questo fatto aveva rappresentato il maggiore difetto del liberalismo del XIX secolo: il sistema internazionale che esso immaginava era stato «non liberale ma anarchico»[32]. L’opera proseguiva rovesciando la tesi marxista del «prima di tutto il socialismo», sostenendo al contrario che la pianificazione centralizzata socialista aveva molte più probabilità di provocare guerre di quante non ne avesse il capitalismo, in quanto faceva di ogni conflitto di interessi di natura economica una questione di politica nazionale. L’autore propugnava la federazione in generale, ma non indicava chi dovesse federarsi o quando.Tuttavia, nell’estate del 1939, a Robbins erano ormai chiare sia l’urgenza che la composizione della federazione che egli auspicava. In The Economie Causes of War, la cui parte finale, completata alcuni giorni dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, si intitolava «Gli Stati Uniti d’Europa», egli insisteva che «se non distruggeremo lo Stato sovrano, lo Stato sovrano distruggerà noi»; e concludeva che, siccome una federazione mondiale non sarebbe stata attuabile ancora per lungo tempo e poiché «almeno nella nostra generazione» gli Stati Uniti non sarebbero stati pronti a federarsi con altri popoli, era necessario creare una Federazione europea, da istituire dopo aver rovesciato il nazismo e che comprendesse anche una Germania divenuta democratica dopo la guerra[33].
Con i loro tre volumi, Lothian e Robbins portarono a compimento quello che avevano iniziato Einaudi, Agnelli e Cabiati: essi fornirono una solida struttura liberale al pensiero federalista. Benché sia Lothian che Robbins fossero Liberali con la ‘L’ maiuscola, le loro idee erano utilizzabili dai liberali con la ‘l’ minuscola. Entrambi scrissero volumetti per Federal Union, un movimento fondato nel 1939, e le loro opere sono sempre state, e sono tuttora, largamente studiate, citate e ristampate dai federalisti italiani[34].
L’influenza dei libri di Curtis è stata meno duratura, forse perché egli concentrò le sue riflessioni su un Impero che stava per scomparire. Gli riuscì, tuttavia, nel 1912 di persuadere il giovane Winston Churchill a farsi interprete della causa di un Regno Unito federale, causa poi sostenuta anche da Lloyd George e Austen Chamberlain, e che ebbe una posizione di rilievo nelle trattative del 1918, come strumento per negoziare il problema irlandese[35]. L’idea federalista, che Churchill aveva visto non solo come possibilità di risolvere un problema interno, ma anche come un passo verso una più ampia federazione del Commonwealth, giocò probabilmente un ruolo quando nel 1930 egli parlò di «legami federali» in un articolo intitolato «Gli Stati Uniti d’Europa», tema che avrebbe ripreso nel suo famoso discorso di Zurigo del settembre 1946, che lanciò il movimento post-bellico per l’unità europea[36]. Ma anche se i conservatori avrebbero poi avuto la loro parte in Federal Union — e uno dei suoi primi leaders fu un membro conservatore del Parlamento, figlio di un ex primo ministro[37] —, il loro ruolo nell’elaborazione delle idee e della letteratura tra le due guerre fu solo secondario. Il merito per le opere più importanti va ai liberali, con contributi significativi dei socialisti.
 
Socialisti riformisti e marxisti in Gran Bretagna.
 
In questo periodo, i socialisti inglesi non marxisti erano in gran parte favorevoli all’idea federale. H.N. Brailsford, Kingsley Martin, Bertrand Russell, Leonard Woolf e H.G. Wells sostenevano tutti la federazione e influenzarono i fondatori di Federal Union[38]. R.H. Tawney considerava la sovranità nazionale, accanto al capitalismo, come uno dei due grandi mali del tempo[39]. G.D.H. Cole era anch’egli favorevole[40]. E tra coloro che sarebbero diventati i leaders dei laburisti dopo la guerra, Bevin auspicava gli Stati Uniti d’Europa e Attlee scriveva che «l’Europa deve federarsi, o è destinata a perire»[41].
Per i socialisti riformisti in Gran Bretagna, l’idea federale era evidentemente parte della cultura politica dell’epoca. Ma gran parte delle prove di ciò si ritrovano sotto forma di brevi riferimenti in opere il cui tema principale era un altro. Tra i socialisti l’eccezione fu Laski, che dedicò una parte notevole dei suoi scritti all’argomento, a partire dal 1917. Nel suo Studies in the Problem of Sovereignty pubblicato in quell’anno, egli manifestò la sua opposizione alla visione monistica dello Stato e la sua preferenza per «un paese dove la sovranità sia distribuita»[42]. In A Grammar of Politics, edito per la prima volta nel 1925, Laski incluse un capitolo sul «carattere federale dell’autorità» nel quale scriveva che «poiché la società è federale, deve essere federale anche l’autorità»[43]. Questo principio doveva applicarsi sia al di fuori che entro lo Stato nazionale. Egli opponeva all’«accidente storico di Stati separati» il «fatto scientifico dell’interdipendenza mondiale» e dichiarava che «lo Stato sovrano assoluto e indipendente» era «incompatibile con gli interessi dell’umanità»[44]. Dunque, verso la metà degli anni ‘20, sembrava che Laski dovesse precedere Lothian e Robbins nell’elaborazione delle idee federaliste. Ma, al contrario, egli avrebbe poi abbracciato la convinzione marxista che innanzitutto andava «distrutta la struttura di classe della società». Era il capitalismo, non lo Stato nazionale, che era «radicato in un sistema che fa del potere il criterio del diritto, e della guerra l’espressione estrema del potere». Dati i rapporti di classe propri del capitalismo, era «impossibile realizzare l’ideale di una comunità internazionale efficiente». Doveva venire abbandonata l’ideologia liberale, espressione di questo sistema economico ormai condannato: la teoria marxiana dello Stato «teneva il campo»[45]. Come i marxisti italiani, Laski accantonò ogni pensiero costruttivo sull’ordine internazionale in attesa che venisse rovesciato il capitalismo e i socialisti inglesi persero il loro più brillante pioniere del federalismo. Furono socialisti come Brailsford, Mackay e Wootton, meno noti dal punto di vista accademico ma più lungimiranti dal punto di vista politico, a dare i contributi successivi al pensiero federalista, operando nella convinzione che il peggior nemico del socialismo fosse la guerra, e che le radici della guerra si trovassero non nel capitalismo ma nella sovranità dello Stato nazionale[46].
 
La creazione di Federal Union.
 
Dunque, nel 1938 era già disponibile, per chiunque sapesse leggere l’inglese, una vasta letteratura sul federalismo. Dalla prima guerra mondiale vi erano state le opere di Lothian e Curtis, le prime opere di Laski e il primo dei due volumi di Lionel Robbins, nonché frequenti riferimenti in altre opere. A ciò si aggiungeva la letteratura precedente, parte della quale era stata citata da Einaudi, Agnelli e Cabiati: gli scritti sul federalismo di Acton, J.S. Mill e Sidgwick; The Federalist di Hamilton, Jay e Madison; il monumentale The American Commonwealth di Bryce; il capitolo di Dicey, «Parliamentary Sovereignty and Federalism», nel suo classico volume Introduction to the Law of the Constitution; e scritti di Freeman, Seeley e altri su determinate federazioni o sull’idea degli Stati Uniti d’Europa[47]. Perciò non mancavano conoscenza e teorie sul federalismo. Ciò che fino ad allora era mancato era lo stimolo ad applicarle a un progetto politico in Europa e in un ambito più vasto. Fu dopo Monaco che tre giovani, Charles Kimber, Patrick Ransome e Derek Rawnsley, decisero di fondare in Gran Bretagna un movimento federalista che chiamarono Federal Union[48]. Ben presto ebbero il sostegno attivo di Lothian e Curtis, di Wickham Steed, un ex redattore di The Times, e di Barbara Wootton, allora lettrice alla London University e successivamente leader del partito laburista alla Camera dei Lords. Si unirono poi accademici illustri quali Beveridge, Robbins, Jennings e Joad e politici emergenti quali il deputato Richard Law e R.W.G. Mackay. Seguì un’ondata di opuscoli e pubblicazioni, molti di autori famosi. L’uscita nel marzo del 1939 di Union Now di Clarence Streit[49] aveva dato grande impulso all’idea di una federazione delle democrazie, Stati Uniti compresi. Ma con l’inizio della guerra in Europa, unito al persistente isolamento americano, Federal Union si concentrò sull’idea di una Federazione europea promossa da Gran Bretagna e Francia, alla quale si sarebbe unita una Germania divenuta democratica dopo la guerra, in seguito al crollo del nazismo. Vi fu un forte sostegno da parte di The Times, The Guardian e New Statesman. Le adesioni raggiunsero in breve quota diecimila. L’Arcivescovo di York disse che «lo schema dell’unione federale aveva esercitato uno stupefacente richiamo sull’animo degli Inglesi»[50]. L’entusiasmo venne spento dalla caduta della Francia. Il punto culminante era stato rappresentato dal clima nel quale il governo inglese non aveva esitato ad offrire alla Francia un’unione indissolubile. Ma il governo francese aveva rifiutato l’offerta scegliendo la capitolazione e la Gran Bretagna si volse perciò agli Stati Uniti. In Inghilterra, la letteratura federalista e i passati successi di Federal Union caddero vittime di un’amnesia collettiva. E fu nel poco promettente terreno dei campi di prigionia di Mussolini che le idee dei federalisti inglesi avrebbero attecchito ed avrebbero iniziato la loro crescita più prepotente.
 
ITALIA: IDEE FEDERALISTE ALL’OPPOSIZIONE E IN ESILIO
 
Mentre i federalisti inglesi sviluppavano e diffondevano le loro idee con tanto sorprendente successo nel fertile contesto della tradizione liberale, le forze politiche che avrebbero portato avanti tali idee con successo ancora maggiore nell’Italia del dopoguerra erano schiacciate tra due mortali oppositori del pensiero liberale: i fascisti, che idolatravano lo Stato nazionale autoritario e i marxisti, che rifiutavano di discuterne la riforma, almeno fino al termine della lotta di classe. Inoltre, il timore di una vittoria comunista fu uno dei motivi che spinsero molti rappresentanti dell’establishment a sostenere, o quantomeno a tollerare, i fascisti, rendendo in tal modo ancora più angusto lo spazio per il federalismo democratico in gestazione. Pio XI fu tra coloro che espressero le loro simpatie al regime, ed egli senza dubbio rifletteva un’opinione assai diffusa tra il clero quando espresse la sua repulsione non solo nei confronti dei socialisti, ma anche della scuola liberale che diceva essere formata da «uomini per i quali le leggi e le regole… sono feticci»[51]. Fortunatamente per il futuro della democrazia italiana, tuttavia, vi erano anche cattolici politicamente attivi che erano molto più favorevoli ai principi del liberalismo costituzionale; tra questi, Don Sturzo, un prete di famiglia aristocratica siciliana che nel 1919 fondò il partito popolare italiano, e il suo braccio destro, Alcide De Gasperi, un avvocato di Trento che, come primo ministro dopo la seconda guerra mondiale, avrebbe giocato un ruolo decisivo nella fondazione della Comunità europea.
 
I cattolici: Don Sturzo e De Gasperi.
 
Don Sturzo si oppose al fascismo e nel 1923 spinse il Congresso del PPI a condannare il regime[52]. Alcuni mesi più tardi, gli squadristi di Mussolini uccisero Don Minzoni, un prete politicamente impegnato. Poco dopo Don Sturzo andò in esilio a Londra, fino al 1940, e poi a New York, fino al suo ritorno in Italia nel 1946.
Nel primo discorso in esilio, nel marzo del 1925, Don Sturzo affermò, che era un dovere combattere il concetto che lo Stato nazionale è il solo Dio[53]. Ma ciò non lo condusse direttamente al federalismo. Il suo impegno, come quello dei suoi amici social-riformisti (tra i quali vi era Sidney Webb), fu piuttosto rivolto all’internazionalismo in generale e alla Società delle Nazioni in particolare[54]. Nel 1929 si espresse a favore dell’unione e contro la sovranità nazionale, ma non vedeva una distinzione netta tra una federazione come quella degli USA e una associazione internazionale come il Commonwealth[55]. Nell’aprile del 1940, tuttavia, egli si unì a Federal Union nel considerare la Gran Bretagna e la Francia come «il nucleo di una futura federazione» che avrebbe dovuto, egli sosteneva, essere basata su principi etici e politici che escludessero le dittature sia di destra che di sinistra[56]. Don Sturzo era certamente in stretto contatto con i dirigenti di Federal Union: aveva lavorato infatti con Wickham Steed verso la fine degli anni ‘30 per la promozione del Comitato britannico per la pace civile e religiosa in Spagna[57].
I cattolici italiani erano, come osservava Spinelli, meno attaccati all’idea dello Stato nazionale di quanto non lo fossero stati i liberali mazziniani[58]. Una volta convinti, come lo era Don Sturzo, della necessità di aderire ai principi costituzionali liberali e sensibilizzati, come egli ovviamente lo fu a Londra, dall’analisi federalista del sistema internazionale, essi erano pronti a sposare la causa federalista. Dopo il suo rientro in Italia alla fine della guerra, Don Sturzo avrebbe manifestato il suo sostegno al Movimento federalista europeo, sostenendo che «noi federalisti vogliamo federazioni solide come gli USA o la Svizzera, non blande associazioni internazionali, e dobbiamo affrettarci a realizzarle»[59].
La scena politica alla quale fece ritorno Don Sturzo era dominata da De Gasperi. Dopo aver sostituito come segretario generale del PPI Don Sturzo, allora in carcere per un breve periodo, e poi in una sorta di esilio in Vaticano dal 1929, De Gasperi sarebbe stato primo ministro dal 1945 al 1953, nella sua qualità di leader dei democristiani, che da allora sono sempre stati al governo. Quando la Democrazia Cristiana fu fondata nel 1943 per succedere al PPI, il suo programma politico, attribuibile in larga misura a De Gasperi, auspicava semplicemente un «sistema internazionale più efficiente», con disarmo, stabilità monetaria e meno protezionismo[60]. L’influenza federalista, già significativa tra i democristiani nell’Italia del Nord[61], era destinata tuttavia a rafforzarsi di lì a poco attraverso la fondazione del MFE che aveva, come vedremo, le sue radici nel pensiero federalista britannico; e, sicuramente incoraggiato dall’esempio del suo mentore, Don Sturzo, De Gasperi operò rapidamente la transizione alla politica federalista che sostenne apertamente la costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio e che, con l’iniziativa di Spinelli, sarebbe stata fondamentale nella stesura del Trattato per una Comunità economica europea, che fu quasi sul punto di dar vita ad una Federazione europea[62].
 
Socialisti riformisti.
 
Per oltre mezzo secolo dopo la rivoluzione russa il contributo dei socialisti italiani al pensiero e all’azione federalisti fu compromesso dal dogma massimalista che la guerra tra gli Stati nazionali era semplicemente un aspetto della lotta di classe: era necessario completare la «trasformazione sociale» prima che si potesse pensare ad una riforma delle relazioni tra gli Stati. Il nucleo dei massimalisti era rappresentato dal partito comunista, fondato nel 1921. Ma la loro influenza negativa fu rafforzata dall’azione di quei socialisti, capeggiati da Pietro Nenni, i quali ritenevano di assoluta priorità l’unità con il partito comunista e che perciò rifiutarono di appoggiare le idee federaliste fin verso la fine degli anni ‘50. I massimalisti erano tuttavia contrastati dai revisionisti, uno dei quali era il leader socialista Filippo Turati. Da giovane, Turati era stato influenzato dall’ala federalista del pensiero risorgimentale. Nel 1880 egli aveva appoggiato l’idea di Stati Uniti d’Europa sul modello americano; e un decennio più tardi avrebbe elogiato il Cattaneo per la sua fede in quell’idea[63]. Benché dovesse poi conoscere una fase marxista tra il 1890 e il 1900, rimase sempre aperto ad altre correnti di opinione, ad esempio invitando Einaudi e Cabiati a contribuire alla sua rivista Critica sociale, proprio in quel periodo. Questa sua apertura lo portò, dopo la prima guerra mondiale, quando tanti si stavano arenando sugli scogli dei dogmi massimalisti, a riconoscere la necessità di rivedere «la nostra ideologia superata» alla luce dell’esperienza; e un elemento importante di questo ripensamento fu il riconoscere che il capitalismo non era la sola causa della guerra[64].
Non molto tempo dopo che il maggiore tra i revisionisti, Giacomo Matteotti, venne assassinato per aver attaccato la violenza fascista e le frodi elettorali, Turati fuggì in esilio a Parigi, aiutato nella fuga da Carlo Rosselli e Ferruccio Parri, due liberal-socialisti che avrebbero avuto un ruolo importante nel federalismo italiano[65]. Egli sarebbe presto tornato al suo passato sostegno in favore di una federazione — gli Stati Uniti d’Europa — come aspirazione suprema delle democrazie, dotata, come gli Stati Uniti, di potere sufficiente a mantenere la pace tra gli Stati membri, e, più in là nel tempo, di una federazione tra gli USA e gli Stati Uniti d’Europa[66]. Al quarto Congresso dell’Internazionale socialista a Vienna nel 1931 egli spiegò come l’esperienza del 1914-18 gli avesse insegnato quanto la guerra danneggia i socialisti, che devono perciò considerare la federazione come una condizione del socialismo e non il contrario, come sostenevano i massimalisti[67]. Egli in tal modo anticipava la posizione assunta in Gran Bretagna dai socialisti federalisti quali, ad esempio, Mackay e Wootton, e si poneva in contrasto con l’analisi sempre più marxista di Laski. Ma l’anno successivo Turati sarebbe morto, e Nenni spinse la maggior parte dei socialisti alla collaborazione con il partito comunista.
Nonostante ciò, una minoranza di revisionisti portò avanti la tradizione federalista italiana. Claudio Treves, che era stato vicino a Turati e, come quest’ultimo, era emigrato a Parigi nel 1926, fu uno di essi, e la sua influenza sopravvisse fino al dopoguerra, quando un suo protetto, Giuseppe Saragat, fondò il partito socialdemocratico, di tendenza europeista. I due figli di Claudio, Paolo e Pietro, trasferitisi a Londra, furono sostenitori della Federazione europea e lavorarono per Federal Union prima di far ritorno in Italia alla fine della guerra[68].
Vi erano federalisti anche tra i socialisti che avevano collaborato con i liberal-socialisti che, come vedremo, ebbero un ruolo fondamentale nella nascita del Movimento federalista italiano. Così Andrea Caffi che era stato attivo nell’organizzazione più importante dei liberal-socialisti, Giustizia e Libertà (GL), a Parigi verso la metà degli anni ‘30, e che era passato ai socialisti trasferendosi a Tolosa, dove il partito socialista italiano aveva il suo quartier generale — verso il 1940 incominciò a propagandare da là le sue idee federaliste fondendo, come il proudhoniano Alexandre Marc, le idee di federazione europea e di autonomia locale[69]. Quando, dopo la caduta della Francia, la sede del partito socialista venne trasferita a Zurigo al Centro estero socialista di Ignazio Silone, questi inserì le idee federaliste nel programma politico dei socialisti. Essendo stato un leader comunista clandestino in Italia, ed essendo stato espulso dal partito comunista poco tempo dopo essere emigrato in Svizzera nel 1930, Silone non poteva certo essere in sintonia con la linea social-comunista di Nenni, e continuò a propagandare il federalismo, usando il motto «Liberare e Federare» per la rivista settimanale del suo Centro. Egli avrebbe poi fornito il suo appoggio al Movimento federalista italiano e, dalla sua posizione privilegiata all’interno del Senato italiano, all’Unione europea dei federalisti, della quale fu eletto presidente nel 1948[70]. Ma le sue idee in quel momento venivano scarsamente recepite dal partito socialista italiano.
Anche il socialista che ebbe il maggior peso nella fondazione del Movimento federalista italiano, Eugenio Colorni, aveva partecipato all’azione di Giustizia e Libertà. Dopo che l’organizzazione di GL in Italia venne soppressa dalla polizia fascista nel 1935, anch’egli passò ai socialisti, divenendo ben presto uno degli esponenti di maggior spicco nel Centro interno socialista. Come Turati, egli era convinto che le posizioni tradizionali dovessero essere riviste, e le ideologie misurate con la realtà[71]. Al pari di Turati e di altri revisionisti egli era perciò aperto alle idee federaliste. Ma diversamente da loro, alcuni mesi dopo il suo arresto nel 1938, egli venne inviato al confino nell’isola di Ventotene, dove divenne intimo amico dei fondatori del Movimento federalista. Egli ne influenzò significativamente il pensiero e, a sua volta, maturò il convincimento che dopo la caduta del fascismo l’obiettivo primario fosse la federazione. Nella sua prefazione al documento costitutivo, il Manifesto di Ventotene, egli affermò, come Turati, Mackay e Wootton, che la federazione era il préalable indispensabile del socialismo[72]. Dopo essere fuggito dal confino nel 1943, Colorni collaborò alla fondazione del Movimento federalista e fu a capo di un gruppo di giovani socialisti riformisti a Roma[73]. Venne ucciso dalla polizia fascista nel maggio 1944, appena prima della liberazione di Roma.
Nel partito socialista italiano del dopoguerra i riformisti rimasero per alcuni anni oscurati da coloro che privilegiavano i legami con il partito comunista italiano e l’ideologia della lotta di classe. Ma il seme che era stato gettato da Turati, Treves, Silone, Colorni e altri era destinato a dare i suoi frutti, ciò che avvenne quando Nenni, verso la fine degli anni ‘50 condusse i socialisti su una posizione dapprima favorevole all’Europa e poi addirittura federalista. Nel frattempo, sarebbero stati i liberal-socialisti a fare l’andatura per il federalismo italiano.
 
Liberali e liberal-socialisti.
 
Dalla presa del potere di Mussolini nel 1922 alla caduta del fascismo nel 1943 Einaudi non pubblicò più nulla sul federalismo. Anzi, la pressione della polizia fascista lo costrinse a chiudere la sua rivista, La riforma sociale, che aveva curato dal 1908[74]. Ma benché la sua libertà di espressione fosse soffocata, egli mantenne la sua integrità, e ciò gli consentì di esercitare la sua influenza sui giovani, tra i quali due che avrebbero avuto ruoli importanti nello sviluppo del federalismo italiano: Ernesto Rossi e Carlo Rosselli, il fondatore di Giustizia e Libertà (che avrebbe raccolto attorno a sé tanti padri fondatori del Movimento federalista europeo), il quale descrisse Einaudi come uno dei membri dell’élite della generazione precedente che «non aveva perso la fiducia dei giovani»[75].
Nel rispetto di Rosselli per Einaudi era implicita la condanna dei numerosi liberali della medesima generazione che avevano assolto il fascismo come male minore rispetto al comunismo. Ciò, unito alla convinzione che i vecchi liberali non affrontassero i problemi dei lavoratori[76], spinse molti esponenti della nuova generazione verso nuovi gruppi detti liberal-socialisti. Essi erano animati dall’impegno per una costituzione liberale e per le libertà ad essa connesse. Erano contro il dogma di una guerra di classe da combattere e vincere come pregiudiziale alla libertà; ma erano anche contrari al dogma secondo il quale la giustizia sociale discende automaticamente dal laissez faire[77]. Essi attribuivano valore sia alla giustizia che alla libertà (di qui il nome del gruppo). L’impegno al rispetto dei principi di una costituzione liberale, unito alla determinazione a trovare soluzioni ai problemi del loro tempo, ne faceva il terreno più fertile per la crescita delle idee federaliste.
Giovanni Amendola, un precursore dei liberal-socialisti, nel 1924 fondò una Unione nazionale di forze liberali e democratiche, alla quale aderirono tra gli altri sia Nello Rosselli che Silvio Trentin, i quali sarebbero in seguito divenuti sia liberal-socialisti che federalisti[78]. Ma i fascisti vedevano nei riformisti liberali, come in quelli socialisti, dei pericolosi nemici; per questo mandarono le loro squadracce ad aggredire Amendola, come avevano fatto con Matteotti, provocandone la morte nel 1926. La loro azione proseguì con l’assassinio di Nello Rosselli e di suo fratello Carlo nel 1937 in Francia, dove Carlo era stato il principale fondatore di Giustizia e Libertà nel 1929.
I Rosselli avevano molti legami in Gran Bretagna e negli ambienti liberali. Essi avevano ascendenti inglesi e Carlo avrebbe sposato una inglese. Questi, nel 1925, era divenuto assistente di Einaudi all’Università Bocconi di Milano. Come Cabiati, oltre a svolgere tale attività, insegnava all’Istituto Superiore di Commercio a Genova. Stava anche iniziando a rivelare il proprio talento per imprese audaci, che avrebbero contribuito a fare di GL la più importante tra le organizzazioni democratiche antifasciste[79]. Con Nello, egli fondò la rivista Non mollare, che avrebbe fatto sensazione (e che venne poi precipitosamente chiusa) con la denuncia delle responsabilità fasciste nell’assassinio di Matteotti; uno dei collaboratori del giornale era Rossi, anch’egli vicino ad Einaudi e più tardi co-fondatore del Movimento federalista italiano[80]. Dopo aver aiutato Turati a fuggire in Francia, Rosselli fu condannato egli stesso al confino, e nel 1929 compì una spettacolare fuga a Parigi dall’isola di Lipari, dove nel frattempo aveva scritto un volume intitolato Socialismo liberale, nel quale propugnava una costituzione liberale, un’economia mista, la giustizia sociale e la pace internazionale[81].
Una volta a Parigi, Carlo non tardò a fondare GL con l’aiuto di Nello, Rossi e Gaetano Salvemini, ormai un vecchio «saggio» del quale Rosselli e Rossi erano i discepoli prediletti[82]. Il loro giornale Quaderni di Giustizia e Libertà, redatto da Carlo Rosselli e da Caffi, conteneva fin dal primo numero del 1932 un impegno a fondare la Federazione europea, tema questo che doveva periodicamente ricomparire. Anche se la loro analisi del federalismo non era paragonabile per profondità a quella che sarebbe stata di lì a poco enunciata da Federal Union in Gran Bretagna, essa era chiaramente in favore di una costituzione federale europea e di un governo europeo capace di far valere un diritto europeo; e sembra che la proposta di una assemblea costituente, più tardi propugnata con forza da Spinelli, fosse stata avanzata pcr la prima volta nei Quaderni[83].
Oltre che per i Rosselli, per Rossi e per Caffi, GL era un punto di riferimento per molti tra i precursori ed i fondatori del Movimento federalista italiano. Uno di questi era Trentin, che scriveva per i Quaderni. Egli fondò a Tolosa il gruppo di resistenza Libérer et Fédérer, del quale fu membro Alexandre Marc e che pubblicava un giornale dal medesimo titolo, dal quale Silone trasse il motto per la sua pubblicazione di Zurigo[84]. Un altro fu Parri, che sarebbe divenuto il capo della resistenza armata di GL durante la guerra e il primo capo del governo italiano nel periodo post-bellico. Come abbiamo visto, Colorni fece parte di GL prima di unirsi ai socialisti, e incontrò Carlo Rosselli nel corso di una visita a Parigi nel 1937[85]. Tra i molti altri fondatori del Movimento federalista che furono attivi nel movimento di Giustizia e Libertà o nella formazione che gli succedette, il Partito d’Azione, ricordiamo Aldo Garosci, Ada Gobetti, Manlio Rossi Doria, Leo Valiani e Franco Venturi.
Nel frattempo, un altro gruppo liberal-socialista era stato fondato ad opera di Guido Calogero, professore di filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Il primo manifesto del gruppo, redatto verso la fine degli anni ‘30 e distribuito clandestinamente nel 1940, sosteneva la necessità del disarmo, di una Federazione europea, di organismi giuridici e di strumenti atti ad applicare il diritto internazionale[86]. Nel complesso, la loro politica era simile a quella di GL e tra il 1940 e il 1943 i due gruppi si fusero per formare il Partito d’Azione, i cui membri, oltre a fornire con Parri il primo capo del governo repubblicano, produssero i migliori rappresentanti del pensiero e dell’azione federalista[87]. I più eminenti furono Rossi e Spinelli, che si sarebbero incontrati, assieme a Colorni, al confino di Ventotene nel 1939[88].
 
IL MANIFESTO DI VENTOTENE
 
Altiero Spinelli reagì al fascismo divenendo un giovane militante comunista, fu condannato a dieci anni di carcere nel 1927 e rimase al confino fino alla liberazione nel 1943. Dal 1929 in poi, tuttavia, quella fede marxista per la quale aveva subito il carcere incominciò a vacillare. Come avrebbe ricordato più tardi, egli aveva avvertito l’esigenza di una «libertà assoluta» di pensiero, sostenendo il diritto di sottoporre tutto ad una valutazione critica[89]. Con il progredire delle sue letture filosofiche, storiche ed economiche, il suo marxismo fu minato dalla sua preferenza per Kant rispetto ad Hegel e per i grandi liberali quali Benedetto Croce e Alfred Marshall[90]. Nel 1937 fu espulso dal partito comunista. Ma la sua odissea intellettuale non era diretta ad uno sbocco accademico: egli era convinto che il pensiero dovesse condurre all’azione. «Spinelli», ebbe a dire un compagno transfuga dal partito comunista, «ha la stoffa del fondatore di movimenti»; e il movimento che avrebbe fondato fu la risposta che cercava al problema del collasso dell’Europa, che si avvicinava a grandi passi mentre il fascismo trascinava il continente nella guerra[91].
Il contenuto intellettuale di quella risposta fu profondamente influenzato da Rossi e dal pensiero dei federalisti inglesi. Nel 1930, al suo ritorno in Italia, dopo aver contribuito alla fondazione di GL a Parigi, Rossi venne condannato a venti anni di carcere. Egli era uno dei punti di riferimento principali di GL[92], considerato come un «eroe leggendario», e, dopo il suo arrivo a Ventotene, divenne per Spinelli un «maestro della mente»[93]. Egli esercitò un’influenza fondamentale su Spinelli, ancora nella fase di elaborazione del suo pensiero dopo l’abbandono del dogma comunista, e, attraverso Spinelli, sul Movimento federalista italiano.
Tutte le «affinità elettive» di Rossi erano, secondo Spinelli, con l’illuminismo del XVIII secolo, specialmente quello inglese e francese, del quale amava «l’espressione limpida, il ragionamento preciso, il culto della razionalità»[94]. La sua «formazione culturale» era quella di «un razionalista, un economista, un liberale, spinto a vedere nell’Inghilterra l’ispirazione in ultima istanza di tutto il movimento europeo verso l’economia aperta di mercato, verso la libertà, la democrazia parlamentare, le riforme sociali»[95]. Questo ultimo punto fu una sorpresa per Spinelli, che non apparteneva alla categoria di quegli ex-marxisti che fuggono al polo opposto del liberalismo del laissez faire e che pensava che Rossi fosse un conservatore in questioni economiche e sociali. Al contrario, Spinelli lo trovò occupato a lavorare su «idee innovative» riguardanti l’inserimento di alcuni elementi collettivisti nell’economia di mercato; e questo a sua volta convinse Spinelli della necessità per l’economia di un quadro di mercato, non di una pianificazione centralizzata[96].
Se le idee dell’economia mista e dello Stato assistenziale distinguevano GL dai vecchi liberali, l’impegno di Rossi sul fronte della costituzione liberale e dell’economia di mercato era in sintonia con quello del suo maestro, Einaudi. Rossi era sempre rimasto vicino ad Einaudi, ed è tra i dieci nomi che ricorrono con maggior frequenza nella sua biografia. Dal carcere rimase in corrispondenza con lui[97]. E non sorprende che sia Rossi che Spinelli, nella loro ricerca di soluzioni ai problemi della guerra, delle relazioni tra gli Stati e della Società delle Nazioni abbiano rinvenuto le lettere di «Junius» Einaudi del 1918 in un volume delle sue opere[98]. Rossi scrisse ad Einaudi, chiedendogli altro materiale sull’argomento, e questi gli inviò alcuni lavori di federalisti inglesi[99]. Tra di essi c’erano sicuramente i due volumi di Robbins, ai quali ho già accennato; questi costituiscono le fonti citate con maggiore frequenza nei due saggi che Spinelli scrisse dopo il Manifesto di Ventotene, redatto congiuntamente da Spinelli e Rossi dopo che ebbero «digerito» i contributi degli autori d’oltre Manica. E un volume di von Hayek, che allora come Robbins insegnava alla London School of Economics e collaborava a Federal Union Research Institute, vi era citato due volte. Spinelli, anzi, tradusse Economic Causes of War di Robbins per la casa editrice Einaudi[100]. A quel tempo Federal Union aveva già pubblicato volumetti di Beveridge, Brailsford e Lothian, che potrebbero essere arrivati a Ventotene attraverso Einaudi. E durante il soggiorno in Svizzera nel 1943-44 Spinelli ampliò le sue letture di opere di federalisti inglesi e americani, aggiungendovi Layton, Wootton, Streit, Hamilton, Jay e Madison[101]. Egli ricordava l’effetto straordinario che a Ventotene avevano esercitato su di lui gli scritti dei federalisti inglesi: «…La loro analisi del pervertimento politico ed economico cui porta il nazionalismo, e la loro presentazione ragionata dell’alternativa federale, mi sono rimaste fino ad oggi nella memoria come una rivelazione. Poiché andavo cercando chiarezza e precisione di pensiero, la mia attenzione non fu attratta dal fumoso e contorto federalismo ideologico di tipo proudhoniano o mazziniano, ma dal pensiero pulito e preciso di questi federalisti inglesi, nei cui scritti trovai un metodo assai buono per analizzare la situazione nella quale l’Europa stava precipitando, e per elaborare prospettive alternative»[102].
Nel Manifesto di Ventotene del 1941 appaiono chiarissimi i legami di Rossi e Spinelli con il pensiero federalista inglese e con la tradizione liberale di quel paese, da Locke in poi[103]. La prima frase afferma che «l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita»[104]. Il Manifesto prosegue poi osservando che la sovranità assoluta dello Stato nazionale conduce alla schiavitù anziché alla libertà dei cittadini. La divisione dell’Europa in Stati nazionali separati viene identificata come il problema di fondo, mentre la soluzione indicata è la Federazione europea, con istituzioni e poteri simili a quelli prospettati da Einaudi e da Federal Union[105].
Anche se entrambi gli autori si attribuirono congiuntamente la paternità del testo, nella sezione «Compiti del dopoguerra. La riforma della società» si vede la mano di Rossi, con i suoi riferimenti all’economia mista e allo Stato assistenziale[106]. D’altro canto, la passata esperienza di Spinelli nel partito comunista si rifletteva nella netta linea di demarcazione tracciata tra reazionari e progressisti — non, certamente, tra due classi in lotta ma tra coloro per i quali la conquista del potere nazionale è il fine primario della politica e coloro che vedono la creazione di uno Stato federale come il compito essenziale — e nella fondazione di un gruppo di militanti che si prefiggesse di portare a compimento il compito dei federalisti[107]. Spinelli avrebbe più tardi ammesso che la parte sui militanti era scritta in termini «troppo rozzamente leninisti»[108]. Ma la netta distinzione tra coloro che volevano una Federazione europea e coloro che la rifiutavano avrebbe segnato per sempre la sua azione politica.
Il Manifesto fu distribuito sotto forma di ciclostile nell’Italia continentale a partire dal 1941 e fu poi stampato clandestinamente da Colorni, assieme ad una introduzione di quest’ultimo e a due altri saggi di Spinelli, nel gennaio 1944[109]. Esso è considerato il testo costitutivo del Movimento federalista europeo, fondato nell’agosto del 1943, e una delle fonti più importanti per l’Unione europea dei federalisti, costituita quattro anni dopo.
Spinelli continuò a propagandarne l’idea di base, anche dopo che nel febbraio 1984 il Parlamento europeo, grazie soprattutto alla sua iniziativa ed ai suoi sforzi, adottò il progetto di Trattato che istituiva l’Unione europea, che si proponeva di trasformare le istituzioni europee in una struttura federale articolata in un potere legislativo, esecutivo e giudiziario e di estendere le sue competenze fino a comprendervi la moneta, la fiscalità e la politica commerciale, nonché, anche se embrionalmente, la politica di sicurezza; e i federalisti italiani proseguono ora la sua opera.
Il contributo degli scritti dei federalisti inglesi a questa esplosione di attività intellettuale e politica è ben sintetizzato nella citazione latina di Spinelli: «Habent sua fata libelli» (I piccoli libri hanno il loro destino)[110].
 
LE RADICI COMUNI DEL FEDERALISMO INGLESE E ITALIANO
 
E’ incredibile quanto rapidamente e con quale forza si sia propagata la scintilla dal polo settentrionale a quello meridionale del federalismo, mentre volgeva al termine il periodo tra le due guerre e nasceva un nuovo conflitto. Lo scopo di questo saggio è stato quello di scoprirne le ragioni.
La letteratura federalista prodotta in Inghilterra tra il 1935 ed il 1940 ad opera di autori quali Beveridge, Curtis, Jennings, Lothian, Mackay, Robbins, Wheare e Wootton, nonché l’azione politica di Federal Union, non avrebbero potuto fiorire che in un terreno fertile. E tale terreno, abbiamo visto, era rappresentato tra l’altro dalla tradizione costituzionale liberale ereditata da figure eminenti del XIX secolo quali Acton e Mill, con i loro scritti classici sulla federazione multinazionale, e Bryce e Dicey, con le loro erudite valutazioni del sistema federale negli Stati Uniti. A loro volta, questi autori si ispiravano ai federalisti americani, in particolare Hamilton, Jay e Madison, la cui filosofia politica discendeva da Locke, Hume e Montesquieu: dal principio liberale della limitazione del potere del sovrano attraverso lo Stato di diritto, i diritti civili e il governo rappresentativo; e dal principio della divisione della sovranità tra i diversi livelli di governo, ispirato al principio liberale della limitazione della sovranità.
La filosofia liberale comprendeva anche il metodo empirico, che giudica idee e ideologie in funzione dei loro risultati concreti e le corregge quando si dimostrano inadeguate. I federalisti si resero conto che la sovranità nazionale era legata alle guerre e all’autarchia economica e modificarono perciò il loro concetto di sovranità in modo da renderlo compatibile con una costituzione federale.
I federalisti si riconoscevano anche in una tradizione radicale di impegno attivo contro i mali della società, il maggiore dei quali era per loro l’anarchia internazionale.
La medesima filosofia era condivisa anche dalla maggior parte di quegli Italiani che tanto entusiasticamente accolsero l’idea di una federazione. Einaudi era impregnato della tradizione liberale, sia costituzionale che economica. Carlo Rosselli e Rossi erano stati i suoi discepoli. Rosselli raccolse attorno a sé in GL molti dei liberal-socialisti radicali che avrebbero contribuito alla fondazione del Movimento federalista. Rossi trasmise la filosofia liberale e le idee dei federalisti inglesi a Spinelli, che le trasmise al Movimento federalista, assieme alle sue posizioni personali sui mezzi da usare per dar vita alla federazione. Gli approcci ai principi liberali e federalisti erano molto diversi a seconda della collocazione delle diverse personalità nello schieramento politico. Ma la coerenza del nucleo duro dei federalisti, a loro volta profondamente influenzati dalle idee federaliste e liberali inglesi, consentì loro di esercitare una diffusa influenza sugli atteggiamenti esistenti in Italia nei confronti del federalismo.
Sia i federalisti inglesi che quelli italiani avevano la «virtù» di Machiavelli: la fedeltà ai principî costituzionali liberali e la ferma volontà di riformare il sistema internazionale alla luce di tali principi Ma la loro «fortuna» fu mutevole.
Nel periodo tra le due guerre, il fascismo italiano soffocò i principi liberali e esaltò lo Stato nazionale. Il federalismo poté svilupparsi solo clandestinamente o in esilio, mentre in Gran Bretagna i federalisti erano liberi di scrivere e lavorare. Essi avvertivano fortemente la responsabilità di spingere il loro paese, come grande potenza liberale e democratica, ad agire per il raggiungimento di una pace durevole. E sotto la pressione del conflitto incombente, essi si dedicarono allo sviluppo del federalismo attraverso il pensiero (libri, volumetti, conferenze), l’azione (Federal Union) e l’indicazione di un obiettivo (la Federazione europea, inizialmente basata su Gran Bretagna e Francia).
Dopo la guerra, tuttavia, la Gran Bretagna, riacquistata la fiducia nel proprio Stato nazionale, ma persa per il momento quella nei vicini del continente, voltò le spalle all’idea di una Federazione europea, idea che al contrario si stava diffondendo con la rapidità di un baleno negli altri paesi. Dal canto loro, gli Italiani avevano perduto la fiducia nello Stato nazionale. La democrazia liberale si impose. I vicini del continente si stavano accingendo a dar vita ad una Comunità europea che prendesse il posto dell’anarchia che aveva preceduto il conflitto mondiale. Spinelli, che aveva «la stoffa del fondatore di movimenti», indicò le condizioni nelle quali il federalismo italiano avrebbe potuto diventare una forza politica con la quale fare i conti: una grande influenza per trasformare la Comunità in una Unione europea e poi in una Federazione europea.
Da questo scambio di ruoli, la Gran Bretagna è uscita perdente. Ora che la «fortuna» è di nuovo mutata, è troppo attendersi che le riflessioni su questo capitolo della storia stimolino nuovi sforzi a ritrovare la passata «virtù»?

 

 


[1] Luigi Einaudi (Junius), «La Società delle Nazioni è un ideale possibile?», in Corriere della Sera, 5 gennaio 1918 e «Il dogma della sovranità e l’idea della Società delle Nazioni», in Corriere della sera, 28 dicembre 1918; ristampati in Luigi Einaudi, La guerra e l’unità europea, Bologna, Il Mulino, 1986.
[2] Riccardo Faucci, Einaudi, Torino, UTET, 1986, pp. 12-15 e passim.
[3] Giovanni Agnelli e Attilio Cabiati, Federazione europea o Lega delle Nazioni?, Torino, Bocca, 1918. Il volume venne ristampato verso la fine degli anni ‘70 (senza data) con il medesimo titolo e nel medesimo formato, ma con una prefazione del senatore Giovanni Agnelli e una introduzione di Sergio Pistone (Torino, Ed. E.T.L.). Un’edizione francese, Fédération européenne ou ligue des nations?, è stata pubblicata a Parigi nel 1919.
[4] Agnelli e Cabiati sono stati definiti pionieri nella critica ai teorici della ragion di Stato da Dino Cofrancesco, «Il contributo della Resistenza italiana al dibattito teorico sull’unificazione europea», in Sergio Pistone (a cura di), L’idea dell’unificazione europea dalla prima alla seconda guerra mondiale, Torino, Fondazione Luigi Einaudi, 1975, pp. 151-2. Tale critica è stata sviluppata come uno degli elementi dell’analisi del federalismo fatta da Pistone ad esempio nella sua introduzione a Sergio Pistone (a cura di), Politica di potenza e imperialismo, Milano, Franco Angeli, 1973.
[5] G. Agnelli e A. Cabiati, op. cit., (n. 3, supra), pp. 20-5, 27-9.
[6] Ibid., pp. 11 segg.
[7] Ibid., pp. 8, 74.
[8] Ibid., p. 77. La fonte citata è H. Sidgwick, The Elements of Politics.
[9] L’articolo di Wells, citato alle pp. 99-103 del volume di Agnelli e Cabiati, ibid., era tratto dalla Rassegna italo-britannica. La citazione di Robertson alle pp. 103-6 era tratta da un articolo pubblicato dal Cobden Club.
[10] G. Agnelli e A. Cabiati, ibid., pp. 20-5.
[11] Vedi Lucio Levi, Federalismo e integrazione europea, Palermo, Palumbo, 1978, pp. 21-2. I riferimenti di Levi alle opere del Cattaneo sono tratti da C. Cattaneo (antologia a cura di N. Bobbio), Stati Uniti d’Italia, Torino, Chiantore, 1945, pp. 31, 138, 160-1, 185. Vedi anche L. Levi, Il federalismo, Milano, Franco Angeli, 1987, pp. 55-7.
[12] Vedi Edmondo Paolini, L’idea di Europa, Firenze, La Nuova Italia, 1979, pp. 31-3.
[13] Vedi Sergio Pistone, L’Italia e l’unità europea, Torino, Loescher, 1982, pp. 48-52.
[14] Oltre una ventina di riferimenti bibliografici sono riportati in Claudio Pavone, «Il federalismo europeo», in Libri e riviste, Roma, numeri XII, XIII, XIV di febbraio, marzo, aprile 1951. Vedi anche E. Paolini, op. cit. (n. 12, supra), pp. 33-5.
[15] Sergio Pistone, Introduzione alla ristampa di G. Agnelli e A. Cabiati, op. cit. (n. 3, supra), p. XIX.
[16] Piero Gobetti, «La Società delle Nazioni», in Energie nuove, 1-15 gennaio 1919, pp. 65-7, citato in S. Pistone, ibid., pp. XIX, XX (vedi anche la sua nota 22, p. XXIII).
[17] Antonio Gramsci, «Un soviet locale», in Avanti!, (edizione torinese), 5 febbraio 1919, citato da S. Pistone, ibid., pp. XX, XXIV.
[18] R. Faucci, op. cit. (n. 2, supra), pp. 172-3. La rassegna di Einaudi è commentata anche in S. Pistone, ibid., pp. XII, XXI-II.
[19] Citato da Benito Mussolini, «La dottrina del fascismo», cap. 2, in E. Paolini, op. cit. (n. 12, supra), p. 51.
[20] Charles F. Delzell, Mussolini’s Enemies. The Italian Anti-Fascist Resistance, Princeton University Press, 1961, p. 88.
[21] Esempi da articoli di Alberto De Stefani e Camillo Pellizzi si ritrovano nel volume a cura di Walter Lipgens, Documents on the History of European Integration, vol. 1. Continental Plans for European Union 1939-1945, Berlino e New York, de Gruyter, 1985, pp. 187-93; vedi in particolare pp. 189, 193.
[22] Philip Kerr (poi Lord Lothian) e Lionel Curtis, The Prevention of War, New Haven, Yale University Press for the Institute of Politics, Williamstown, 1923; e Philip Kerr, «World Problems of Today», in Earl of Birkenhead, General Tasker H. Bliss e Philip Henry Kerr, Approaches to World Problems, New Haven, Yale University Press for Institute of Politics, Williamstown, 1924.
[23] The Marquess of Lothian, Pacifism is not enough (nor patriotism either), Londra, Oxford University Press, 1935 (seconda e terza edizione, luglio, ottobre 1941).
[24] Traduzioni dalle opere principali di Lothian sono state pubblicate in Mario Albertini (a cura di), Il federalismo. Antologia e definizione, Bologna, Il Mulino, 1979; S. Pistone (a cura di), Politica di potenza e imperialismo, Milano, Franco Angeli, 1973; e Lord Lothian, Il pacifismo non basta, Bologna, Il Mulino, 1986. Vedi anche Giulio Guderzo (a cura di), Lord Lothian. Una vita per la pace, Firenze, La Nuova Italia, 1986 e in particolare i contributi di Andrea Bosco, Giulio Guderzo e Luigi Vittorio Majocchi.
[25] Vedi J.R.M. Butler, Lord Lothian (Philip Kerr) 1882-1940, Londra, Macmillan, 1968, ad esempio p. 28.
[26] Alexander Hamilton, John Jay e James Madison, The Federalist or The New Constitution, pubblicato per la prima volta nel 1787-8. Curtis e Lothian furono anche influenzati da F.S. Oliver, che scrisse Alexander Hamilton: An Essay on American Union, Londra, Macmillan, 1906.
[27] G. Agnelli e A. Cabiati, op. cit. (n.3, supra), pp. 64, 111-6. Il volume di Lionel Curtis era The Commonwealth of Nations, Londra, Macmillan, 1917.
[28] L. Curtis, ibid., p. 702-3.
[29] L. Curtis, Civitas Dei, Londra, George Allen and Unwin, edizione riveduta, 1950, pp. 655, 714-5, 744 (prima edizione 1934-7).
[30] Gilbert Murray, The Ordeal of this Generation: The War, the League and the Future, Londra, George Allen and Unwin, 1929, pp. 190-2, 197.
[31] Rappard avrebbe successivamente aiutato Einaudi dopo la sua fuga dall’Italia in Svizzera nel 1943. Vedi R. Faucci, op. cit. (n. 2, supra), pp. 316-8.
[32] Lionel Robbins, Economic Planning and International Order, Londra, Macmillan, 1937, pp. 240-1. Questo passo è stato citato in termini assai positivi da von Hayek in «The Economic Conditions of Inter-State Federalism», in New Commonwealth Quarterly, Settembre 1939; ristampato in F.A. Hayek, Individualism and Economic Order, Londra, Routledge and Kegan Paul, 1949, pp. 255-72.
[33] Lionel Robbins, The Economic Causes of War, Londra, Jonathan Cape, 1939, pp. 104-9; le citazioni sono dalle pp. 105-6.
[34] Si trattava di: Lord Lothian, The Ending of Armageddon, Federal Union, Londra, 1939 e L. Robbins, Economic Aspects of Federation, Federal Tracts n. 2, Londra, Macmillan, 1941, ristampato in Patrick Ransome (a cura di), Studies in Federal Planning, Londra, Macmillan, 1943. Traduzioni italiane degli scritti di Lothian sono citate al n. 24, supra. Per Robbins, comprendono L. Robbins, Le cause economiche della guerra, Torino, Einaudi, 1944; L. Robbins, «Aspetti economici della federazione», in La Federazione europea, Firenze, La Nuova Italia, 1948; L. Robbins, L’economia pianificata e l’ordine internazionale, Milano, Rizzoli, 1948; L. Robbins, La base economica dei conflitti di classe, Firenze, La Nuova Italia, 1952; estratti in M. Albertini, op. cit. (n. 24, supra), in S. Pistone, op. cit. (n. 24, supra), e L. Robbins, Il federalismo e l’ordine economico internazionale, Bologna, Il Mulino, 1985.
[35] Vedi Michael Burgess, «Empire, Ireland and Europe: A Century of British Federal Ideas», in M. Burgess (a cura di), Federalism and Federation in Western Europe, Londra, Croom Helm, 1986, pp. 137-8.
[36] Winston Churchill, «The United States of Europe», in Saturday Evening Post, New York, 15 febbraio 1930, ristampato (in inglese) in Roberto Ducci e Bino Olivi (a cura di), L’Europa incompiuta, Padova, CEDAM, 1970; vedi in particolare pp. 36-7.
[37] Richard Law, MP, figlio di Bonar Law.
[38] Vedi Sir Charles Kimber, «La nascita di Federal Union», in Il Federalista, XXVI (1984), pp. 206 segg.
[39] Nelle conclusioni di R.H. Tawney, Equality, Londra, George Allen and Unwin, seconda edizione 1938, citata in R.W.G. Mackay, Federal Europe, Londra, Michael Joseph, 1940, p. 139.
[40] Vedi ad esempio il suo volumetto War Aimes, New Statesman, 1939.
[41] Ernest Bevin, discorso al Trades Union Congress, 1927; C.R. Attlee, Labour’s Peace Aims, Londra, Peace Book Co., 1940, ristampato in C.R. Attlee, Arthur Greenwood e altri, Labour’s Aims in War and Peace, Londra, Lincolns-Prager, 1940.
[42] Harold J. Laski, Studies in the Problem of Sovereignty, New Haven, Yale University Press, e Londra, Oxford University Press, 1917, p. 273.
[43] H.J. Laski, A Grammar of Politics, Londra, George Allen and Unwin, 1948 (prima edizione 1925), p. 271.
[44] Ibid., p. 64.
[45] Ibid., Prefazione alla terza edizione, e pp. V, XIII, XXIII.
[46] Vedi ad esempio estratti da Barbara Wootton, Socialism and Federation, Federal Tracts n. 6, Londra, Macmillan, 1941 e da R.W.G. Mackay, op. cit. (n. 39, supra), in Walter Lipgens (a cura di), Documents on the History of European Integration, Vol. 2: Plans for European Union in Great Britain and in Exile 1939-1945, Berlino e New York, de Gruyter, 1986, pp. 138-42.
[47] Lord Acton, History of Freedom and other Essays; J.S. Mill, «Of Federal Representative Governments», in Considerations on Representative Government, 1861; H. Sidgwick, The Elements of Politics; Hamilton, Jay e Madison, The Federalist, cit. (n. 26, supra); James Bryce, The American Commonwealth, 1888; A.V. Dicey, Introduction lo the Study of the Law of the Constitution, 1885; E.A. Freeman, A History of Federal Government in Greece and Italy, 1893 (seconda edizione riveduta); I.R. Seeley, «United States of Europe», in Macmillan’s Magazine, vol. 23, 1871, pp. 441-4; W.T. Stead, The United States of Europe, Londra, 1899.
[48] La creazione e il periodo iniziale di Federal Union sono descritti in C. Kimber, op. cit. (n. 38, supra) e in John Pinder, «Federal Union 1939-41», in W. Lipgens, op. cit., (n. 46, supra), pp. 26-34.
[49] Clarence K. Streit, Union Now: A Proposal for a Federal Union of the Democracies of the North Atlantic, Londra, Jonathan Cape e New York, Harper, 1939.
[50] Federal Union News n. 14, 23 dicembre 1939.
[51] Vedi Luigi Salvatorelli e Giovanni Mira, Storia del fascismo: l’Italia dal 1919 al 1945, Roma, 1952, pp. 341, 371, citato in C.F. Delzell, op. cit. (n. 20, supra), pp. 97, 100.
[52] Vedi C.F. Delzell, ibid., p. 6.
[53] Vedi C.F. Delzell, ibid., p. 48.
[54] Don Sturzo e il PPI avevano sostenuto la Società delle Nazioni fin dalla sua nascita. Vedi Eugenio Guccione, «Il federalismo europeo in Luigi Sturzo», in Archivio Storico Siciliano, Serie IV, Vol. IV, 1978, pp. 445-93.
[55] L. Sturzo, The International Community and the Right of War, Londra, George Allen and Unwin, 1929, pp. 228 segg. e p. 277. La mancata distinzione tra una struttura federale e un Commonwealth non era rara a quel tempo in Gran Bretagna; vedi ad esempio Arnold Toynbee, World Order or Downfall?, Londra, BBC, 1930, pp. 34, 36.
[56] L. Sturzo, «Problemi dell’Europa futura», in Il Mondo, New York, aprile 1940, estratti riprodotti (in inglese) in W. Lipgens, op. cit. (n. 46, supra), pp. 497-9. E’ interessante che il pensiero di Toynbee avesse subito la medesima evoluzione: vedi il suo memorandum non pubblicato «First Thoughts on a Peace Settlement», 26 luglio 1939, Londra, Royal Institute of International Affairs Archives, 9/18 f, p. 7.
[57] C.F. Delzell, op. cit. (n. 20, supra), p. 162.
[58] Altiero Spinelli, «The Growth of the European Movement since World War II», in C. Grove Haines (a cura di), European Integration, Baltimora, The John Hopkins Press, e Londra, Oxford University Press, 1937, pp. 44-5.
[59] Vedi E. Guccione, op. cit. (n. 54, supra) e Don Sturzo in Il Popolo, 29 aprile 1948, ristampato in L. Sturzo, Politica di questi anni, vol. I, Bologna, Zanichelli, 1954, pp. 421-4.
[60] C.F. Delzell, op. cit. (n. 20, supra), p. 217; Sergio Pistone (a cura di), L’idea dell’unificazione europea dalla prima alla seconda guerra mondiale, Torino, Fondazione Luigi Einaudi, 1975, p. 93; W. Lipgens, op. cit. (n. 21, supra), pp. 503-5.
[61] W. Lipgens, ibid., pp. 505-6; S. Pistone, ibid., pp. 94, 134-5.
[62] Vedi Mario Albertini, «La fondazione dello Stato europeo», in Luigi Vittorio Majocchi e Francesco Rossolillo, Il Parlamento europeo, Napoli, Guida, 1979, pp. 163-216. Vedi anche Giulio Andreotti, De Gasperi e il suo tempo, Milano, Mondadori, 1956, pp. 313-4. Andreotti, che fu uno dei più stretti collaboratori di De Gasperi, ha proseguito l’opera di promozione dell’idea di Europa federale come Ministro degli Esteri negli anni ‘80, in particolare sostenendo il Parlamento europeo e il progetto di Trattato per l’Unione europea.
[63] Pier Carlo Masini, «Introduzione», in Filippo Turati, Per gli Stati Uniti d’Europa (Lettere, discorsi e scritti raccolti da P. Carlo Masini), Roma, Armando Armando, 1980, p. 14; F. Turati, «La decadenza di un uomo illustre», in Critica sociale, 30 novembre 1891, riprodotta in F. Turati, op. cit., pp. 35-7.
[64] P.C. Masini, ibid., pp. 14, 16; F. Turati, discorso tenuto in Parlamento il 29 aprile 1919, riprodotto in F. Turati, ibid., pp. 53-60; e discorso di Turati al Congresso di Roma del PSU, 3 ottobre 1922, citato in P.C. Masini, ibid., p. 19.
[65] C.F. Delzell, op. cit. (n. 20, supra), pp. 52-4; R. Faucci, op. cit. (n. 2, supra), p. 223.
[66] Intervista pubblicata da Le Quotidien, Parigi, 15 dicembre 1929, vedi F. Turati, op. cit. (n. 63, supra), pp. 74-9 e S. Pistone, op. cit. (n. 60, supra), pp. 61-3.
[67] F. Turati. ibid., pp. 80-8.
[68] C.F. Delzell, op. cit. (n. 20, supra), pp. 9, 22 e passim; W. Lipgens, op. cit. (n. 46, supra), pp. 517-9; F.L. Josephy, documento sulla storia di Federal Union 1938-48, dattiloscritto nell’archivio Josephy/Federal Union alla London School of Economics, pp. 13, 27, 41.
[69] C.F. Delzell, ibid., pp. 78-9, 136; W. Lipgens, ibid., pp. 499-51.
[70] W. Lipgens, ibid., pp. 521-3; S. Pistone, op. cit. (n. 60, supra), pp. 122-3; A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio: la goccia e la roccia (pubblicato postumo a cura di Edmondo Paolini), Bologna, Il Mulino, 1987, p. 63.
[71] Leo Solari, Eugenio Colorni: ieri e oggi, Venezia, Marsilio, 1980, pp. 46, 189-90.
[72] Eugenio Colorni, «Prefazione» (anonima), in A.S. e E.R., Problemi della Federazione europea, Roma, Edizioni del Movimento italiano per la Federazione europea, 1944; ristampato a Bologna, Centro stampa del Movimento federalista europeo, 1972. La «Prefazione» è alle pagine 3-8 della ristampa. E’ stato anche ristampato, tra l’altro, in L. Solari, ibid., pp. 129-34 e in Altiero Spinelli, Il progetto europeo, Bologna, Il Mulino, 1985, pp. 195-9.
[73] L. Solari, ibid., pp. 63-8.
[74] R. Faucci, op. cit. (n. 2, supra), pp. 284-5.
[75] Ibid., p. 223.
[76] Ibid., p. 222.
[77] Massimo Salvadori, Breve storia della Resistenza italiana, Firenze, Vallecchi, 1974, p. 44.
[78] C.F. Delzell, op. cit. (n. 20 supra), p. 18.
[79] M. Salvadori, op. cit. (n. 77, supra), pp. 55.
[80] C.F. Delzell, op. cit. (n. 20, supra), pp. 30-2.
[81] Ibid., pp. 60 segg. Socialismo liberale fu pubblicato a Parigi nel 1930.
[82] Ibid., p. 73; S. Pistone, op. cit. (n. 60, supra), p. 77.
[83] C.F. Delzell, ibid., p. 79; S. Pistone, ibid., pp. 64-8.
[84] C.F. Delzell, «The European Federalist Movement in Italy: First Phase, 1918-1947», in Journal of Modern History, Chicago, 1960, pp. 241-50; W. Lipgens, op. cit. (n. 21, supra), p. 290; W. Lipgens, op. cit. (n. 46, supra), p. 494; L. Solari, op. cit. (n. 71, supra), p. 82.
[85] L. Solari, ibid., p. 190.
[86] C.F. Delzell, op. cit. (n. 20, supra), p. 80; W. Lipgens, op. cit. (n. 21, supra), pp. 469-71.
[87] Vedi S. Pistone, op. cit. (n. 60, supra), pp. 89-93. Per una lista di fonti sui rapporti tra la cultura politica del Partito d’Azione e lo sviluppo del pensiero e dell’attività federalista in Italia, vedi L. Levi e S. Pistone (a cura di), Trent’anni di vita del Movimento federalista europeo, Milano, Franco Angeli, 1973, p. 42.
[88] A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio. lo, Ulisse, Bologna, Il Mulino, pp. 296, 301.
[89] Ibid., p. 144.
[90] Ibid., p. 165.
[91] Ibid., pp. 146, 281, 315.
[92] C.F. Delzell, op. cit. (n. 20, supra), p. 60.
[93] A. Spinelli, op. cit. (n. 88, supra), p. 301.
[94] Ibid., p. 302.
[95] A. Spinelli, op. cit. (n. 70, supra), p. 40.
[96] A. Spinelli, op. cit. (n. 88, supra), p. 306.
[97] R. Faucci, op. cit. (n. 2, supra), p. 318; A. Spinelli, ibid., p. 307.
[98] Lettere Politiche, cit. (n. 1, supra).
[99] A. Spinelli, op. cit. (n. 88, supra), p. 307.
[100] A. Spinelli, loc. cit. e op. cit. (n. 72, supra), pp. 201-3. I due volumi di Robbins erano quelli citati ai n. 32 e 35, supra; la traduzione di Spinelli era Le cause economiche della guerra, citata al n. 34, supra. Il volume di von Hayek era Collectivist Economic Planning, Londra, Routledge, 1935; per la sua partecipazione all’Istituto di Ricerche di Federal Union vedi W. Lipgens, op. cit. (n. 46, supra), pp. 27, 31-3, 113, 129-34. I due saggi di Spinelli erano «Gli Stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche» e «Politica marxista e politica federalista», dapprima pubblicati assieme al «Progetto d’un manifesto» (Manifesto di Ventotene) e la «Prefazione» di Colorni (n. 72, supra), in A.S. e E.R., Problemi della Federazione europea; i saggi sono stati ristampati nell’edizione pubblicata a Bologna nel 1972 (n. 72) e in Il progetto europeo (n. 72); estratti tradotti in inglese si trovano in W. Lipgens, op. cit. (n. 21, supra), pp. 484-92.
[101] Vedi «Intervista con Altiero Spinelli», in Il progetto europeo, cit. (n. 72, supra),
pp. 201-13. I volumetti di Federal Union disponibili nella metà degli anni ‘40 comprendevano: Sir William Beveridge, Peace by Federation?; H.N. Brailsford, The Federal Idea e Lord Lothian, The Ending of Armageddon.
[102] A. Spinelli, op. cit. (n. 88, supra), pp. 307-8.
[103] Il Manifesto di Ventotene venne distribuito ciclostilato nell’Italia continentale dal 1941 in poi. La prima edizione stampata apparve, assieme alla «Prefazione» di Colorni (n. 72, supra) e ai due saggi di Spinelli (n. 100) in Problemi della Federazione europea (n. 72) a Roma nel gennaio 1944, pubblicati clandestinamente da Colorni. Tutti sono reperibili nell’edizione di Bologna del 1972 della pubblicazione originale (n. 72), in Il progetto europeo (n. 72) e estratti (in inglese) si trovano in W. Lipgens, op. cit. (n. 21), pp. 473-89. Per una nota sulle fonti originali, vedi Il progetto europeo, pp. 13-4.
[104] A.S. e E.R., Problemi della Federazione europea (edizione di Bologna del 1972, citata al n. 100, supra), p. 9; A. Spinelli, Il progetto europeo, cit., p. 17; W. Lipgens, op. cit., p. 473.
[105] A.S. e E.R., Problemi della Federazione europea, cit., pp. 10, 21, 27; A. Spinelli, Il progetto europeo, cit. pp. 18, 28-9, 34; W. Lipgens, ibid., pp. 474, 478-9, 481.
[106] Vedi A. Spinelli, Il progetto europeo, cit., pp. 203-4; A. Spinelli, op. cit. (n. 88, supra), p. 301.
[107] A.S. e E.R., Problemi della Federazione europea (edizione di Bologna citata al n. 100, supra), pp. 22-3, 28-30; A. Spinelli, Il progetto europeo, cit., pp. 30, 35-6; W. Lipgens, op. cit. (n. 21), pp. 479, 482-3.
[108] A. Spinelli, op. cit. (n. 88, supra), p. 312.
[109] Vedi n. 103, supra.
[110] A. Spinelli, op. cit. (n. 88, supra), p. 307.