Anno XLIV, 2002, Numero 2, Pagina 127

 

 

Alexandre Marc.
Il personalismo al servizio dell’Europa*
 
BERTRAND VAYSSIERE
 
 
Alexandre Marc rappresenta un caso singolare tra i sostenitori di progetti europei: certo, questo progetto esiste ed ha il nome di «federalismo integrale», ma il percorso intellettuale di Marc è stato tanto particolare che è opportuno chiederci se l’etichetta di «non conformista» che lo collega a questa corrente di pensiero degli anni Trenta non sia all’origine della scarsa conoscenza della sua azione. Quest’uomo, individualista e dal carattere caparbio, ha suscitato numerose inimicizie[1] persino nel suo campo, quello dei federalisti, tra i quali rappresenta una delle figure di punta. Inoltre la sua eccezionale longevità lo differenzia dalla maggior parte dei grandi sostenitori di progetti europei: Alexandre Marc è morto il 22 febbraio 2000, all’età di 96 anni, mentre stava scrivendo un nuovo libro sul progetto di federalismo integrale, che egli non disperava di veder trionfare un giorno a livello europeo.
Al di là di questa tenacia, che dimostra la vitalità di un uomo che ha consacrato tutte le sue energie alla difesa di un ideale, ci si può domandare quanto pesi un’azione condotta al di fuori del tradizionale quadro politico-istituzionale: Alexandre Marc sognava un’Europa che nascesse dalla mobilitazione della società nel suo insieme e diffidava, per la sua formazione intellettuale e personale, del mondo politico, che ha sempre avvicinato con reticenza. Occorre anche chiedersi quale sia stato il peso delle circostanze nell’azione di Marc, azione che, nel corso della sua vita, assume la forma di una successione di tappe, che hanno precisato il suo progetto e determinato il modo in cui egli lo ha difeso.
Pertanto affronteremo la questione suddividendola in tre parti, che rappresentano i tre momenti forti del concepimento, da parte di Alexandre Marc, del suo progetto. Innanzitutto ci occuperemo della sua formazione, non separabile dal suo percorso umano, che fa di Marc il modello dell’uomo «senza patria» (come Richard Coudenhove-Kalergi),[2] minacciato più volte di espulsione dalla Francia all’inizio degli anni Trenta, a causa delle sue origini russe, e che fu naturalizzato definitivamente soltanto nel 1946. Questo percorso movimentato, che si situa nel periodo fra le due guerre mondiali, dimostra che il quadro europeo non rappresenta necessariamente una premessa alla elaborazione di un progetto politico e sociale e che esso può essere incontrato anche alla fine di un lungo cammino; infatti Alexandre Marc concepisce questo quadro a quarant’anni. Dopo il pensiero, l’azione: agli occhi di Marc, come di molti altri federalisti, la seconda guerra mondiale sembra possedere le condizioni rivoluzionarie necessarie per far trionfare un progetto sino ad allora ignorato dalle élites e dall’opinione pubblica. Questo passaggio all’azione avviene all’interno dell’Unione europea dei federalisti (UEF), organizzazione immaginata durante la guerra, che Marc ha contribuito a creare (dicembre 1946), nel cui seno egli si impegna totalmente in una epoca-cerniera: il presentatore del progetto europeo si dedica allora a questioni tattiche, coinvolto nei grandi problemi di riorganizzazione politica, economica e sociale posti dalla fine della guerra. Tuttavia questo momento privilegiato sembra concludersi con l’inizio della Guerra fredda, quando allo stesso Marc il progetto non sembra più corrispondere al contesto politico: rassegnato sul piano dell’azione, si trasforma in un educatore che scommette sul potere delle sue idee nel lungo termine.
 
Un senza patria non conformista
 
Una formazione cosmopolita.
 
Alexandr Markovitch Lipiansky è nato a Odessa il 10 febbraio 1904 (19 gennaio del calendario giuliano), da una famiglia ebrea senza grande pratica religiosa: suo padre è procacciatore di affari mentre sua madre, fatto rarissimo all’epoca e in quel paese, esercita una professione qualificata (stomato-dentista). Dalla più giovane età Alexandr, circondato da precettori, dimostra una curiosità intellettuale senza limiti e già eclettica: il giovane russo è ben presto attirato dalla scuola filosofica tedesca, in particolar modo attraverso l’opera di Nietzsche (afferma di aver letto Così parlò Zarathustra all’età di 10 anni)[3] e di Immanuel Kant che, ambedue, sostengono il rifiuto di ogni determinismo e la superiorità dei valori spirituali dell’individuo su ogni considerazione materialistica ed utilitaristica. Anche i pensatori socialisti russi del XIX secolo hanno completato la formazione precoce del giovane, particolarmente tramite il loro ideale di sobornos’t (comunità di persone autogestita, il cui modello sono il mir, l’artel’, o l’obschina), che occuperà ben presto un posto determinante nel futuro progetto di Alexandre Marc. Parallelamente a questa formazione teorica, Alexandre Marc si rivela ben presto un uomo impegnato e milita nel Partito socialista rivoluzionario, in particolare dopo lo scioglimento dell’Assemblea costituente da parte dei bolscevichi il 6 gennaio 1918 (19 del calendario gregoriano)[4].
In questo contesto agitato lascia la Russia per la Francia, via Germania, nel 1919. Si iscrive al Liceo Saint-Louis di Parigi, dove si rivela molto brillante nello studio e, prima di raggiungere i suoi a Berlino tra il 1922 e il 1923, scopre la filosofia «intuitivista» di Bergson. Perfeziona la sua formazione frequentando le università tedesche di Iena e Friburgo, probabilmente ispirato dalle sue prime letture e desideroso di incontrare alcuni maestri come Heidegger e Husserl. Questa esperienza ben presto delude il giovane Marc, che rifiuta la mancanza di impegno politico della filosofia dell’epoca, in un momento di crisi generalizzata. Ritorna quindi in Francia, dove si iscrive alla libera Scuola di Scienze politiche (1923-1927), prima di iniziare a lavorare presso le edizioni Hachette, dà vita ad un primo gruppo di riflessione denominato Club del Mulino Verde (la cui prima riunione ha luogo il 27 ottobre 1930) ed incontra regolarmente uomini come Nicolas Berdiaeff, Jacques Maritain e Gabriel Marcel. A partire da questi incontri si forgia la dottrina personalistica del gruppo Ordre Nouveau.
 
La dottrina di Ordre Nouveau.
 
Il gruppo Ordre Nouveau, che adotta questo nome definitivamente al termine del 1930, costituito inizialmente con l’obiettivo di discutere i grandi fondamenti spirituali dell’uomo, si sposta gradualmente verso l’esame più generale dei problemi suscitati da un contesto di crisi. Tormentato dalla «decadenza della nazione francese»,[5] il regime proposto dagli uomini di Ordre Nouveau non si definisce per la sua forma giuridica ma è caratterizzato soprattutto da un principio generale di organizzazione sociale rispettoso delle diversità di ogni genere, a differenza del federalismo anglosassone, più rivolto ai problemi istituzionali.
Bernard Voyenne, militante federalista ed amico molto vicino a Marc, sottolinea nel suo libro Storia dell’idea federalista, che i federalisti sono rapidamente arrivati a maturità politica grazie alle riflessioni di Ordre Nouveau.[6] Tuttavia, anche se i legami tra personalismo e federalismo sembrano evidenti, essi non sono stati stabiliti in maniera automatica e sin dall’inizio dai fondatori di Ordre Nouveau. Voyenne scrive che Alexandre Marc «ed i suoi amici non sembravano […] auspicare [il federalismo] che come una dimensione necessaria ma in un certo senso complementare rispetto alla dottrina rivoluzionaria personalista che stavano allora elaborando».[7] Nelle risoluzioni dei federalisti durante la Resistenza ed al momento della Liberazione si trovano certamente dei punti in comune con il personalismo di prima della guerra. Il primo è quello della «terza via» tra capitalismo e comunismo: Denis de Rougemont, in Politica della Persona, definisce i personalisti come degli «anticapitalisti dichiarati che tuttavia non adottavano la collettivizzazione astratta preconizzata dai sovietici; antinazionalisti e ciononostante patrioti; federalisti sul piano politico europeo e personalisti sul piano morale».[8] Il secondo punto in comune tra personalismo e federalismo del dopoguerra riguarda l’apoliticità rivendicata dai federalisti che, come i personalisti, ritengono che le regole del gioco politico classico siano truccate dal «fatalismo» della destra e dal «volontarismo» della sinistra, entrambe compromesse all’interno di una Repubblica invecchiata e non collegata alle realtà sociali; di qui deriva l’anticonformismo politico dei due movimenti, che accettano nelle loro file uomini provenienti da tutti gli orizzonti politici che abbiano come punto comune il rifiuto di un sistema in cui non credono più. Questo anticonformismo giustifica la formazione di una corrente particolare, divisa fra l’influenza della sinistra libertaria e sindacalista (diffidenza nei confronti dell’impostura parlamentare e del laissez-faire economico) e quella della destra maurrassiana, contraria alla centralizzazione giacobina e tendente al rispetto delle comunità «viventi», come la famiglia, la regione, il mestiere o la nazione. Si può rilevare una certa ambiguità in questi uomini che non vogliono «né destra né sinistra»[9] ed accusano il parlamentarismo di tutti i mali.
Il movimento Ordre Nouveau, creato nel dicembre 1930, sfocia nel personalismo,[10] che costituisce un impegno basato sull’idea di persona e su di una riflessione spirituale (Marc si convertì al cattolicesimo il 29 settembre 1933 nel convento del Buon Pastore a Pau) in opposizione alle filosofie totalizzanti (Hegel, Marx) e creatrici di falsi dei (nazionalismi).[11] Le parole d’ordine del personalismo sono «prima di tutto lo spirituale, quindi l’economico, e la politica al loro servizio». I grandi assi di questo pensiero, che si sviluppa per tutti gli anni Trenta, propongono una organizzazione economica non statalizzata e liberatrice contro il monismo statale, per il pluralismo in materia economica e sociale, pensata ancora per un quadro ristretto, quello della sola Francia. Si tratta prima di tutto di «federare le forze francesi per costruire un ordine nuovo». Marc difende questa visione nel corso di molte collaborazioni con giornali francesi (La vie intellectuelle, Sept, Temps présent, Plans) e più raramente stranieri (New Britain).
Contemporaneamente Marc difende l’idea di un «Fronte unico della gioventù europea».[12] A 29 anni fa pubblicare, in collaborazione con René Dupuis, il libro Giovane Europa,[13] nel quale gli autori insistono sul valore «interculturale» di una nuova generazione segnata dalle delusioni della Grande guerra. Questa generazione, desiderosa di non cedere più all’inquadramento partitico, si è «radicalizzata»; essa è apertamente «rivoluzionaria», ha rotto con il sistema liberale e parlamentare e con l’individualismo «astratto».[14] I contatti con tedeschi che condividono questo pensiero sono numerosi. Marc li incontra durante le sue peregrinazioni universitarie, come ad esempio Otto Strasser o, soprattutto, Harro Schulze-Boysen del gruppo Gegner (Avversari), che Marc già immagina come il futuro leader di un movimento rivoluzionario europeo federalista,[15] Walter Dirks e Paul Ludwig Landsberg. Questi incontri, essenziali per Marc, che vi vede l’occasione di allacciare un dialogo tra giovani che non hanno più ragione di entrare in conflitto fra loro in nome dell’inevitabile rivalità tra Stati-nazione, erano iniziati molto presto ma non avevano generato nulla di concreto. Un tentativo di conciliazione fra queste diverse correnti non-conformiste, che tendevano ad abbracciare orientamenti ideologici differenti partendo da una base comune di rifiuto della società liberale, ha luogo nel febbraio 1932 a Francoforte, ma si chiude con un bilancio deludente. Marc, constatando che una cappa di piombo si è chiusa sugli intellettuali tedeschi (il gruppo Gegner fu proibito nel 1933), rivolge un appello per la creazione di una Giovane Europa limitata all’Occidente.
La guerra lo sorprende in una sorta di ritiro nel sud della Francia (l’ultimo numero di Ordre Nouveau è stato pubblicato nel settembre 1938). Si arruola nel 141° reparto di fanteria alpina a Orange, forse spinto dal desiderio di dimostrare il suo attaccamento ad una Francia che ostinatamente gli rifiuta la naturalizzazione; vi esperimenta la «strana guerra», durante la quale viene trasferito al 5° ufficio dello Stato maggiore della XV Regione. Congedato nel corso dell’estate 1940, risiede ad Aix-en-Provence senza sapere chiaramente quale corso dare alla sua azione. Dopo aver vanamente tentato di raggiungere Londra e poi la Spagna, valica la frontiera svizzera con la sua famiglia all’inizio del 1943, ed in questo paese resta bloccato sino alla Liberazione.[16]
 
Un uomo d’azione desideroso di agire (1941-1948)
 
La definizione di «federalismo integrale».
 
La seconda guerra mondiale ha avuto un ruolo importante nell’orientare il pensiero di Marc verso l’azione europea, come è avvenuto per altri federalisti fra i quali, ad esempio, Altiero Spinelli. Per Marc la scoperta del federalismo europeo avviene inizialmente sul piano intellettuale, con la lettura di Proudhon, del quale conosceva l’opera poco e male. Alexandre Marc stesso confessa che Proudhon non era molto considerato all’interno della redazione di Ordre Nouveau:[17] le teorie proudhoniane erano infatti in discredito per la loro astrazione ed il loro «arcaismo» e numerosi non-conformisti erano poco attirati dalle sue soluzioni anarchiche. Marc, sedotto da questa lettura, riesce a far pubblicare una selezione di testi proudhoniani,[18] vera prodezza in tempo di guerra.
Attraverso Proudhon Marc arriva a pensare che il federalismo potrebbe essere il compimento politico del personalismo, con l’apporto di una vera dottrina e di una struttura militante che mancherebbero, invece, ad un movimento rigorosamente intellettuale. Elabora, quindi, un progetto nettamente di sinistra, unendo al federalismo le tradizioni libertarie del movimento operaio, e lo espone in Avvento della Francia operaia (scritto nel 1944 e pubblicato nel 1945), il cui ultimo capitolo si intitola «Federalismo integrale».[19] Le ultime parole del suo libro spiegano i motivi della scelta: «Un vocabolo, ed uno solo, sembra sfuggire alla maggior parte degli inconvenienti che pesano sui suoi rivali e concorrenti: socialismo, collettivismo, anarchia, ecc. Un vocabolo, ed uno solo, può essere comodamente utilizzato per esprimere, per quanto possibile, le caratteristiche essenziali della Rivoluzione nell’ordine, secondo le aspirazioni del proletariato francese: Federalismo».[20] Il federalismo di Ordre Nouveau era essenzialmente uno stato dello spirito:[21] l’Europa era ancora poco considerata nella sua riflessione. E’ soprattutto il lavoro diretto di una parte della Resistenza che ha portato ad un cambiamento di priorità negli obiettivi politici e sociali del personalismo.
In tal modo il progetto di Marc si inserisce in un quadro europeo, con l’idea di «federare le Forze federaliste» (novembre 1943) all’interno della Resistenza. Però le sue idee, anche se affermate con rinnovato vigore, sembrano al momento applicabili alla sola Francia moribonda, che deve superare le debolezze che Marc espone in maniera assai brutale.[22] La lotta che Alexandre Marc intende ingaggiare tende, quindi, a preservare l’integrità della Francia (in particolare, per usare i suoi termini, contro «l’ingerenza anglosassone») e ad assicurare la sua salvezza morale. La lotta per l’Europa verrà in un secondo tempo,. non potendosi realizzare che ad opera di una Francia rigenerata: «Nell’opera necessaria per la costruzione dell’Europa, un ruolo particolarmente importante e, per così dire, decisivo, sarà quello della Francia. Questa affermazione è estranea ad ogni ‘chauvinismo’, ad ogni esaltazione sconsiderata dell’orgoglio nazionale: si esamini soltanto la situazione probabile dell’Europa di domani e non si potrà non riconoscere che la Francia, con tutti i suoi difetti e le sue debolezze, appare come il solo paese in grado di assumere un simile compito».[23]
Come Spinelli in Italia, Marc pensa che il federalismo sia un progetto che può trionfare con l’impegno e non con il sentimento, e ciò lo spinge a rifiutare l’ideale europeista affermatosi fra le due guerre, che all’epoca egli ha largamente ignorato. Marc e Spinelli, tuttavia, sono in disaccordo su numerosi punti, tra cui quello concernente il modo in cui giungere ad una società federale; i loro approcci derivano da storie e culture che li rendono particolari, legati a riferimenti e rappresentazioni molto differenti; inoltre, sono fortemente segnati dalla personalità dei loro «creatori», essendo ognuno dei due intimamente persuaso che, alla Liberazione, sarà sufficiente incontrare le altre persone che, necessariamente, pensano al federalismo nel loro stesso modo. Tuttavia, tra le loro due visioni esistono senza dubbio dei punti comuni, prima di tutto l’approccio al fenomeno della militanza. Ambedue constatano lo scacco delle idee federaliste dell’ante guerra e per le stesse ragioni: eccessivo ottimismo, dilettantismo, élitismo dell’Idea.[24] Su quest’ultimo punto l’accordo è perfetto: ognuno precisa il suo punto di vista in manifesti e rapporti accesi; sono coscienti che il federalismo, senza punti di appoggio nell’opinione pubblica, sarebbe una causa vana. E la conclusione si impone da sola: il Federalismo (si usa ancora il singolare) ha bisogno di una vera piattaforma di lotta, che permetta il coordinamento di energie isolate e indisciplinate. Al momento della Liberazione lo spirito della Resistenza sembra offrire la possibilità di una unità d’azione a tutti coloro che vogliono l’unità europea.
 
Marc e l’Unione europea dei federalisti.
 
Il progetto di Marc sembra avverarsi con la creazione dell’UEF, nel dicembre 1946, alla nascita della quale egli è particolarmente attivo: ne diventa il primo segretario generale, ma è alla testa di una organizzazione dispersa in tutta Europa e disomogenea nel modo stesso di concepire la formula federalista. Per Alexandre Marc l’UEF deve, per questo motivo, rimanere un organo di «collegamento, coordinamento, congiunzione di sforzi autonomi» (marzo 1947).[25] La posizione strategica da lui occupata in questa organizzazione può spiegarsi con i numerosi contatti ristabiliti od instaurati con organizzazioni federaliste di ogni tendenza come La Fédération (André Voisin), vicina agli ambienti padronali, o i Cercles fédéralistes et socialistes (Claude-Marcel Hytte), più indirizzati verso l’azione sindacale. Inizialmente Marc si preoccupa di proteggere l’UEF dall’influenza di alcuni uomini politici che sembrano voler «ricuperare» l’idea europea a loro profitto, tentativo molto evidente in occasione della prima grande riunione federalista di Hertenstein (15-22 settembre 1946), il cui messaggio è stato completamente occultato dal celebre discorso di Churchill a Zurigo sulla necessità degli «Stati Uniti d’Europa». Marc, a questo riguardo, ha un risentimento di cui ha difficoltà a discolparsi: «Contrariamente a quanto si scrive abitualmente, questo discorso non ha ‘scatenato’ l’azione europea, che esisteva già: ma ha fortemente contribuito ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e dei governi sull’importanza di questa azione».[26]
Il primo Congresso, a Montreux (27-31 agosto 1947) è sicuramente il vertice federalista più noto e più diffuso dai media: si trattava di formare un corpo dottrinale adatto alla lotta federalista e di far conoscere al numero più grande possibile di persone l’azione svolta dopo la Liberazione. A questo fine il Congresso ha privilegiato l’intervento di oratori conosciuti (Maurice Allais, Léon Jouhaux, Edouard Herriot), con il rischio di urtare diversi militanti della prima ora: l’UEF si è assicurata così più pubblicità andando a cercare un de Rougemont, sollecitato direttamente da Marc,[27] che non lasciando agire federalisti meno «mediatici». L’accusa di idealismo, troppo spesso avanzata contro il pensiero federalista, ha spinto certi membri dell’UEF a cercare una copertura intellettuale e una certa influenza presso i governi. Alexandre Marc difende questa linea in un numero di L’Action Fédéraliste Européenne, alcuni mesi dopo il Congresso di Montreux.[28] Parallelamente a questa ricerca di sostegni di prestigio, viene condotta un’azione in profondità per far conoscere al grande pubblico l’azione dei federalisti: così, prima del Congresso, Alexandre Marc tiene una serie di conferenze dove a volte riunisce anche 800 persone, come a Nancy od a Reims,[29] e moltiplica i contatti con la stampa,[30] denunciando nel contempo il «complotto del silenzio» che si trama contro i federalisti.[31]
Nei principali discorsi pronunciati a Montreux è dato largo spazio alle idee di personalismo e di federalismo integrale sostenute da Marc e riguardanti i rapporti fra l’individuo, le comunità intermedie (comune, regione, ecc.) e lo Stato, così come la circolazione e la distribuzione della ricchezza, senza dimenticare la «partecipazione» all’interno delle imprese. L’idea di una Assemblea costituente europea composta dai rappresentanti del popolo dei diversi paesi è largamente minoritaria. L’antiparlamentarismo di certi federalisti si esprime nella loro opposizione alla forma centralizzata che, secondo loro, avrebbe automaticamente uno Stato europeo, considerato una semplice trasposizione su scala più ampia dello Stato-nazione, ossia una specie di Europa giacobina. I dibattiti di Montreux si concentrano soprattutto sull’azione da condurre alla base, ossia al livello delle forze vive della società più che a quello delle istituzioni.
Una delle priorità del Congresso consiste nell’identificare un modello economico adatto a regolare i diversi problemi di ogni paese. Gli accordi parziali, a quell’epoca in gestazione, non sono apprezzati dai federalisti: la cartellizzazione dell’economia europea e l’attuazione di unioni doganali sono condannate (come, ad esempio, quella che la Francia aveva tentato di costituire con i paesi del Benelux creando, il 20 marzo 1945, un Consiglio tripartito di cooperazione economica, a carattere discriminatorio nei confronti della Germania). Questa posizione contraria ad accordi parziali, è riassunta nella mozione di politica economica redatta da Marc ed Allais ed adottata dal Congresso. Essa afferma che «sarebbe assolutamente utopistico pensare che dei tentativi di accordi economici reciproci fra Stati sovrani potrebbero, da soli, portare ad una vera unione federale europea».[32] Ricercando soluzioni nuove e rispettose dello spirito europeo, i federalisti propongono la messa in comune delle risorse tanto ambite della Saar (che Marc sperava essere trasformata in «distretto europeo») e della Ruhr, a beneficio di tutti.
Il Congresso di Montreux consacra le tesi del federalismo integrale, come logico se si considera che queste tesi si sono imposte da quando il movimento federalista ha cercato di unificarsi. Tuttavia il discorso di Spinelli, presente a Montreux, rappresenta una rottura nei confronti dei sostenitori del federalismo integrale. Vi si possono trovare le tracce di un federalismo «opportunista», che si compiace meno della teoria (si conosce il rifiuto delle astrazioni da parte di Spinelli) ma che tiene in conto in maniera più netta il contesto politico. Si può dire che, con Spinelli, la Guerra fredda entra in maniera significativa in un dibattito che, sino a quel punto, l’aveva ignorata:[33] occorre approfittare del piano Marshall, da poco proposto, per lanciare l’unità europea. L’idea di un’Europa Terza-Forza, cara a Marc, si allontana impercettibilmente.
 
Le delusioni della Guerra fredda
 
Un progetto superato dagli avvenimenti politici.
 
Curiosamente, nel momento in cui Marc riesce ad imporre il suo pensiero ad un Movimento sempre più importante (circa 100.000 militanti nel 1947) la sua influenza declina perché le condizioni politiche immaginate stanno cambiando con la Guerra fredda, che costringe ad adottare punti di vista radicali ed a privilegiare l’ordine anziché la rivoluzione. In realtà Marc è stato attivo per il tempo necessario a mettere in campo una struttura militante molto eterogenea. Le sue numerose conferenze hanno contribuito a rendere popolari le basi del federalismo integrale, le lettere circolari che invia ai diversi gruppi membri dell’UEF hanno certamente permesso di rafforzare una struttura assai complessa.[34] Alexandre Marc richiama all’ordine tutti quelli che sembrano accontentarsi di una battaglia soltanto ideologica, rischiando di dimenticare che il denaro è il nerbo della guerra.[35]
Quest’ultimo punto ricorda la concorrenza tra i movimenti europeisti nella corsa ai contributi finanziari e consente di capire meglio le preoccupazioni provocate dall’esistenza di un movimento (United Europe Movement) diretto da una personalità come Churchill, che pesa in modo particolare nel dibattito europeista ed anche negli affari di denaro. Lo ricorda l’olandese Henri Brugmans, primo presidente dell’UEF, quando descrive la raccolta di fondi, dalla quale doveva essere escluso Alexandre Marc, troppo rivoluzionario nei suoi discorsi e di carattere impetuoso, essendo gli interlocutori quasi sempre uomini di affari più interessati ai temi classici delle tariffe doganali e della difesa contro il comunismo. Questo primo apprendistato avviene a scapito dei federalisti: Brugmans evoca, ad esempio, un incontro importante (probabilmente nel febbraio del 1947) tra Marc, Raymond Silva (vice-segretario generale) e lui stesso con i rappresentanti di grandi gruppi economici svizzeri, allo scopo di ottenere fondi per l’organizzazione federalista. I tre hanno la crudele delusione di vedere i loro argomenti smontati da uno dei presenti in sala, il banchiere Edward Beddington Behrens, parente di Churchill, che sottolinea come l’UEF non sia rappresentata da nessun «grande nome» e come sia mossa da dubbie concezioni sociali.[36]
Questi primi mesi di riavvicinamento tra europeisti danno quindi l’occasione di constatare che le differenze ideologiche tra i gruppi sono molto importanti e che la concezione militante del federalismo cozza contro un sistema in cui prevalgono le forti individualità, che si impegnano nel dibattito sperando di orientarlo. La cooperazione tra disparati movimenti europei diventa però inevitabile con la creazione del Comité international de coordination des Mouvements pour l’unité européenne, Comitato costituito a Parigi l’11 novembre 1947. L’accordo dell’11 novembre viene ratificato dal Comitato centrale dell’UEF il 15 novembre, malgrado numerose reticenze,[37] perché la destra è rappresentata in seno alla corrente europeista. L’influenza degli «unionisti», che neppure immaginano un’Europa integrata, si fa dunque sentire in modo molto netto e dimostra l’ingenuità di certi federalisti, facilmente sfruttata dai tenori della politica. Così Alexandre Marc, che ha proposto e sostenuto la storica riunione dell’Aia, ritiene di essere stato spossessato di quest’idea da qualcuno più scaltro di lui, nell’occasione Duncan Sandys, che ben presto controllerà il destino del Movimento Europeo: «Come un fanciullo in politica, avevo affidato, con una ingenuità di cui ancora arrossisco, ad un certo Duncan Sandys, incontrato al Congresso di Montreux, il compito di tenere i collegamenti tra noi e l’Aia, per prepararvi la riunione degli Stati generali dell’Europa».[38] Da qui un «processo di paternità»[39] a proposito di questo vertice, che ben ne sottolinea l’ambiguità agli occhi dei militanti federalisti.
 
Il Congresso dell’Aia e le sue conseguenze.
 
Ciononostante all’UEF si prepara questo avvenimento, presentato come un vertice di importanza capitale per la costruzione europea. Esso sembra essere la meta sognata dai federalisti, che parlano di «veri Stati generali dell’Europa»[40] in un opuscolo del dicembre 1947 realizzato da Alexandre Marc, per il quale occorre soprattutto riunire le «forze vive» dell’Europa, piuttosto che alcune grandi personalità politiche, il cui impegno europeo vede con diffidenza.[41] Secondo lui riunione deve avere una legittimazione popolare, ossia esprimere la volontà europei di realizzare la loro unità e di conferire al Congresso dell’Aia una autorità politica. Si ritrova in questo appello il segno dei federalisti integrali, che sino a questo momento sono in maggioranza, come al Congresso di Montreaux, e fanno appello a tutti gli attori sociali, chiamati a partecipare alla definizione del loro destino politico.[42] Tuttavia non tutti sono d’accordo in seno all’UEF, soprattutto gli italiani, circa la definizione da dare alla manifestazione. In una lettera del 18 febbraio 1948, Alexandre Marc dichiara che occorre realizzare, nella prospettiva dell’Aia, un fronte «anti Spinorossi»,[43] poiché teme la conquista dell’UEF da parte degli italiani (Spinelli e Rossi, redattori del celebre Manifesto di Ventotene e fondatori del Movimento federalista europeo). In una lettera a Bernard Voyenne del 28 gennaio 1948 egli infatti scrive: «Si deve con obiettività riconoscere che la linea politica dell’UEF è stata determinata sino ad ora, in maniera preponderante, dalla «mia» tendenza. Se io mi allontano — come alcuni si augurano — si avrà presto una deviazione. Ai miei occhi sarebbe un tradimento nei confronti dell’impresa che, più di chiunque, ho contribuito a iniziare e sviluppare».[44]
Ma questa linea politica è sempre più combattuta all’interno dell’UEF: Altiero Spinelli, in un memorandum presentato a Roma il 22 gennaio 1948,[45] critica aspramente il termine «Stati generali». Egli, al contrario, fissa all’azione federalista obiettivi politici che mirano tutti al trasferimento della sovranità, come la convocazione di una Costituente europea, ed esamina la natura dei legami federali fra ciascun membro e dei poteri da trasferire all’«autorità europea», la posizione dei federalisti sui grandi problemi internazionali, ecc. Le tesi del federalismo «costituzionale» acquistano ascendente in seno all’UEF, man mano che esse si applicano all’attualità politica: il 19 marzo 1948 l’Assemblea francese approva a maggioranza (169 deputati) una mozione «sulla convocazione di una Assemblea costituente europea», presentata da alcuni membri del Gruppo Parlamentare Federalista francese, Edouard Bonnefous (UDSR), Paul Rivet (SFIO), François de Menthon e André Noci (MRP). Approfittando di questo contesto politico favorevole — anche i parlamentari britannici (18 marzo 1948) ed olandesi prendono la medesima iniziativa nello stesso momento — l’UEF incarica alcuni dei suoi membri di approfondire il concetto di trasferimento di sovranità, con l’obiettivo di affrontarlo nel corso del Congresso dell’Aia.[46]
Questo cambiamento tattico viene imposto a tutti i membri del Movimento federalista, ed in particolare ad Alexandre Marc, nel corso di una riunione preparatoria del 30 gennaio 1948, in cui viene raccomandata la disciplina,[47] e questo significa, per lui, l’abbandono definitivo del termine «Stati generali»: nessuna dichiarazione sull’Aia può essere fatta senza riferirne al Segretariato generale (impersonato allora da Raymond Silva), mentre a tutti viene imposto il termine «Congresso dell’Europa». I federalisti cercano di ottenere la presenza all’Aia di personalità «progressiste», tra le quali spicca Léon Blum. Dopo avergli fatto pervenire un pro-memoria che esprime l’interesse dei federalisti per la sua opera,[48] Marc cerca di sensibilizzare Blum circa le idee che vuole difendere all’Aia. Tuttavia l’incontro tanto atteso con questo grande personaggio gli lascia un gusto amaro. Ecco che cosa scrive Alexandre Marc di Léon Blum, con il quale è entrato infine in contatto nel dicembre 1947: «Incontro con Léon Blum. Aveva un aspetto molto stanco ed ero molto colpito per la sua totale mancanza di fuoco rivoluzionario. Ha cominciato paragonando il Movimento federalista ad un ‘cesto di granchi’ […]. Confesso di aver sentito il gelo lungo la schiena […]. In breve, Blum ha acconsentito a concedermi la risorsa di cui avevo bisogno [la sua presenza all’Aia], ma l’ho trovato molto stanco e condizionato dall’aspetto ‘mondano’ (i ‘grandi nomi’)».[49]
La risorsa sognata da Marc consisteva in una garanzia per le idee federaliste al più alto livello politico, in contrapposizione agli unionisti, ben rappresentati intorno alla personalità centrale di Churchill. La presenza di quest’ultimo spiega in parte la decisione dei laburisti britannici, del gennaio 1948, di non partecipare al dell’Aia. I federalisti, ed in modo particolare Marc, hanno a lungo tentato di convincere il Labour a tornare sulla decisione,[50] ma inutilmente, e questo ha accentuato l’isolamento politico dell’UEF all’interno del Congresso. Tutto ciò la dice lunga sull’opposizione tra unionisti, che si accontentavano di una classica cooperazione tra Stati, e federalisti, che sono usciti da questo Congresso con la netta impressione che la «loro» Europa non era stata valorizzata secondo le loro attese, perché nel dibattito l’unità europea non era stata la «questione pregiudiziale». (Marc era stato relatore sulla protezione dei diritti e l’istituzione di una Corte Suprema). Alla fine del Congresso alcuni membri dell’UEF, intorno a Marc, redigono un comunicato stampa in cui si evidenziano le sue insufficienze: l’UEF lamenta che «in materia politica il Congresso non ha portato a definire gli strumenti pratici che permetterebbero la convocazione rapida di una Assemblea europea, rappresentativa di tutte le forze vive della società».[51] Alexandre Marc, andando controcorrente rispetto alla politica moderata affermatasi all’Aia, fustiga quelli che egli chiama «europeisti conservatori».[52] Contro questo conservatorismo, Marc propone la costituzione di un «cartello progressista»,[53] che includa uomini come de Rougemont.[54] Questa linea «frontista» preoccupa i federalisti più moderati, come Brugmans, che si sentono criticati senza tante spiegazioni per il loro «opportunismo».[55] Marc allora si dimette dal Comitato internazionale di coordinamento, nel giugno 1948, scoraggiato dalle «conversazioni di corridoio, [dalle] pratiche ‘diplomatiche’ e in generale [dalle] manovre che hanno reso per me soffocante l’atmosfera in cui noi eravamo chiamati a cooperare».[56]
Lo scacco dell’Aia provoca i primi dubbi in Marc. Tuttavia, si ha soprattutto l’impressione che gli sfugga il quadro generale: la sua dottrina e l’azione di tipo rivoluzionario che egli sostiene sono diventati impossibili in un contesto di costante improvvisazione e di buona volontà apparente da parte degli Stati. Marc, troppo segnato dal suo rifiuto di ogni sistema, comunista o capitalista, sembra superato dagli avvenimenti. Ripetiamo: ufficialmente l’UEF sostiene ancora l’idea di una Europa Terza Forza, diversa dal capitalismo americano e dal collettivismo sovietico, autonoma dall’uno e dall’altro. Ma anche Marc non può ignorare il ruolo positivo delle dichiarazioni politiche che mettono in prima linea il bisogno di unità europea e quindi la sua politicizzazione: «L’offerta sensazionale del Segretario di Stato americano, il generale Marshall; il significativo discorso di Bevin; l’incontro Bevin-Bidault; i passi avanti di Clayton; questi sono soltanto alcuni indici dell’ascesa del problema federalista al primo piano dell’attualità politica».[57] Ma questa «ascesa» torna a vantaggio dell’uomo che sostiene la «via americana»: Spinelli diventa l’attore più influente dell’UEF, che trasforma in quel «gruppo di pressione» non apprezzato da Marc perché ritenuto rivolto soltanto agli uomini politici. Dopo il secondo Congresso federalista di Roma (novembre 1948) Marc constata che «nel suo insieme il federalismo volge le spalle alla problematica spirituale, culturale e sociale e si consacra ad una forma di azione che può essere definita politica»[58] e sottolinea le contraddizioni insite nel fare «lobbying» sui temi federalisti nei confronti degli Stati.[59]
Questo «opportunismo», tanto denigrato da Marc, è invece giustificato dalla lotta per la «sopranazionalità» che i federalisti conducono ormai apertamente con gli Stati che sembrano voler cooperare. Così Marc è poco presente nei dibattiti sul piano Schuman, nel quale vede soltanto una fuga in avanti: è fra quelli che denunciano più apertamente l’ingenuità dei federalisti, vittime di una «accelerazione della Storia », nella quale essi hanno tutto da perdere.[60] Per le stesse ragioni Marc si tiene in disparte rispetto ai lavori del comitato ad hoc, al contrario di Spinelli, più a suo agio nella politica di consigliere. L’inserimento del famoso articolo 38 nel trattato CED giustifica del resto la «svolta costituzionale» attuata dall’UEF. Alexandre Marc, diffidente verso questo «passo decisivo», a partire dal quale «l’idea del federalismo europeo passa al livello governativo»,[61] si dedica allora alla formazione, promovendo la creazione di un dipartimento di studi federalisti.[62] Da allora impegna tutte le sue energie in questa lotta «di retroguardia», partecipando ai campi per i giovani della Lorelei (luglio-settembre 1951) o creando dei centri di formazione europea, come il Centro di documentazione di Saarbruecken, il Centro internazionale di formazione europea a Nizza (1954) o il Collegio universitario di studi federalisti ad Aosta che si propongono come strumento di formazione dei militanti federalisti europei. Lo scacco della CED, nell’agosto 1954, consentirà un inatteso riavvicinamento a Spinelli, sotto la bandiera dei «massimalisti», nell’ambito del Congresso del Popolo Europeo (1955-1961), che implica il rifiuto del progetto di «rilancio europeo» e provoca la scissione dell’UEF (novembre 1956).
Il destino del progetto di Alexandre Marc ci riporta al contesto particolare del dopoguerra e all’indebita semplificazione consistente nel prendere in considerazione solo l’azione dei Padri dell’Europa. Perché se è vero che la costruzione europea prende corpo con i Trattati di Roma del 1957, è pur vero che essa è stata immaginata e preparata durante l’epoca caotica della Guerra fredda. Studiare Marc è anche un modo di assistere al concepimento laborioso e difficile di un progetto coltivato nel dolore, nel dubbio, nella scoperta che può esistere uno iato profondo fra l’utopia sognata e la realtà politica. Quell’epoca è stata ricca per il dibattito europeo, e Marc ne è stato un esempio ed una vittima: è stata certamente un’epoca prolifica, ma ha infine generato una formula europea difensiva e politica, che si è ben poco occupata delle finezze del personalismo. La visione di Marc è criticabile: soprattutto gli aspetti corporativistici del federalismo integrale, che sono preoccupanti dopo il periodo di Vichy ed hanno spinto Alexandre Marc ad accettare alleanze che hanno screditato il suo progetto agli occhi di numerosi osservatori, federalisti compresi, anche se personalmente egli non ha mai avuto alcuna simpatia per le idee della Rivoluzione nazionale. Inoltre, il progetto di Marc è oltremodo meccanicistico: non si trovano fondamenti storici nella sua formulazione del federalismo e si notano troppe contraddizioni in questo pensiero che mescola l’ordine e le libertà, la pluri-appartenenza e il corporativismo, ecc. Il progetto di Marc, segnato dall’approccio filosofico del suo autore, privilegia troppo spesso l’idea all’azione,[63] il lungo termine rispetto al breve termine, e lo rende poco adatto a raccogliere un largo consenso soprattutto da parte della classe politica e dell’opinione pubblica.
Si può perciò semplicemente considerare Marc uno dei «sognatori» che, nel corso dei secoli, hanno costellato la storia dell’idea europea? La risposta è no, poiché alcune delle sue tesi sono ancora vive nel contesto attuale, in particolare quella dell’obsolescenza della nostre strutture politiche, economiche, sociali e culturali, non più adatte al mondo d’oggi, o la denuncia di una società dominata dalle organizzazioni di massa, dove l’uomo è ridotto al rango di oggetto, o quella della penetrazione sempre più invadente della tecnocrazia nella nostra vita quotidiana. In generale si può dire che le posizioni di Marc sono meno influenzate dalla disillusione derivante dalle strategie che riposano sull’idea dello Stato-nazione di tipo assistenziale. Certe soluzioni basate sul personalismo possono essere discusse nel dibattito attuale sulla costruzione dell’Europa: la sussidiarietà contro l’ipertrofia di qualsiasi potere sembra già comunemente accettata, mentre il principio della cooperazione, il solo in grado di affrontare le esigenze reali della società, è reclamato da tutte le forze sindacali.
Tuttavia, sembra che il progetto di Marc non vada nel senso della costruzione europea, così come la si intende oggi: per lui l’approfondimento precede l’allargamento, e la riflessione è preferibile all’urgenza. Questa meditazione necessaria e costruttiva, anche se frequentemente invocata nel dibattito attuale, sembra invece cedere il passo alle accelerazioni della storia, che modellano la costruzione dell’Europa in funzione di circostanze che nessuno sembra controllare. La riflessione approfondita e il dibattito sereno sono così esclusi, e ciò ci allontana ancora e sempre da questa «problematica spirituale» che Marc voleva porre come preludio ad ogni progetto europeo e ad un avvenire migliore che resta lontano.


* Questo articolo è pubblicato nella rubrica “Interventi”, nella quale vengono ospitati scritti che la redazione ritiene interessanti per il lettore, ma che non riflettono necessariamente l’orientamento della rivista. Nel ringraziare il professor Gérard Bossuat per l’autorizzazione a diffondere l’articolo, pubblichiamo una breve presentazione, scritta dall’autore, del Colloquio per il quale è stato elaborato.
Questo articolo è tratto dall’intervento dell’autore nel corso di un Colloquio, organizzato dal professor Gérard Bossuat, presso l’università di Cergy-Pontoise l’8, 9 e 10 novembre 2001, sugli ambienti, gli intrecci e le personalità che si sono fatti portatori di progetti di unità europea. Gli storici che vi hanno partecipato hanno voluto presentare ricerche nuove sulla storia dell’unità europea, andando al di là della storia tradizionale, ossia ufficiale, delle grandi tappe dell’unità, da Briand a Schuman. Questi eroi, o fondatori, non erano soli. Il Colloquio è nato dall’idea che i progetti di unità europea non sono nati per caso nella mente di geniali ideatori, ma sono il risultato della cultura di chi ha pensato al progetto, del loro orientamento ideologico, di interessi di gruppi o anche di particolari circostanze. Per questo l’attenzione è stata focalizzata sulle personalità e sugli ambienti che hanno presentato, a chi aveva il potere politico di decidere, dei progetti realistici di costruzione europea. Lo scopo è stato anche di valutare la disponibilità delle società contemporanee accettare l’unità, un processo lento e deludente agli occhi dei più ma che ha portato dei frutti, dato che oggi esiste l’Unione europea. E’ difficile dare una risposta netta a un interrogativo importante: questi ambienti, questi attori della costruzione europea quali Alexandre Marc, ma anche Joseph Retinger, Altiero Spinelli o François Mitterrand, veramente determinato il corso della storia? Oppure tutto è avvenuto per un destino? Comunque, la loro volontà, il loro impegno appassionato, mostrano che essi hanno creduto nella possibilità di influenzare il senso della storia dell’Europa.
[1] Occorre anche domandarsi se Alexandre Marc non soffrisse di un certo grado di paranoia, che rinforzava in lui il sentimento di essere un incompreso; questo spieghrebbe perché il suo progetto (in realtà multiforme) sia stato messo in disparte dai circoli europeisti classici: «Senza dubbio, nel Movimento europeo prevalgono i politici che vituperano in me il non-conformista, i liberi pensatori e i protestanti intolleranti che non in me il cattolico, i reazionari che hanno paura delle mie idee sociali» («Lettera di Alexandre Marc a Padre Antoine Verleye», citata in Isabelle Le Moulec-Deschamps, Alexandre Marc, un combat pour l’Europe, Università di Nizza-Sophia Antipolis, 1992, p. 400).
[2] Marc ha incontrato Coudenhove-Kalergi molto presto, e con lui hascambiato alcune lettere durante gli anni Trenta, rimproverandogli una visione troppo conservatrice e «mondana» dell’Europa. Torneremo su questo tema più avanti.
[3] Christian Roy, Alexandre Marc et la Jeune Europe (1904-1934), Nizza, Presses d’Europe, 1998, p. 54.
[4] Ibidem, p. 58.
[5] Dall’opera di Robert Aron e Arnaud Dandieu, pubblicata nel maggio 1931 dalle Edizioni Riéder.
[6] Bernard Voyenne, Histoire de l’idée fédéraliste, Parigi-Nizza, Presses d’Europe, t. III, 1981, p. 164.
[7] Ibidem, p. 202.
[8] Denis De Rougemont, Politique de la Personne, Parigi, Je Sers, 1934, p.240.
[9] Titolo di un articolo redatto da Jean Jardin, Thierry Maulnier, Robert Loustau, Denis De Rougemont e Robert Aron nel n. 4 della rivista L’Ordre nouveau, ottobre 1933, pp. 1-6, ripreso nell’opera di Zeev Sternhell, Bruxelles, ed. Complexe, che vede in questo rifiuto di fare delle scelte la radice del fascismo alla francese. Si segnala la risposta dei federalisti a questo attacco, in Pascal Sigoda, «Qu’est-ce qui fait courir Z. Sternhell?», seguito da una «Note complémentaire» di Alexandre Marc in L’Europe en formation, estate 1987, n. 268, pp. 39-46 e pp. 47-50.
[10] I principi su cui si basa, esposti in Germania negli anni Dieci da William Stern e Max Scheler, erano allora sconosciuti in Francia.
[11] Alexandre Marc, Claude Chevalley, «Patrie, Nation, Révolution», in Avant-Poste, gennaio-febbraio 1934.
[12] Alexandre Marc, René Dupuis, Manifeste du Front unique de la jeunesse européenne, 1933.
[13] Alexandre Marc, René Dupuis, Jeune Europe, Parigi, Librairie Plon, 1933.
[14] Ibidem, p. XII.
[15] Christian Roy, op.cit., p. 288.
[16] «Viviamo in un vero deserto: nessuna notizia dei miei genitori; della famiglia di mia moglie; nessuna notizia dei miei amici lionesi; nessuna notizia del gruppo di Temps Présent, nessuna notizia di nessuno», in Lettera di Alexandre Marc a Bernard Voyenne, Estavayer, 24 novembre 1944, p. 1, Nizza, Centre International de Formation européenne (CIFE).
[17] Ordre Nouveau, n. 41, p. 62.
[18] Alexandre Marc, Proudhon, Libreria dell’Università di Friburgo, 1945.
[19] Dottrina che presenta nell’articolo «Le Fédéralisme intégral», in L’Action fédéraliste européenne, n. 2, 1946.
[20] Alexandre Marc, Avènement de la France ouvrière. Traditions et aspirations des travailleurs français, Porrentruy, ed. Portes de France, 1945, p. 226.
[21] «Premiers principes: Du Fédéralisme», in Ordre Nouveau, n. 2, maggio 1933.
[22] Note du 4 octobre 1943, pp. 1-2, Scritti personali di Alexandre Marc, Vence.
[23] Quelques réflexions sur l’avenir de l’Europe, 20 marzo 1944, p. 2-3, Scritti personali di Alexandre Marc, Vence. Marc aggiunge in una versione leggermente modificata dello stesso testo, redatta il 16 maggio 1944, che «è forse bene osservare che la tesi [dell’iniziativa francese] non porta danno al ruolo europeo dell’Inghilterra: ma il peso dell’impero britannico è tale che l’Inghilterra propriamente detta sarà in grado di adempiere alle sue funzioni europee soltanto quando l’unità del nostra continente si sarà affermata», pp. 2-3, Scritti personali di Alexandre Marc, Vence.
[24] Alexandre Marc, «Histoire des idées et des mouvements fédéralistes depuis la Première Guerre mondiale», in Gaston Berger (a cura di), Le Fédéralisme, Parigi, PUF, 1956, pp. 129-148.
[25] Alexandre Marc, «Pour l’action fédéraliste», in Cahiers du Monde Nouveau, marzo 1947, n. 3, pp. 104-10; Alexandre Marc, Henri Koch, Lettre circulaire n. 8, p. 3, 25 aprile 1947, WL-177, Firenze, Archivi storici delle Comunità europee (ASCE).
[26] Alexandre Marc, «Histoire des idées et des mouvements fédéralistes depuis la Première Guerre mondiale», in Gaston Berger, op. cit., p. 143.
[27] Denis De Rougemont, «The Campaign of the European Congresses», in Ghita Ionescu (a cura di), The New Polities of European Integration, Londra, MacMillan, Saint Martin’s Press, 1972, p. 12.
[28] Alexandre Marc, Lettre circulaire n. 9, 29 aprile 1947, WL-124, Firenze, ASCE.
[29] Isabelle Le Moulec-Deschamps, «Alexandre Marc et l’action européenne d’après guerre», in L’Europe en Formation, estate 1998, n. 309, p. 56.
[30] I federalisti hanno potuto contare su di alcuni aiuti per fare conoscere il Congresso di Montreux, per esempio su quello di Bernard Voyenne, giornalista di Combat e membro dell’UEF, al quale Marc inviava regolarmente dei comunicati che venivano pubblicati in anteprima sul giornale (cfr. Lettera di Alexandre Marc a Bernard Voyenne, Ginevra, 14 agosto 1947, Nizza. CIFE).
[31] Lettera a Claude Bourdet, Vaucresson, 18 settembre 1947, Scritti personali di Alexandre Marc, Vence.
[32] Rapport du Congrès de Montreux, 27-31 agosto 1947, Ginevra, p. 130.
[33] Discours d’Altiero Spinelli au Congrès de Montreux, 27 agosto 1947, AS-10, Firenze, ASCE.
[34] Ad esempio, Alexandre Marc, Lettre circulaire n. 5, 20 febbraio 1947, WL-124, Firenze, ASCE, in cui chiede che ogni documento stampato a cura di un membro dell’UEF sia inviato in 200 copie al Segretariato per essere distribuito agli altri membri.
[35] Alexandre Marc, Lettre circulaire n. 15, 10 giugno 1947, WL-177, Firenze, ASCE.
[36] Henri Brugmans, A travers le siècle, Bruxelles, Presses interuniversitaires européennes, 1993, p. 240.
[37] Lettre de Henri Brugmans, Alexandre Marc et Raymond Silva aux membres de l’UEF, 21 novembre 1947, UEF-210, Firenze, ASCE.
[38] Citato in Isabelle Le Moulec-Deschamps, op.cit., p. 316.
[39] Titolo di un articolo apparso su L’Europe en Formation, primavera 1944, n. 292, pp. 46-47.
[40] Alexandre Marc, Brochure de l’UEF, 20 pagine, dicembre 19448, UEF-128, Firenze, ASCE.
[41] Alexandre Marc, «L’Europe assume son destin», in Cahiers du monde nouveau, n. 5, maggio 1948, p. 4.
[42] Alexandre Marc, Projet concernant la délégation française pour les Etats-Généraux de l’Europe de La Haye, 17 novembre 1947, AS-10, Firenze, ASCE.
[43] Lettera a André Voisin, Ginevra, 18 febbraio 1948, p. 1, Scritti personali di Alexandre Marc, Vence.
[44] Lettera di Alexandre Marc a Bernard Voyenne, Ginevra, 28 gennaio 1948, p. 1, Nizza, CIFE. Questa impressione appare ancora più netta in una lettera alla stessa persona un mese più tardi: «Prova politica: l’orientamento dell’UEF mi inquieta, temo di perdere il controllo di questa ‘macchina’ che io ho costruito e di essere ridotto il ruolo di apprendista stregone», Lettera di Alexandre Marc a Bernard Voyenne, 6 febbraio 1948, p. 2, Nizza, CIFE.
[45] Altiero Spinelli, Memorandum sulla preparazione del Congresso dell’Aia, 22 gennaio 1948, AS-11, Firenze, ASCE.
[46] Michel Mouskhely, Gaston Stefani, Avant-projet de constitution fédérale européenne, 5 marzo 1948, ME-404, Firenze, ASCE.
[47] Questo richiamo all’ordine causa un primo conflitto Alexandre Marc e Brugmans, al quale allude in due Lettere a Bernard Voyenne, Ginevra, 23 gennaio 1948, p. 1 e 3, e 24 gennaio 1948, p. 1, Nizza, CIFE.
[48] Aide-mémoire pour le président Léon Blum, 3 novembre 1947, WL-99, ASCE.
[49] Alexandre Marc, Lettre aux membres du Comité Central, 21 dicembre 1947, p. 1, WL-84, Firenze, ASCE.
[50] Lettera di Alexandre Marc a Harry Hynd, Ginevra, 26 gennaio 1948, UEF-3, Firenze, ASCE; Lettera di Alexandre Marc a M. Mitrinovitch, Ginevra, 7 febbraio 1948, UEF-3, Firenze, ASCE; Lettera di Alexandre Marc a Richard Acland, Chambre des Communes, 24 febbraio 1948, UEF-2, Firenze, ASCE.
[51] Communiqué de presse de l’UEF, L’Aia, 11 maggio 1948, UEF-210, Firenze, ASCE.
[52] Alexandre Marc, «De l’unionisme au Fédéralisme», in Fédération, n. 40, maggio 1948, pp. 9-11.
[53] Lettera a Henri Frenay, Ginevra, 16 novembre 1948, Nizza, CIFE; Lettera a Claude-Marcel Hytte, Ginevra, 17 novembre 1948; Lettera a Raymond Rifflet, novembre 1948, Scritti personali di Alexandre Marc, Vence.
[54] Lettera a Alexandre Marc, 1 novembre 1948, Scritti personali di Alexandre Marc, Vence.
[55] Lettera di Alexandre Marc a J. Schroeder, Ginevra, 18 luglio 1948, Scritti personali di Alexandre Marc, Vence.
[56] Lettera di Alexandre Marc a Raymond Silva, Ginevra, 25 maggio 1944, Firenze, ASCE; Lettera a Suzanne Marc, 11 maggio 1948, Lettera a V., 11 maggio 1948, Lettera a Anne-Marie Trinquier, 22 maggio 1948, Scritti personali di Alexandre Marc, Vence.
[57] Alexandre Marc, Lettre circulaire n. 11, 18 giugno 1947, WL-177, Firenze, ASCE.
[58] Citato in Isabelle Le Moulec-Deschamps, op. cit., p. 435.
[59] Ibidem, p. 440.
[60] Lettera di Alexandre Marc a Guglielmo Usellini, Versailles, 27 luglio 1950, UEF-12, Firenze, ASCE.
[61] Titolo dell’editoriale del Bulletin de l’UEF, n. 3 bis, 25 agosto 1948, UEF-245, Firenze, ASCE.
[62] Alexandre Marc, Rapport sur la création d’un Département Institutionnel, 19 dicembre 1948, UEF-128, Firenze, ASCE.
[63] Cfr. il testo di Lucio Levi, in Lucio Levi, Guido Montani, Francesco Rossolillo, Trois introductions au Fédéralisme, Lione-Ventotene, I Quaderni di Ventotene, Istituto di Studi Federalisti Altiero Spinelli, 1989, p. 53.