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Anno XXIII, 1981, Numero 2, Pagina 119

 

 

LE RAGIONI DEL FEDERALISMO EUROPEO*
 
 
1) Esiste una letteratura federalista europea. Si potrebbe distinguerla in due fasi: una fase di pure aspirazioni, dall’utopismo di Saint-Simon, alle appassionate esortazioni di Victor Rugo, all’idealismo mazziniano ecc. Letteratura poco nota in Italia per un fatto politico: il corso degli studi storici, e soprattutto la circolazione di questi studi durante il fascismo. Una buona indicazione su questa letteratura, in un vasto quadro storico, è data nel saggio di Carlo Morandi «L’idea dell’unità politica dell’Europa nel XIX e XX secolo» (in Questioni di storia contemporanea a cura di Ettore Rota, Marzorati, Milano 1952).
Ed una fase politica, nella quale sta la saggistica di Einaudi, fiorita principalmente in Inghilterra tra il 1930 e il 1940 di fronte alla crisi della Società delle Nazioni, crisi nella quale acquistò senso il termine, gravido di significati, di anarchia internazionale. Parteciparono alla elaborazione di questa letteratura alcuni tra i più illuminati esponenti della cultura politica ed economica, degli studi di politica internazionale, da Robbins a Beveridge, da Lord Lothian a Barbara Wootton ecc. I volumi del Robbins furono anche tradotti in italiano: presso Einaudi quello sulle cause economiche della guerra, presso Rizzoli quello sull’economia pianificata e l’ordine internazionale ecc.; presso la Nuova Italia, in un volume antologico sulla Federazione europea, il saggio di B. Wootton su socialismo e Federazione. Scritti federalisti di Einaudi sono raccolti in un volume delle edizioni di Comunità dal titolo: «La guerra e l’unità europea». Informazioni più complete esigono l’accesso a volumi non tradotti, e non è qui il caso di dare bibliografie complete.
In Italia Spinelli, Rossi e Garosci principalmente, durante e dopo la seconda guerra mondiale (ancora qualche indicazione di massima: scritti di Spinelli e Rossi nel volume antologico citato, pure di Spinelli, sempre presso la Nuova Italia, nel volume dal titolo «Dagli Stati sovrani agli Stati Uniti d’Europa», di Garosci, presso Comunità, sul «Pensiero politico degli autori del Federalist»). Così pure in Francia ecc.
Ciò senza considerare due filoni della letteratura federalista in genere. Quello propriamente speculativo, che ha in Kant un suo autore come critico del diritto internazionale; e dopo Kant si può dire che l’autentica buona coscienza non può identificarsi con nessuna cittadinanza (identificarsi dico senza residui) che non sia di una Federazione mondiale. Si tratta, evidentemente, di una nozione valida soltanto sul piano del dover essere, degli studi morali. E quello propriamente costituzionale, connesso alla esperienza della vita delle Federazioni esistenti. Testi di gran fondo, come quello di Hamilton, Jay e Madison, il «Federalist», che in Inghilterra si ristampano nelle collezioni dei classici della scienza politica accanto ai Locke, agli Hobbes ecc., sono assolutamente sconosciuti, e pressoché dappertutto non tradotti, nel Continente. Problemi di decisivo rilievo etico-politico, come la discussione sulle istituzioni federali nell’era roosveltiana, perché incidenti nell’eterno problema dei rapporti tra il potere dello Stato e i diritti dei cittadini di fronte a concrete esigenze umane, e la letteratura relativa, sono praticamente ignoti nella cultura politica italiana, e scarsamente studiati in genere nella cultura continentale.
Trattare dunque di problemi federalisti, o di prospettive federaliste per l’Europa, senza tener conto, direttamente o criticamente, di questa letteratura, significa soltanto fare del provincialismo politico e culturale.
2) La letteratura politica del federalismo europeo ha un carattere singolare. Essa infatti ha formato strumenti concettuali che si sono mostrati, nei confronti dell’esperienza, eccellenti canoni di giudizio per intendere lo svolgimento della politica internazionale, e che hanno dato forti contributi per intendere lo svolgimento della politica interna sino al suo massimo rilievo, quello statale, nel Continente.
Nel 1918 Einaudi poté prevedere il disastro d’una ricostruzione internazionale poggiata su due principi, quello pseudodemocratico della Società delle Nazioni, e quello spesso falso della autodeterminazione dei popoli (che sono in realtà determinazioni dell’equilibrio politico internazionale: infatti usano, come strumento di legittimazione, mezzi formalisticamente democratici quali plebisciti, elezioni a piattaforma imposta ecc., nei quali la risposta è già contenuta a priori), perché possedeva un criterio superiore, quello federalista, che gli permise di giudicare i termini reali della situazione, termini reali che furono irraggiungibili per il patrimonio politico democratico-nazionale, che poté pensare che una ricostruzione come quella di Versaglia, e l’istituto della Società delle Nazioni, fossero cose serie.
A prescindere dagli esempi, qui conta dare la ragione della cosa. Si tratta di constatare secondo quali concezioni il patrimonio politico democratico-nazionale, ed il comunismo, giudicano e fanno la politica internazionale. La fanno, senza nemmeno ben saperlo, in base alla ragion di Stato. E questo comporta ovviamente che il corso della politica internazionale si svolge di fatto con una minima e trascurabile incidenza democratica. Naturalmente questa constatazione si ridurrebbe soltanto alla presa di coscienza dell’area reale delle possibilità democratiche nel processo politico, se la situazione non fosse molto più grave. La ragion di Stato, nell’Europa continentale, non è più in grado di produrre un ordine internazionale; e determina, sotto il velame delle dichiarazioni diplomatiche, della cecità dell’opinione pubblica, della classe politica e della classe culturale (il che mostra quali pesanti rapporti esistano tra le istituzioni politiche ed il corso stesso della verità) una reale anarchia internazionale. Cosa di cui si rende facilmente conto qualunque persona di media cultura che ripercorra, secondo la visuale della vita del sistema europeo, e delle sue coordinate di svolgimento, la storia d’Europa dal secolo XVI a oggi, sino al suo recente produrre un caos di organizzazioni internazionali impotenti, ed istituzioni statali totalitarie.
In una situazione di questo genere sono valide due conseguenze. Chi pensa la politica internazionale con la categoria dello Stato nazionale (che è l’attuale categoria-feticcio del precario ed in via di decomposizione processo politico europeo, dopo che la irresponsabilità di tanti reggitori delle cose europee ci ha ridato, con l’UEO, la ricostruzione del sistema degli Stati nazionali) non capisce più niente. Consapevoli oppure no, coloro che pensano in questi termini pensano infatti in termini di ragion di Stato, cioè in termini di convergenza in un equilibrio delle varie ragion di Stato. Il che comporta pensare come possibile questo equilibrio, farsi reggere dal fine della individuazione e della realizzazione di questo equilibrio, e dello stare efficacemente in esso. Cioè pensare un assurdo, un fantasma, un idolo baconiano. Coloro che pensano in tal modo, e ciò è molto più grave, non dirigono più il processo politico, perché non lo conoscono; ma si fanno dirigere da un moto incomposto e irrazionale.
Infatti il dato è questo: l’equilibrio, con le istituzioni statali nazionali ed il patrimonio culturale-politico dominante, non è possibile; quindi l’unica possibilità di capire la situazione sta nel possesso delle categorie culturali capaci dell’intelligenza del caos attuale. In realtà in questa nozione è fissata, sia pure in termini soltanto formali, la coscienza attuale della situazione internazionale, che il mondo politico e culturale svolge negli strani, e insignificanti termini, della guerra fredda, della guerra calda, della distensione, della cortina ecc., termini nei quali c’è soltanto la presa di coscienza di certe conseguenze dello stato delle cose, ma non l’intelligenza della sua radice.
Naturalmente qualcuno potrebbe obiettare che in realtà un equilibrio c’è sempre. E sono d’accordo, ma si aprirebbe soltanto una questione di terminologia. Quando infatti diciamo equilibrio in sede politica alludiamo a significati concretamente fissati nel termine dal corso storico. Cioè la realtà e la nozione di ragion di Stato e di equilibrio di potenza, nella vita del sistema europeo, che fu sino alla prima guerra mondiale il sistema mondiale. Equilibrio che non poté impedire la guerra, ma permise una evoluzione positiva della realtà politica, nella quale poté entrare una componente razionale (i classici ministri della ragion di Stato svolsero un capitolo della storia della ragione, e l’equilibrio di forze che resse la vita del sistema europeo comportò la presenza della ragione).
E qualcun altro griderà: «Dagli all’untore!» perché si parla di ragion di Stato e di equilibrio di forze nel campo della politica internazionale, in luogo di parlare di democrazia; e traverso questa, della direzione degli interessi popolari, e della libera dialettica della verità, nel processo della politica. Tuttavia questi valori entrano nella politica estera soltanto come cose «interpretate» dai reggitori politici, anche in regime di democrazia. L’elettorato sta, nei confronti delle esecuzioni politiche, in un rapporto di inter-azione, cioè con reazioni proprie di fronte ad impostazioni che non sono sue, ma sono elaborazioni di cultura politica che si sono potute tradurre nella linea politica dei partiti. E vota queste linee, nella misura in cui le capisce, misura evidentemente limitata; oppure, più generalmente, vota quel certo finalismo che ha preso corpo nei partiti. Quindi esercita un certo controllo nella composizione dell’equilibrio dei vari finalismi politici presenti in una società. Ma la politica estera esclude questi finalismi, perché è definita in un campo di forze che piega alla sua logica gli stessi Stati, i quali non stanno nella politica internazionale secondo libertà, cioè con la facoltà di fare quello che vogliono, ma secondo necessità. È ancora vera la massima del duca di Rohan: «I principi comandano i popoli, e l’interesse comanda i principi». Il principe, in alcuni Stati del mondo, è divenuto democratico; cioè il potere politico dipende da elezioni interne; ma la politica internazionale non è mutata. Non esiste nessun organo democratico, cioè eletto seriamente, che faccia pesare degli interessi popolari nel regolamento degli affari internazionali. Esiste l’ONU, e la fungaia delle organizzazioni internazionali dove gli esperti fanno il bello e il brutto tempo. In queste condizioni parlare di politica estera democratica è parlare di favole.
Ma c’è un’altra conseguenza più grave, sempre rispetto alla politica interna, cioè all’area politica dove ha potuto prendere un certo corpo la democrazia. Poiché valgono queste condizioni nella politica internazionale, vale ancora la concezione di von Ranke, cioè la dipendenza della politica interna dalla dinamica dell’equilibrio internazionale.
«L’interesse comanda i principi» cioè la politica internazionale piega alla sua logica la vita e l’azione degli Stati. E nell’area europea, dove esiste, col sistema degli Stati nazionali, soltanto l’alternativa anarchia-dipendenza, esistono soltanto alternative di Stato subordinato o Stato paranoico, cioè Stato che, nel tentativo di sottrarsi alla realtà e al calcolo dell’equilibrio internazionale, muta per necessità la ragion di Stato in elementare volontà di potenza. Lo Stato paranoico lo conosciamo bene: è, nella sua incarnazione coerente, lo stato hitleriano. Stato subordinato significa Stato che regge su un equilibrio di forze che ha il suo baricentro fuori dall’area nazionale. Può anche conservare, questo tipo di Stato, se le spinte internazionali sono adatte, una democrazia formalistica; ma la democrazia nella sua realtà, cioè nell’esistenza d’un certo condizionamento popolare delle esecuzioni politiche e di una certa dialettica della verità, si riduce ad una mera finzione. E questa stessa finzione sta in piedi non per se stessa; ma sinché il sistema internazionale la tiene in piedi.
A queste misure è legato il contributo che una cultura federalista può dare, con l’intelligenza della politica internazionale, alla intelligenza della dinamica della politica interna nell’Europa continentale.
3) Poiché questa letteratura conteneva, nel suo farsi, una condizione di fondo per intendere la realtà della situazione politica, nel suo corpo si è prodotta una revisione coerente degli schemi d’azione tradizionali. Questi sono ancora, con un certo numero di varianti, quelli liberali e quelli socialisti (salvo che nello Stato subordinato e in quello paranoico, dove la realtà politica comporta schemi più elementari di azione e di coscienza). Non è possibile dare, in un breve articolo, un rendiconto completo di questa letteratura; ma anche qui si può darne, sinteticamente, la ragione: secondo lo svolgimento del mercato nel quadro politico, secondo lo svolgimento dello Stato, secondo lo svolgimento di una azione per la pace dell’area democratica della politica.
Secondo lo svolgimento del mercato nel quadro politico, Robbins ha revisionato gli schemi d’azione liberale: criticando il fondo ancora utopistico, rispetto al mercato internazionale, del cobdenismo (ma questo fondo utopistico, si può aggiungere, aveva una giustificazione reale: esisteva quella Inghilterra che Halevy chiamò una repubblica mercantile internazionale, cioè un potere politico proprio in grado di fare, embrionalmente, la pianificazione liberale internazionale), egli trovò che il mercato della concezione classica, per realizzare logicamente la sua finalità dell’ottimo sociale, esige un potere politico reale a livello internazionale che possa realizzare la pianificazione internazionale. Concezione nella quale si coglie la verità di quelle mezze verità che pronunziano i liberali e i socialisti spregiudicati quando professano la teoria dei due settori, il privato ed il pubblico.
Secondo lo svolgimento dello Stato, Spinelli ha respinto due miti che reggono l’intelligenza dello Stato, il mito illuministico dell’uomo fondamentalmente buono (l’ipotesi irrazionale che regge l’equazione, arbitraria, di Rousseau, di volontà buona e volontà generale) ed il mito romantico delle masse (classi, popolo o altro) in cui misticamente dovrebbe albergare una missione universale, mostrando come lo Stato nazionale, nell’Europa continentale, in luogo di poggiare sul socialismo o sulla democrazia, poggia in realtà sul sezionalismo. Cioè sulla disgregazione della società, nella quale lo Stato degenera da organizzazione politica al servizio dei bisogni umani in organizzazione politica al servizio degli interessi sezionali, rendendo puramente formalistico il processo del pensiero liberale e socialista in un campo reale che si svolge di fatto su altri schemi.
Secondo lo svolgimento di una azione per la pace dell’area democratica della politica, B. Wootton ha sottoposto a revisione critica i concetti che presiedono all’azione dell’unico strumento elaborato sinora dalla democrazia (nel senso effettivo, dunque non lo Stato ma appunto l’azione dell’area politica dove funziona un certo condizionamento popolare nel sistema internazionale): l’internazionale socialista, condizionandola a questa alternativa: o lottare per la Federazione, o restare impotente. Che poi l’Internazionale sia rimasta in realtà impotente è un fatto, e ciò si deve ai fattori politici non messi in luce dalla Wootton, forse per un residuo delle concezioni democratiche volgari, che assegnano agli strumenti d’azione, alle istituzioni ecc. la rosa completa delle finalità generalmente emergenti nel giudizio politico, e non soltanto quelle che sono realmente compossibili ad ogni tipo di strumento o di istituto.
4) Le cose più importanti si possono dire soltanto con una certa coscienza di quanto esposto nei punti 1, 2 e 3. L’esposizione è stata per necessità costretta, riducendosi ad un articolo, ad una terminologia astratta; e alla semplice presentazione di certe conclusioni in termini astratti. Ma il lettore intelligente può riversare in queste conclusioni il suo patrimonio politico-culturale reale, e misurarlo rispetto agli schemi correnti e agli schemi che si producono in una cultura federalista. Se farà questa esperienza (e questa non è astratta: richiede, per così dire alla svelta in termini kantiani, il riempimento di tali conclusioni, usate come categorie, con i dati dell’esperienza, la produzione del giudizio insomma) potrà rendersi conto seriamente di ciò che segue. Le acquisizioni di uno stato di coscienza e di indagine federalista sono, per alcuni Stati, soltanto verità culturali. Cioè elaborazioni dottrinarie nel corpo storico della esperienza non dello svolgimento reale della politica, ma della cultura. Dovrebbero già entrare nella politica estera di questi Stati, perché sono le condizioni dell’intelligenza di dati importanti (quelli europei) del processo; ma di fatto vi entrano poco, e spiegano la mancanza di una feconda politica estera dell’Inghilterra, e anche degli USA, proprio perché non sono ancora criteri di intelligenza della politica interna, nella quale gli schemi classici funzionano ancora abbastanza bene non essendo queste società vittime della disgregazione sezionale. Vi entrerebbero maggiormente, in presenza di una seria iniziativa europea per una Federazione, che realizzerebbe, già nel suo porsi come linea politica prima che come realtà istituzionale, l’unico significato possibile attuale dei conati di terza forza e di autonomia europea, perché farebbe entrare nella dinamica dell’equilibrio internazionale una nuova componente.
Ma queste acquisizioni sono, per l’Europa continentale, la verità politica, cioè l’insieme dei canoni per capire la situazione, quindi l’unico mezzo per agire bene, per controllare il processo anziché farsene controllare. Contro questa verità si spuntano tutte le altre verità politiche emergenti o tradizionali, che divengono, al suo confronto, semplici verità parziali, cioè criteri d’azione parziale, capaci d’azione positiva soltanto nella misura in cui riescono a collegarsi, conoscendola, con la diagnosi della situazione generale.
Naturalmente questo non vuol dire che avremo la Federazione europea. In assoluto, e quindi formalmente, vuol dire soltanto che in questo stato di coscienza e di indagine è possibile conoscere la evoluzione della situazione, sia che essa debba essere positiva, sia che essa debba essere di nuovo, come nel primo dopoguerra, negativa. Che altri stati di coscienza, cioè, nel fatto, quelli tradizionali, né conoscono il processo, né lo dirigeranno. Perché si trovano ad essere senza pensiero rispetto alla realtà della situazione.
Tutto ciò non comporta che per essere federalisti occorra la conoscenza di questa letteratura. Il federalismo è un valore di azione: come in Inghilterra un uomo qualunque è cittadino perché ama le istituzioni del suo paese, e non perché ha una conoscenza culturale dei valori che si sono incarnati in quelle istituzioni, così si può essere federalisti per amore dell’Europa. Anzi, si è federalisti solo per amore dell’Europa, quali siano le consapevolezze politico-culturali che la propria esperienza, e l’esperienza dell’azione, permettono di raggiungere. Si tratta di una condizione assai vicina a quella del patriottismo. E la patria è la realtà di un appello che parla ad una collettività con molte voci: della cultura, delle tradizioni, degli affetti, degli interessi ecc. appello nel quale queste voci non decadono a retorica, staccando il simbolo, il mito, dalla verità, quando poggia su una organizzazione politica capace di servire gli interessi fondamentali politico-sociali degli uomini che la compongono. Dire che oggi gli italiani; ma anche i francesi, i tedeschi, sono senza patria è semplicemente dare un giudizio di realtà. E fu una esperienza anche sentimentale per ogni antifascista che nel corso della seconda guerra mondiale dovette augurarsi la sconfitta del proprio paese, vivendo una tragica lacerazione della propria coscienza reale. Si può dire che il proprio paese era mistificato, ma soltanto il lassismo morale, la mancanza di coraggio potrebbero negare che l’Italia fascista fosse il paese reale. Nessun sofisma può distruggere questo fatto reale e dolente: l’Italia fu fascista, come la Francia fu anche petainista. Non solo, le alternative etico-politiche nelle quali maturò la resistenza al fascismo non furono frutto della coscienza nazionale, ma d’una coscienza ben più vasta. In termini nazionali avrebbero ragione i fascisti di dirci che abbiamo tradito, di ricordarci: «wright or wrong, my country». Non c’è nulla di più falso, moralmente, del dire, nell’occasione del decennio che: «siamo tutti figli d’una stessa madre», l’Italia. Eppure soltanto questo fu il perno che permise l’unità della celebrazione, ridotta a pura manifestazione governativa.
Perché sono proprio queste «madri» che hanno rifatto le cose; e ci hanno ridato la Francia dell’opportunismo della Terza repubblica, e ci hanno ridato l’Italia del governo, non del popolo, ricostruendo le incubatrici delle antiche tare nelle quali veramente non stanno delle patrie, ma delle comunità nazionali prive di unità, dotate d’una coscienza nazionale si e no buona per tirare avanti, incapace di reggere il compito della libertà e della giustizia moderne, matrici di guerra civile nei momenti in cui si giunge alla resa dei conti.
5) Qualcuno verrà a dirmi che non è possibile avere gli Stati Uniti d’Europa. Mi ricorderà il «reale», e crederà di aver dato un giudizio politico. Ma avrà detto soltanto che oggi ci sono gli Stati nazionali, e non ci sono gli Stati Uniti d’Europa: nulla di più. Cioè che gli incentivi normali di coscienza e d’azione stanno dalla parte nazionale; che il giudizio politico normale (conservatore), in quanto giudizio che tende all’amministrazione degli equilibrii politici già dati — e non giudizio (come quello novatore) che tende alla modificazione degli equilibri politici per acquisire la possibilità di soluzioni nuove — non contiene la possibilità federalista. Per il resto, nulla. Assolutamente parlando, il futuro è della coscienza morale, salvo per chi ha fatto del marxismo un insieme di formulette dogmatiche presiedute dall’interprete (il potere politico) autorizzato. Politicamente parlando, siamo in una fase di crisi profonda dell’ordine internazionale, e dell’ordine interno negli Stati continentali europei dove vive una democrazia formalistica incapace di produrre, nel quadro istituzionale nazionale, l’unità del popolo, cioè il fondamento degli Stati. Viviamo dunque un tempo nel quale è possibile modificare radicalmente gli equilibri politici; e vale un discorso come quello fatto, per cui non è utopistico lottare per la Federazione, è utopistico lottare per la libertà e la giustizia nel quadro dello Stato nazionale.
Certo la lotta federalista non è facile. Poiché essa è portatrice d’una soluzione nuova, regge su un giudizio cui non basta l’amministrazione degli equilibrii esistenti, ma cui necessita la formazione di equilibri nuovi; e ciò richiede una forte iniziativa ed esperienza personale. Il pieno attuale, quel pieno che riempie i giudizi politici correnti, è per forza di cose il nazionale, non l’europeo. Il giudizio europeo postula una lotta nella quale si deve agire in politica internazionale senza pensare — per ciò che riguarda l’Europa — in termini di politica estera ma di costruzione federalista; nella quale si deve agire in politica interna piegando, senza distruggerla, la verità democratica, cioè la dialettica delle parti, ad una azione unitaria, allo sbocco popolare. Perché l’obiettivo della lotta è uno Stato, non semplicemente un corso della politica negli Stati attuali.
Qualcosa di questo genere visse nella Resistenza europea: che si inserì nella lotta internazionale, ma con un proprio obbiettivo rivoluzionario; agì nella politica interna mantenendo le parti, ma piegandole alla disciplina unitaria dell’obbiettivo fondamentale. Al punto che la pretesa di mettere avanti alle ragioni dell’obbiettivo le ragioni della propria parte non avrebbe avuto altro senso che di collaborazione al fascismo.
Il possibile e il non possibile sono dunque dei non sensi, perché il futuro non è posseduto nel presente. Il senso della lotta federalista sta nel fatto che indica un problema, e propone un giudizio politico. Problema e giudizio nei quali oggi sta la sorte della libertà. Non si tratta certo di dire «oggi il federalismo è debole» perché varrebbe piuttosto il contrario, e cioè il federalismo è forte e debole è la coscienza della classe politica. Ma nemmeno questo conta: il vero problema è realizzare la forza del federalismo nei sei paesi che posseggono una alternativa federalista: forza che ha virtualmente dimensioni totali, le dimensioni dello stesso appello della patria perduta da ricuperare, e alla quale quindi non soltanto i politici, gli organizzatori, possono contribuire, ma assieme ad essi gli uomini della cultura, della religione, della poesia che con tutto il popolo compongono l’anima delle comunità nazionali.
 
Mario Albertini


* Questo articolo — scritto verso la fine del 1954 — è inedito perché «Il Ponte», al quale l’avevo proposto, lo rifiutò senza nemmeno rispondermi. Il fatto è quasi simbolico. Ancora oggi gli intellettuali e la classe politica, salvo lodevoli eccezioni, si rifiutano di discutere persino l’a b c del federalismo.
Pubblico ora, tanti anni dopo, questo articolo, perché mi pare che esso mostri che bastava il federalismo «canonico» (cioè quello elaborato da persone che hanno raggiunto la fama in vita o addirittura da classici come Kant: e quindi parte, almeno in teoria, del patrimonio intellettuale di ogni persona colta) per sottoporre a revisione la conoscenza politica ereditata dal passato, e per stabilire davvero un punto di contatto con il corso degli avvenimenti. Qui dunque il vecchio e il nuovo si congiungono e si biforcano, allora come ora. Per questo a me pare anche che ogni sviluppo nuovo del federalismo che voglia restare legato alla realtà storica debba iniziare da esperienze di questo genere, o farle sue.

 

 

 

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