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Saggi

Anno XXIII, 1981, Numero 3-4, Pagina 134

 

 

Il nazionalismo*
 
LUCIO LEVI
 
 
1. Definizione.
Nel suo significato più generale il termine nazionalismo designa l’ideologia nazionale, l’ideologia di una formazione politica determinata, lo Stato nazionale, la quale si sovrappone alle ideologie dei partiti e tende ad assorbirle. Lo Stato nazionale genera il nazionalismo, in quanto le sue strutture di potere burocratiche e accentrate permettono di perseguire il progetto politico della fusione di Stato e nazione, cioè dell’unificazione, nel suo territorio, di lingua, cultura e tradizioni. A partire dalla Rivoluzione francese e soprattutto nel nostro secolo, prima in Europa, poi nel resto del mondo, l’ideologia nazionale ha conosciuto una diffusione così ampia che pretende di offrire il solo criterio di legittimità per la formazione di uno Stato indipendente nel mondo moderno; e, nello stesso tempo, afferma che un mondo ordinato e pacifico si può fondare soltanto su un’organizzazione internazionale di nazioni sovrane.
Ma, accanto a questo significato, ne esiste un altro, più ristretto, che designa una radicalizzazione delle idee di unità e di indipendenza della nazione e si applica a un movimento politico, il movimento nazionalistico, che pretende di essere l’unico fedele interprete del principio nazionale e il difensore esclusivo degli interessi nazionali.
Cominciamo con il prendere in esame il significato più generale. L’esposizione chiarirà il legame che esiste tra questo significato e quello più specifico.
 
2. Nazionalismo e democrazia.
L’organismo sul quale si innesta il principio nazionale è quello dello Stato sovrano, che si era formato sulle rovine della società feudale e che aveva definito la propria individualità, affermandosi come potere indipendente nel sistema degli Stati e come potere superiore agli altri centri di potere —in primo luogo la Chiesa — che operavano in seno allo Stato. E, occorre sottolineare che, allo inizio, lo Stato sovrano aveva una struttura autoritaria, la sovranità apparteneva infatti al monarca assoluto. Ora, con il principio nazionale, si afferma lo Stato popolare, si afferma, in altri termini, lo Stato che si fonda sulla sovranità popolare. Il movimento nazionale si batte perché venga riconosciuto il diritto di ogni popolo a diventare padrone del proprio destino. In tal modo, esso persegue due finalità, una interna e una internazionale. Sul piano interno esso lotta per dare ai popoli coscienza della loro unità attraverso l’attribuzione degli stessi diritti democratici a tutti gli individui, i quali acquisiscono così la capacità di partecipare alla determinazione della politica dello Stato. Sul piano internazionale, il principio dell’autodeterminazione dei popoli permette di realizzare l’indipendenza nazionale e di fondare in tal modo la politica estera dello Stato sulla volontà del popolo senza interferenze da parte di altri Stati.
Il principio democratico e il principio nazionale si sono, in effetti, affermati contemporaneamente in Europa durante la Rivoluzione francese, ma vanno distinte le rispettive finalità. Mentre il valore che persegue il principio democratico è l’uguaglianza politica, il fine del principio nazionale è mettere lo Stato nelle mani del popolo.
Il principio della sovranità popolare fu teorizzato da Rousseau, il quale sostituì all’idea che lo Stato costituisce un dominio personale del principe l’idea che lo Stato appartiene al popolo, definito come un insieme di cittadini e non di sudditi. In questo modo egli voleva contestare la personificazione dello Stato con le figure del re e dell’aristocrazia. La sovranità popolare divenne poi il principio ispiratore della Rivoluzione francese. Robespierre afferma infatti a questo proposito: «Negli Stati aristocratici la parola patria non ha un senso che per le famiglie patrizie, cioè per coloro che si sono impadroniti della sovranità. Soltanto in democrazia lo Stato è veramente la patria di tutti gli individui che lo compongono e può contare su tanti difensori interessati alla sua causa quanti sono i suoi cittadini». Così la nazione divenne la formula politica attraverso la quale in un primo tempo la borghesia, successivamente le classi medie e infine tutto il popolo identificarono l’affermazione dei loro diritti e il progresso delle condizioni materiali contro i privilegi e il dominio arbitrario dei monarchi, dell’aristocrazia e del clero.
L’affermazione del principio nazionale rappresenta dunque una tappa fondamentale nella storia della formazione dello Stato moderno, quella forma di organizzazione politica che sostituisce la razionalità burocratica e il controllo democratico del potere politico ai comportamenti di dipendenza personale, caratteristici dell’età feudale. E si può sostenere anche che l’affermazione del principio nazionale, nella misura in cui costituiva la formula che consentiva di raggiungere, sia pure in modo parziale, l’obiettivo della sovranità popolare, coincideva nell’Ottocento in Europa con la linea evolutiva di fondo del progresso storico. La stessa valutazione va applicata ai paesi in via di sviluppo, che dopo la seconda guerra mondiale si sono liberati dal dominio delle potenze coloniali.
 
3. L’ideologia nazionale.
Tutto ciò non significa però che il nazionalismo sia il prodotto spontaneo del processo storico nell’Europa del XIX secolo. Si tratta di un’ideologia unificatrice, deliberatamente elaborata per garantire la coesione del popolo nello Stato.
La fraternité è il grande ideale collettivo della Rivoluzione francese. Su di essa si fonda l’idea di nazione, il riflesso ideologico dell’appartenenza a uno Stato nel quale la classe dirigente vuole imporre a tutti i cittadini l’unità di lingua, di cultura e di tradizioni e quindi tenta di trasferire sul piano statuale i sentimenti di attaccamento che gli uomini hanno sempre avuto verso la propria comunità naturale (per una critica dei criteri più diffusi per definire l’individualità nazionale v. Nazione[1]).
Per esempio, lo Stato, per svolgere efficacemente la propria azione su tutto il territorio, ha bisogno di una lingua unica che permetta un collegamento diretto e stabile tra gli individui, le cui relazioni economiche e sociali hanno acquisito dimensioni nazionali, e il governo centrale. Cosi lo Stato impone l’unità di lingua. Ma questo obiettivo non è mai raggiunto al cento per cento. Malgrado lo sforzo di nazionalizzazione delle minoranze linguistiche perseguito dai governi nazionali, l’unità di lingua non è mai realizzata. Il che significa che, nel senso proprio della parola, come è stato messo in luce da Mario Albertini, la nazione non esiste. Ma la maggior parte degli uomini è convinta che esista. E, in effetti, lo scopo ultimo dell’operazione politica della fusione di Stato e nazione è proprio quello di sviluppare il sentimento nazionale, di coltivare l’idea che tutti gli abitanti di uno Stato appartengono alla stessa nazione e che la divisione politica tra le nazioni è giusta e naturale e persino sacra.
Ha scritto a questo proposito Popper in Congetture e confutazioni: «L’assoluta assurdità del principio dell’autodeterminazione nazionale deve essere palese a chiunque si sforzi anche solo per un momento di criticarlo. Tale principio equivale alla esigenza che ogni Stato sia uno Stato nazionale, che sia limitato ad un confine naturale, e che questo coincida con la naturale dimora di un gruppo etnico, la «nazione», sicché dovrebbe essere il gruppo etnico, la «nazione», a determinare e a proteggere i confini naturali dello Stato. Ma degli Stati nazionali di questo genere non esistono». Proprio per queste sue caratteristiche, l’idea di nazione ha permesso di giustificare qualsiasi frontiera e di metterle in discussione tutte.
Tuttavia, malgrado questo limite, l’idea di nazione è l’immagine mistificata che permette agli individui di raffigurarsi l’idea dell’appartenenza dello Stato al popolo.
La democrazia è infatti un’ideologia che, nella sua attuazione integrale, configura una società che si regge senza coercizione, o almeno una società che si fonda sull’autocostrizione di tutti nei confronti di tutti. Entrato in crisi il principio di legittimità dinastica, l’ideologia democratica non era da sola sufficiente a garantire l’unità dello Stato contro gli effetti disgregatori dell’antagonismo tra le classi e della lotta di potenza tra gli Stati. L’idea di nazione svolse dunque il ruolo di strumento di integrazione dei cittadini nello Stato democratico.
 
4. L’aspetto di struttura del nazionalismo.
Prendiamo ora in esame le caratteristiche strutturali della nazione. Il principio nazionale cambia profondamente il contenuto politico dello Stato sovrano. L’elezione rappresenta la procedura che permette al popolo di scegliere la propria classe dirigente e l’indirizzo politico del governo. Nella sua forma tipica, così come si è venuto formando nel secolo scorso in Francia e, successivamente, nel resto del continente europeo, lo Stato nazionale ha una struttura accentrata. La democrazia si esprime pienamente solo sul piano nazionale senza la base dell’autogoverno locale. E anche nei casi in cui sono elettivi, gli enti locali sono subordinati al governo centrale. L’istituzione dei prefetti garantisce che l’amministrazione del territorio sia assoggettata al controllo diretto del governo centrale.
Il modello giacobino della repubblica una e indivisibile poggia esclusivamente su due elementi: il cittadino e la nazione. Esso non riconosce nessuna realtà giuridica e politica intermedia. Nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino si legge: «Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione; nessun corpo, nessun individuo può esercitare un’autorità che non emani direttamente da essa».
In effetti, il centralismo democratico fu lo strumento dal quale i giacobini si attendevano la liberazione dell’individuo dalle vecchie istituzioni politiche ed economiche locali, nelle quali si annidavano i privilegi delle vecchie classi dominanti. Ma le autonomie provinciali in Francia prima del 1789 non corrispondevano soltanto ai privilegi di notabili locali gelosi delle loro prerogative, ma anche a interessi parassitari di lavoratori membri delle corporazioni, che costituivano una sopravvivenza del sistema feudale. Rispetto a questo sistema il centralismo democratico ha rappresentato indubbiamente un progresso e la premessa per ricostruire le autonomie regionali e locali in termini democratici.
In realtà, lo Stato assoluto aveva già attuato in gran parte l’opera di centralizzazione del potere e di sradicamento delle comunità. Lo Stato nazionale la porta a compimento, abbattendo tutte le barriere dalle quali era frammentata l’attività economica e politica ed eliminando i vecchi lealismi feudali che ostacolavano l’attuazione dell’unità nazionale.
Nello stesso tempo, la politica di accentramento burocratico-militare fu necessaria anche per ragioni di carattere internazionale, per fronteggiare cioè in modo efficace le potenziali aggressioni degli Stati confinanti nell’atmosfera tradizionalmente carica di tensioni del continente europeo. Di conseguenza, lo Stato continentale aveva bisogno di una integrazione dei cittadini nello Stato, tanto serrata quanto accentrato era il potere, in modo da sottoporre al controllo diretto del governo centrale gran parte delle risorse materiali e ideali del paese. Per realizzare questo obiettivo, lo Stato nazionale si servì di istituzioni appropriate: oltre alla tutela del prefetto sugli enti locali, cui abbiamo fatto cenno e il sistema amministrativo uniforme su tutto il territorio dello Stato, la scuola di Stato, come strumento della formazione nazionalistica dei giovani, e la coscrizione militare obbligatoria, la quale, immettendo la popolazione nel sistema difensivo-militare dello Stato, tende a sopprimere la distinzione tra soldati e civili, a trasformare i cittadini in fedeli servitori dello Stato e a far prevalere il potere militare su quello civile.
Queste istituzioni sono altrettanti strumenti che permettono di giungere a una rapida mobilitazione in caso di guerra e a una efficace repressione dei movimenti di opposizione, i quali, dividendo la società, ne indeboliscono la capacità difensiva. Esse sono sconosciute e comunque non hanno mai messo profonde radici negli Stati di tipo insulare, come la Gran Bretagna, i quali, non avendo frontiere territoriali in comune con altri Stati, nell’epoca del sistema europeo erano influenzati in misura minore degli Stati continentali dalle esigenze di sicurezza, hanno sviluppato strutture politiche decentrate e hanno lasciato, di conseguenza, maggior spazio ai fattori che alimentano il libero sviluppo della società.
 
5. La base storico-sociale del nazionalismo.
Resta ancora da prendere in esame la base storico-sociale del nazionalismo. Le trasformazioni storiche che stanno alla base della formazione dello Stato nazionale e dell’ideologia nazionale sono comprensibili solo nel contesto di quella grande svolta nell’evoluzione del modo di produrre, determinata dalla rivoluzione industriale. Essa determina l’estensione delle relazioni di produzione e di scambio e di tutti gli altri aspetti della vita sociale direttamente o indirettamente collegate a queste relazioni fino alla formazione di un mercato e di una società di dimensioni nazionali. In altri termini, la rivoluzione industriale spezza le piccole unità produttive agricolo-artigianali e le anguste comunità quasi naturali e tradizionali, che costituivano l’orizzonte di vita della grandissima maggioranza della popolazione e dilata enormemente il contesto economico-sociale al quale appartiene l’individuo. Di conseguenza, un numero crescente di comportamenti si collegò allo Stato, perché gli individui esigevano l’intervento di quest’ultimo per garantire lo svolgimento ordinato delle relazioni sociali sul piano nazionale. È evidente che lo sbocco di questi processi storici è l’ingresso attivo dei popoli sulla scena della vita politica e l’apertura di un nuovo corso politico, che avrebbe, a lungo termine, portato le grandi masse popolari alla direzione dello Stato.
 
6. Indipendenza nazionale e uguaglianza tra le nazioni.
Nell’ideologia nazionale c’è un principio che si è rivelato completamente infondato: che l’indipendenza delle nazioni coincida con la loro uguaglianza. Questa affermazione non tiene conto del fatto che l’attuazione del principio dell’autodeterminazione nazionale in un mondo nel quale l’esercizio della sovranità nazionale non conosce limiti, a causa della mancanza di una legge superiore agli Stati, comporta l’uso della forza, o la minaccia di ricorrervi come mezzo per risolvere i conflitti tra gli Stati. Gli Stati vivono dunque in una situazione di guerra sempre potenziale e la difesa dell’indipendenza nazionale esige l’uso della forza.
La politica estera dei governi è decisa dalla ragion di Stato, cioè dal calcolo dei rapporti di forza tra gli Stati. E l’indipendenza riflette e non corregge la disuguaglianza tra le nazioni. Il grado di indipendenza di ciascuno Stato è determinato dai rapporti di forza, che si stabiliscono nel sistema politico internazionale. La ineguale distribuzione del potere politico nel mondo determina una gerarchia tra gli Stati, creando rapporti egemonici e imperialistici degli Stati più forti nei confronti di quelli più deboli.
Ora, l’uguaglianza è un valore che può essere garantito solo nell’ambito della legge. Infatti solo la legge può assicurare una forma di coesistenza nella quale tutti gli uomini possono essere liberi e uguali. Allo stesso modo, lo Stato federale dispone degli strumenti politici e giuridici per risolvere i conflitti internazionali e per assicurare una coesistenza pacifica tra gli Stati in un sistema nel quale ciascun governo è nello stesso tempo indipendente e coordinato con gli altri. L’indipendenza degli Stati è garantita dai tribunali, i quali, grazie al giudizio di costituzionalità delle leggi, assicurano il primato della costituzione su tutti i poteri e quindi il predominio del diritto sulla forza.
 
7. Nazione e nazionalismo.
Esiste dunque una contraddizione insuperabile tra la fedeltà alla nazione, l’ideologia che giustifica la divisione del genere umano in base al principio secondo il quale in ogni gruppo nazionale si possono individuare caratteristiche essenziali, che lo distinguono dal resto dell’umanità, e i valori universali della religione cristiana e delle ideologie liberale, democratica, socialista e comunista. La base fondamentale della religione cristiana è nell’affermazione della fratellanza di tutta l’umanità. D’altra parte, i grandi movimenti rivoluzionari, che nel secolo scorso hanno affermato nuovi modelli di convivenza politica, basati sui princìpi della libertà, della democrazia, della nazione, del socialismo, del comunismo, sono stati caratterizzati fin dalle origini da una forte componente internazionalistica. È infatti contraddittorio con i valori universali che stanno alla base di questi modelli pensarli come limitati entro i confini nazionali. La loro realizzazione sul piano nazionale fu sempre intesa come una tappa della loro affermazione sul piano europeo e mondiale. E bisogna ricordare che, anche per i fondatori del movimento nazionale, nazione e umanità non sono termini contraddittori, ma complementari. Per Mazzini, ad esempio, l’organizzazione dell’Europa e del mondo in Stati nazionali doveva essere il veicolo per realizzare la solidarietà tra gli uomini e la fratellanza tra i popoli.
La realtà che si rivelò progressivamente, a mano a mano che il principio nazionale si affermò, dopo la Rivoluzione francese, nel resto dell’Europa, fu che gli Stati nazionali, come le monarchie, non riuscivano a trovare un’armonia spontanea. Dietro la «nazione sovrana» continuava a operare la ragion di Stato con le vecchie esigenze di sicurezza e di potenza. La storia ha messo in luce sempre più chiaramente che l’organizzazione dell’Europa in Stati nazionali era incompatibile con la solidarietà internazionale tra i popoli. Questa contraddizione, che cominciò a manifestarsi già durante la Rivoluzione francese con la decisione di ricorrere alla guerra per «esportare» la libertà, non scomparirà mai dalla storia europea, perché le relazioni internazionali, malgrado la trasformazione in senso democratico e nazionale dello Stato assoluto, hanno conservato il loro carattere tendenzialmente violento. Il fatto è che i diritti dell’uomo e del cittadino, affermati sul piano nazionale, sono negati sul piano internazionale.
Per denunciare il carattere intollerante dell’idea di nazione nella pratica della politica giacobina, l’abate Barruel in un testo del 1798 (Mémoires pour servir à l’histoire du jacobinisme) usa la parola nazionalismo. È questa la prima volta che si segnala l’uso di tale termine. «Il nazionalismo», scrive l’abate Barruel, «prese il posto dell’amore generale… Allora fu permesso di disprezzare gli stranieri, di ingannarli e di offenderli. Questa virtù fu chiamata patriottismo».
La distinzione tra sentimento nazionale, inteso come attaccamento alla propria patria, che coesiste con l’amore degli altri individui per la propria nazione, e non è in contrasto con la fratellanza e con la solidarietà tra le nazioni, e nazionalismo, inteso, da una parte, come egoismo nazionale e, d’altra parte, come odio verso le altre nazioni e come aggressività e bellicosità nei loro confronti, non ha nessun fondamento. È ben noto infatti che la qualifica di «nazionalismo buono» viene di solito riservata alla propria nazione, mentre quella di «nazionalismo cattivo» è impiegata in riferimento alle altre nazioni.
Il fatto è che, una volta costituitasi in Stato, una nazione deve armarsi per sopravvivere in un mondo di Stati armati e quindi entra in un rapporto di forza con le altre nazioni. Di conseguenza, la sua politica deve obbedire alla ragion di Stato, la quale decide quali sono i mezzi per garantire la sicurezza nazionale in base alla valutazione dei rapporti di potere internazionali. In definitiva, una volta che si sia accertato che la sicurezza costituisce lo scopo supremo di ogni Stato (al quale ogni altra finalità deve essere subordinata), si può affermare che la decisione concreta di ricorrere o meno alla forza è un fatto che, in ultima analisi, trascende la volontà dei singoli governi, perché dipende dalla situazione dei rapporti di potere tra gli Stati in seno al sistema politico internazionale.
Il nazionalismo non rappresenta dunque la degenerazione del principio nazionale, ma la sua conseguenza necessaria.
 
8. Cenni sull’evoluzione storica del nazionalismo.
Definiti gli aspetti tipici del nazionalismo, resta da considerarne le principali tappe evolutive. Nella sua prima fase di sviluppo, che inizia, come abbiamo visto, con la Rivoluzione francese, il movimento nazionale lasciò ancora spazio al manifestarsi di comportamenti internazionalistici, che avevano la loro radice nella religione cristiana e nelle ideologie liberali, democratica e socialista, e di legami di attaccamento verso le comunità territoriali più piccole della nazione.
Essenzialmente due condizioni storiche consentirono agli individui che vivevano negli Stati nazionali di mantenere legami verso collettività più grandi e più piccole della nazione. Sul piano internazionale, l’equilibrio tra le potenze, che garantiva la stabilità politica in Europa, permetteva di contenere la violenza dello scontro tra gli Stati e di arginare le spinte verso l’accentramento e il nazionalismo. D’altra parte, all’interno degli Stati, a causa dello sviluppo ancora limitato della rivoluzione industriale, il movimento operaio non si era ancora integrato nella vita dello Stato nazionale. Non esistevano quindi le condizioni per la piena realizzazione dell’unità nazionale.
L’unificazione nazionale della Germania segna l’inizio di una nuova fase storica nel corso della quale il principio nazionale si afferma pienamente all’interno degli Stati nazionali e tende a generalizzarsi su tutto il continente europeo, rendendo fragili gli imperi multinazionali, come quello austro-ungarico, quello russo e quello ottomano.
Prendiamo, in primo luogo, in esame le ripercussioni dell’unificazione tedesca sull’equilibrio europeo. Affermatasi rapidamente come la più forte delle potenze del continente, la Germania entrò in conflitto con la Gran Bretagna contro il predominio commerciale e navale che essa esercitava sui mari, sconvolgendo l’equilibrio europeo. Per combattere l’egemonia britannica sui mari costruì la marina da guerra e per sviluppare il proprio sistema industriale ricorse al protezionismo. Così il protezionismo e il nazionalismo economico si estesero in modo contagioso agli altri paesi europei, disintegrando gradualmente l’unità del mercato mondiale, garantita fino ad allora dall’egemonia britannica sui mari, proprio nel momento in cui i grandi spazi aperti diventavano indispensabili all’espansione delle forze produttive. D’altra parte, l’imperialismo fu la via che gli Stati nazionali dovettero percorrere per assecondare la tendenza delle forze produttive, che esigevano grandi spazi politici ed economici per potersi sviluppare. In un primo periodo, l’oggetto della lotta tra le potenze europee è rappresentato dalla spartizione delle colonie, successivamente, lo scontro si svolge sul vecchio continente e assume l’aspetto di una nuova lotta per l’egemonia in Europa, che ha come protagonista la Germania e che si conclude con la prima guerra mondiale.
In secondo luogo, lo sviluppo della rivoluzione industriale, che aveva creato le condizioni della partecipazione attiva delle masse alla vita politica e della integrazione nazionale della classe operaia, consentì ai governi nazionali di penetrare nella vita comune di tutti gli individui, i quali dovettero dipendere così dallo Stato per lo svolgimento delle loro principali attività sociali. Anche il destino delle classi subalterne, nella misura in cui i loro diritti erano stati riconosciuti, era ormai legato alle sorti dello Stato nazionale.
In definitiva, la tendenza dello Stato nazionale ad accentuare il potere, a esigere un lealismo esclusivo da parte dei cittadini a spese dei lealismi verso le collettività più piccole e più grandi della nazione e ad alimentare odio e ostilità verso le altre nazioni, fu favorita dalle tensioni internazionali e dalla partecipazione attiva delle masse alla vita politica. Costretti ad adattarsi alle condizioni della lotta politica definite dallo Stato nazionale, i liberali, i democratici e i socialisti persero progressivamente la loro originaria ispirazione internazionalistica per piegarsi alle esigenze di difesa della nazione e furono costretti a scendere a patti con la violenza, l’autoritarismo e le disuguaglianze politiche e sociali, che traevano alimento dalle necessità interne e internazionali di sopravvivenza dello Stato nazionale. Però l’adeguamento della loro prassi politica al principio nazionale, che li spingeva, se necessario, a sacrificare a questo principio i valori universali dell’individuo, dell’umanità e della classe, non fu accompagnato da alcuna revisione teorica. Il che rese la loro condotta contraddittoria con i loro princìpi.
Questa incertezza nella definizione delle proprie finalità li pose in condizioni di inferiorità rispetto alle correnti politiche nazionalistiche, le quali interpretavano meglio i bisogni bellicosi e autoritari dello Stato nazionale nell’epoca dell’imperialismo e del protezionismo. In effetti, i movimenti nazionalistici pretendevano di essere i soli interpreti autentici del principio nazionale. Diffusisi nell’Europa continentale verso la fine del secolo scorso e in stretta connessione con la crisi del sistema europeo degli Stati, essi sono accomunati da un’idea fondamentale: la subordinazione di ogni valore politico a quello nazionale.
La dissociazione dei concetti di nazione e di umanità, negata dai fondatori del movimento nazionale, ma latente fin dalle origini del movimento durante la Rivoluzione francese, rappresenta un’idea profondamente sovvertitrice dell’intero patrimonio culturale e morale della storia d’Europa. La cultura ha sempre costituito un elemento unitario della vita europea e si è basata sulla concezione secondo la quale, per usare un’espressione di Goethe, «al di sopra delle nazioni c’è l’umanità». La politica con le sue divisioni, che non sono mai state tanto profonde come nell’epoca del nazionalismo, ha costantemente messo in pericolo questa unità, ma non è mai riuscita a distruggerla. Il nazionalismo, in quanto teoria della divisione «naturale» del genere umano, si è posto deliberatamente in contrasto con i valori universali della religione cristiana e delle ideologie liberale, democratica e socialista. In tal modo, esso rompeva con le sue origini democratiche e popolari e da ideologia rivoluzionaria si trasformava in ideologia reazionaria, che assumeva sempre più accenti militaristici e aggressivi in politica estera e antiparlamentari e antidemocratici in politica interna. Dovunque il movimento nazionalistico, da quello francese di Charles Maurras, l’Action française, a quello tedesco, la Lega pangermanica, fondata da Alfred Hugenberg, a quello italiano, l’Associazione nazionalista italiana, guidato da Enrico Corradini, si caratterizza come opposizione di regime di destra nei confronti di governi democratici, accusati di non essere capaci di garantire la sicurezza, la dignità e la potenza nazionale in un mondo di Stati ostili e aggressivi e di assicurare la compattezza della nazione, necessaria a fronteggiare le pressioni esterne, neutralizzando i conflitti sociali e la dialettica democratica.
Da una parte, la lotta di classe e la competizione democratica tra i partiti politici devono essere sostituite dalla solidarietà nazionale, che cristallizza la «naturale» disuguaglianza tra gli uomini. Qualsiasi divisione politica o sociale in seno alla nazione ne indebolirebbe infatti le capacità difensive e offensive. D’altra parte, lo sviluppo della potenza economica e militare dello Stato rappresenta la condizione della sua affermazione nella lotta con gli altri Stati e la guerra è la prova che permette alle nazioni più forti e vitali di prevalere.
Con i movimenti nazionalistici abbiamo preso in esame il nazionalismo nel suo significato più ristretto. Come risulta da quanto detto sopra, essi sono un aspetto del fenomeno più generale del nazionalismo, l’espressione di una fase del suo sviluppo storico, nel corso della quale si affermano le tendenze imperialistiche e autoritarie dello Stato nazionale, che preludono al nazifascismo. Esiste infatti uno stretto legame tra il programma politico del movimento nazionalistico e quello del fascismo e del nazismo. Il nazionalismo è una componente essenziale dell’ideologia fascista e nazista. Tuttavia, il movimento nazionalistico non divenne mai, a differenza di quello fascista e nazista, un movimento di massa. Il nazi-fascismo, in quanto manifestazione dell’estrema fase degenerativa dello Stato nazionale, fu un tentativo di andare contro la linea evolutiva della storia. Fu l’espressione della volontà di vivere dello Stato nazionale in una situazione storico-sociale nuova, che favoriva l’ascesa, alla guida della politica mondiale, delle potenze di dimensioni continentali (gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e, in prospettiva, la Cina). Esso portò fino alle estreme conseguenze la logica totalitaria della mobilitazione di tutte le risorse materiali e ideali della società nella politica di potenza, del soffocamento di ogni forma di conflitto o di pluralismo politico e sociale, che avrebbe indebolito la capacità di difesa dello Stato e della compressione di tutte le forze produttive entro i confini dello Stato, cercando di espandere la produzione, favorendo le concentrazioni produttive, accrescendo il controllo statale sullo sviluppo economico, mediante la pianificazione e piegando, con l’organizzazione corporativa dell’economia, la lotta di classe alla disciplina assicurata dall’alto dallo Stato.
Sul piano economico-sociale, rappresentò la risposta autarchica e corporativa al ristagno economico e alla radicalizzazione della lotta di classe, derivanti dagli esigui spazi economici nazionali, che frenavano lo sviluppo delle forze produttive. Sul piano politico, rappresentò la risposta imperialistica a un equilibrio europeo ormai insostenibile e a un ruolo egemonico mondiale dell’Europa ormai in piena decadenza e la risposta totalitaria di una società che non riusciva più a conciliare gli obiettivi della sicurezza e dello sviluppo economico con il mantenimento delle istituzioni democratiche.
Nella misura in cui la Germania, per sopravvivere, fu costretta a cercare il proprio «spazio vitale» nel territorio degli Stati vicini e a trasformarsi così in un impero europeo, sottolineava la decadenza storica dello Stato nazionale. In effetti, l’aspirazione egemonica della Germania non fu altro, come vide giustamente Luigi Einaudi, che una manifestazione della esigenza di unità dell’Europa. E se questo disegno si fosse avverato, la Germania avrebbe negato il proprio carattere di Stato nazionale e distrutto il sistema europeo degli Stati. D’altra parte, la sopravvivenza della Germania comportava la distruzione del sistema democratico. In tal modo, si rompeva il legame tra principio nazionale e principio democratico, che si era affermato con la Rivoluzione francese e si era esteso successivamente agli altri Stati europei.
La seconda guerra mondiale segna la nascita, sulle rovine del vecchio sistema europeo, del sistema mondiale degli Stati, fondato sul predominio degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. Gli Stati nazionali europei hanno perduto la loro indipendenza, si sono trasformati in satelliti delle due superpotenze e si sono dimostrati, ormai senza possibilità di contraddizione, incapaci di garantire entro i loro ristretti confini lo sviluppo economico e la sicurezza ai loro cittadini. Essi sono destinati a sopravvivere soltanto come un anacronismo in un mondo che sta evolvendo verso forme di organizzazione politica di dimensioni continentali e a carattere multinazionale. La crisi storica dello Stato nazionale costituisce la base dell’unificazione europea, che rappresenta un vero e proprio rovesciamento delle tendenze politiche di fondo, che hanno caratterizzato la storia del sistema europeo degli Stati. Essa ha sostituito al tradizionale antagonismo tra gli Stati forme sempre più strette di cooperazione politica ed economica e ha aperto, per la prima volta nella storia, la possibilità di superare nazioni storicamente consolidate. In questa nuova situazione storica, nella quale la sicurezza non scatena più gli antagonismi tra gli Stati e questi ultimi sono costretti a collaborare per sopravvivere, avviene il tramonto del nazionalismo e l’inizio di una nuova epoca storica, che Proudhon nel secolo scorso aveva chiamato l’«era delle federazioni».
Mentre in Europa il processo di unificazione segna il tramonto del nazionalismo, le lotte di liberazione nazionale nel Terzo mondo sono la manifestazione di una nuova fase di sviluppo del nazionalismo. La stessa necessità storica, che nel corso del XIX e all’inizio del XX secolo ha imposto in Europa la formazione di nazioni indipendenti, mette oggi all’ordine del giorno lo sviluppo dello Stato nazionale nel Terzo mondo. L’affermazione del principio nazionale rappresenta una tappa necessaria della storia: essa permette di liberare i popoli, di mettere gli Stati nelle loro mani e di farne gli attori della politica internazionale. Tuttavia, questo principio non permette di eliminare del tutto l’autoritarismo delle strutture interne degli Stati né di sopprimere l’uso della violenza nella politica internazionale. Di conseguenza, l’affermazione della democrazia all’interno degli Stati deve precedere l’affermazione della democrazia internazionale. La sovranità popolare e il metodo democratico permettono di eliminare la violenza dalle relazioni sociali, il federalismo consente di eliminare la violenza dalle relazioni internazionali, di regolare in modo democratico le relazioni esterne tra gli Stati, di unificare i popoli e di farli coesistere pacificamente e in condizioni di uguaglianza.
Le lotte di liberazione nazionale hanno portato alla liquidazione degli imperi coloniali delle potenze europee e alla formazione di Stati indipendenti nel Terzo mondo, con la conseguenza di immetterli nel circolo della politica mondiale con un’autonoma capacità di iniziativa (anche se, ad eccezione della Cina, non hanno portato all’eliminazione della dipendenza politica e dello sfruttamento economico nei confronti delle superpotenze e del mondo industrializzato) e di affermare l’esigenza dello sviluppo di una moderna società industriale (anche se la distanza dei paesi industrializzati nei confronti dei paesi sottosviluppati si è ridotta solo rispetto ai paesi dotati delle risorse economiche e delle dimensioni politiche indispensabili a garantire la loro indipendenza, mentre si è approfondita nei confronti del cosiddetto Quarto mondo, cioè dei paesi non produttori di materie prime).
Benché l’aspetto più appariscente della situazione del Terzo mondo sia costituito dal diffondersi del nazionalismo, va rilevato che i movimenti di liberazione nazionale sono accompagnati dalla coscienza che lo Stato nazionale non costituisce più una base sufficiente a garantire nel mondo contemporaneo sviluppo economico e indipendenza politica. A questo proposito, è opportuno ricordare che gli stessi protagonisti dei movimenti di liberazione nazionale, da Bolívar a Nkrumah, erano anche sostenitori della organizzazione federale rispettivamente delle nazioni latino-americane e africane. La tendenza a costituire raggruppamenti regionali di Stati ha dimensioni mondiali e ha la sua base nell’internazionalizzazione del processo produttivo e nella formazione del sistema mondiale degli Stati. Essa opera non solo nell’Europa occidentale con la creazione delle Comunità europee e nell’Europa orientale con la costituzione del COMECON, ma anche in America latina, in Africa e nel mondo arabo. È il segno che anche nel Terzo mondo, dove il nazionalismo sembra essere la tendenza dominante, sono percepiti i limiti delle vie nazionali allo sviluppo e all’indipendenza politica. Le federazioni regionali, intese come tappa sulla strada dell’unificazione di tutto il mondo, sembrano rappresentare dunque l’obiettivo, che permette di portare a compimento le finalità che le rivoluzioni nazionali non sono state in grado di realizzare pienamente.
 
BIBLIOGRAFIA
 
J.E.E.D. Acton, «Nationality», in The History of Freedom and other Essays, Macmillan, London, 1922; M. Albertini, Lo Stato nazionale, Guida, Napoli, 1981, 2a ed.; Id., Il Risorgimento e l’unità europea, Guida, Napoli, 1979; E.H. Carr, Nazionalismo e oltre (1945), Bompiani, Milano, 1946; K.W. Deutsch, Nationalism and Social Communication, M.I.T. Press-J. Wiley& Sons Inc., Cambridge Mass.-New York, 1953; R. Girardet, «Autour de l’idéologie nationaliste. Perspectives et recherches», in Revue française de science politique, XV, luglio-settembre 1965; G. Goriely, Appunti per la storia del sentimento nazionale in Europa, Movimento federalista europeo, Roma, 1953; C.J.H. Hayes, The Historical Evolution of Modern Nationalism, R.R. Smith, New York, 1931; F.O. Hertz, Nationality in History and Politics, Routledge and Kegan Paul, London, 1951, 3a ed.; B.F. Hyslop, French Nationalism in 1789 according to the General Cahiers, Columbia University Press, New York, 1934; R. Johannet, Le principe des nationalités, Nouvelle Librairie Nationale, Paris, 1923; E. Kedourie, Nationalism, Hutchinson, London, 1960; H. Kohn, L’idea del nazionalismo nel suo sviluppo storico (1944), La Nuova Italia, Firenze, 1956; E. Lemberg, Nationalismus, Rowohlt, Reinbeck bei Hamburg, II, 1964; F. Meinecke, Cosmopolitismo e Stato nazionale (1908), La Nuova Italia, Firenze, II, 1975, 2a ed.; G.L. Mosse, La nazionalizzazione delle masse (1974), Il Mulino, Bologna, 1975; Nationalism: A Report by a Study Group of Members of the Royal Institute of International Affairs, Oxford University Press, London, 1939; B.C. Shafer, Nationalism: Myth or Reality, V. Gollancz, London, 1955; Id., Faces of Nationalism, Harcourt Brace, New York, 1972; G.J. Weill, L’Europe du XIXe siècle et l’idée de nationalité, A. Michel, Paris, 1938.


* Per gentile concessione della casa editrice UTET pubblichiamo la voce Nazionalismo, curata dall’autore per la seconda edizione del Dizionario di politica, che apparirà all’inizio del 1982.
[1] Qui si fa riferimento alla voce Nazione del Dizionario di politica, a cura di N. Bobbio e N. Matteucci, Torino 1976, curata da F. Rossolillo, e pubblicata su Il Federalista con il titolo «L’idea di nazione» nel marzo 1975, pp. 35-43. Per la definizione del «tipo ideale» dello Stato nazionale, si veda M. Albertini, Lo Stato nazionale, Napoli, 1981, 2a ed.

 

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