Anno XXIII, 1981, Numero 3-4 Pagina 158

 

 

LETTERA N. 6 DEL CLUB DEL COCCODRILLO
AI MEMBRI DEL PARLAMENTO EUROPEO
 
 
Il Club davanti al suo primo successo.
Il 9 luglio il Parlamento europeo ha votato a grande maggioranza la risoluzione seguente: Risoluzione sulla costituzione di una commissione ad hoc incaricata di fare delle proposte sullo stato e sull’evoluzione della Comunità.
Il Parlamento europeo, a) consapevole del fatto che, successivamente all’elezione dei suoi membri a suffragio universale, esso ha avuto modo di valutare il funzionamento delle istituzioni e l’efficacia delle politiche della Comunità, b) stimando suo dovere presentare, discutere e votare proposte di riforma concernenti i compiti della Comunità e, conseguentemente, le sue istituzioni, c) persuaso che le proposte di riforme, che rifletteranno una vasta convergenza delle forze politiche di tutti gli Stati membri e che saranno state votate dal Parlamento, dovranno essere inviate direttamente per ratifica ai competenti organi costituzionali in ciascuno Stato membro, d) sottolineando le ragioni storiche e politiche che sono alla base del processo d’integrazione comunitaria e delle relazioni pacifiche e di solidarietà che reggono da più di trent’anni i rapporti tra i popoli europei, e) constatando con preoccupazione che le dichiarazioni d’intenti e gli auspici solenni, formulati a più riprese, di creare nel 1980 un’Unione europea mediante la graduale trasformazione delle attuali istituzioni non hanno ancora avuto seguito, f) consapevole dell’immensa responsabilità politica che gli incombe se desidera restar fedele alla linea tracciata dai Padri fondatori, che a loro volta avevano trovato la loro ispirazione e la loro determinazione nelle terribili prove del secondo conflitto mondiale, g) convinto che la sua elezione a suffragio universale diretto gli conferisca, allo stesso tempo, una maggiore legittimità e nuovi obblighi nell’esercizio delle sue funzioni democratiche, h) ricordando le iniziative nate nel suo ambito e in particolare la proposta di risoluzione 347/79 del Partito popolare europeo,
decide: 1 — di assumere la completa iniziativa di dare un nuovo slancio alla creazione dell’Unione europea; 2 — di procedere, a partire dalla seconda metà della legislatura del Parlamento europeo, alla creazione di una commissione permanente per i problemi istituzionali, incaricata di elaborare una modifica degli attuali Trattati; 3 — di invitare la sottocommissione «Problemi istituzionali» della commissione politica a presentargli proposte miranti a una precisa delimitazione delle competenze.
Se compariamo questo testo con quello che il Club del Coccodrillo aveva proposto (vedi lettera n° 2), constatiamo che il § b e il § 1 rafforzano il testo del Club; che il § 2 lo indebolisce; che il § c lo mantiene invariato; mentre gli altri emendamenti sono solo di forma.
Siamo soddisfatti del fatto che il Parlamento si sia dato esplicitamente il mandato di definire i compiti futuri della Comunità, e di preparare un progetto di Trattato che contenga la costituzione dell’Unione europea. Tutto ciò era implicito nelle parole «riforme delle istituzioni e delle competenze», ed è meglio che sia stato detto già dall’inizio. Ne ringraziamo i gruppi socialisti e democristiano ai quali dobbiamo rispettivamente gli emendamenti al § b e al § 1.
Dobbiamo deplorare il fatto che il Parlamento abbia rinviato alla fine dell’anno la formazione della Commissione costituzionale, invece di formarla subito. Se pensiamo alle reazioni di rigetto — nascoste ma tenaci — che ogni iniziativa europeista ha sempre suscitato negli «establishments» nazionali di tutti i nostri paesi, questi mesi vuoti fra la decisione e l’inizio dell’azione suscitano in noi un certo malessere. Le diplomazie nazionali non vorranno provare a riprendere nelle loro mani l’iniziativa? Cerchiamo almeno di riempire il vuoto di quest’attesa con una riflessione approfondita su quel che il Parlamento dovrebbe fare per condurre a buon fine quel che ha appena deciso.
Infine il Club non può che rallegrarsi del fatto che la sua idea politica centrale sia stata adottata senza modifiche e senza esitazioni dal Parlamento. Quest’ultimo, quindi, non trasmetterà a solo titolo di suggerimento al Consiglio e alla Commissione una risoluzione che contenga le sue idee sull’Unione europea; non li pregherà umilmente di voler tenerne conto nelle loro eventuali iniziative. Assumendo pienamente le sue responsabilità di rappresentante del popolo europeo in formazione, che lo ha eletto, il Parlamento si rivolgerà direttamente alle autorità nazionali competenti degli Stati membri e chiederà loro di ratificare il trattato che avrà redatto e che conterrà la Costituzione dell’Unione europea.
Lo strano regolamento del nostro Parlamento mette sullo stesso piano e dedica lo stesso tempo a dibattiti fondamentali che si sforzano di aprire nuove prospettive e a dibattiti di routine che non lasciano quasi nessuna traccia nella vita della Comunità. Perciò non è stato possibile dare né al dibattito la dimensione, né al voto il rilievo che l’argomento richiedeva. È tuttavia vero che prima di arrivare al voto finale la proposta del Club è stata oggetto di meditazioni, approfondimenti, negoziati e correzioni da parte dei deputati e nei gruppi per un anno intero. I cinque numeri di questa Lettera, che hanno accompagnato e discusso l’iniziativa dalla sua nascita, ne sono testimonianza.
Anche se questa decisione del Parlamento è stata appena percepita e commentata dai mass-media e praticamente ignorata dalla stampa, essa è l’atto politico più importante che il Parlamento abbia compiuto dalla sua elezione. Per dirlo chiaramente, il Parlamento ha deciso di assumere nella seconda metà del suo mandato il ruolo di Assemblea costituente europea. Certo: una Costituente ad referendum, perché non imporrà, ma solo proporrà la ratifica del Trattato-costituzione dell’Unione europea. Ma quanto meno: una Costituente, perché sarà il Parlamento che redigerà, dibatterà, voterà questo Trattato-costituzione.
Meditando su questa svolta il Club del Coccodrillo prova un sentimento di modestia e di fierezza, al contempo.
Modestia: perché non ha introdotto nel Parlamento un’idea nuova; non è un caso che in un anno esso abbia raccolto adesioni in tutti i gruppi (salvo uno); non ha fatto che aiutare i deputati ed i loro gruppi a portare a livello di decisione e di azione quel che pensavano già più o meno chiaramente, quando si chiedevano perché mai erano stati eletti; l’azione del Club è stata solo maieutica — come quella di Socrate.
Fierezza: perché l’idea sarebbe rimasta allo stato di sogno e la scintilla dell’azione parlamentare non si sarebbe accesa se non ci fosse stato il Club con la sua volontà di chiarezza e la sua tenacia.
Adesso alea jacta est — e tutto resta ancora da fare. Il Parlamento deve ancora prendere pienamente coscienza dell’impegno assunto di redigere la Costituzione dell’Unione europea. L’opinione pubblica, le forze politiche e sociali ignorano ancora in quale misura immensa il Parlamento ha bisogno del loro sostegno, ed in quale misura immensa hanno bisogno di essere orientate da esso.
Per fare in modo che tutto quello che c’è ancora da fare sia fatto, bisogna sperare che il Club del Coccodrillo continui a lavorare con la stessa volontà di chiarezza, la stessa tenacia, la stessa modestia, la stessa fierezza.
 
È il momento propizio?
L’unione europea è diventata uno dei grandi temi permanenti della nostra epoca, perché numerose e gravi sono le ragioni per le quali l’Europa democratica ha bisogno di un governo europeo reale, dotato di poteri reali, fondato su una legittimazione democratica europea, che agisca in base a leggi europee, avendo definito con precisione i propri compiti e competenze e quelle degli Stati membri. Queste ragioni sono davanti a noi, così evidenti, così note, che enumerarle è diventato quasi superfluo, quasi noioso.
Perché però i nostri statisti e in generale i nostri uomini politici, avendo timidamente gettato le basi di quest’unione, osino farle fare un ulteriore passo in avanti, la consapevolezza di queste ragioni è, certo, necessaria, ma insufficiente, perché il nuovo non si accompagna soltanto alla speranza del progresso, ma anche alla paura dell’ignoto. Finché l’ordine europeo — per quanto sia insoddisfacente — apparirà immobile, è quasi inevitabile che la paura prevalga sulla speranza, e che gli statisti, avendo pronunciato le loro astratte professioni di fede europeista, non osino neanche pensare di modificare quest’ordine in un qualsiasi punto.
Perché osino, il corso delle cose deve aver reso fluido e incerto l’ordine europeo in un punto importante, deve costringere a ripensarlo e modificarlo, deve mettere gli Europei davanti ad un bivio, nell’obbligo politico di scegliere fra più ordini nuovi possibili. Il passo in avanti della costruzione europea diventa allora probabile, dato che gli ostacoli sono percepiti più come difficoltà da superare che come ragioni per rinunziare.
Ora ci troviamo in uno di questi momenti propizi. In un punto estremamente importante l’ordine europeo è infatti diventato fluido e incerto; uno sforzo d’immaginazione e di azione si impone per ristabilirne uno nuovo che tenga conto dei nuovi dati. Si tratta né più né meno della politica di sicurezza dell’Europa occidentale.
 
La sicurezza europea dagli anni ‘50 in poi.
Dalla fine della guerra fino ad oggi, le responsabilità di ultima istanza e, di conseguenza, un ruolo dominante sono stati assunti dagli Stati Uniti in tutti e due i settori che formano la politica di sicurezza, cioè nella politica militare propriamente detta, che concerne i piani strategici, lo spiegamento delle forze armate, la produzione delle armi, e nella politica estera che si occupa del mantenimento della buona intesa fra alleati, vigila affinché i paesi neutrali non cambino campo, e mantiene il contatto con il possibile avversario, gestendo con esso la distensione o la tensione.
Nel 1952-53, gli Europei avevano tentato di modificare questa posizione dominante americana, cercando di creare una comunità di difesa (CED) e politica (CPE), ma non sono stati capaci di portare a conclusione queste due iniziative, ed hanno accettato la loro posizione subalterna.[1] Poiché la prospettiva strategica e diplomatica della difesa era la stessa, vista da Washington e dalle capitali europee, gli Europei potevano fidarsi senza troppe preoccupazioni della leadership americana in questi settori. Infatti un eventuale conflitto armato in Europa avrebbe implicato un impegno nucleare, portando necessariamente al conflitto diretto e globale fra i due imperi; di conseguenza distensione e tensione fra Stati Uniti e URSS implicavano necessariamente la stessa distensione o tensione fra Europa occidentale e URSS.
 
Le armi nuove e le loro conseguenze strategico-diplomatiche.
A poco a poco questo stato di cose ha cominciato a modificarsi. Il complesso scientifico-militare, attivo e potente sia in America che in Russia, si è concentrato sulla ricerca della precisione del tiro dei missili e su quella che, con un eufemismo elegante, è stata chiamata la miniaturizzazione delle bombe atomiche e nucleari. E quando il genio scientifico cerca con furore qualcosa, finisce quasi sempre col trovarla.
Dietro al problema dell’equilibrio — militare e diplomatico — dei grandi missili intercontinentali e delle bombe a testata multipla, sono apparse le armi di «teatro» — gli SS 20, i Backfire, i Pershing II, i Cruise, le bombe a neutrone… — che rendono possibile una guerra, anche nucleare, localizzata nel teatro europeo senza implicare automaticamente il conflitto totale a livello intercontinentale.
Queste innovazioni negli armamenti hanno come conseguenze strategiche e diplomatiche che la solidarietà di fondo dell’Occidente conserva il suo significato, ma che la sicurezza europea non è più vista automaticamente nello stesso modo da Washington e dalle capitali europee. Tutti i partners dell’Alleanza sono convinti che la sicurezza deve essere fondata su un dosaggio intelligente di forze militati e di diplomazia, di armamenti e di negoziati, ma il dosaggio è diverso dai due lati dell’Oceano.
Per l’America rimane intatto l’interesse primordiale ad avere con l’URSS un impegno reciproco a non distruggersi e in effetti i canali di comunicazione rimangono aperti e dei segnali li percorrono continuamente per mantenere in vigore questo patto. Ma gli Americani sono molto più pronti ad assumere il rischio di tensioni crescenti fino al livello di conflitti localizzati in ogni altra zona d’incertezza o di turbolenza politica e militare che possa formarsi. Ed i Sovietici hanno lo stesso atteggiamento. Poiché l’Europa sta diventando a poco a poco una regione dove il conflitto, anche nucleare, sembra poter essere controllato e localizzato, Washington tende a non rifiutare, certo, la possibilità di negoziato per bloccare ed anche ridurre gli armamenti, ma una priorità assoluta è data al rafforzamento delle armi di «teatro», perché sono esse che assicurano la possibilità di mantenere il controllo e la localizzazione del conflitto.
Questa politica americana di sicurezza non può coincidere con le esigenze di una politica europea di sicurezza. L’Europa non può, certamente, negoziare accettando come dato permanente la sua inferiorità militare, ma non può nemmeno dare una priorità assoluta alla corsa al riarmo. Ha un interesse evidente a cogliere tutte le possibilità di negoziato in modo da poter sondare in quale maniera ed a quali condizioni è possibile diminuire le tensioni, ridurre gli armamenti, aumentare le possibilità di pace.
Per dirla semplicemente: finché le probabilità di avere la pace o la guerra sui loro territori erano praticamente le stesse per gli Americani e gli Europei, le loro priorità militari e diplomatiche non potevano che essere identiche. A partire dal momento in cui una guerra in Europa diventa possibile senza implicare automaticamente una guerra anche sul territorio americano, le priorità diventano differenti ed i rapporti fra alleati all’interno dell’Alleanza devono necessariamente essere modificati.
Le incertezze, le esitazioni, le pressioni, i dibattiti nati intorno al problema della difesa europea in questo momento sono il segno dello stato di fluidità nel quale si trova l’ordine europeo occidentale.
 
La sorte dell’Europa degli Stati sovrani.
Il nuovo ordine che si formerà in un modo o nell’altro non potrà essere l’ordine sognato dai nostri nazionalisti e pacifisti, costituito da un insieme di Stati neutrali dove ognuno pensa a modo suo alla sua difesa ed alla sua diplomazia nazionali. Le armi moderne e la presenza di imperi con ambizioni mondiali privano di ogni significato l’idea stessa di difesa nazionale. Il triste spettacolo che vediamo dappertutto nel mondo è che ogni paese pronto — anche eroicamente pronto — ad una semplice guerra nazionale è sempre un paese pronto a diventare una pedina manovrata da giocatori che lo sovrastano, su una scacchiera che lo sovrasta. Le armi nucleari di «teatro» sottolineano ulteriormente il fatto che la sicurezza e la difesa dell’Europa possono avere, ormai, soltanto una dimensione europea.
Per questa stessa ragione, nessuno degli Stati europei ha o la capacità o il diritto di fare sue le esigenze europee sulla scena diplomatica internazionale. Tutta l’agitazione di questi mesi dei nostri capi di governo e dei nostri ministri degli esteri ha qualcosa di spettrale. Se continuano su questa strada, ogni paese dovrà finire con l’adattarsi bene o male alle pressioni, ormai molto attive, degli Americani.
Finché per gli Europei non vi sarà unità nella loro diplomazia e nella loro strategia, qualcuno dovrà assumere la responsabilità globale diplomatica e strategica per il «teatro europeo» e questo ruolo sarà necessariamente assicurato dagli Americani. Ma visto che ormai per essi i dati della sicurezza dell’Europa non coincidono più con la nostra, la difesa e la diplomazia europea saranno solo un bastione avanzato della difesa e della diplomazia americane.
 
Il momento dell’azione.
Se gli Europei vogliono rientrare in possesso della loro difesa e della loro diplomazia, dei loro armamenti e dei loro negoziati, se vogliono trattare da eguali con gli Americani le modalità e le condizioni che legheranno nell’Alleanza i piani strategici e diplomatici degli uni e degli altri, se vogliono essere al tavolo dei negoziati con l’URSS con una voce propria, dovranno decidersi a formare infine un governo comune incaricato della difesa e della politica estera europea, cioè l’Unione europea. Gli Europei si trovano, nel quadro dell’Alleanza atlantica, di fronte alla scelta fra una politica di sicurezza, certamente di dimensione europea, ma guidata dagli Americani, e subordinata alle priorità americane, o una politica di sicurezza europea, fatta dagli Europei per gli Europei. Satelliti o partners; tertium non datur.
L’Europa si è già trovata in situazioni simili che non dobbiamo dimenticare. Nel 1950, l’ordine europeo occidentale fondato sull’Autorità della Ruhr si sgretolava, perché non si poteva ricostruire l’Europa rinunziando a utilizzare il potenziale industriale tedesco. Gli Americani domandarono agli Europei di sciogliere quest’Autorità e di restituire alla Germania la possibilità di produrre liberamente carbone e acciaio, offrendosi come garanti affinché questa potenza economica rinascente non fosse più utilizzata a scopi di potenza nazionale. In un memorandum famoso che è il vero atto di nascita politica della Comunità, Monnet dimostrò a Schuman che l’Autorità della Ruhr era condannata in ogni caso, che non c’era alternativa francese alla proposta americana, perché Washington avrebbe trascinato uno dopo l’altro tutti gli altri Stati europei, ma che c’era un’alternativa europea. L’alternativa era, nei termini di quei tempi: satelliti o partners? Schuman comprese e due anni dopo la prima Comunità europea era nata.
Nel 1951 l’ordine europeo occidentale fondato sul divieto del riarmo della Germania si sgretolava perché non si poteva organizzare la difesa dell’Europa, ed in particolare della Germania occidentale, rinunziando ad utilizzare il potenziale militare di quest’ultima. Gli Americani proposero di ricostituire un esercito tedesco, garantendo che non sarebbe più stato utilizzato a scopi di potenza nazionale.
Ancora una volta, non c’era alternativa nazionale alla proposta americana che sarebbe stata accettata da tutti uno dopo l’altro. Tuttavia c’era un’alternativa europea, che produsse il progetto della CED e poi della Comunità politica. Questa volta, gli Europei non furono capaci di realizzare il loro progetto, ma il fallimento della CED, seguito da quello della CPE, non ristabilì l’ordine precedente. Fu il piano originale americano che si realizzò e d’allora in poi la difesa europea è sotto l’egida americana.
Oggi, di nuovo, l’ordine europeo, fondato sulla coincidenza totale fra politica estera e militare degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale, si sta sgretolando. Gli Americani propongono l’organizzazione di un «teatro europeo» distinto dal «teatro mondiale», posto sotto il loro controllo. Non ci sono alternative nazionali a questa proposta, perché il «teatro europeo» è una realtà, e l’alleanza con l’America rimane una necessità. Tutti i paesi europei finirebbero con l’accettare la proposta di Washington… Ma esiste un’alternativa europea. E di nuovo: satelliti o partners?
Due o tre anni passeranno prima che i missili che si stanno costruendo siano installati, che tutti i giochi siano fatti, che tutto sia di nuovo immobile. Dio sa per quanto tempo… o per quanto poco tempo. Durante questo breve periodo il problema di una politica estera e di difesa dell’Europa resterà aperto. È la drammaticità e l’urgenza di questa scelta che fa dei primi anni ‘80 un momento propizio per la decisione del Parlamento del 9 luglio.
 
Che dovrebbero fare i nostri governi a breve termine?
La misura più urgente sta nelle mani dei nostri governi perché è nelle loro mani che per il momento si trova, frammentata, la politica estera dell’Europa. Se riuscissero ad essere all’altezza della situazione, dovrebbero prendere una decisione analoga a quella degli Alleati che, durante la prima e la seconda guerra mondiale, decisero di mettere le loro forze armate sotto un comando unico, Foch e Eisenhower rispettivamente. Era una misura d’emergenza e transitoria, ma era un cambiamento radicale del modo di condurre le operazioni militari sul suolo europeo.
Nello stesso modo i capi di governo del Consiglio europeo dovrebbero oggi definire una linea politica comune da seguire sul problema del riarmo e dei negoziati, e dare ad un uomo politico di primo piano, dotato d’esperienza e di autorità, il ruolo di rappresentante unico dei paesi della Comunità nelle trattative con il governo americano e nei negoziati con il governo sovietico. Un tale atto potrebbe essere realizzato rapidamente, senza troppe formalità giuridiche, e non sarebbe che provvisorio. Ma mostrerebbe che i nostri governi avrebbero infine cominciato a capire quel che significa dare una voce e una personalità all’Europa.
Ma i governi avranno il coraggio di farlo? E il Parlamento europeo avrà il coraggio di chiedere loro di farlo?
 
Chi dovrebbe agire a medio termine?
Ma oltre a questa misura d’emergenza che servirebbe solo a riempire provvisoriamente un vuoto diplomatico, resta ancora da fare la scelta definitiva: satelliti o partners? Prendere la via che porta ad un’Europa occidentale unita sotto la guida del potere americano; o ad un’Europa unita sotto un governo europeo?
È possibile — l’abbiamo detto e ripetuto molte volte — che per rispondere a questa sfida qualcuno dei nostri ministri degli esteri, rendendosi conto della necessità di riaprire il dossier dell’Unione europea per cercarvi l’alternativa europea, incarichi pigramente i diplomatici del suo ministero di elaborare studi e proposte.
Corre voce che nei ministeri di Genscher e Colombo si sarebbe già incominciato a lavorare in questo senso. È necessario ancora una volta descrivere il triste quadro dei risultati inevitabilmente intergovernativi, cioè sterili, che questi funzionari, indipendentemente dal loro valore personale, produrrebbero?
Questa volta, a differenza di quel che successe nel 1951 e nel 1952, non è un governo europeo a proporre l’alternativa europea. È il Parlamento europeo che rappresenta legittimamente tutti i cittadini della Comunità e che ha deciso di proporre il Trattato-costituzione dell’Unione europea.
Dobbiamo sperare che, subito dopo essersi messo al lavoro, ne informi tutti i governi della Comunità, invitandoli a mandargli le loro opinioni e i loro suggerimenti. Diverrebbe con ciò l’interlocutore europeo nel grande dibattito che si è aperto sulle responsabilità che i nostri paesi devono assumersi nell’organizzazione della nostra difesa e nella costruzione della pace.
 
A. Spinelli e F. Ippolito


[1] La Francia meno degli altri, ma la sua indipendenza è stata in realtà più di parata che reale. L’impiego della forza militare francese è sempre dipeso dall’«Early Warning System» della NATO; e la Francia ha sempre accettato in pratica, come gli altri alleati, che la distensione dipendesse essenzialmente dal grande dialogo fra Washington e Mosca.