Anno XIX, 1977, Numero 4, Pagina 211

 

 

Una Comunità federale in una
economia mondiale priva di governo
 
JOHN PINDER
 
 
L’economia moderna ha avuto origine in Europa occidentale da due correnti diverse ma complementari. L’industria fu creata da innovatori singoli, le cui energie poterono manifestarsi pienamente per la prima volta grazie ai liberali inglesi; e fu sottoposta al controllo sociale soprattutto dal movimento in espansione della classe lavoratrice, ma anche da conservatori come Bismarck. Queste due correnti, dell’individualismo liberale e del controllo sociale, si sono fuse nell’Europa occidentale in un nuovo tipo di economia.
 
La nuova economia europea: mista, efficiente, umana.
Questa economia combina l’efficienza con l’umanità. Ha un mercato del lavoro, con libertà di scelta per i lavoratori e gli imprenditori; ma ha anche una politica economica del mercato del lavoro, che provvede con un importante sostegno pubblico all’addestramento, al collocamento e alla creazione di posti di lavoro. Le sue imprese scelgono i propri piani di produzione e di investimento in modo indipendente, ma con l’aiuto e la guida di una politica industriale. Per le imprese che godono di un potere di mercato la libertà di stabilire prezzi e redditi è temperata dalla politica dei prezzi e dei redditi. Le merci sono scambiate sul mercato, ma quelle prodotte in queste economie europee sono stabilizzate in modo tale da non generare disordini come quello che innescò la grande inflazione mondiale dopo il 1973, quando i prezzi internazionali, non soltanto del petrolio, ma anche del grano e dello zucchero, furono all’incirca quintuplicati. Così mercato e piano vengono usati come mezzi per aumentare il benessere di tutti e non elevati sino al grado di idoli in lotta, che la gente deve servire a qualsiasi costo.
Naturalmente le economie dell’Europa occidentale sono molto imperfette. Troppo spesso il loro mercato funziona male, e i loro piani falliscono. I fattori che stanno alla base del modo nuovo di governare l’economia non sono ancora distribuiti in modo uniforme tra i diversi paesi, e si trovano spesso ancora in una fase sperimentale. Ma se si paragonano i paesi della Comunità europea, e quelli affini dell’Europa occidentale come la Svezia e l’Austria, con la maggior parte del resto del mondo, il contrasto è impressionante.
Le economie dei nostri vicini europei dell’Est sono costrette nello stampo sovietico. Qui l’industria è stata trapiantata in un sistema politico impregnato di autocrazia, il cui controllo è stato assunto da rivoluzionari guidati da una dottrina che richiedeva, secondo l’interpretazione che essi ne davano, il più stretto controllo centrale dell’economia. Venne messo in opera un controllo sociale autocratico e il liberalismo fu violentemente estromesso. E anche se paesi come l’Ungheria e la Polonia hanno introdotto un certo grado di flessibilità economica, gli sfortunati cecoslovacchi hanno appreso cosa accade agli europei dell’Est che tentano di allontanarsi dallo stretto sentiero sovietico.
Gli Stati Uniti sono economicamente, socialmente e politicamente molto più simili all’Europa occidentale. Tuttavia la differenza è ancora abbastanza netta. Mentre in Russia è dilagato il controllo sociale ed il liberalismo è stato soffocato, la tradizione americana è stata molto più incline all’individualismo che al controllo sociale. Il puritanesimo, la frontiera e, in questo quadro, una massa polverizzata di immigrati, costituirono un fertile terreno per la libertà aggressiva delle imprese ed il rifiuto del controllo; al punto che, nonostante il populismo, il New Deal e la Grande società, ne restano i frutti nella forte resistenza ideologica agli interventi statali e nella spesa per la sicurezza sociale che ammonta al 10% del P.I.L. contro il 16-20% di tutti i paesi membri della Comunità.
I più, tra i paesi del Terzo mondo, hanno un livello di sviluppo economico cosi basso che la libertà e il pluralismo sono molto difficili da mantenere, persino dove, come in India, la popolazione politicamente cosciente ha una predisposizione favorevole. Alcuni, come il Brasile e il Messico, grazie al loro dinamismo e alla loro dimensione, sono, in prospettiva, i primi a poter diventare partner effettivi delle economie del tipo di quelle dell’Europa occidentale. Il Giappone ha stupito il mondo superando il livello economico dell’Europa occidentale; e forse i giapponesi ci stupiranno di nuovo nel fondere libertà e controllo dell’economia come tentano di fare gli europei occidentali. Ma il Giappone resta socialmente e politicamente, per gli europei, un enigma; e soltanto alcune piccole e medie economie, come quelle dell’Australia, della Nuova Zelanda, del Canada e Israele, sono simili al tipo di economia dell’Europa occidentale almeno quanto gli Stati Uniti.
Il tipo di economia dell’Europa occidentale è, pertanto, diverso da quasi tutti gli altri. Gli Stati Uniti e pochi altri paesi gli sono più o meno simili, e questo è tutto. Proprio come nella Comunità europea si trova circa la metà delle democrazie parlamentari pluralistiche attualmente esistenti, cosi la Comunità è la più forte concentrazione di questo nuovo tipo di economia. Per definirla manca tuttavia un termine adeguato. Il nome più in uso sembra essere «economia mista», dove «misto» non riguarda tanto la proprietà privata e pubblica quanto l’iniziativa privata e il controllo pubblico, la responsabilità personale e la politica sociale, la libertà economica e l’autorità dello Stato. Ma «economia mista» è un nome ben prosaico per ciò che, nella prospettiva di questo saggio, costituisce il livello più elevato di civiltà economica mai raggiunto dall’umanità. I concetti possono essere in ritardo sulla realtà, e il linguaggio in ritardo sui concetti. Le parole liberalismo e socialismo, che designano in modo netto e persuasivo delle economie di tipo diverso, derivano dalle grandi lotte intellettuali e politiche del diciannovesimo secolo. Ma essendosi ormai identificate con l’individualismo ed il collettivismo, rappresentano oggi soltanto una metà dell’insieme di una moderna economia progredita. Ogni metà, presa per se stessa, è fuorviante. Però l’insieme è percepito solo in modo indistinto. Forse ciò non è sorprendente, visto che questo modello economico, nella sua interezza, è giunto a maturità soltanto negli ultimi due o tre decenni. Ma ormai il bisogno di una percezione più chiara, e di un nome altrettanto chiaro, sono urgenti. Uno degli scopi di questo saggio è proprio quello di suggerire un termine migliore. Ma prima dobbiamo esaminare più da vicino questa nostra economia mista nelle sue relazioni con il resto del mondo.
 
Una Comunità puramente liberistica e in balia del disordine internazionale.
L’economia mondiale comprende paesi con i tipi più diversi di economia, di livelli e di tassi di sviluppo. Persino per una forte autorità mondiale sarebbe molto difficile stabilizzare le loro relazioni anarchiche. In mancanza di una autorità di questo genere, non dovremmo sorprenderci che l’instabilità rappresenti il tratto distintivo dei mercati internazionali delle merci e delle monete, e «disordine» una delle parole più usate nelle discussioni che riguardano il commercio internazionale.
I paesi della Comunità sono profondamente inseriti in questa economia mondiale. Un decimo del loro prodotto interno lordo e un quarto della loro produzione di manufatti viene esportato. Il grosso del loro fabbisogno di risorse energetiche e di materie prime, e una parte rilevante del loro consumo alimentare, è importato dal resto del mondo. La moneta che essi usano per il commercio internazionale, e buona parte della loro tecnologia, provengono dal paese guida dell’economia mondiale, gli Stati Uniti.
La Comunità non potrebbe voltare le spalle all’economia mondiale nemmeno se lo volesse. Ma l’esperienza degli anni Settanta ha mostrato come possa essere pericoloso il disordine dell’economia internazionale. La grande inflazione, i milioni di disoccupati, la situazione quasi rovinosa delle industrie maggiori, sono fenomeni indotti dall’esterno. Senza lo shock causato dall’impennata dei prezzi delle materie prime nel 1972-73, e lo scossone finale provocato dalla quintuplicazione del prezzo del petrolio, l’inflazione e la disoccupazione non avrebbero mai raggiunto livelli così allarmanti. D’altra parte la Comunità non ha mai provocato perturbazioni così violente come quelle dovute al prolungato deficit statunitense, con i suoi effetti sulla stabilità monetaria ed il boom produttivo, o al rovinoso sviluppo delle esportazioni giapponesi nel settore delle costruzioni navali, dell’acciaio e di altri prodotti industriali. Dobbiamo perciò disporre di qualche forma di difesa contro i rischi di una instabilità così selvaggia.
Questa difesa è assicurata, in un settore, dalla politica agricola comune. I paesi fondatori della Comunità, che hanno pienamente adottato questa politica, non hanno sofferto né di una mancanza di prodotti alimentari, né di intollerabili aumenti di prezzo dopo il 1973; la Gran Bretagna, ancora parzialmente esclusa dalla politica comune, ha sofferto di una scarsità di zucchero, ed è stata direttamente colpita dall’aumento vertiginoso dei prezzi mondiali dei prodotti alimentari. Sfortunatamente la politica agricola comune gode in Gran Bretagna di una cattiva fama perché alcuni prezzi di questa politica, ed il suo metodo di finanziamento, gravano pesantemente sugli inglesi, che hanno perso l’occasione di unirsi alla Comunità prima che fossero prese decisioni cruciali. Forse la politica agricola eccede in controlli che isolano la Comunità; ma esagerare è meglio che non far nulla.
Con la sola eccezione dell’agricoltura, la Comunità ha ben poco, negli altri settori delle sue relazioni esterne, per parare i colpi martellanti dell’instabilità. Il Trattato di Roma e la politica commerciale comune si sono largamente fondati sul principio del laisser faire. Dopo aver stabilito una moderata tariffa esterna, la politica commerciale comune avrebbe dovuto contribuire, secondo il Trattato, alla «progressiva abolizione delle restrizioni al commercio internazionale». In turni successivi di riduzioni tariffarie nell’ambito del G.A.T.T., la Comunità ha di fatto dimezzato la sua tariffa esterna generale; e con lo schema generalizzato di preferenze, la Convenzione di Lomé e gli accordi con i paesi mediterranei, ha abolito le tariffe su una buona parte delle sue importazioni.
Una tariffa generale costituisce un mezzo di protezione inefficace, e forse la Comunità non ne ha bisogno. Ma la Comunità non ha rimpiazzato le tariffe via via decrescenti con altri strumenti di difesa contro il disordine dell’economia mondiale, né ha fatto molto per riportare sotto controllo l’instabilità attraverso un’azione comune con i suoi partner economici. Le riduzioni tariffarie possono costituire un elemento di una politica costruttiva per una stabile espansione del commercio e dei pagamenti esterni della Comunità. Ma devono essere sostenute con altre misure al fine di rendere la Comunità un’isola di stabilità in questo mondo turbolento. Di per sé, senza altri elementi, le riduzioni tariffarie rappresentano uno sterile laisser faire, che ci espone ai pericoli del disordine internazionale senza contribuire a dominarli. La passività della Comunità, negli anni Settanta, non solo ha esposto i paesi membri all’inflazione e alla conseguente disoccupazione, ma ha anche provocato una perdita complessiva, attraverso la recessione, pari a circa un terzo della loro produzione interna lorda di un anno; e questo genere di danni e di sprechi probabilmente non avrà termine fino a quando la Comunità non adotterà un atteggiamento più positivo.
 
Fonti di disordine: petrolio, materie prime, prodotti manufatti a basso salario.
Quella del petrolio sembra ormai una vecchia questione. Sono già passati tre anni da quando la Comunità affrontò la disastrosa prospettiva di un dissesto industriale e di un collasso economico che si sarebbero potuti verificare nel caso in cui le forniture fossero state sospese. I produttori preferirono invece aumentare il prezzo in una misura che provocò l’inflazione e la disoccupazione, che da allora sono divenuti fattori endemici. È molto probabile che essi finiranno col comportarsi di nuovo nello stesso modo quando, con la ripresa dell’economia dei paesi industriali, ci sarà anche la ripresa della domanda di petrolio; e va detto che ci attende sempre una catastrofe se l’O.P.E.C. dovesse interrompere le forniture. Tuttavia la Comunità ha fatto poco a nulla per promuovere la sua produzione di energia o ridurre i consumi, e non abbastanza per sistemare le sue relazioni con i paesi produttori su un piano di maggiore stabilità.
Per le materie prime industriali la situazione è più simile a quella del petrolio che a quella dell’agricoltura comunitaria. La minaccia è meno grave: le materie prime che sembrano fornire la base per la formazione di cartelli da parte degli esportatori sono poche, e sono comunque meno cruciali per l’economia della Comunità. Ma, con un’inflazione che persiste anche in periodo di recessione, un’altra feroce impennata nei prezzi di queste merci non è improbabile nel caso in cui i paesi industriali espandano le loro economie. Anche in questo campo la Comunità non ha fatto praticamente nulla per fronteggiare questa evenienza. L’atteggiamento della Comunità è stato tutt’altro che positivo nei confronti di proposte di creare stocks internazionali di stabilizzazione; e non sembra neppure che abbia cominciato a prendere in considerazione l’alternativa della costituzione di riserve proprie, per essere pronta nel caso di fluttuazioni selvagge o di interruzione delle forniture.
I prodotti primari sono noti per la loro instabilità. Il loro comportamento è stato cruciale in occasione della grande depressione degli anni Trenta e della grande inflazione degli anni Settanta. Ma si potrebbe tuttavia sostenere che essi costituiscono un caso speciale, mentre il mercato non regolamentato dei prodotti manufatti funzionerebbe meglio. Meno peggio, forse; ma non sufficientemente bene.
I prodotti tessili sono in genere considerati come un’altra eccezione. Nella moderna economia europea, non si possono gettare i lavoratori tessili nel mucchio dei rifiuti, come è avvenuto nel diciannovesimo secolo per i tessitori a mano. In mancanza di controlli le importazioni di stoffe e indumenti da parte dei paesi a basso salario dilagherebbero nella Comunità distruggendo interi settori di questa industria. Gli accordi multifibre limitano ad una percentuale concordata il tasso di aumento delle importazioni allo scopo di disporre di tempo per il riaddestramento dei lavoratori minacciati e per creare nuovi posti di lavoro. La Comunità ha negoziato parecchi di questi accordi; ma due fatti vitali non sono ancora stati esattamente riconosciuti.
Il primo è il costo alto di programmi di riqualificazione della manodopera e di creazione di posti di lavoro con un trattamento adeguato per i lavoratori tessili dei paesi importatori. Questo costo dovrebbe essere sopportato dall’autorità responsabile della politica delle importazioni. Il Fondo sociale della Comunità dovrebbe pertanto essere aumentato, e accompagnato da una politica industriale della Comunità capace di creare posti di lavoro in misura sufficiente. Il secondo fatto è che i tessili rappresentano soltanto la più matura fra le industrie per le quali i paesi a basso salario dispongono di un vantaggio schiacciante. Le calzature e parecchi settori dell’elettronica e dell’ingegneria leggera stanno raggiungendo rapidamente lo stesso stadio; e se i lavoratori non devono essere gettati sul lastrico senza pietà, la via seguita dagli accordi multifibre dovrà essere ripercorsa in parecchi casi. Vi dovrebbe essere un controllo sul tasso di aumento delle importazioni, accompagnato da efficaci politiche industriali e dell’occupazione per assicurare un’agevole riallocazione del lavoro.
Mentre le importazioni dai paesi meno sviluppati possono essere dannose perché il loro livello di sviluppo economico è differente rispetto a quello della Comunità, gli europei dell’Est possono anch’essi creare problemi a causa del loro differente tipo di economia. La difficoltà di una misura comparativa dei costi rende precario l’accertamento del dumping. Fino a poco fa il problema non è emerso grazie ai contingenti fissati dai paesi occidentali e alla consuetudine dei paesi europei dell’Est di allineare i loro prezzi all’esportazione sui livelli prevalenti nell’Occidente. Ma ormai molti contingenti sono stati eliminati nell’Europa occidentale, e gli europei dell’Est, nella loro corsa all’acquisizione di valute occidentali, stanno riducendo i prezzi. La Comunità ha bisogno di un meccanismo efficiente, attraverso dazi o contingenti, per difendersi contro il disordine crescente che deriva da tali importazioni. Inoltre, deve disporre di strumenti che assicurino nel lungo periodo l’espansione del commercio con l’Europa orientale, attraverso accordi di cooperazione e di specializzazione. Attualmente la Comunità è responsabile soltanto per la politica commerciale; essa dovrebbe avere responsabilità anche per la cooperazione industriale.
 
Navi, acciaio, automobili: i giapponesi, e gli altri che li seguono.
Ciò che riguarda le materie prime, i paesi meno sviluppati e i paesi dell’Est costituisce già una serie di eccezioni importanti rispetto all’area del commercio «normale» non regolamentato. Ma il più deve ancora venire. Già nei prosperi anni Sessanta, quando l’ampiezza della penetrazione giapponese sul mercato americano per una mezza dozzina di prodotti importanti stava spostando i sindacati AFL/CIO da una posizione libero-scambista ad una posizione protezionistica, era apparso evidente che il tasso di sviluppo delle esportazioni provenienti da questa economia così dinamica avrebbe potuto risultare incompatibile con il benessere dei lavoratori in un paese occidentale normale. La Comunità vi prestò scarsa attenzione. Ma ora, con il 90% delle ordinazioni mondiali di navi in mano ai giapponesi, e con industrie ad alta intensità di capitale come l’acciaio, le automobili e i cuscinetti a sfera sottoposte ad una violenta pressione, la Comunità sta tardivamente cercando di improvvisare una linea di difesa.
Le difficoltà sono tuttavia notevoli, perché, anche se a nessuno fa piacere l’idea che altre migliaia di lavoratori vadano ad ingrossare le fila della disoccupazione strutturale ed intere città perdano le loro principali industrie forse per una generazione, la Comunità non possiede gli strumenti per intervenire e i governi membri non riescono ad accordarsi su quanto andrebbe fatto. In primo luogo, è essenziale prendere atto che queste industrie ad alta intensità di capitale possono funzionare soltanto sulla base di strategie oligopolistiche (dunque di cartelli, per parlare chiaro) che garantiscano prezzi minimi e, se necessario, quote di mercato, in modo che gli impianti possano essere ammortizzati ed infine rinnovati. Nell’economia europea moderna è necessario che l’autorità pubblica controlli questi cartelli per assicurare che essi funzionino nell’interesse pubblico (così come il governo coopera con le imprese nel sistema francese di pianificazione); e se le imprese esterne alla Comunità insidiano queste industrie con una politica dei prezzi rovinosa, la Comunità deve in questo caso disporre di strumenti (tariffe, prelievi, contingenti) per tenerle a bada mentre negozia con loro su prezzi minimi e quote di mercato.
Queste industrie ad alta intensità di capitale sono situate nel cuore dell’economia moderna; e il caso della concorrenza giapponese mostra che esse non possono sopravvivere ad una politica di laisser faire. Né, per quanto possa essere considerato eccezionale il caso giapponese, vi è alcuna ragione di ritenere che casi simili non si possano moltiplicare. I cantieri navali della Corea del Sud, di Formosa e del Brasile sono già quasi a ridosso di quelli giapponesi. Fra poco una dozzina di questi paesi si collocherà fra i principali produttori di beni ad alta intensità di capitale; e l’esempio dei tessili, anch’esso fatto valere dal Giappone appena vent’anni fa, sarà seguito da parecchie industrie sia ad alta intensità di capitale che di lavoro. Il predominio dell’Europa, insieme all’America, come officina del mondo, sta per finire. La Comunità potrà essere all’avanguardia non tanto per la produzione industriale quanto per la sua politica sociale e per l’umanità con cui saprà dominare i mutamenti economici. Ma questa umanità sarà minacciata dagli effetti degli improvvisi, distruttivi mutamenti dell’economia internazionale, a meno che non si sappiano escogitare mezzi efficaci per controllare lo sviluppo degli scambi.
 
Gli Stati Uniti: un rapporto più armonico.
È un conforto prendere in esame la relazione abbastanza armonica con gli Stati Uniti dopo aver richiamato, circa il resto dell’economia mondiale, i passati sconvolgimenti e i segni di quelli futuri. Negli anni Cinquanta l’America sembrava irrevocabilmente dominante, con un livello di vita doppio rispetto a quello dell’Europa occidentale, con imprese gigantesche, tecnologie avanzate ed un dollaro robustissimo. Ormai il grado di sviluppo dell’America del Nord, e di parecchi paesi dell’Europa nord-occidentale, è all’incirca simile. Gli americani rimangono in posizione dominante soltanto per quanto riguarda la loro moneta, alcune tecnologie (computers, spazio) e la forza di alcune loro grandi imprese. Attraverso l’Atlantico, fra economie simili per tipo e grado di sviluppo, il commercio si è sviluppato in modo libero da intralci, persino in questi ultimi anni tumultuosi.
Nei settori in cui la tecnologia americana è ancora predominante, la causa prevalente del divario in atto risiede nelle commesse pubbliche e nei contributi per la ricerca e lo sviluppo elargiti da un potente governo federale. La Comunità, all’opposto, è rimasta del tutto passiva rispetto allo sviluppo degli elaboratori elettronici, ed ha lasciato il compito di sostenere la produzione aeronautica a due o tre tra i governi membri, senza poter competere con i trionfali successi della Boeing. Per controbilanciare le multinazionali americane con quelle europee, manchiamo ancora di uno statuto europeo delle società; né vi è una efficace politica comunitaria per mantenere sotto controllo le multinazionali. Vi è molto da fare per la Comunità, se vuole reggere in questo modo la concorrenza con gli americani. Ma il grosso del commercio attraverso l’Atlantico sembra destinato a crescere senza causare disordini e con una chiara tendenza alla riduzione o abolizione delle tariffe. Le stesse conclusioni valgono per il commercio della Comunità con altri paesi dell’Europa occidentale, che hanno già, per la maggior parte, rapporti di libero scambio con la Comunità, e per l’Australia, il Canada e la Nuova Zelanda.
Per la moneta, il problema è diverso. Il dollaro è la moneta dominante e gli europei non sono ancora riusciti ad elaborare un contrappeso, che svolga, nel settore degli scambi, la stessa funzione della tariffa esterna della Comunità. La Comunità rimarrà largamente influenzata dalle decisioni americane sui tassi di interesse, i tassi di cambio e l’offerta di moneta internazionale finché non creerà alcuni efficaci strumenti finanziari autonomi come un fondo di riserva, un sistema comunitario per il controllo dei cambi, una moneta parallela ed infine un’unica moneta comune. Fino a questo momento la Comunità non sarà in grado di dominare i terremoti monetari che hanno così gravemente sconvolto le nostre economie negli ultimi anni. Questa è la vera posta in giuoco nei confronti dell’America. Per il commercio attraverso l’Atlantico, la politica liberale della Comunità dovrebbe proseguire. Non è a questo riguardo che si manifesta la necessità di una riforma radicale della politica commerciale.
 
Un’economia mista all’interno richiede una politica esterna mista.
Vi è un’insanabile contraddizione fra la politica esterna della Comunità e la politica interna degli Stati membri. All’interno gli Stati membri impiegano i sussidi, le imposte, i crediti ed un insieme di controlli per promuovere lo sviluppo industriale e proteggere i lavoratori dai più duri contraccolpi dei mutamenti economici. Esternamente, la politica della Comunità è molto più prossima al laisser faire. Essa ha accordi multifìbre, contingenti sulle importazioni dall’Europa orientale e preferenze tariffarie per una serie di paesi in via di sviluppo; ma reagisce con indecisione e inefficacia alle minacce esterne, come l’embargo sul petrolio, l’instabilità dei prezzi o la concorrenza distruttiva, perché non dispone di alcuna prospettiva a lungo termine al di fuori della diminuzione delle tariffe doganali. Abbiamo visto come questa passività verso l’esterno consenta alle forze internazionali di danneggiare l’economia interna; e questi danni non avranno termine fino a quando il laisser faire non verrà accompagnato da attive politiche nelle relazioni esterne della Comunità, come avviene nelle economie interne degli Stati membri.
Idealmente, le politiche attive dovrebbero essere politiche comuni con i partner economici della Comunità, con l’obiettivo di riportare sia la stabilità che l’espansione nei reciproci flussi di scambio e di pagamenti. Ma spesso i partner economici non ritengono utili tali politiche, e gli accordi o le istituzioni internazionali sono troppo deboli per amministrarle. La Comunità perciò ha bisogno in primo luogo di difese proprie. Solo dopo averle realizzate essa potrà operare per introdurre i necessari elementi di controllo sociale a livello internazionale.
La difesa può ovvia è il controllo delle importazioni con strumenti come i contingenti, i prelievi e i dazi, per prevenire la loro crescita ad un tasso che metta in pericolo il benessere dei lavoratori della Comunità. Poiché è la rapidità del cambiamento che è dannosa, e non il cambiamento in sé — che può invece favorire sia il consumatore interno che il produttore esterno — questi controlli devono essere accompagnati da misure di politica industriale, regionale e dell’occupazione per promuovere la riconversione industriale ed il trasferimento di lavoratori in attività in cui la Comunità è più competitiva.
Per le industrie ad alta intensità di capitale, come l’acciaio, può essere necessario impedire ai prezzi della Comunità di cadere al di sotto di un livello che copra sia i costi fissi sia quelli di esercizio. Questo risultato può essere conseguito con prelievi alla importazione; e, oltre a ciò, con accordi su prezzi minimi o quote di mercato con i concorrenti esteri. In prospettiva, bisogna evitare investimenti che creino capacità produttiva in eccesso mediante accordi di specializzazione per impedire l’installazione di troppi impianti identici nel mondo.
Per i prodotti primari più importanti la Comunità deve finanziare proprie scorte di stabilizzazione, che possono essere incorporate negli stocks internazionali quando vi è accordo sulle quantità e sui prezzi; e, in mancanza di rifornimenti veramente certi, nei casi di interdipendenza impossibile da spezzare, la Comunità deve procedere verso l’autosufficienza per ogni bene essenziale, laddove sia possibile.
Per quanto riguarda la moneta, la Comunità ha bisogno di strumenti propri, come una moneta parallela e controlli sui cambi esteri, con cui difendersi fino a quando non verrà realizzato uno stabile ordine monetario internazionale.
In conclusione, la Comunità ha bisogno di una politica esterna molto più attiva di quella che ha avuto finora. Si può obiettare che si tratterebbe, come prima, di una politica mista, anche se più vigorosa. Ma a questo riguardo il vigore è un fatto di primaria importanza. Un’altra reazione da esaminare può essere quella dello shock provocato dall’idea di tradire i principi del libero scambio.
 
L’alternativa è l’autarchia degli Stati membri.
Chi si scandalizza per l’economia mista come per una politica esterna attiva è coerente ma distaccato dalla realtà. L’economia mista, lo stato del benessere, e la nuova politica economica che ne consegue, non sono fenomeni casuali e transitori. Sono fenomeni che hanno profonde radici in seno al popolo nel bisogno non solo di prosperità, ma anche di stabilità, e nella propensione a conseguire questo risultato nell’ambito di una democrazia politica ed economica. Se la politica esterna è di laisser faire, e mista la politica interna, è a favore della politica interna che la contraddizione deve essere risolta, perché questo modo nuovo di gestire l’economia rispecchia le forze sociali e i valori morali prevalenti nella nostra epoca, mentre il laisser faire rispecchia le potenti forze sociali e l’etica di un periodo precedente.
Coloro che sostengono la tesi tradizionale del libero scambio verso l’esterno e dell’economia mista all’interno sono, d’altra parte, del tutto incoerenti; e la loro incoerenza può condurre al peggior risultato possibile. Senza una politica esterna mista della Comunità non avremmo certo il perdurare di una Comunità liberale in moderato contrasto con i suoi lavoratori, ma la sostituzione di questa Comunità con Stati membri autarchici.
I cittadini dei paesi membri insistono sulla necessità di una politica che garantisca una certa sicurezza di lavoro e di reddito. Se questa sicurezza è minacciata da forze esterne, essi chiederanno che queste forze siano controllate o escluse. Se la Comunità non le controlla o le esclude, saranno gli Stati membri a farlo.
La gravità di questo problema non deriva soltanto dalle maggiori pretese dei cittadini, ma anche dalle variazioni intervenute nelle caratteristiche dei mercati. La convinzione che un mercato non regolamentato avrebbe massimizzato il benessere era, almeno parzialmente, giustificata quando vi era una situazione prossima alla concorrenza perfetta. Ma l’economia moderna è pervasa da mercati imperfetti e da potere di mercato. I lavoratori e gli impianti sono specializzati per compiti particolari, ed il loro trasferimento ad altri compiti è costoso o addirittura impossibile. In molti mercati la domanda e l’offerta sono rigide e anelastiche. La specializzazione e la sincronizzazione dei processi produttivi danno luogo a posizioni di potere di mercato, e di conseguenza i prezzi e la produzione dipendono più dalla forza contrattuale che dalla concorrenza perfetta. Un certo grado di stabilità regolamentata sarebbe necessario solo per ragioni di efficienza economica, quand’anche non fosse richiesto da imperativi di benessere sociale. Va anche tenuto presente che non sarebbe possibile resistere a queste richieste economiche e sociali senza costi politici ed economici inaccettabili.
Sono costi che gli Stati membri della Comunità non intendono pagare. Essi proteggeranno certamente i loro lavoratori e le loro industrie da mutamenti violenti con misure unilaterali, se non riusciranno a fare ciò insieme come Comunità; e reagendo separatamente alle minacce della stretta petrolifera, delle navi giapponesi, delle scarpe sudcoreane, dei vestiti romeni e di molti altri prodotti, essi frantumeranno il mercato comune della Comunità e si isoleranno dal mondo circostante.
Le economie da stato di assedio che ne risulteranno saranno disastrose per le nostre popolazioni. Gli europei dell’Est, che hanno chiuso le loro economie reciprocamente e nei confronti dell’Occidente, hanno lottato da allora in poi per allentare questa camicia di forza che ostacola il loro benessere ed il loro sviluppo economico. Per economie piccole e medie come quelle della Comunità, ad un più avanzato livello tecnologico, una ritirata nelle ridotte economiche nazionali sarebbe ancora più disastrosa che per l’Europa orientale. Soltanto una Comunità che assicuri ai suoi cittadini una protezione sociale sufficiente può contrastare queste fosche prospettive.
 
La parte liberale di una politica esterna mista.
Il bisogno di protezione da parte della Comunità è stato sottolineato perché nella Comunità prevalgono la politica e l’ideologia del laisser faire, e ciò è sempre più dannoso per la nostra popolazione. Coloro che sono stati educati a politiche contrarie, o alla dialettica marxista, sosterranno senza dubbio che la sola alternativa è quella dell’abbandono totale dei principi liberali e del controllo di ogni minimo dettaglio del nostro commercio estero. Ma ciò sarebbe tanto scriteriato quanto rinunciare alla economia mista per abbracciare un sistema rigidamente liberistico o dirigistico per l’economia interna. La vera alternativa al laisser faire non è il controllo totale ma la libertà associata con il grado di controllo necessario per la stabilità e la sicurezza.
L’instabilità e i risultati insoddisfacenti dell’economia comunitaria da quando è stata colpita dalla crisi economica mondiale degli anni Settanta mostrano che il grado di controllo sulla sua politica esterna non è sufficiente. È necessario uno spostamento in questa direzione. Ma, una volta che lo spostamento è avvenuto, dovremmo garantire che la politica della Comunità resti liberale fino al punto in cui ciò è compatibile con la sicurezza economica.
La chiave di volta per una politica esterna liberale è una politica interna dinamica che faciliti il progresso industriale. In primo luogo, e soprattutto, ciò implica una politica attiva e generalizzata della manodopera, del tipo di quella largamente sviluppata in Svezia. In secondo luogo, è necessaria una politica industriale che promuova la sostituzione degli impianti antiquati nelle vecchie industrie con impianti moderni nelle nuove industrie, localizzate dove c’è richiesta di posti di lavoro. Quanto più efficaci sono queste politiche interne, tanto più le importazioni possono aumentare senza danneggiare i lavoratori nella Comunità.
Sulla base di questa economia interna flessibile e dinamica la Comunità può negoziare con i suoi partner commerciali un rapido sviluppo degli scambi, senza timore di un riflusso di lavoratori in eccesso che potrebbe indurre ad una avventura autarchica. Provvista di adeguati fondi e poteri, la Comunità potrebbe esercitare tutto il suo peso per creare le condizioni per l’espansione nella stabilità dell’economia internazionale.
 
Una Comunità federale, politica ed economica.
Se la politica mondiale fosse strettamente connessa all’economia mondiale, vi sarebbero funzioni di governo economico svolte a cinque o sei livelli, dall’autorità locale, alla provincia, allo Stato nazionale, ai raggruppamenti regionali (Comunità europea) ed a più ampi sistemi economici (gruppo atlantico o sovietico) fino al mondo come un tutto. Gran parte dell’attuale disordine internazionale è causato dalla mancanza di un governo economico sulle aree più vaste.
Idealmente, questi livelli di governo più elevati dovrebbero essere costituiti al più presto. Ma il mondo è ancora troppo differenziato politicamente ed economicamente per questo, ed ogni progresso al di là della sovranità assoluta degli Stati nazionali si può conseguire più facilmente in gruppi regionali come la Comunità europea. Il benessere del nostro popolo sarebbe meglio servito da un forte governo della Comunità, che potrebbe difendere la sua economia contro perturbazioni esterne, inevitabili in un mondo non governato, mentre nello stesso tempo potrebbe incoraggiare ogni possibile progresso verso un governo internazionale. Per la Comunità ciò comporta un governo federale, perché forme più blande di associazione sarebbero troppo deboli per i difficili compiti della gestione interna ed esterna dell’economia.
Questa conclusione politica non è indipendente dal tipo di gestione economica prospettata. Il laisser faire non richiede che una modesta azione di governo; e se la Comunità fosse essenzialmente un’unione doganale con tariffe esterne in via di estinzione le presenti istituzioni sarebbero sufficientemente forti. Ma la tesi di questo saggio è che non basta il laisser faire, che occorre anche una protezione sociale. La Comunità deve rispecchiare le caratteristiche dei suoi paesi membri camminando su entrambe le gambe, che grosso modo possono essere chiamate liberalismo e socialismo.
L’economia mista è l’equivalente economico di una federazione politica. L’essenza del federalismo politico è la distribuzione a diversi livelli della funzione di governo, in modo che ogni funzione venga esercitata al più basso livello compatibile con l’efficienza e la giustizia, cioè al livello nel quale la maggior parte della popolazione è influenzata direttamente dalle decisioni alle quali essa stessa può avere facilmente accesso. L’equivalente economico è un’economia in cui le questioni di interesse generale, come l’equità fra i gruppi sociali e la stabilità del sistema, sono di competenza del livello appropriato dell’autorità pubblica, mentre le altre questioni vengono decise all’interno dell’impresa. L’economia che viene comunemente detta mista può dunque essere correttamente definita economia federale.
Il federalismo economico e politico, con una politica esterna forte abbastanza per difenderlo in un mondo tempestoso ed incerto e per far progredire la causa del federalismo nell’economia e nella politica mondiale: è questo il modello per una Comunità che voglia rispecchiare ciò che vi è di meglio nella civilizzazione europea.