Anno LII, 2010, Numero 2, Pagina 116

 

 

IL FUTURO DEL MODELLO SOCIALE EUROPEO NELL’ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE
 
 
Secondo Stiglitz “la globalizzazione è il campo in cui si sviluppano alcuni dei nostri più profondi conflitti sociali, inclusi quelli sui valori fondamentali, e le divergenze più significative riguardano il ruolo dei governi e dei mercati… L’economia deve occuparsi dell’efficienza mentre tutto ciò che attiene all’equità deve essere lasciato nelle mani della politica”.[1] La politica non ha finora dimostrato di volere o potere svolgere questo ruolo su scala internazionale.
Dagli anni Novanta del secolo scorso, gli accordi del WTO hanno infatti accentuato il liberismo e la politica del laissez-faire, cioè la tendenza ad eliminare progressivamente i dazi a livello mondiale, e la deregulation, che ha rimosso le regolamentazioni di ostacolo al libero mercato. Successivamente, l’ingresso della Cina nell’economia di mercato, simbolicamente sancito dagli accordi conclusi sempre nell’ambito del WTO del dicembre 2001, ha alimentato una concorrenza economica ancora più forte tra le imprese mondiali e tra gli Stati. Durante la prima decade di questo secolo la crescita esponenziale delle economie dei paesi emergenti, in particolare di quella della Cina, che è passata dalla nona posizione commerciale del 2001 ai vertici della classifica mondiale, accrescendo ulteriormente la competizione e il processo di liberalizzazione su scala globale, ha finito per mettere in evidenza le contraddizioni ed i limiti insiti in una globalizzazione senza governo.
Non sorprende quindi che dopo la crisi finanziaria del 2008 il dibattito sul rapporto Stato-mercato sia diventato ancora più attuale nella misura in cui gli effetti della crisi hanno coinvolto il mondo delle imprese e del lavoro e la stessa capacità degli Stati delle economie occidentali, sempre più indebitati, di attenuare con le politiche fiscali e sociali gli eccessi di un capitalismo praticamente fuori controllo su scala internazionale. Come è noto, questa politica del laissez faire è stata promossa soprattutto a partire dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Mentre nell’Europa continentale, la presenza, da tempo, di uno Stato sociale più protettivo nei confronti delle esigenze degli strati più deboli della popolazione ha cercato di mitigare le diseguaglianze sociali e di controllare le tendenze degenerative, potenzialmente pericolose per l’ordine sociale e politico, implicite in qualsiasi tumultuoso processo di sviluppo economico.
Non a caso questo modello di Stato sociale si è affermato soprattutto negli anni Sessanta del secolo scorso, in un contesto di grande sviluppo economico, allo scopo di favorire la nascita di una società solidale, il radicamento della democrazia in diversi paesi (tra cui l’Italia e la Germania), la crescita del ruolo dei sindacati. Certamente il “miracolo” economico di quegli anni fu decisivo per reperire le risorse necessarie al miglioramento delle condizioni di lavoro, dell’assistenza e della previdenza sociali. Infatti, una volta esaurita la spinta propulsiva di quel periodo, allorché la crescita economica incominciò ad assestarsi su valori più moderati, per mantenere nel tempo questo modello gli Stati europei dovettero progressivamente aumentare il loro livello di indebitamento.
Così il modello di Stato sociale (o di welfare) europeo è entrato in una fase critica, in cui le sue fondamenta, costituite da una presenza attiva dello Stato nell’economia, da una cospicua spesa pubblica e da una crescente pressione fiscale, hanno incominciato a vacillare e ad essere messe in discussione di fronte ai successi produttivi, economici e commerciali di altri modelli (in primo luogo quello asiatico).
E’ dunque ormai giunto il momento di abbandonare il modello di Stato sociale costruito nel corso di secoli in Europa? A questo proposito è opportuno ricordare che, anche se in termini generici, si parla di politica sociale in talune aree europee già a partire dal Seicento-Settecento e in modo più preciso dopo l’avvento della rivoluzione industriale e dalle riforme introdotte in Germania da Bismarck. Ma l’accezione in senso moderno di welfare è riconducibile alla politica del New Deal di Roosevelt come risposta alla crisi economica del ‘29. Dopo il crollo della borsa, delle banche e degli investimenti e soprattutto di fronte al drammatico problema della disoccupazione, l’amministrazione del Presidente americano infatti sostanzialmente ridefinì il ruolo dello Stato nell’economia e, per la prima volta nella storia, cercò di farlo su scala continentale e in un sistema democratico articolato. In particolare, l’amministrazione Roosevelt aumentò la spesa pubblica per assicurare il pieno impiego (in questo senso vennero riformati anche la natura e gli scopi della Federal Reserve); promosse la politica di intervento territoriale con la costruzione di strade, ponti, canali, e con la ridefinizione di molti piani urbanistici; aumentò le condizioni di sicurezza nel lavoro, attuando forme assicurative contro la disoccupazione; introdusse forme di previdenza sociale e di assistenza sanitaria; chiarì la responsabilità delle imprese private verso la società nel suo complesso.
In Europa la politica di intervento statale in ambito democratico si sarebbe sviluppata solo a partire dal dopoguerra, con la pacificazione del continente e l’avvento della ripresa economica europea. I primi progetti sociali volti sia a tutelare le famiglie in difficoltà, garantendo loro un reddito minimo, sia ad aumentare il livello di istruzione e a combattere la disoccupazione risalgono al 1942 e al 1944, su impulso dell’inglese William Henry Beveridge (quel Beveridge che nel 1944 a Parigi fonda con Spinelli, Orwell, Camus e altri il Comitato Internazionale per la Federazione Europea). Si tratta di progetti che negli anni seguenti daranno vita a un vero e proprio sistema di assistenza sanitaria pubblica e di previdenza sociale. E’ però con la ripresa economica, soprattutto a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta, che si forma e si diffonde in molti paesi europei, grazie anche alle maggiori entrate per lo Stato derivanti da un’economia in forte sviluppo, il consenso e la volontà per realizzare le politiche per il miglioramento delle condizioni nei posti di lavoro, derivanti anche dal rafforzamento della coscienza sindacale dei lavoratori e della crescita della scolarizzazione. Si assiste alla nascita di una legislazione a tutela delle classi più deboli e si sperimenta una più equa redistribuzione fiscale; nascono e si rafforzano enti di assistenza e di previdenza pubblici.
Gli strumenti attraverso i quali allora lo Stato intervenne per equilibrare le forze economico-sociali in campo per una più equa giustizia sociale, sono stati molto diversi da paese a paese. Essi dipendevano inevitabilmente dalla diversa storia economica e politica. Per questo, nel tempo, alcuni paesi hanno privilegiato una crescente perequazione fiscale, altri quella assistenziale, altri ancora una più forte contribuzione sociale e assicurativa.
Un breve cenno a parte merita tuttavia il modello renano dell’“economia sociale di mercato”, un modello spesso indicato come esempio da seguire e che in effetti si è dimostrato vincente anche nel recente passato. Michel Albert nel suo libro Capitalismo contro capitalismo ne ha fatto a suo tempo una esauriente descrizione. Questo modello si basa principalmente sul libero mercato soprattutto in materia di prezzi e salari, ma il funzionamento del mercato “non può regolare da solo l’insieme della vita sociale. Ha bisogno di elementi di equilibrio esterni, ha bisogno di essere bilanciato da elementi di politica sociale che sono fissati a priori e di cui è garante lo Stato. Lo Stato tedesco si definirà come Stato sociale”…, cioè “ come guardiano dell’assistenza pubblica e del libero negoziato tra le parti sociali” che, seguendo “ la corrente socialdemocratica, ha posto le basi della partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese e delle istituzioni”, attraverso la cogestione.[2] Però, come ha spiegato Michel Albert nel suo libro, affinché una simile politica possa avere a successo è fondamentale che la stabilità monetaria e l’autonomia della banca centrale di un paese vengano garantite nel tempo. Per questo in Germania le banche commerciali hanno dovuto via via assumere un ruolo importante non solo per finanziare l’attività delle imprese, ma anche per gestirne la proprietà. Il diritto dello Stato tedesco di intervenire nella vita economica e sociale è formalmente circoscritto a due soli casi: a) per ristabilire la concorrenza laddove si verificano casi di posizioni dominanti nel mercato; b) per garantire l’ordine sociale.
Sta di fatto che questo modello, seppure modificato in relazione alla specificità degli Stati, è stato in larga parte ripreso anche in Francia, Austria, Belgio e Lussemburgo. E il suo successo è testimoniato dal fatto che nell’Europa continentale solo il modello scandinavo, affermatosi in Svezia, Finlandia, Danimarca e Olanda, è riuscito a garantire un più alto grado di protezione sociale (fino a più di un terzo del PIL dedicato a sostenere la spesa sociale), sia nell’ambito del sostegno all’occupazione che in quello della previdenza e dell’assistenza, con una copertura delle spese garantita in gran parte dal gettito fiscale e da parziali forme di contributi sociali obbligatori. Nella sua variante anglosassone (Gran Bretagna e Irlanda) lo Stato sociale ha invece privilegiato la tutela dei più deboli ed emarginati rispetto ad una tutela generalizzata, garantendo soprattutto a questa categoria sociale assistenza e aiuti. L’intervento statale in questo caso è rimasto relativamente limitato e molti servizi sono privati. Una parte molto inferiore delle spese in questo caso è infatti coperta dalla fiscalità e da contributi sociali.[3] Infine il modello mediterraneo (Italia, Grecia, Portogallo e Spagna) ha ecceduto in un’altra direzione, e si è basato soprattutto sulla tutela dei lavoratori, cui sono state garantite prestazioni sociali, assicurative e pensionistiche, legate al versamento, da parte loro, di quote contributive.
In definitiva, tutte queste politiche si sono via via affermate in Europa nel secondo dopoguerra, fino a subire un repentino ed ulteriore rafforzamento negli anni Settanta del secolo scorso, per far fronte alle prime gravi crisi monetarie e petrolifere, determinando così un progressivo appesantimento del debito pubblico statale senza creare parallelamente consistenti garanzie di rimborso.
Dagli anni Novanta del secolo scorso a seguito della crescente globalizzazione e liberalizzazione dei mercati, favorite in particolare negli USA da leggi bancarie e finanziarie piuttosto permissive che davano mano libera nello spostamento di capitali, la situazione debitoria dei paesi occidentali è ulteriormente peggiorata. Infatti, a fronte di un enorme aumento dello sviluppo economico, anche se non equamente distribuito, sono state poste le premesse di un’economia volatile, più basata sulla speculazione e sul capitale che sull’economia reale. Non a caso oggi i più sono d’accordo sul fatto che la liberalizzazione, la deregolamentazione, e la privatizzazione selvaggia, di cui sono stati piantati i semi sul finire del secolo scorso, siano tra le principali cause dell’indebolimento del ruolo degli Stati soprattutto nel campo del controllo dei capitali, del rispetto della contrattazione sindacale e nel rapporto Stato-imprese-banche. Certamente questo indebolimento non è stato uniforme, né a livello mondiale, né tantomeno in un’area, quella europea, in cui l’integrazione economica e monetaria è molto avanzata. Una disomogeneità ormai registrata e nota anche a livello delle diverse opinioni pubbliche, attraverso la variazione del differenziale (spread) fra i tassi di interesse dei titoli di Stato: emblematico a questo proposito il caso della divergenza tra due paesi dell’area euro, la Germania e la Grecia, diventato un indicatore anche del grado di tenuta dell’Unione economica e monetaria europea. Un caso che ha dalle conseguenze pratiche sempre più evidenti a tutti: il fatto che nel febbraio 2009 la Grecia pagasse ai suoi creditori quattro punti percentuali in più rispetto a quanto pagava la Germania, spiega perché, nonostante la convenienza in termini di rendimento ad investire in Grecia, la Germania continuasse ad attirare più acquirenti dei propri titoli, in quanto offriva (e continua ad offrire) maggiori garanzie di rimborso e di stabilità.
 
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La crisi finanziaria ed economica del 2007-2008 ha determinato effetti diversi nelle varie parti del mondo: ci sono paesi che hanno migliorato la propria condizione economica e altri che stanno arretrando. Tra questi, per la prima volta almeno da due secoli a questa parte, sembrano essere i paesi occidentali quelli che arrancano maggiormente, perché non riescono a uscire dalla crisi né riescono a scaricarne le conseguenze su altre aree del mondo, come avevano potuto fare in passato. Per fronteggiare questa situazione gli Stati Uniti, patria del liberismo economico, sono dovuti ricorrere ad interventi statali diretti che in passato avevano sempre criticato e osteggiato per tentare di salvare imprese e banche in difficoltà (con l’effetto di aumentare ancor di più il loro debito pubblico).
Anche in molti paesi europei gli aiuti a favore del sistema bancario e dell’economia in generale hanno provocato un ulteriore aumento dell’indebitamento statale. Per questo tali paesi incontrano crescenti difficoltà nel mantenere i livelli di spesa sociale del passato, avendo tra l’altro tassi di crescita economica ormai molto modesti, pari a zero o addirittura negativi. Tutto ciò ha avuto come conseguenza quella di aumentare la corsa di tutti al proprio interno e all’esterno, sui mercati finanziari internazionali, per sostenere i rispettivi sistemi produttivi, economici e sociali.
Si tratta di un fenomeno che pone dei gravi interrogativi sulla sostenibilità nel tempo di simili politiche, per quanto riguarda la natura e la composizione sia del debito interno degli Stati, che deve essere sottoposto al vaglio del consenso e della fiducia dei cittadini, sia di quello verso l’esterno, che investe la credibilità delle istituzioni dei paesi indebitati rispetto alla loro volontà o capacità di ripagare in qualche modo i debiti contratti (è questo il senso del cosiddetto rischio paese), che si riflette sull’andamento dei tassi di interesse crescenti per reperire capitali sul mercato internazionale (cioè sul costo del debito di ciascun paese).
La maggior parte dei paesi europei resta così in bilico tra l’esigenza di promuovere modelli economici e produttivi concorrenziali su scala globale — pena il loro declino economico — e quella di proteggere le rispettive società — pena un crescente disordine al proprio interno. Ma intanto, nel disperato tentativo di soddisfare la prima esigenza, questi paesi non sembrano essere più in grado, data la crisi in atto, di reperire i fondi per gli investimenti necessari a garantire una sanità pubblica adeguata, un livello accettabile dell’istruzione, pensioni e assistenza alle nuove generazioni, ecc. Ciò anche per l’invecchiamento della popolazione che in prospettiva rende più pesante la gestione del sistema previdenziale e della sanità.
Il disorientamento è evidente quando si considerano le posizioni che si confrontano nei vari dibattiti nazionali. Molti richiedono a gran voce lo smantellamento dello Stato sociale perché esso ormai appesantirebbe l’economia del paese, non aiuterebbe la crescita e non permetterebbe alle imprese nazionali di competere adeguatamente sul mercato mondiale, avendo alle spalle supporti istituzionali adeguati. Altri, al contrario, ritengono che, poiché la crisi e i suoi effetti sono destinati a durare a lungo, colpendo soprattutto le fasce più deboli della popolazione, lo Stato sociale dovrebbe essere rafforzato e non indebolito. Ma con quali risorse?[4]
 
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I paesi europei sono di fronte a un problema insolubile con gli strumenti politici ed istituzionali di cui dispongono. Nel quadro economico internazionale attuale i mercati si conquistano e si mantengono con produzioni di beni che abbiano prezzi sempre più bassi o che abbiano un elevato contenuto tecnologico. Nel primo caso gli Europei non possono competere con i bassi salari con i quali riescono a produrre la Cina, l’India e i nuovi paesi emergenti. La Cina ha addirittura incominciato a delocalizzare alcune produzioni in paesi africani che offrono la possibilità di ridurre ulteriormente i costi. Nel secondo caso solo pochi paesi in Europa, la Germania per esempio, sono stati in grado di rimanere competitivi innovando, attuando una politica salariale di contenimento e migliorando la capacità produttiva.
La crisi sta inoltre accentuando un problema che nessun paese europeo sembra in grado di poter affrontare e risolvere con successo: quello della disoccupazione, soprattutto giovanile, che si lega alla precarietà delle prospettive di impiego stabile in una società sempre più basata sul lavoro temporaneo.[5]
A questo proposito gli Europei dovrebbero riflettere sul fatto che già il Libro bianco su crescita, competitività, occupazione di Delors, nel 1993, indicava a proposito dei posti di lavoro “…il dovere di crearli per garantire l’avvenire: l’avvenire dei nostri figli, che devono trovare speranza e motivazione nella prospettiva di partecipare all’attività economica e sociale e di trarre benefici dalla società in cui vivono; l’avvenire dei nostri sistemi di protezione sociale minacciati a breve termine dall’insufficienza della crescita e a lungo termine dal preoccupante deteriorasi del rapporto popolazione attiva / popolazione inattiva”.[6] Ebbene questo problema, nell’ultimo ventennio, non solo non è stato seriamente affrontato, ma si è aggravato. Infatti, come spiega Niall Ferguson “…le generazioni attuali non sembrano comportarsi con esemplare ottimismo verso i loro discendenti”. Anzi, tendono a “trascurare le passività future e credere che i servizi pubblici finanziati in debito si rendano disponibili senza contropartite”. Così facendo, lasciano da pagare alla generazione ventura dei conti ben più ingenti di quanto si potrebbe giustificare con il tax smoothing. In quanto lo stock del debito di ogni generazione altro non è se non l’ammontare cumulativo di trasferimenti finanziari che i contribuenti del passato si sono fatti e continuano a farsi anticipare da quelli futuri.[7]
In definitiva, è ancora possibile attendersi che i sistemi economici nazionali europei, i cui cardini sono lo Stato, le imprese e le famiglie, continuino ad operare per il benessere delle rispettive società nazionali?
A questo proposito vale la pena ricordare che la sostenibilità (economica e sociale) di questi sistemi si basa sulla loro capacità di produrre beni (materiali e non) attraverso il lavoro dei cittadini che vivono e si riconoscono in essi. Va da sé che laddove diminuiscono le prospettive e le opportunità di lavoro, diminuiscono anche i consumi, le imprese entrano in crisi ecc. In questo quadro lo Stato è destinato ad incamerare meno introiti (all’interno e dall’esterno), la sua legittimità e credibilità diminuiscono, e inevitabilmente è destinato a non poter garantire adeguati servizi ai cittadini e alle imprese.
Cosa stanno dunque facendo gli Stati europei per aumentare le possibilità di occupazione e di investimento in un momento in cui sono costretti allo stesso tempo a ridurre le spese per favorire il rientro dal debito e a “fare cassa” per mantenere i servizi essenziali al funzionamento dell’amministrazione, dei trasporti, ecc.?
Preoccupati dalla necessità di riequilibrare le finanze diminuendo il debito, dovendo cercare di mantenersi competitivi in un mercato globale in cui sussistono gravi squilibri, gli Stati stanno semplicemente cercando di liberarsi dagli oneri derivanti dalla protezione degli strati sociali più deboli (o con un minor potere di ricatto in termini sindacali o di influenza economica) e dal mantenimento di una serie di servizi pubblici a suo tempo considerati essenziali per promuovere lo sviluppo economico-sociale e oggi ritenuti un fardello.
In questo contesto anche le imprese, soprattutto le grandi imprese, si trovano sempre più in mezzo al guado di una competitività globale e del confronto su scala mondiale di nuove potenze. Finché a livello internazionale ha retto il governo americano dell’economia del libero mercato, anch’esse hanno potuto beneficiare della liberalizzazione del mercato internazionale ed europeo, che ha consentito alle più forti, preparate e dinamiche di ampliare la propria produzione e l’ingresso in nuovi mercati. Ma una volta che il potere americano è stato messo in discussione, il quadro di riferimento ha incominciato a vacillare.
In Europa la creazione della moneta unica ha momentaneamente attenuato gli effetti del vuoto di governo che si stava creando nel mondo e in Occidente in particolare. Dopotutto la moneta unica offriva la possibilità di dare maggiore stabilità alle economie nazionali, consentiva alle imprese di fare programmi più a lungo termine, eliminando la variabile della fluttuazione delle monete europee. Ma l’esistenza di una moneta senza Stato era e resta un paradosso dal quale né i cittadini né le maggiori imprese possono mettersi al riparo, soprattutto nell’era globale in cui, per dirla con Robert Reich, se è vero che non esistono più “campioni nazionali” industriali nei grandi Stati continentali, a maggior ragione non possono sopravvivere nei piccoli.[8]
 Ma gli Europei nei fatti hanno continuato ad ignorare questa realtà, perché hanno continuato a considerare il quadro economico nazionale come un sistema che deve innanzitutto garantire la propria sopravvivenza, indipendentemente dal fatto che fa ormai parte, da un punto di vista produttivo oltre che commerciale, di più sistemi interconnessi tra loro. Gli esempi in proposito sono innumerevoli. Per restare all’Italia, la Fiat è un’impresa nazionale? I suoi successi o insuccessi sono italiani? E’ noto che questa azienda produce ormai circa il 70% dei suoi prodotti all’estero. E’ noto che i suoi azionisti non si identificano più solamente con la famiglia Agnelli. Eppure il dibattito sul suo futuro e su quello dei suoi dipendenti è, anacronisticamente, italiano.[9]
E’ invece evidente che le contraddizioni in cui si dibattono gli Europei derivano soprattutto da un lato dalla mancanza di una politica industriale europea nel campo automobilistico (come in altri campi) e dall’altro lato dall’assenza di un confronto credibile tra rappresentanze sindacali di respiro europeo e un sistema di potere democratico europeo alternativo a quelli nazionali. Rebus sic stantibus le imprese europee non potranno competere ad armi pari a livello internazionale e i sindacati europei si troveranno sempre più spesso a dover scegliere tra due mali: quello di assistere impotenti all’aumento della disoccupazione; e quello di dover rinunciare alle protezioni sociali ed economiche conquistate nel passato. Due mali sempre più incombenti quando si considera l’aggressiva politica di sviluppo messa in atto da alcuni paesi emergenti. “E’ significativo”, ha scritto Federico Rampini su la Repubblica[10] “quel che sta accadendo nell’industria dell’automobile [in Cina]. Le autorità di Pechino stanno per varare una nuova normativa che imporrà alle case automobilistiche straniere di divulgare le loro tecnologie “verdi” — motori elettrici e ibridi — se vogliono mantenere l’accesso al mercato cinese. La nuova legislazione fa parte di un piano decennale preparato dal ministero dell’Industria cinese per “conquistare la leadership mondiale” nella nuova generazione di auto a zero emissioni. Il governo potrà costringere qualsiasi produttore estero ad avere un socio locale col 51% del capitale, in modo da rendere l’industria nazionale partecipe di tutte le innovazioni tecnologiche elaborate all’estero. Dal punto di vista ambientale la notizia è positiva, conferma l’impegno della Cina per lo sviluppo della Green Economy: Pechino ha già investito 1,5 miliardi di dollari in questo settore negli ultimi cinque anni. Ma il ricatto alle case automobilistiche straniere indica anche che la Repubblica Popolare vuole emanciparsi da qualsiasi forma di dipendenza dall’Occidente. Ha gli strumenti di pressione adatti: entro il 2020 il mercato cinese delle auto raggiungerà i 40 milioni di immatricolazioni all’anno, cioè il doppio dei livelli che raggiunse l’America pre-crisi (oggi le vendite negli Usa sono scese a 12 milioni annui). Chi non si piega al diktat di cedere le sue innovazioni tecnologiche ai soci cinesi, sarà tagliato fuori dal più vasto mercato mondiale”.
Evidentemente se ci fosse una vera politica economica e industriale europea, diventerebbe pensabile impostare su basi diverse i rapporti produttivi fra Europa e Cina e creare i presupposti di una nuova politica di sviluppo.
Presi singolarmente, i paesi europei, tranne in parte la Germania, che può ancora contare sullo sfruttamento delle sue possibilità di espandersi nei mercati dell’Europa centro-orientale, sembrano incapaci di pensare il futuro. Per la maggior parte di essi, costruire il futuro indebitandosi sempre più rappresenta l’opzione di breve periodo più a portata di mano. Tuttavia, come ricorda Robert Reich “una corretta concezione dell’economia nazionale come una regione dell’economia globale” dovrebbe operare “una distinzione fondamentale tra investimenti e consumi, tra quanto si spende per creare ricchezza futura e quanto si spende per soddisfare le necessità e i desideri correnti. Contrariamente alle ipotesi accettate da molti uomini di governo e dal pubblico, questa logica suggerisce che non c’è nulla di terribilmente sbagliato nell’indebitamento estero di una nazione, purché i prestiti siano investiti in fabbriche, scuole, strade e altri mezzi per aumentare la produzione futura… I debiti diventano un problema se il denaro è dilapidato in consumi”.[11] Ora, questo è quanto stanno facendo gli Europei. Per questo è lecito temere che lo Stato del benessere, cioè lo Stato che con la sua presenza nell’economia ha favorito il mantenimento di una società più equilibrata, sia destinato ad entrare in crisi e, con esso, a incrinarsi pericolosamente il “contratto sociale”, il patto di solidarietà, su cui si fonda.
Del resto la sopravvivenza di un simile patto è ormai messo apertamente in discussione negli Stati nazionali europei. Il problema oggi non è più se questo patto potrà essere recuperato a livello nazionale, ma se sarà possibile recuperarlo a livello europeo, dove le istituzioni dell’Unione europea non solo sono inadeguate per far fronte alle sfide di fronte alle quali si trova la società europea, ma appaiono ai più non riformabili. Perché se è vero che l’integrazione economica europea è molto progredita, tanto che l’unione monetaria è già una realtà almeno per un ristretto numero di paesi, è altrettanto evidente che non esiste ancora un quadro statuale europeo collegato al sistema economico sociale europeo. Non esiste una Federazione europea.
 
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La salvaguardia di un modello di Stato sociale nell’era della globalizzazione dipende pertanto dalla prospettiva di creare oppure no un quadro federale europeo, a partire dall’Eurozona o da alcuni suoi paesi chiave. Se questo quadro non si formerà, non solo verranno sempre meno le condizioni per mantenere e rafforzare la solidarietà fra le diverse regioni europee, ma anche il mondo verrà privato di un modello di riferimento per promuovere uno sviluppo più giusto e sostenibile a livello internazionale, con drammatiche conseguenze sul piano sociale ed ecologico. Contribuire a prevenire questa pericolosa prospettiva costituisce di per sé una ragione morale, oltre che politica, più che sufficiente per battersi per rilanciare il ruolo della politica in Europa e il progetto della costruzione di uno Stato federale europeo.
 
Anna Costa


[1] J.E. Stiglitz, La globalizzazione che funziona, Torino, Einaudi, 2006, p. XII.
[2] M. Albert, Capitalismo contro capitalismo, Bologna, Il Mulino, 1993, p. 132.
[3] Come ha osservato Niall Ferguson: “tra il 1960 e il 1992 sovvenzioni e trasferimenti sono passati dall’8% al 22% del PIL nei paesi industrializzati. Un’elevata frazione di tale costo crescente è stata finanziata mediante debiti”, in Soldi e potere, Milano, Ponte alle grazie, 2001, p. 244. Nel 1991 nei paesi europei dell’area continentale le imposte e i trasferimenti a vario titolo “riducono al massimo al 5% la quota di famiglie che versa in stato di ‘profonda povertà’” (op. cit., p. 242.), mentre paesi come la Gran Bretagna e gli USA hanno tassi di povertà maggiore.
[4] P. Le Coeur,“Le modèle social freine-t-il la reprise économique en France?”, Le Monde, 3 settembre 2010. In questo articolo si confrontavano le politiche economico-sociali di Germania e Francia, evidenziando le difficoltà francesi nel promuovere l’avvio della ripresa economica frenata anche “da un sistema sociale più protettivo rispetto a tutti gli altri paesi dell’Unione europea”. Allo stesso tempo l’articolo sottolineava come la Germania avesse già provveduto nel recente passato ad una serie di aggiustamenti allo Stato sociale. “Con le leggi Hartz, tra il 2003 e il 2005 e dopo con l’Agenda 2000, i Tedeschi hanno ridotto la durata delle prestazioni di cassa integrazione, le prestazioni sociali e le spese di assicurazione malattia”. E come ricorda Sylvain Broyer, citato sempre nello stesso articolo di Le Monde, “i Tedeschi hanno rivisto la fiscalità, aumentato l’Iva e riformato le pensioni”. A questo proposito bisognerebbe osservare che la Germania, già partita all’interno dell’Unione europea da una posizione di forza, l’ha mantenuta nel tempo anche grazie alla capacità di sfruttare le opportunità derivanti dal processo di integrazione, e che in questo contesto le modifiche attuate sulla legislazione sociale le hanno, tra l’altro, consentito di favorire le proprie imprese nelle esportazioni.
[5] La percentuale di giovani disoccupati che in Europa, secondo quanto ha pubblicato il 31 agosto 2010 l’ISTAT è del 19,6%, in Italia raggiunge il 27%.
[6] Dalla premessa al Libro bianco su crescita, competitività, occupazione, Commissione delle Comunità Europee, Lussemburgo, 1993, p. 1.
[7] Niall Fergusson, Soldi e potere, op. cit., p. 245.
[8] Robert Reich aveva evidenziato già nel 1991 la non coincidenza di interessi tra Stato e imprese, organizzate spesso sotto forma di imprese-rete globali. Allora Reich aveva incominciato a chiedersi, come cittadino statunitense, se esisteva ancora un’economia nazionale e, in caso di risposta affermativa, in che termini questa rispondeva ancora alle esigenze di crescita e di sviluppo della società. In questo modo egli aveva messo in evidenza come i concetti stessi di impresa nazionale, di prodotto nazionale fossero in gran parte superati: “le nazioni si stanno trasformando in regioni di un’economia globale; i loro cittadini diventano i lavoratori di un mercato globale. I grandi gruppi nazionali si stanno trasformando in imprese a struttura reticolare globale, le cui attività di produzione standardizzata di massa vengono svolte dovunque nel mondo la manodopera è più a buon mercato, mentre le attività più redditizie sono svolte dovunque da individui specializzati e di talento che siano intellettualmente più preparati a formulare e a risolvere nuovi problemi. In queste condizioni, è meno probabile che si chiuda il cerchio dei sacrifici economici e dell’autocontrollo nell’ambito definito dai confini nazionali, come accadeva quando l’economia era più chiusa. Il problema è stabilire se le abitudini dei cittadini sono sufficientemente radicate da resistere alle forze centrifughe messe in moto dalla nuova economia globale. Esiste ancora una sufficiente forma di lealtà verso il proprio luogo, di impegno civile, anche se non più frutto di illuminato interesse personale, atta a creare, nonostante tutto, uno spirito di sacrificio? Dopotutto, siamo cittadini nonché attori economici; possiamo lavorare nei mercati ma viviamo nelle società. Quanto è forte il legame politico-sociale quando quello economico è rescisso? Il problema interessa tutte le nazioni sottoposte all’azione delle forze economiche globali, che riducono l’interdipendenza dei cittadini separandoli in vincitori e vinti globali. In alcune società in cui il sentimento di fedeltà alla nazione è più forte che in altre, prevalgono i legami sociali su quelli economici”. R.B. Reich, L’economia delle nazioni, Milano, Il Sole 24 Ore Libri, 2003, p. 371.
[9] In diversi articoli apparsi recentemente sulla stampa a proposito della vicenda FIAT e della sua politica di scorporo del settore auto e di richiesta di nuovi rapporti con i sindacati si vedono questi ultimi (tranne la FIOM) disposti a mettere in discussione il contratto nazionale in cambio del mantenimento del posto di lavoro; e il mondo imprenditoriale che minaccia una ulteriore delocalizzazione della produzione qualora non vengano accettate le sue condizioni. Il caso di Pomigliano è emblematico. Le conquiste sindacali degli anni Cinquanta-Sessanta-Settanta rischiano di essere cancellate senza che con ciò ne derivino dei vantaggi strategici per l’economia italiana. Come ha scritto E. Scalfari (“La vera storia del caso Marchionne, la Repubblica, 25 luglio 2010), “Andiamo dunque verso un rapido azzeramento delle conquiste sindacali e dell’economia sociale di mercato degli anni Sessanta fino all’inizio di questo secolo?”.
[10] F. Rampini, “L’Asia lancia la guerra delle monete, parte la sfida economica all’Occidente, la Repubblica, 20 settembre 2010.
[11] R.B. Reich, op. cit., pp. 320-21.