Anno XXVIII, 1986, Numero 2-3, Pagina 75

 

 

Le vie verso la Federazione mondiale
 
 
Fin dalla nascita dei movimenti federalisti europei nella Resistenza, quelli tra i loro militanti che hanno avvertito l’esigenza di riflettere sul senso storico della loro impresa hanno concepito la lotta per la federazione europea come l’inizio del ciclo federalista della storia dell’umanità, destinato a concludersi con la fondazione di un governo federale mondiale. Non a caso l’opera di Kant è la prima tra le nostre fonti di ispirazione.
Ma l’obiettivo della Federazione mondiale — che è stato fin dall’inizio assai importante per mettere in prospettiva la nostra azione, e conseguentemente per determinare il carattere specifico del nostro modo di fare politica — non può ormai più rimanere allo stadio di una pura idea della ragione, priva di un contenuto definito. Dai tempi della fondazione, molta acqua è passata sotto i ponti, molte cose sono accadute. Il pericolo di distruzione dell’umanità in una guerra nucleare ha spostato i confini tra utopia e realtà, creando proprio quella situazione che Kant considerava come il presupposto essenziale per la nascita di un Völkerbund universale. Sul problema dello sfruttamento delle risorse dei fondi marini, si sta facendo strada la consapevolezza della necessità della creazione di una Autorità mondiale che si sostituisca ai governi nazionali. L’incidente di Chernobyl ha reso più viva e drammatica agli occhi degli Europei la percezione dell’insensatezza di frontiere che non difendono più da nulla, ma che ostacolano la circolazione dell’informazione e impediscono la collaborazione internazionale. Infine, gli stessi rapporti tra federalisti hanno avuto un’importante evoluzione positiva — anche grazie a questa rivista. Per la prima volta i federalisti degli altri continenti sono divenuti per i federalisti europei degli interlocutori reali. Si stanno creando le premesse di un dibattito, e tra i temi cruciali di questo dibattito non può non esservi quello della via — o delle vie — per giungere alla Federazione mondiale.
Non si tratta evidentemente di scrivere la storia del futuro, perché i tempi del processo di integrazione politica mondiale non sono prevedibili, e di conseguenza non sono prevedibili le forme che esso assumerà. Ma si può cominciare a esplorare il campo, a vedere quali sono le strade percorribili, a studiare le condizioni nelle quali l’una o l’altra possono essere praticate e a considerare se esse siano o meno compatibili tra di loro.
 
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Vi sono però alcune caratteristiche del processo che si possono fin d’ora individuare con un grado ragionevole di certezza. La prima è che la Federazione mondiale non potrà che nascere da un patto tra grandi federazioni continentali, e che quindi la sua creazione sarà preceduta da episodi intermedi di unificazione politica regionale. È infatti evidente, da un lato, che l’evoluzione del modo di produrre pone l’esigenza dell’unificazione politica con diversi gradi di urgenza e di intensità nelle diverse aree del mondo, a seconda della loro collocazione geo-strategica e del loro livello di sviluppo economico; e, dall'altro, che un patto federale a livello planetario sarà realisticamente negoziabile soltanto tra un numero ristretto di Stati, e che la stessa consapevolezza della sua necessità potrà svilupparsi adeguatamente soltanto in popoli pluralistici, che avranno interamente percorso la fase nazionale della loro storia e acquisito la coscienza di aver imboccato il cammino del progressivo allargamento in senso sovrannazionale dell’orbita dello Stato.
La seconda è il carattere democratico che dovranno necessariamente avere i regimi delle grandi federazioni regionali che entreranno a far parte della Federazione mondiale. Si tratta di un requisito inscindibile dal carattere federale del governo mondiale. Senza di esso infatti il covenant con il quale la Federazione mondiale sarà costituita non sarebbe un patto tra popoli liberi, ma il risultato dell’imposizione di certi gruppi, ceti o Stati, su tutti gli altri. Non si tratterebbe quindi di una federazione, ma di un impero che, non fondandosi su di un consenso liberamente prestato, sarebbe destinato a dissolversi rapidamente, sotto la spinta della ribellione dei popoli costretti a farne parte contro la loro volontà, in una pluralità di Stati sovrani.
La terza e ultima caratteristica del processo riguarda il suo inizio. Vi è infatti oggi una sola regione del mondo nella quale — grazie alla crisi profonda della formula dello Stato nazionale — la tendenza all’integrazione è avanzata al punto di dare al progetto di unificazione federale il carattere dell’attualità e quindi di farne l’obiettivo strategico di una lotta politica realistica, anche se difficile. E questa regione è l’Europa occidentale. Sono quindi le vicende del processo di unificazione europea che sono destinate, in una fase ulteriore, a rendere a loro volta concretamente percorribili le altre strade verso l’unità del mondo, che oggi possono essere soltanto immaginate. Se esso dovesse interrompersi, andando così incontro al suo fallimento storico, e rifare dell’Europa un teatro di contrapposizioni nazionalistiche, non si vede da quale altra fonte potrebbero trarre la loro ispirazione ideale le embrionali spinte all’unità che pure esistono in molte altre regioni del mondo.
 
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Spingersi al di là dell’individuazione di questi passaggi obbligati nel cammino verso l’unificazione mondiale è rischioso. Tutto ciò che si può realisticamente fare è l’inventario degli scenari possibili. Peraltro è di vitale importanza tenere presente che non si tratta necessariamente di percorsi incompatibili, di direzioni alternative del processo. È anzi più verosimile che i diversi scenari configurino distinti stadi del processo, il cui ordine di successione oggi non è prevedibile, o comunque non è prevedibile con ragionevole fondatezza. Si tratta quindi di opzioni che, se collocate nella prospettiva di uno svolgimento temporale, non appaiono inconciliabili, e quindi possono essere portate avanti contemporaneamente.
La storia, nel suo complesso procedere, mentre sta percorrendo una tappa del suo cammino, prepara il terreno per le tappe successive, talché in ogni suo passo è in un certo senso prefigurato in nuce il senso dell’intero viaggio. Coloro che lottano sul fronte della trasformazione devono saper cogliere questi segni. Chi non sa farlo e, in nome di una concezione lineare della storia ed empirica della politica, si concentra soltanto sul primo passo, pregiudica gravemente l’efficacia della sua azione perché limita fin dall’inizio il numero di coloro che il suo messaggio può coinvolgere e rinuncia ad attivare le motivazioni più profonde di coloro che esso comunque raggiunge.
È per questo che la nostra profonda convinzione che il processo di unificazione politica del mondo deve necessariamente cominciare dall’unificazione dell’Europa occidentale non ci deve impedire di guardare con grande attenzione a tutte le altre spinte esistenti nel mondo verso unificazioni di dimensione regionale. Così come la nostra previsione che la fase federalista della storia mondiale, anche dopo l’unificazione politica dell’Europa, passerà attraverso la creazione di altre grandi federazioni continentali non giustificherebbe il nostro disinteresse per i primi tentativi di rafforzare direttamente l’ONU in senso sovrannazionale che vengono compiuti, per esempio, sul fronte del diritto dei mari.
 
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Ma veniamo ora ai diversi scenari pensabili.
Il primo si fonda sulla previsione che la nascita della Federazione europea modificherà in un modo profondo la natura dell’equilibrio mondiale, eliminando il principale ostacolo che impedisce alle tendenze verso il multipolarismo, che già oggi sono visibili, ma che rimangono potenziali, di realizzarsi pienamente. In particolare, il ruolo mediatore e stabilizzatore svolto dall’Europa, attenuando la rigidità dell’attuale confronto USA-URSS, consentirebbe il consolidamento definitivo dei poli emergenti, quali la Cina e l’India, e favorirebbe un salutare processo di regionalizzazione delle sfere di influenza. Inoltre, sia la stabilità dell’equilibrio strategico, determinata proprio dal suo carattere multipolare, che la minore estensione delle sfere di influenza determinerebbero mutamenti radicali nel modo di gestire queste ultime, eliminando la preponderanza del fattore militare nell’esercizio della leadership. L’aiuto allo sviluppo e il contributo alla creazione di mercati integrati diventerebbero gli strumenti principali dell’influenza. Le spinte all’integrazione prima economica e poi politica dell’Africa, dell’America latina, del Medio Oriente, ecc., condizione primaria per la loro reale indipendenza, ne riceverebbero un impulso decisivo.
Il secondo scenario è quello dell’Europa dall’Atlantico agli Urali. Esso si fonda su due ipotesi. La prima è quella della progressiva democratizzazione del regime dell’Unione Sovietica promossa dalle trasformazioni prodotte dalla Rivoluzione scientifica e tecnologica. La seconda è quella dell’effetto tendenzialmente disgregante che il nuovo equilibrio mondiale multipolare, inaugurato dalla nascita della Federazione europea, avrebbe sull’impero russo. L’Europa occidentale unita eserciterebbe una forte attrazione sugli Stati dell’Europa orientale, attualmente satelliti dell’Unione Sovietica. Il rafforzamento di un ipotetico nuovo polo mediorientale islamico solleciterebbe forti spinte centrifughe nelle repubbliche asiatiche di religione mussulmana, fino a rendere possibile il loro accesso all’indipendenza. Si creerebbero così le condizioni per l’allargamento della Federazione europea non solo agli Stati dell’Europa orientale, ma alle stesse Repubbliche che costituiscono la parte europea della Russia, e la cui identità europea verrebbe fortemente rivalorizzata dalla fine del carattere imperiale del regime.
Il terzo scenario è quello dell’Unione delle democrazie, preparata da forme di integrazione istituzionalizzata tra l’Europa — dopo la realizzazione della sua unità — e gli Stati Uniti. Si tratta di un’opzione resa verosimile — oltre che dalle affinità culturali esistenti tra Europa e Stati Uniti — dall’urgenza di una riforma del sistema monetario internazionale e dalla necessità di assicurare un governo efficace al commercio mondiale: obiettivi che sarebbe impensabile realizzare in forme stabili senza una profonda concordanza — garantita da istituzioni sovrannazionali comuni — tra le politiche monetarie e commerciali delle regioni del mondo che sono caratterizzate insieme da un grado avanzato di sviluppo economico e dal carattere democratico dei loro regimi.
Il quarto e ultimo scenario è quello che potremmo chiamare dell’Asse russo-americano. Esso si fonda sull’ipotesi che la crescente consapevolezza dell’opinione pubblica mondiale della realtà del pericolo di estinzione della specie in un conflitto nucleare, e lo stato di allarme sempre più acuto che ne deriverebbe —dei quali la Federazione europea, portata dalla sua posizione geografica e dalle circostanze della sua nascita ad assumere un ruolo di mediazione, sarebbe il naturale portavoce — potrebbero alterare il carattere dell’equilibrio mondiale nello stesso modo in cui la seconda guerra mondiale ha alterato il carattere dell’equilibrio europeo, avviando il processo di integrazione del continente sotto la spinta dell’intesa franco-tedesca. Anche nel quadro mondiale, quindi, la riconciliazione — promossa dall’Europa — tra le due potenze attorno alla cui rivalità ruota l’attuale equilibrio mondiale potrebbe fungere da motore del processo di unificazione, consentendo, attraverso l’inversione della corsa agli armamenti, un massiccio e razionale impiego di risorse per il superamento del fossato Nord-Sud e favorendo i progetti di unificazione regionale ovunque si manifestino. Vada sé che questo scenario presuppone anche un concreto avvio del processo di democratizzazione dell’Unione Sovietica, ma non necessariamente la sua conclusione. Sarebbe anzi la stessa esigenza di collaborazione creata dall’imperativo di allontanare il pericolo dell’olocausto nucleare a dare impulso, in quel paese, alle forze del rinnovamento.
 
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Oggi non è possibile prevedere quale delle vie che abbiamo tentato di delineare sarà quella che il processo effettivamente seguirà: tanto più che, come si è detto, è perfettamente pensabile che esse non configurino possibilità alternative, ma tappe successive di un unico cammino, o che addirittura possano essere complementari. È evidente, per esempio, che lo sviluppo federale del primo scenario (Federazione europea, africana, ecc.) potrebbe non risultare incompatibile sia con uno sviluppo confederale triangolare (Europa) Giappone, USA) sul piano economico-monetario, sia con il rafforzamento diretto di istanze monetarie mondiali.
Le possibilità sono molte e sarebbe comunque privo di senso fare oggi una scelta. Per ora la nostra scelta immediata rimane quella per la Federazione europea. Ma porre il problema — e invitare al dibattito — ci sembra importante. Esistono oggi molte forze — piccole, certo, ma importantissime in quanto antesignane di ben maggiori sviluppi futuri — e molti fermenti ancora inconsapevoli, che agiscono su ognuno dei fronti che abbiamo tentato di individuare, ivi compreso quello del rafforzamento diretto dell’ONU. Tutte queste forze e questi fermenti lavorano, in un modo o nell’altro, nella stessa grande direzione dell’unificazione dell’umanità. È essenziale che, attraverso un dibattito che potrebbe anche essere difficile, ma che non per questo è meno necessario, esse cerchino pazientemente un terreno di intesa e quindi la via per addizionare i loro sforzi in vista di un unico risultato. «Il Federalista» si augura di poter contribuire efficacemente al successo di questa impresa.
 
Il Federalista