Anno XVII, 1975, Numero 4, Pagina 231

  


IL DOPO-FRANCO
 
 
Con la morte di Franco si apre un periodo di incertezza nella vita politica spagnola; un periodo che già molti definiscono di «transizione verso la libertà e la democrazia». Si può tentare di dare una valutazione più precisa delle chances dell’opposizione antifranchista prendendo in considerazione i fattori principali che hanno consentito a Franco di mantenere il potere per tutto il dopoguerra e gli ostacoli che ancora potrebbero impedire il processo di democratizzazione.[1]
Le vicende internazionali hanno avuto un peso determinante sia per la nascita e il consolidamento del regime franchista, sia per la sua successiva, lenta evoluzione del dopoguerra. Il movimento falangista è sorto su imitazione del fascismo italiano e del nazismo tedesco, che hanno anche aiutato materialmente, ed in modo decisivo, Franco a conquistare il potere. Con la sconfitta del nazismo e del fascismo, alla fine della Seconda guerra mondiale, anche la Falange spagnola perse di importanza, nella bilancia interna del potere, e diventarono sempre più determinanti ed influenti il clero e l’esercito.
Il regime di Franco sarebbe certamente finito, dopo l’isolamento in cui era caduta la Spagna in seguito alla sconfitta del fascismo europeo, se non avessero giocato alcuni decisivi fattori di stabilità e di conservazione. In politica interna ciò che più ha frenato la volontà di rinnovamento del popolo spagnolo e dei partiti democratici è stato il ricordo della guerra civile e dei suoi orrori, che nessuno è riuscito a dimenticare e nessuno vuole rivivere. Questo fatto ha costretto le opposizioni alla prudenza e ad evitare uno scontro frontale con il regime. In politica estera, l’isolamento della Spagna venne evitato grazie al benevolo atteggiamento dell’America che nel 1953 sottoscrisse un accordo militare con la Spagna e le aprì la via per l’adesione al Fondo monetario internazionale e all’O.E.C.E. — senza che le democrazie europee si opponessero a questa infelice convivenza in organismi comuni.
L’integrazione della Spagna nel contesto occidentale venne completata con l’apertura del mercato spagnolo agli investimenti internazionali e i sempre più stretti legami con l’Europa del Mercato comune. Nel corso degli ultimi quindici anni si è assistito ad un vero e proprio miracolo economico spagnolo — il tasso annuo di sviluppo ha superato il 6% — favorito dalla svalutazione della peseta nei confronti delle altre monete europee e dal mantenimento di bassi salari.
Questi mutamenti internazionali ed interni hanno però trasformato profondamente il regime franchista. Nello stesso governo spagnolo si manifestano tendenze favorevoli ad una maggiore liberalizzazione e apertura verso l’Europa. L’atteggiamento del clero è oggi decisamente favorevole al ritorno alla vita democratica; i sindacati e gli scioperi vengono ormai tollerati. Persino alcune frange dell’esercito manifestano volontà di cambiamento. La Spagna ha assunto ormai le vesti di uno Stato paternalistico, tollerante o minaccioso (come nel caso recente delle condanne a morte degli indipendentisti baschi), ma non più monoliticamente arroccato, come nel 1940, intorno alla figura mitica del Caudillo e del movimento della Falange.
La spinta verso la liberalizzazione della vita politica sembra ormai aver assunto un carattere di irreversibilità. La società civile spagnola aspira ormai apertamente a forme di vita meno soffocanti, in cui siano garantite le libertà fondamentali e la pluralità dei partiti. Si pone pertanto ai partiti democratici antifranchisti il compito di provvedere alla transizione dall’attuale sistema paternalistico ad un regime democratico.
Una condizione indispensabile per il successo del processo di transizione verso la democrazia è l’unità di tutti i partiti antifascisti, perché il problema è di natura costituente e come hanno dimostrato gli esempi dell’Italia e della Francia, subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, e quello greco più recentemente, solo l’intesa costituente di tutti i partiti democratici può consentire di liquidare senza traumi il vecchio regime (il Portogallo, dove questa unità non è stata raggiunta, dimostra — per converso — a quali pericoli si esponga la libertà appena conquistata, se si vuole iniziare il confronto fra i partiti prima che il quadro democratico sia consolidato).
Questa intesa — che oggi sembra essere stata trovata tra la Giunta democratica e la Piattaforma democratica, vale a dire fra tutti i partiti antifascisti spagnoli, dai monarchici ai comunisti — è tuttavia solo una condizione necessaria, ma non sufficiente. La politica estera americana, in questa fase della distensione internazionale, non incoraggerà certamente un nuovo trambusto istituzionale nel Mediterraneo, già abbastanza travagliato, che potrebbe mettere in discussione la leadership statunitense e la permanenza delle sue basi militari in Spagna. Nessun aiuto viene poi alla Spagna democratica, salvo le solite e dichiarazioni di solidarietà, da parte delle forze europee, oggi debolissime perché divise in una Europa che ha essa stessa il problema della sopravvivenza, di fronte alle della crisi politica ed economica internazionale.
Solo un’Europa politicamente unita potrebbe facilitare la transizione verso la democrazia e consolidarla definitivamente. Se i cittadini spagnoli verranno un giorno chiamati alle urne sembrerebbe ragionevole prevedere la formazione di un partito cattolico, che sfrutterebbe il consenso di larghi strati popolari legati da tradizione secolare alla Chiesa cattolica, e la formazione di partiti laici di minori dimensioni: liberali, socialisti e comunisti, e un consistente residuo di nostalgici franchisti. In sostanza si verrebbe a creare un grande partito cattolico centrista, destinato ad assumere in permanenza responsabilità di governo e intorno al quale ruoterebbero i partiti minori. Questo sistema di partiti consentirebbe certamente agli spagnoli di godere delle libertà formali, oggi loro negate, ma sotto il profilo del progresso sociale non sarebbe meno immobilista dell’attuale regime paternalistico. Agirebbero sempre incontrastate le grandi imprese multinazionali e continuerebbe la subordinazione Spagna alle necessità della politica estera americana. Un più stretto legame con il Mercato comune faciliterebbe solo l’emigrazione di mano d’opera e di capitali verso le più ricche zone nord-europee. Inoltre, fino a che la vita politica spagnola si svolgerà entro l’orizzonte nazionale, continueranno le velleità delle più nostalgiche correnti di destra, che costituiranno pertanto un freno ad ogni politica di serio rinnovamento. Senza un legame con l’Europa, la situazione spagnola non sarebbe molto differente dall’attuale situazione italiana, in cui i partiti democratici perdono in continuazione il consenso degli elettori per non saper proporre, perché non sanno vedere l’Europa, una coraggiosa politica di riforme, che oggi non può essere concepita nel contesto nazionale.
I partiti democratici antifascisti spagnoli devono fin da ora fare una scelta europea — vale a dire, essere favorevoli alla elezione del Parlamento europeo e alla formazione di un governo europeo — se vogliono accelerare il processo di defascistizzazione della Spagna e garantire un avvenire di libertà e progresso per gli spagnoli. D’altro canto, gli altri europei devono essere consapevoli di essere altrettanto responsabili degli Spagnoli del destino della Spagna. Negli anni della Guerra civile, i regimi democratici europei si rifiutarono di aiutare adeguatamente le forze repubblicane per paura di favorire l’instaurazione di un regime comunista e così condannarono gli spagnoli a quarant’anni di dittatura. Oggi i paesi della Comunità europea si trovano di fronte ad un dilemma non meno drammatico: fare l’unità dell’Europa, fino a che la situazione internazionale ancora lo consente, o restare divisi e condannare se stessi e tutti i popoli del Mediterraneo al subordinamento assoluto alla potenza americana, al ritorno del nazionalismo ed al ristagno economico e sociale.
 
Guido Montani
(novembre 1975)


[1] Cfr. M. Albertini, «L’Espagne, l’Europe et l’antifascisme», Le Fédéraliste, 1962, p. 3.

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