Anno XXXII, 1990, Numero 3 - Pagina 256

 

 

LEWIS MUMFORD

 

 

Lewis Mumford, nato nel 1895 a New York e morto nel gennaio del 1990 all’età di 94 anni, è universalmente conosciuto soprattutto per le sue opere sulla storia della città e, più in generale, sullo sviluppo del fenomeno urbano. La sua fama internazionale cominciò ad affermarsi dopo la pubblicazione di The Culture of Cities, avvenuta nel 1938. Ma alcune delle sue intuizioni, oggi generalmente condivise, e la sua pervicacia nel non scendere a compromessi con il conformismo gli posero a suo tempo non pochi problemi.

Il commento contenuto in una delle numerose lettere scambiate con l’urbanista londinese Frederic J. Osborne dà un’idea più definita della consistenza, anche finanziaria, del successo di Mumford fino agli anni Cinquanta: «Se potrò venire in Europa la primavera prossima, come voglio e spero, dipende, per dirlo brutalmente, dal successo che avrà The Conduct of Life; cosa di cui non ho alcuna idea. Se avessi fiducia nelle proiezioni statistiche, potrei dire che, poiché Technics and Civilization (1934) ha venduto 5000 copie il primo anno, The Culture of Cities (1938) 7500 e The Condition of Man (1944) 11000, The Conduct of Life dovrebbe venderne circa 12500. In tal caso, nonostante abbia dovuto versare un anticipo di 4000 dollari, dovrei poter venire!».[1]

Per quanto riguarda le difficoltà politiche, quando nel’ 39, con Men Must Act, esortò gli Americani ad agire tempestivamente per prevenire il dilagare del fascismo e del nazionalismo europeo, fu pubblicamente accusato di essere un guerrafondaio e di essere un fautore del fascismo all’americana. Ma Mumford non rinunciò alle sue convinzioni e, insieme a Borgese, nel 1940 sottoscrisse una «Dichiarazione sulla Democrazia Mondiale», nella quale condannava il fascismo e le esitazioni americane ad intervenire contro la Germania. Insieme a Borgese sviluppò una serie di iniziative nei confronti dei membri del Congresso e del Presidente degli Stati Uniti. Un esempio di queste iniziative è il telegramma inviato nel giugno 1940 a Roosevelt in cui tra l’altro si diceva: «Il paese conta sulla vostra leadership. Dalla vostra abilità e volontà di esercitare questa leadership nelle prossime settimane dipenderà se verrete giudicato dalla storia come il Buchanan o il Lincoln di questa guerra civile mondiale».[2] A partire dal 1946 incominciò ad impegnarsi nelle campagne antinucleari e a favore della creazione di un governo mondiale, mentre gli anni Cinquanta lo videro feroce critico del maccartismo, del montante nazionalismo americano e del velleitario nazionalismo europeo. A partire dal 1952, a causa delle sue attività pacifiste, fu accusato di essere un comunista e fu sottoposto alla sorveglianza dell’FBI. Ma anche in quella circostanza non rinunciò alle sue idee. In un’altra lettera degli anni Cinquanta all’amico Osborne, Mumford spiega che «se in questo momento fossi uno statista britannico, profonderei ogni sforzo per creare un’Europa unita e, una volta realizzatala in una forma ancora incompleta ma già attiva, chiarirei che la presenza di truppe ed installazioni americane in Gran Bretagna è indesiderabile».[3]

L’insofferenza nei confronti dei miti dominanti della sua epoca – la nazione, il denaro, le macchine – ha origine, come egli stesso afferma in alcuni scritti autobiografici raccolti in The Human Prospect (1956), da un duplice contatto con la cultura europea.

Il primo contatto risale a quando, allievo quindicenne del collegio Stuyvesant, viene a conoscenza, frequentando corsi tenuti da insegnanti tedeschi, polacchi e russi, delle nuove teorie nel campo scientifico (soprattutto la teoria della relatività) e tecnologico e della cultura socialista. Se non fosse stato per quegli insegnanti europei, commenta Mumford, «sarei vissuto e morto nell’alto West Side senza rendermi conto del fatto che né il partito democratico, né quello repubblicano avevano mai riconosciuto la lotta di classe». Un incontro questo che più tardi lo porta a prendere seriamente in considerazione il marxismo, fino a tentare di definire, agli inizi degli anni Trenta (Technics and Civilization), una sorta di teoria post-Marxiana, che recepisse il metodo del piano e il modello federale per affrontare i problemi posti dall’internazionalizzazione del modo di produrre.

Il secondo contatto con la cultura europea avviene invece attraverso il biologo ed urbanista scozzese Patrick Geddes e in particolare con la maggiore opera di quest’ultimo, Cities in Evolution, pubblicata per la prima volta nel 1915. Patrick Geddes fu tra i primi a studiare il fenomeno dell’addensamento urbano in determinati punti del territorio, che descrisse coniando il termine conurbation. Egli introdusse Mumford nelle problematiche dell’evoluzione della civiltà urbana e dell’evoluzione della dimensione dello Stato, a partire dalla città-Stato. La sua influenza su Mumford fu tale che quest’ultimo, a testimonianza della stima nei confronti del «maestro», battezzò il suo primogenito, caduto diciannovenne in Italia durante la seconda guerra mondiale, Geddes. Ecco come Mumford sintetizza il suo rapporto con Patrick Geddes: «Il mio rapporto con il vecchio Geddes non è mai stato intimo, lui era troppo vecchio ed io ero troppo giovane perché ci potesse essere, fino alla sua morte, una reale collaborazione su di un piano di parità fra me e quel vecchio toro del branco. Ma egli indirizzò la mia mente verso fruttuose mete e mi preparò a colmare il fossato fra città e campagna».[4]

Nel tentativo di continuare ed approfondire l’opera di Geddes, Mumford maturò la consapevolezza dell’importanza di studiare il fenomeno urbano in relazione non solo all’evoluzione tecnologica – il tema fondamentale di Technics and Civilization, che vuole essere una prosecuzione del lavoro iniziato da Geddes – ma anche e soprattutto alle istituzioni. Ed è proprio in relazione a questo specifico aspetto che il contributo di Mumford è significativo da un punto di vista federalista, sia per quanto riguarda il problema dell’articolazione del governo federale a partire dalla città – atteggiamento questo che lo pose in netto contrasto con i grandi urbanisti del nostro secolo, in particolare Le Corbusier –, sia per quanto riguarda la prospettiva del governo mondiale, prospettiva che, dopo un primo giudizio entusiastico, lo pose sempre più in conflitto con un’altra grande innovatrice del pensiero urbanistico del nostro secolo, Jane Jacobs. Al di là dei diversi giudizi sulle caratteristiche e sulle funzioni della città, è la diversa prospettiva cosmopolitica e mondialista che chiarisce il dissidio ideologico fra Mumford e la Jacobs la quale, ancora nel 1984, in Cities and the Wealth of Nations scriveva: «Dobbiamo ringraziare il cielo per il fatto che un governo mondiale ed una moneta mondiale sono ancora solo dei sogni». Per contro Mumford vedeva nella prospettiva di democratizzazione internazionale la sola possibilità di salvezza della civiltà e non esitò per esempio ad attaccare pubblicamente politici ed architetti che non si rendevano conto del destino democratico dell’ONU, come emerge, secondo Mumford, dalla natura della sede del Segretariato delle Nazioni Unite: «In rapporto con la sede dell’Assemblea il predominio schiacciante del Segretariato è ridicolo – a meno che gli architetti non intendessero rappresentare cinicamente il fatto che la rivoluzione dei tecnici aveva già avuto luogo e che le decisioni effettive vengono prese dai burocrati... Per farla breve... il Segretariato avrebbe dovuto essere progettato su scala umana, subordinato nella sua ubicazione e progettazione alla sede dell’Assemblea... Il Palazzo del Segretariato... benché tecnicamente nuovo, è architettonicamente e umanamente antiquato» (Art and Technics, 1952).

Volendo riassumere l’idea mumfordiana della città, si potrebbe dire che questa contiene, in quanto cellula fondamentale di ogni struttura istituzionale in cui si è organizzata l’umanità, il germe del cosmopolitismo e del governo mondiale. Secondo Mumford infatti la funzione prima della città è di trasformare il potere in forma, l’energia in cultura, la materia morta in simboli viventi d’arte, la riproduzione biologica in creatività sociale. E queste funzioni positive non possono essere svolte senza creare nuovi assetti istituzionali, capaci di controllare le immense energie a disposizione dell’uomo moderno. «Ciò che dobbiamo concepire e sviluppare è un sistema federativo di governo che dovrà basarsi su una integrazione progressiva tra regione e regione, tra provincia e provincia, tra continente e continente: ogni parte abbastanza sciolta e flessibile per riadattarsi ai cambiamenti continuativi nella vita locale e super regionale» (The Culture of Cities). La definizione del quadro politico-istituzionale nell’ambito del quale si è sviluppato e si sviluppa il fenomeno urbano è la chiave di lettura della storia proposta da Mumford. Commentando l’incapacità delle città italiane e tedesche nel quindicesimo secolo di unirsi saldamente per salvaguardare allo stesso tempo l’indipendenza e il coordinamento, Mumford spiega come «la debolezza di queste confederazioni, come di quelle delle città greche, servì da monito agli acuti pensatori dei Federalist Papers» (The City in History) e come, a seguito dell’incapacità delle città europee più fiorenti di prendere l’iniziativa di creare unioni di tipo federale, le diverse unificazioni si accompagnarono ad una inevitabile perdita di potere, libertà ed autonomia delle città in generale. Solo la Svizzera e l’Olanda tentarono, con qualche successo, di risolvere il problema dell’unificazione senza danneggiare l’autonomia dei centri urbani. Ma questi Stati erano troppo marginali per poter invertire la tendenza alla concentrazione del potere già in atto in Spagna, Francia e Inghilterra. E’ quindi allo «sfacelo e alla fossilizzazione» delle realtà urbane italiane e tedesche del Cinquecento che va attribuita gran parte della responsabilità di non aver saputo opporre nessun modello politico alternativo all’organizzazione accentrata degli Stati del continente europeo. E così prosegue poco più avanti nello stesso capitolo di The City in History: «Noi che viviamo in un mondo ancora minato da un’analoga pazzia, che si estende ora all’intero pianeta e non soltanto al continente europeo, possiamo capire senza alcun senso di ironica superiorità, questa impasse fatale. Le corporazioni medievali cercarono invano di risolvere entro le mura problemi che potevano essere affrontati soltanto abbattendo le mura e fondendo i diversi poteri e le diverse sovranità in una unità più vasta... Precorritrice di tanti tratti politici dello Stato sovrano nazionale, la città medievale gli trasmise anche i suoi limiti, enormemente ingigantiti. E lo Stato a sua volta, soppiantando la città e rifiutandosi di far uso delle sue funzioni, contribuì a indebolire e a degradare la vita municipale».

Per quanto riguarda la prospettiva del governo mondiale, sin dalle sue prime opere la mondializzazione del processo di civilizzazione e delle istituzioni è sempre presente in Mumford che, in Technics and Civilization del ‘34 (ma questo libro era già stato abbozzato in due progetti precedenti, nel 1930 e nel 1932), affrontando il problema di una più razionale gestione delle risorse agricole planetarie, il cui sfruttamento sconsiderato avrebbe portato, secondo lui, a squilibri territoriali insostenibili, afferma: «L’appropriazione privata e lo sfruttamento del territorio deve essere considerata come una fase transitoria, tipica del capitalismo, tra un’agricoltura locale fondata sulle tradizioni, basata sui bisogni di piccole comunità locali e un’agricoltura mondiale razionale, basata sulla messa in comune delle risorse dell’intero pianeta, considerato come una federazione di regioni fra loro bilanciate».

All’indomani della fine della seconda guerra mondiale, queste prime intuizioni lo portano ad abbracciare senza esitazioni la causa della battaglia a favore della creazione di un governo mondiale, e a porsi il problema (come testimonia il suo scritto, pubblicato per la prima volta in Air Affairs del luglio del 1948, che qui ripubblichiamo in parte dal libro In the Name of Sanity, apparso nel 1954), di come trasformare il confronto russo-americano in una politica di cooperazione, indispensabile, come mostrano anche gli avvenimenti di questa seconda metà degli anni Ottanta, per avviare una nuova fase dei rapporti internazionali. Il suo crescente impegno su questo fronte, tradottosi in numerosi articoli – Mumford aveva incominciato la sua carriera giornalistica all’età di quattordici anni – ed interventi pubblici, è ancora testimoniato dal suo carteggio con Osborne, scettico nei confronti della prospettiva del governo mondiale, al quale cosi scriveva nel 1947 nel tentativo di convincerlo: «Ciò che dici a proposito dell’impossibilità pratica del governo mondiale è vero, e in tempi normali dovrei piegarmi umilmente al tuo giudizio. Ma nell’attuale situazione mi viene in mente l’avviso che qualcuno ha visto in un quartier generale militare: le cose difficili le facciamo subito, per quelle impossibili abbiamo bisogno di un po’ più di tempo. Convengo che il governo mondiale richiederà un po’ più di tempo, ma la natura della crisi attuale è tale, rispetto ai poteri di distruzione di cui disponiamo, che se non compiamo immediatamente alcun significativo passo verso il governo mondiale, se noi continuiamo le attuali manovre per guadagnare qualche posizione o vantaggio militare – e quando dico ‘noi’ voglio dire in particolare il mio paese e la Russia – i risultati saranno di gran lunga più disastrosi della peggior situazione che un governo mondiale nato prematuramente potrebbe creare. Confesso di non sapere bene come farlo capire ai Russi, e ancora meno come suscitare una qualche pressione interna nei confronti del governo russo. Ma penso che i miei stessi compatrioti, non essendo riusciti a smantellare i sospetti russi e continuando ad usare simboli sbagliati – come l’ex-squalo di Wall Street, Baruch – hanno innalzato ostacoli che potevano essere evitati e hanno creato una situazione più difficile. La nostra più grande debolezza, che è una debolezza universale, è il fallimento nel riuscire a capire che stiamo fronteggiando una situazione senza precedenti, e perciò priva di qualsiasi esempio storico che ci possa guidare, e che dobbiamo attaccare con una vigilanza così continua che neppure una guerra solitamente richiede. Noi siamo ancora addormentati...».[5] Il riferimento poco generoso nei confronti di Baruch – che qualche mese prima, durante le trattative con la delegazione sovietica guidata da Gromyko, era stato attaccato sulla stampa da esponenti dell’Amministrazione USA, provocando una crisi che portò quasi alle dimissioni della delegazione americana –, mentre da un lato mostra la assoluta impermeabilità di Mumford al principio «right or wrong my country», dall’altro testimonia l’amarezza di chi ha visto sfumare la prima grande occasione che si era presentata per porre le basi di un governo mondiale parziale. Un’amarezza alla quale fece però subito seguito la volontà di agire e di influenzare i potenti, come testimonia appunto il brano che qui pubblichiamo. Volontà che, nonostante la vecchiaia e la salute malferma, sorresse Mumford fino alla fine e che traspare nel suo continuo rifiuto del disimpegno, impossibile, come ebbe spesso a dire, «fino a quando il mondo non sarà in una situazione più promettente».

  

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MIRACOLO O CATASTROFE*

 

(...) Se continueremo ad affidarci esclusivamente a misure negative, ci avvieremo direttamente verso la guerra, lo sterminio e la totale disintegrazione della civiltà moderna. Il fatto è che sia la Russia che gli Stati Uniti hanno travisato quelli che sono i loro interessi nazionali e hanno agito come se l’una o l’altra dovesse assolutamente prevalere. L’una e l’altra hanno avuto torto. Non esiste via d’uscita dall’attuale situazione che non richieda sacrifici penosi tanto da noi che dai Russi; poiché se non riusciremo ad escogitare un sistema onorevole per incontrarci a mezza via, non potremo continuare a vivere sullo stesso pianeta. Se dobbiamo convivere su un comune terreno politico, la Russia dovrà rinunciare ai suoi metodi fascisti, poiché essi sono ostili a tutte le forze che promuovono e sviluppano la vita umana. A nostra volta dovremo rinunciare non alle istituzioni della democrazia, ma all’idea che mammona e la macchina sono l’essenza e il fine dell’umana esistenza. Così l’altra domanda da porsi è questa: su quale base, prima che sia troppo tardi, i governi di ambedue gli Stati possono sottrarsi alla fatalità suicida che hanno finora seguito? Nazioni che sono in possesso di strumenti di sterminio non hanno altra alternativa che realizzare un mondo aperto – il mondo simbolizzato dall’età del volo – o perire in un mondo chiuso.

Tenendo presenti questi fatti, suggerisco una serie di proposte come base per una discussione immediata e una rapida azione. La premessa fondamentale di queste proposte è che, senza alcuna riserva, esse devono avere un significato ed offrire motivi di speranza sia al popolo russo e ai paesi dominati dai comunisti sia al popolo degli Stati Uniti e ai loro alleati. Il programma che presento è soprattutto un insieme di suggerimenti distinti, avanzati da individui e gruppi diversi, che fino ad ora non erano stati collegati e integrati. Se per brevità ordino la successione delle operazioni e delle proposte in una serie di concise proposizioni non è perché io creda che, una volta iniziata attivamente la discussione, non si possano avanzare altri più efficaci suggerimenti, ma soltanto perché credo che i fatti in sé devono essere persuasivi. Se non lo sono, non ci sarà eloquenza o grazia o modestia da parte mia che possa convincere.

In circostanze normali i primi passi, che noi dovremmo compiere prima che il clima di ostilità si arroventi ulteriormente, comporterebbero gravi rischi. Finché persisteremo in una politica negativa, né le Forze Armate né il Dipartimento di Stato potranno sanzionarli: nel momento in cui scrivo, il nostro governo sembra persino riluttante a garantire un eventuale aiuto militare contro un’invasione russa. Ma il rischio sarà ridotto quasi a zero, se alla nostra nota di protesta faremo immediatamente seguire un onesto piano di conciliazione. Antecedentemente a questa prima proposta, al fine di non lasciare alcun dubbio all’Unione Sovietica sulle conseguenze delle sue azioni, dovremmo rivolgere al governo sovietico attraverso il nostro Presidente il seguente discorso.

«Gli Stati Uniti e la Russia sono già in stato di guerra: lo sappiamo quanto voi. Noi non proponiamo di differire il momento in cui affrontare le questioni ultime con ulteriori temporeggiamenti, ritrattazioni e soluzioni transitorie; ciò non farebbe che aggravare la resa finale dei conti. Sebbene voi fino ad ora siate risultati vincitori nelle mosse iniziali di questa guerra, non ammettiamo neppure per un momento la possibilità della vostra vittoria. Ma sappiamo che se la guerra fredda si trasformasse in guerra aperta, i nostri due paesi andrebbero incontro a sconfitte e disastri irreparabili. Mentre vi avvertiamo che il vostro prossimo passo inteso a soggiogare, direttamente o indirettamente, con mezzi politici o militari, qualsiasi altra nazione in Europa o in Asia, sarà da noi considerato come un aperto atto di guerra, vi preghiamo di soffermarvi a meditarne le conseguenze. C’è un interesse egoistico nella nostra richiesta di fermarvi a tempo, perché sappiamo che la guerra causerebbe, insieme alla vostra, anche la nostra rovina. Fiduciosi nelle nostre forze, decisi a compiere tutto quanto è in nostro potere per scongiurare la catastrofe finale, ci rivolgiamo a voi con una serie di proposte per il bene comune».

Prima proposta. Concludiamo un armistizio mondiale della durata di un solo anno. In questo anno asteniamoci da ogni parola, da ogni gesto, da ogni iniziativa che possa provocare ostilità o stato di belligeranza. Le nostre armate rimangano dove sono o si ritirino nei loro territori. Nelle lotte sindacali americane abbiamo imparato il valore di un «periodo di distensione». Finché ci minacceremo l’un l’altro tra fragore di armi, nessuno di noi riuscirà ad udire le parole dell’altro, né si troverà nella disposizione d’animo di ascoltarle. Questo armistizio creerà un’ulteriore salvaguardia contro qualsiasi «incidente» che potrebbe provocare una cieca rappresaglia, così come l’affondamento dell’incrociatore Maine nelle acque dell’Avana fu la causa della guerra ispano-americana. Soprattutto lo scopo di questo armistizio sarebbe quello di creare un’atmosfera di serenità, di equilibrio, e di buona volontà: un’atmosfera quale non è più esistita tra le nazioni occidentali e la Russia dalla nascita dell’Unione Sovietica. Suggeriamo come limite di tempo un anno per assicurare che entrambe le parti dirigeranno tutti i loro sforzi verso il raggiungimento della meta comune di sicurezza e di pace, senza dar luogo al sospetto che un’ulteriore tregua possa significare, per l’altra parte, nuovi vantaggi militari.

Facciamo seguire a questa perorazione in favore di un armistizio una seconda proposta, che vale pure come preparativo. Non crediamo che un incontro diretto tra i nostri rappresentanti avrà successo, finché essi manifesteranno in tali colloqui le convinzioni, gli atteggiamenti e le idee fisse che hanno caratterizzato tutte le altre conferenze. Crediamo sia possibile sbloccare la rigidità di tali atteggiamenti – anche se non senza rischi per le rispettive ideologie – dimostrando che né il totalitarismo, né la democrazia, né il comunismo, né la libera iniziativa, possono sperare di sopravvivere a una guerra di sterminio. A meno che si sia accecati dall’odio per l’umanità, come Hitler e i suoi seguaci, la considerazione di questo fatto dovrebbe indurci a una tregua.

E’ possibile, crediamo, dimostrare questa tesi. A tal fine suggeriamo che vi uniate a noi nel rivolgere alle Nazioni Unite l’invito a partecipare a una onesta, imparziale inchiesta sulla natura della «guerra totale» che gli uni e gli altri siamo andati preparando. Il nostro scopo è di giungere a una obiettiva valutazione delle sicure conseguenze che essa avrà per i nostri due paesi e per l’umanità intera. Fino ad ora si sono usati tutti i mezzi della scienza per creare nuove forme di distruzione, senza che si sia compiuto il minimo sforzo per applicare una prognosi scientifica ai risultati. Crediamo che soltanto la verità, tutta la verità e niente altro che la verità possa salvarci dalle mostruose forze che abbiamo scatenato.

Una volta che la lotta tra i nostri due paesi si intensifichi, ricorreremo ambedue allo sterminio di massa sulla più vasta scala. Lo dubitate? Siamo in grado di sapere di quali mezzi farete uso: conosciamo le nostre possibilità. Non ci si può difendere dal genocidio servendosi del genocidio stesso: la sola forma di sicurezza possibile è la conquista e l’occupazione totale della nazione che lo pratica; e per realizzare questo fine sia nel nostro caso sia nel vostro è necessario assicurarsi l’alleanza attiva di ogni altra grande potenza del mondo. In una battaglia limitata ai nostri due paesi giungeremmo alla distruzione e allo sterminio totali senza avvicinarci di un passo alla meta.

Per quel che riguarda i mezzi di sterminio di massa a disposizione degli Americani, vi risparmieremo la fatica di fare delle supposizioni: proponiamo cioè di tenere una conferenza mondiale per abolire tutte le restrizioni suggerite dalla cosiddetta sicurezza militare al fine di rendere noto il numero reale delle bombe atomiche di cui disponiamo, e la loro micidialità in rapporto a quelle che sganciammo sul Giappone, e la nostra capacità produttiva di tutti gli altri mezzi di sterminio. Renderemo di pubblica conoscenza i mezzi in nostro possesso per avvelenare l’aria, l’acqua e la terra in misura tale da causare infine la distruzione della vita umana in ogni sua forma. Potete controllare la veracità delle nostre conclusioni rivolgendovi ai vostri stessi scienziati e ai loro colleghi di altre nazioni. Poiché questa conferenza deve rivelare i dati in base ai quali si devono trarre delle conclusioni razionali sulla salvezza e il benessere dell’umanità, proponiamo che essa prenda la forma di un congresso mondiale di scienziati, più specificamente di fisici nucleari, chimici, batteriologi, studiosi di genetica, ecologi, persone tutte le cui conclusioni, se avessero un carattere di unanimità, avrebbero un’autorità decisiva. Giorno per giorno, essi rivelerebbero i fatti essenziali, li interpreterebbero e li valuterebbero. L’umanità darebbe loro ascolto.

Attualmente tutte queste cognizioni sono frazionate, segrete, inviolabili, remote, esposte solo a una considerazione puramente casuale da parte del pubblico: di conseguenza ogni azione che ci prepariamo a compiere è, anche per i nostri più alti funzionari governativi, un salto nel buio. Noi proponiamo di fornire i dati necessari – nella speranza che tutte le altre nazioni seguano il nostro esempio – perché gli scienziati interessati possano valutare quantitativamente la micidialità delle armi in nostro possesso; e insieme la misura del pericolo sempre maggiore con il passare del tempo. Siamo fiduciosi che, una volta infranta la legge del segreto, nello spazio di due mesi si potranno raccogliere e soppesare i fatti e poi trarre le inevitabili conclusioni. Tale periodo, perciò, sarebbe più che un periodo di «distensione», durante il quale si placherebbero le delusioni e gli sdegni e si stabilirebbero l’autocontrollo e il rispetto reciproco. Nelle altre nazioni del mondo e qui in America, si dovrebbe dedicare tale periodo alla realizzazione di un profondo mutamento morale: una trasformazione totale come quella che si verificò ai tempi memorabili della rivoluzione francese, quando gli Stati feudali della Francia, volontariamente e quasi da un giorno all’altro, rinunciarono a tutti i loro antichi privilegi feudali.

Ammettiamo che le difficoltà sono grandi: i nostri due paesi devono mutare il loro atteggiamento mentale; e ciò sarà compito più difficile per voi che per noi, poiché durante l’ultimo decennio i popoli dell’Inghilterra e degli Stati Uniti sono giunti a comprendere l’idea della interdipendenza dell’umanità: isolazionisti convinti come il nostro senatore Vandenberg sono divenuti i più accesi sostenitori della cooperazione mondiale. Abbiamo intenzione di compiere ulteriori passi per facilitare il mutamento della vostra politica. Ma per attuare tale trasformazione è essenziale che i vostri e i nostri rappresentanti politici seguano giorno per giorno questo congresso di scienziati e che un resoconto quotidiano di tutti i progressi sia messo a disposizione del pubblico nel vostro e nel nostro paese. Questo sarà il giorno del giudizio per tutti noi: forse il Giudizio finale sulla nostra civiltà.

Quali potrebbero essere le conclusioni di una tale conferenza? Un Americano è forse in grado di prevederlo con maggiore facilità di un Russo della sua stessa condizione; perché queste conclusioni sono già state tratte per noi da uomini non privi di sagacia militare, di virile fiducia in sé e di spirito patriottico. I generali MacArthur e Arnold hanno affermato che non vi sarà un vincitore nella terza guerra mondiale. Il loro giudizio di soldati è confermato da un cumulo schiacciante di prove scientifiche. Noi confidiamo che, una volta esposte chiaramente, tali prove riescano a determinare un mutamento nel cuore e nella mente di governanti e popoli, una trasformazione capace di sradicarli dalle loro idee fisse, di attenuare la loro ostilità e di stimolare processi di cooperazione. Se non si verificasse questo mutamento, le proposte successive incontrerebbero ostacoli insormontabili. Se si manifestasse almeno un mutamento relativo, potremo procedere alla discussione delle questioni più gravi.

Soltanto con un tale inizio possiamo sperare di adottare con successo misure più concrete. Dobbiamo ammettere, come base per una possibile riuscita delle trattative, che i governanti russi, se pure avranno serie difficoltà a rinunciare ai loro presupposti dogmatici e ai loro pregiudizi, sono capaci quanto noi di agire basandosi su oneste informazioni, quando si siano resi conto che ogni altra porta, in grado di conservare loro il potere senza richiedere una stretta collaborazione con le nazioni democratiche, sia chiusa. La conferenza, che valuterà le possibilità di genocidio, in realtà chiuderà tutte le porte fuorché una: quella che conduce al governo mondiale.

La terza proposta, allora, è che la Russia sovietica e gli Stati Uniti prendano l’iniziativa di trasformare l’astratto modello delle Nazioni Unite, che è solo un nome per mascherare una debole confederazione di Stati sovrani indipendenti, in un organismo efficacemente funzionante: un sistema completo di governo mondiale. Perché si possa realizzare questo progetto, ogni nazione dovrà rinunciare a parte della sua sovranità ed iniziativa in tutte le questioni di interesse comune per il resto dell’umanità: in particolare cedere il controllo sugli ordigni bellici a una autorità governativa centrale in grado di instaurare la giustizia e di mantenere effettivamente la pace. Senza questa clausola per salvaguardare le minoranze, suddividere gli obblighi, far tacere le lamentele, non varrà l’abolizione delle armi e non sarà possibile una pace durevole. Qualunque illusione si sia nutrita fino ad ora, lungo la via della cooperazione mondiale non ci si può fermare a mezza strada in condizioni di sicurezza: non possiamo attribuire gradualmente dei poteri a degli organismi originalmente concepiti per rimanere inattivi e privi di autorità. Oggi è una questione di tutto o nulla. A meno che istituiamo un governo mondiale capace di creare un Mondo aperto, di permettere una ancora maggiore libertà di movimento di uomini, merci e idee attraverso i confini nazionali, non possiamo neppure creare un organo di controllo abbastanza vasto da garantirci contro forme segrete di riarmo e di genocidio. Tutti i cittadini di una nazione devono essere di diritto cittadini del mondo, e pur conservando sentimenti patriottici e sociali e un senso di lealtà al proprio paese, devono all’umanità il più alto dovere di fedeltà.

Compirà questo gigantesco passo la Russia sovietica che ora si oppone con ostilità a forme di cooperazione di tipo sperimentale, rifiutandosi persino di entrare a far parte dell’Unesco? Prima della conferenza sui mezzi di distruzione tutte le probabilità sarebbero contrarie. Ma una volta che la Russia sovietica avesse acconsentito a concludere l’armistizio e avesse accuratamente calcolato i risultati ultimi dello sterminio di massa, se la guerra fredda si trasformasse in guerra dichiarata, la situazione sarebbe assai più favorevole a un riordinamento decisivo della politica russa, anche se ciò porterebbe a un mutamento di governo. Per facilitare questo riorientamento, gli Stati Uniti dovrebbero sottolineare l’intento pacifico di tutte le nostre proposte con azioni concrete, la cui natura non lasciasse dubbi ai Russi. A questo punto, è quasi impossibile valutare le probabilità di assicurarsi la cooperazione della Russia ad un governo mondiale senza leggere e meditare il brillante articolo di G. A. Borgese, «What to do with Russia», in Common Cause (ottobre, novembre, dicembre 1947). In queste proposte faccio poco più che integrare la tesi generale di Borgese con una serie più specifica di obiettivi.

Quarta proposta. Per dimostrare la nostra buona fede nell’assumerci l’iniziativa di un governo mondiale, una buona fede della quale i Russi possono continuare a dubitare, dovremmo incontrarli oltre metà strada. Rassicurati dall’efficienza del nostro apparato militare, rafforzato, speriamo, così da soddisfare tutte le esigenze della guerra classica, la mossa successiva, comunque generosa, non implicherebbe un rischio militare diretto che non fosse facilmente riparabile. Anche prima che le Nazioni Unite si trasformino in un governo mondiale, prima che si stabiliscano adeguate misure di controllo e le si pongano in atto, dovremmo interrompere la fabbricazione delle bombe atomiche e degli altri strumenti di sterminio. Non appena la Russia sovietica manifesti la disposizione ad accettare il governo mondiale su basi democratiche, dovremmo smantellare le bombe atomiche, distruggere le armi biologiche e astenerci da ogni ulteriore produzione di energia atomica, finché essa non sia posta sotto il controllo di un’autorità mondiale.

Ciò basta per un programma inteso ad attenuare i sospetti e l’ostilità della Russia e a creare una fiducia che renderebbe possibile da parte sua l’adozione di misure di collaborazione ugualmente risolute. Ma noi dovremmo rafforzare queste misure, sempre di nostra volontaria iniziativa, sollevando il problema della giustizia mondiale attraverso la creazione di un modello che sarà seguito su scala più vasta dal governo mondiale, una volta che esso diventi operante. Seguendo i saggi suggerimenti di Grenville Clark, dovremmo venire incontro alla richiesta russa di un controllo sui Dardanelli dichiarando subito la nostra buona volontà di porre tutti gli stretti e i canali internazionali sotto l’amministrazione delle Nazioni Unite; e prima di studiare un piano per il razionamento delle energie e delle materie prime, dovremmo estendere le proposte di Bernard Baruch per un controllo mondiale dell’energia atomica ad altre essenziali risorse come, ad esempio, il petrolio.

Se la politica americana fa della cooperazione mondiale il suo primo obiettivo, dobbiamo renderci conto che sia il Piano Baruch, sia il Piano Marshall, sia il Lend-Lease, prima di essi, non possono essere considerati quali espedienti puramente temporanei, escogitati al fine di sostenere un’economia mondiale in piena crisi. Al contrario devono essere riconosciuti come le pietre angolari di un’economia post-imperialista, intese a trasformare un mondo basato sull’iniquo sfruttamento del debole da parte del più forte, in cui ogni gruppo economico, ogni Stato nazionale ha di mira il proprio interesse particolare, in una comunità fondata sulla cooperazione di nazioni che saggiamente dedicano ad assicurare la pace tutto quanto fino ad ora hanno così sconsideratamente dedicato alla guerra, che dividono l’abbondanza invece di distruggerla, astenendosi da profitti temporanei per raggiungere un benessere duraturo per l’umanità. Nel quadro di un mondo organizzato per assicurare condizioni di pace, i monopoli nazionali e i diritti esclusivi di sfruttamento non hanno senso. «La terra è di Dio e la sua pienezza» non è più una vuota massima religiosa ma una direttiva per l’azione economica volta alla fratellanza umana.

Nessuna azione di guerra che gli Stati Uniti potrebbero intraprendere contro la Russia minerebbe così efficacemente l’aggressività e l’ostilità russe o smonterebbe il processo ideologico che la Russia ha intentato contro di noi ad uso delle nazioni povere e sfruttate, quanto l’annuncio della nostra volontà di partecipare a un sistema di razionamento delle risorse terrestri come condizione per l’istituzione di un governo mondiale. Con un sol colpo infrangeremmo la potente spada ideologica del Cremlino come si infrange una stalagmite. Avanzata in buona fede e sostenuta da opportuni atti, questa tattica disarmerebbe l’ostilità comunista più efficacemente delle armi più micidiali. L’appello verrebbe rivolto non ai governi ma ai popoli che vivono sotto il regime comunista e che sono altrettanto desiderosi di pace quanto le democrazie occidentali.

Dietro queste proposte sta un fatto assai semplice, efficacemente espresso dal professor Borgese: qualsiasi piano che miri ad un’intesa con la Russia deve, invece di combatterla, considerare gli obiettivi e le mete che hanno significato nel quadro dei suoi fini ideali come dei nostri. Non possiamo creare un governo mondiale efficiente se pensiamo soltanto a una repressione del comunismo: né provvederemo alla pace e alla sicurezza, se dall’inizio rinunceremo alla speranza di includere la Russia in questo più vasto sistema unitario. In un mondo organizzato per la pace, il capitalismo e il comunismo devono sopravvivere entrambi in un senso limitato: ma non possiamo sperare di esistere fianco a fianco secondo le proprie esclusive condizioni senza subire ulteriori mutamenti. Se la logica degli eventi forzerà la Russia sovietica ad accettare, contro tutte le sue tradizioni storiche, costanti da Ivan il Terribile a Stalin e a Malenkov, i metodi a lei estranei della democrazia occidentale, che un governo mondiale esige, la stessa logica si applicherà pure agli Stati Uniti: noi dovremo accettare e favorire quella tendenza verso l’uguaglianza dei privilegi e dei vantaggi economici che il conservatore de Tocqueville identificava con il sorgere stesso della democrazia.

Né nella vita nazionale né in quella internazionale questo processo di livellamento ha raggiunto il suo stadio definitivo: ma in realtà esso è molto più avanzato nella democratica Inghilterra, la nostra più stretta alleata, che nella Russia sovietica. Ora un progressivo processo di distribuzione della ricchezza tra le nazioni è una delle premesse sostanziali del governo mondiale: in realtà i nostri uomini d’affari più lungimiranti comprendono già fin d’ora che è anche il fondamento di una sana economia nazionale. Se difettiamo dell’intelligenza politica necessaria per procedere parallelamente a questo movimento e dirigerlo, diventeremo l’oggetto delle invidie, delle gelosie e dell’odio di tutto il mondo; su queste basi cederemo il controllo del mondo alla Russia sovietica, finché entrambi i sistemi ricorreranno allo sterminio di massa: ovverossia alla «guerra». Tutto ciò significa che il governo mondiale impone sacrifici e oneri: oneri che graveranno più duramente su noi stessi. Ma comunque, per quanto alto sia il prezzo che dovremmo pagare per un governo mondiale, considerato in tributi annuali di tasse sulla base della ricchezza nazionale, sarebbe pur sempre insignificante paragonato a quello che costerebbe una terza guerra mondiale. Qualsiasi alternativa deve essere calcolata su tale base. Se vi sono probabilità che la nostra casa venga completamente distrutta da un incendio, sarà più conveniente pagare una forte assicurazione che rischiare la somma di denaro necessaria alla ricostruzione.

Vi sono alcuni atteggiamenti mentali generalmente accettati che impediscono una seria considerazione di queste proposte. Il primo è il sofisma del gradualismo: l’idea che ogni mutamento va realizzato solo per lenti gradi e che la struttura preatomica delle Nazioni Unite può, attraverso il succedersi di modificazioni minori, divenire abbastanza forte da portare il peso della pace mondiale. In realtà le Nazioni Unite si sono indebolite anziché rafforzate con il passar del tempo. Non soltanto il susseguirsi dei veti russi ha vanificato l’autorità della maggioranza, ma, ciò che è peggio, gli Stati Uniti, ritirando la loro proposta di una divisione della Palestina, hanno tolto all’organizzazione il suo ultimo vestigio di dignità e di potere. Un’organizzazione che muti una sua decisione al primo sintomo di rivolta da parte di un pugno di arabi ostili, non è in grado, è chiaro, di dominare l’ostilità continentale tra Russia e Stati Uniti. Non abbiamo tempo per gettare un ponte sul profondo abisso che separa l’Oriente dall’Occidente: mano nella mano, Russia sovietica e Stati Uniti devono entrambi spiccare un salto. Ma se si deve passare oltre un baratro di sei piedi, bisogna coprire l’intera distanza: un salto di due soli piedi non garantirebbe altro che una morte sicura.[6]

Il secondo ostacolo è costituito dall’atteggiamento mentale che nasce dalla convinzione che, se soltanto l’attuale chiarificazione potesse essere differita, qualche fattore ancora sconosciuto ci salverebbe dalla catastrofe finale. Questo continuarono a sperare i popoli nel periodo in cui Hitler, come ora Stalin e Malenkov, muoveva trionfalmente sul sentiero della «pacifica» aggressione e dominazione; e sebbene la storia abbia del tutto screditato i Chamberlain e i Borah e i Beard, i loro fantasmi sono ancora tra noi. In vista del fatto che gli strumenti di sterminio diventeranno sempre più devastatori, prima si avrà una pacifica chiarificazione, meglio sarà: purché noi presentiamo al momento opportuno piani e schemi che rendano possibile una soluzione costruttiva delle nostre difficoltà. Se le nostre invenzioni politiche e sociali non sono pari alle nostre invenzioni scientifiche e tecnologiche, dobbiamo dichiarare completo fallimento intellettuale e morale.

Infine un altro ostacolo di natura mentale si esprime nell’affermazione che la politica è la «scienza del possibile» e che queste proposte non rientrano nel regno del possibile. Con ciò coloro che assumono questa posizione intendono dire che qualsiasi proposta che implichi difficoltà e sacrifici di ordine superiore a quelli che normalmente si accettano, deve essere accuratamente scartata per risparmiare i sentimenti degli interessati. Ma se l’esperienza degli ultimi dieci anni ha qualche significato, questo luogo comune è privo di senso quanto è mellifluo. Nei termini della «scienza del possibile» l’Inghilterra si salvò (e insieme si salvò pure il mondo) perché Churchill disse agli Inglesi non quello che avrebbero voluto sentirsi dire, ma quello che era necessario fosse loro detto perché riuscissero a sopportare i sacrifici del momento: egli disse loro che la loro sorte sarebbe stata insopportabile e che egli non poteva promettere nulla per quel che riguardava una vittoria immediata; nulla, invero, eccetto che stavano per attraversare la loro ora più eroica. Se la politica oggi ha un significato, deve divenire l’«arte dell’impossibile». Coloro che sacrificano ogni principio alla convenienza, ogni piano a lunga scadenza al profitto immediato, ogni speranza di governo mondiale a manovre intese ad assicurare una posizione vantaggiosa in una guerra che porterebbe alla distruzione della democrazia e alla disintegrazione della società umana, sono costoro che vivono in un mondo di vaghe fantasie e di autoillusioni. Nei termini del «possibile» abbiamo aperte soltanto due vie: il suicidio attraverso la pacificazione o il suicidio attraverso la guerra. L’«impossibile» è il governo mondiale e la collaborazione mondiale: la strada della vita.

Non vorrei per un solo momento sottovalutare la rivoluzione psicologica che dovrebbe aver luogo perché queste proposte possano essere considerate seriamente. Attualmente, le probabilità che un programma quale io ho delineato venga avanzato entro il prossimo anno sono meno, dovrei dire, dell’uno per cento; perché le concezioni sulle quali si fonda sono estranee alla maggior parte dei nostri attuali dirigenti politici di tutti i partiti. Soltanto il giudice Douglas si è espresso secondo queste linee generali. Tali idee, invero, potrebbero più facilmente essere sostenute da uno dei nostri capi militari che da qualsiasi dei nostri uomini politici più in vista. Di giorno in giorno, comunque, i problemi diventano sempre più gravi e i pericoli terribili: una volta che tutte le vie d’uscita irrazionali sempre allettanti siano chiuse, non rimane da sperare altro che si apra finalmente la via indicata dalla ragione e dal buon senso. Il «miracolo» è la sola alternativa alla catastrofe. Ma non dobbiamo aspettare la catastrofe per riconoscere che era possibile.

Su questo argomento, se non si può essere ottimisti, si osi non essere pessimisti. Nel periodo di estrema disperazione e di panico della depressione del 1933, le audaci misure prese dall’amministrazione Roosevelt, spesso in contraddizione con gli impegni preelettorali, fecero rinascere la fiducia nel pubblico, incoraggiarono l’iniziativa e favorirono la produzione, attraverso l’uso di sistemi, fino allora inimmaginabili, di credito pubblico e di pubblica assistenza ai disoccupati. E così poi la trasformazione della più giovane generazione americana scettica, cinica, disincantata e soprattutto pacifista in un esercito di rudi combattenti che sconfissero i nazisti al loro stesso gioco, che cosa fu, vista sia come successo tecnico sia come successo morale, se non un gigantesco miracolo? I mutamenti che questi giovani dovettero subire per prepararsi a combattere non furono più duri di quelli che si richiederebbero ora a noi collettivamente in questa necessità altrettanto crudele per porre le fondamenta della pace.

Il miracolo di impedire una guerra con la Russia e di allontanare la catastrofe totale è ancora entro i limiti umani. Richiederà intelligenza, immaginazione, audacia in misura eroica: ma non assolutamente sovraumana. Queste qualità esistono in ogni paese. Facciamone uso prima che sia troppo tardi.

 

(a cura di Franco Spoltore)

 


[1] Michael Hughes (a cura di), The letters of Lewis Mumford and Frederic J. Osborne, a Transatlantic Dialogue, 1938-1970, Bath, Adams & Dart, 1971 (lettera del 12 giugno 1951).

[2] Donald L. Miller (a cura di), Lewis Mumford, a Life, New York, Weidenfeld & Nicolson, 1989, p. 405.

[3] The Letters of Lewis Mumford, cit. (lettera del 26 novembre 1956).

[4] Ibidem (lettera del 29 agosto 1944).

[5] Ibidem (lettera del 6 marzo 1947).

* Brano tratto da In nome della ragione (edizione italiana di In the Name of Sanity, New York, Harcourt Brace, 1954), pubblicato per la prima volta in Italia nel 1959 da Edizioni Comunità e, successivamente, nel 1966 e nel 1980 da Etas Libri.

[6] E’ difficile anche ora rispondere alla domanda se le Nazioni Unite siano state indebolite o rafforzate dal tempo. I continui tentativi di eludere le procedure, di prendere misure unilaterali, di sottrarsi alle responsabilità indeboliscono l’organismo. D’altra parte l’aumento dei poteri dell’Assemblea generale, a spese del Consiglio di sicurezza, a partire dalla decisione coreana, rappresentano un segno di salute. Il mio giudizio a questo proposito fu affrettato ed errato.

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