Anno XXX, 1988, Numero 2, Pagina 129

 

 

CLARENCE STREIT E L’IDEA DELL’UNIONE DELLE DEMOCRAZIE
 
 
Clarence Streit merita certamente un posto nella storia come fondatore del nuovo Movimento federalista mondiale, che nacque mentre cadeva la Società delle Nazioni. Se mai un libro creò un movimento, quel libro fu Union Now (1939). Esso rimane un classico del pensiero politico e costituzionale federalista. Ebbe un’influenza diretta sulla proposta fatta da Churchill il 16 giugno 1940 di unire Gran Bretagna e Francia e, assieme a Anatomy of Peace (1945) di Emery Reves, è stato il più letto fra i libri sul governo mondiale. Esso mise in evidenza in modo approfondito le implicazioni dell’esperienza rivoluzionaria americana per una federazione europea e mondiale e merita di essere studiato ancora oggi per analizzare l’analogia fra gli Stati Uniti e le altre federazioni. Streit vide giustamente che il principale problema internazionale alla metà del XX secolo era il governo mondiale (Tesi 1 — si veda il capitolo 2 di Union Now). Ma c’è stata molta discussione sulla necessità di iniziare il cammino verso di esso attraverso l’unione degli Stati «democratici» (Tesi 2), dato che la federazione presuppone la democrazia o autogoverno popolare. Quando si guarda alle definizioni di Streit di democrazia e all’elenco da lui fornito di Stati democratici che devono essere inclusi nell’unione iniziale, si trova che il suo criterio di democrazia era soltanto quello della democrazia politica o liberale allora dominante in Occidente. Non poteva ammettere che la democrazia economica o sociale che si stava allora sviluppando in Unione Sovietica o all’Est fosse valida. E’ istruttivo il cambiamento dell’atteggiamento di Streit verso l’Unione Sovietica. Nell’edizione del 1939, quando le potenze dell’Asse erano considerate come il nemico da sconfiggere grazie alla «supremazia» dell’Unione, egli ammise che la teoria e la pratica sovietica non riconoscevano il diritto divino della monarchia o il predominio della razza o della nazione sull’individuo, riconobbe che il comunismo non discriminava fra gli uomini tranne che sulla base del loro lavoro e disse che era un errore identificare la democrazia con l’economia capitalista o socialista (pp. 109-11). Nell’edizione del 1949, tuttavia, Streit modificò il libro attribuendo alla Russia il ruolo di Hitler e adottando in generale un’impostazione anti-comunista (pp. 6-7, 81, 313-20). Nelle udienze sulla federazione mondiale alla Camera dei Rappresentanti statunitensi nel 1949, Grenville Clark criticò una tale unione anti-comunista sostenendo che essa sarebbe stata per l’Unione Sovietica una minaccia sufficiente a far scoppiare quella stessa guerra che il governo mondiale intendeva impedire. I federalisti mondiali, nelle udienze del Senato del 1950, impiegarono tutte le loro energie per far cadere la proposta. L’Unione atlantica divenne uno dei puntelli ideologici della guerra fredda contro il comunismo sovietico. La maggior parte del Movimento federalista mondiale ha rifiutato qualsiasi approccio che non fosse universale, per paura di ricevere il sostegno di nazionalisti inconsapevoli o di sostenitori dell’Impero americano o di quello sovietico. Una repubblica mondiale che riconosca sia la democrazia liberale che quella economica, sia i diritti politici e civili che i diritti sociali, economici e culturali è, dicono, la vera risposta rivoluzionaria alla minaccia di guerra dei nostri tempi. La pace ha un prezzo, che è la giustizia, il che significa cambiare alcune delle nostre linee di condotta, non solo richiedere il cambiamento di quelle altrui. Perché Streit cambiò opinione? Poiché era un uomo con esperienza del mondo, un giornalista influente e l’autore di un best-seller sulla pace, senza dubbio desiderava sinceramente vedere messe in pratica le sue idee. Si trasferì da New York a Washington nel 1943, e là, in prospettiva, sembrò sentire l’influenza quasi irresistibile del potere e della capacità americana di ricostruire il mondo post-bellico. La sua edizione del 1943 di Union Now cominciò a seguire una linea nuova, più rigida, contro la Russia(persino dopo la battaglia di Stalingrado). Nel novembre del 1945, dopo che gli USA sganciarono la bomba atomica sul Giappone, Streit non fu in grado di sedare i contrasti all’interno della sua organizzazione, Federal Union, e i suoi membri decisero di aderire alle varie organizzazioni federaliste mondiali (le quali sostenevano che la bomba atomica dimostrava che un governo mondiale universale era necessario), mentre Streit divenne il redattore di una nuova rivista Freedom & Union. Egli continuò a sostenere con pervicacia ed incisività un’«unione dei liberi», che ispirò i progetti degli autori del Trattato del Nord Atlantico. Owen Roberts, in precedenza giudice della Corte suprema, Will Clayton, già sottosegretario di Stato, e Robert H. Patterson, che fu Segretario per la guerra(e ex-socio dello studio legale di Grenville Clark),diedero vita alla Commissione per l’Unione atlantica nel 1949, per andare oltre un’alleanza militare e giungere ad una vera unione politica con l’Europa occidentale. Si trattava di uomini di un realismo che avrebbe scandalizzato qualsiasi idealista. Streit fu persino immortalato sulla copertina della rivista Time del 7 Marzo 1950. Una interpretazione critica del cambiamento di idee da parte di Streit potrebbe imputarlo al condizionamento da parte del nascente establishment della sicurezza nazionale. Una interpretazione più benevola potrebbe sostenere che si alleò consapevolmente con le nuove forze politiche, e in particolare appoggiò la richiesta di sicurezza militare contro ciò che sembrava essere una crescente minaccia sovietica, per raggiungere, come egli disse, una effettiva unione federale regionale di paesi che condividevano almeno una forma di democrazia liberale. La storia è mossa dagli eventi, non dalla ragione, e forse una Unione atlantica sarà il modo in cui il mondo arriverà ad un governo mondiale. Certamente qualsiasi effettiva federazione atlantica o europea deve avere una difesa. La Comunità europea di difesa (CED) fu un tentativo di creare una difesa comune anche prima di una vera federazione europea. La proposta di trasformare la NATO in una federazione europea, come sostenuto in modo persuasivo da Alan K. Henrikson, potrebbe essere la sola via storicamente percorribile. Henrikson ci ricorda che la NATO fu concepita originariamente non come un’alleanza militare contro l’Unione Sovietica, ma come un’organizzazione di sicurezza regionale per tenere sotto controllo la Germania. L’articolo 2 del trattato contempla una maggiore integrazione economica e sociale come pure una collaborazione con le Nazioni Unite. Legalmente, l’alleanza potrebbe essere estesa all’Europa orientale e persino all’Unione Sovietica. (Si veda «The Creation of the North Atlantic Alliance», in Reichart e Strum, American Defense Policy, Baltimora, 198, pp. 296-30). Henrikson ha sostenuto che ci sarebbero ampie conseguenze per il mondo nel suo Negotiating World Order: the Artisanship and Architecture of Global Diplomacy (Wilmington, DE, 1986). A me sembra che storicamente tutti i progetti di Unione atlantica o europea siano condizionati dall’incerta posizione degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. Ognuno percepisce più o meno chiaramente che l’unione dell’Europa con l’una o l’altra potenza non è la strada per la pace.
Quando si considera l’analogia della nascita degli Stati Uniti con la Federazione europea, è importante ricordare sia le somiglianze che le differenze. E’ vero che gli Stati Uniti furono la prima unione federale moderna di Stati sovrani. Una delle ragioni della sua influenza sta senza dubbio nel contenuto dei Federalist Papers che contengono l’argomentazione più eloquente contro l’anarchia propria di una confederazione di Stati sovrani (particolarmente i numeri 9, 10, 15, 16, 17, 21, 23, 39, 45 e 51).
Sotto questo profilo è certo giusto valorizzare Hamilton e Washington, ma non dobbiamo dimenticare Madison, che fu anche un artefice della Costituzione, uno degli autori dei Federalist Papers ed un sostenitore della ratifica. Hamilton, a Filadelfia, arrivò sino a proporre una monarchia elettiva ed un Senato a vita, sul modello della Costituzione britannica (Farrand, Records of the Federal Convention, I: 282-90). E Washington, secondo le note di Madison, non parlò alla Convenzione se non alla fine; quella straordinaria citazione: «Alziamo una bandiera all’ombra della quale possano sentirsi al sicuro i saggi e gli onesti» potrebbe essere apocrifa, poiché la sua unica fonte è l’orazione funebre del Governatore Morris alla morte di Washington nel 1799. (Farrand, Records, III: 381-382). Ma i tredici Stati, che esistevano da almeno undici anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, non presentavano differenze nazionali accentuate come quelle che tengono ancora divisa l’Europa. E’ istruttivo ricordare le lamentele contro gli Stati presentate dagli artefici della Costituzione di Filadelfia. Esse riguardano progetti di emissione di carta moneta per frodare i debitori nel Rhode Island e nella Carolina del Sud, il rifiuto di pagare le requisizioni del Congresso da parte del Connecticut e del New Jersey, la venalità del governatore della Pennsylvania, la ribellione nel Massachusetts occidentale, la minaccia del Delaware di far intervenire potenze straniere, la guerra unilaterale della Georgia contro gli Indiani, le alleanze commerciali contrarie alla legge fatte da Virginia, Maryland, Pennsylvania e New Jersey ed in generale l’atteggiamento di disprezzo per il Congresso, che non era capace di far prevalere una comune autorità, di difendere il paese, di regolare il commercio e di pagare i propri conti.
Più simili sono alcune delle altre diciassette federazioni che sono state costituite dopo gli Stati Uniti e spesso citate come «modelli» dai loro cittadini nella letteratura federalista. In ordine cronologico dalla loro prima costituzione federale, esse sono: Messico (1824), Svizzera (1848), Argentina (1853), Venezuela (1864), Canada (1867), Austria-Ungheria (1867), Germania (1871), Australia (1920), Cecoslovacchia (1920), URSS (1924), Iugoslavia (1946), India (1949), Pakistan (1956), Nigeria (1960) e Malaysia (1963). E’ evidente che l’Europa è una comunità molto più diversificata di tutte quelle citate. E’ per questo che l’Europa sarà il modello per le future unioni regionali e per l’Unione mondiale. Se l’Europa si può unire, allora anche il mondo intero lo può. Guardiamo allora all’Europa.
 
Joseph Preston Baratta

 

Condividi con