Anno LV, 2013, Numero 2-3, Pagina 162

 

 

IL RAPPORTO DELLA NIC, GLOBAL TRENDS 2030:
ALTERNATIVE WORLDS

 

 

Nel dicembre dello scorso anno è stato reso pubblico il rapporto del National Intelligence Council degli Stati Uniti, il Global Trends 2030: Alternative Worlds. Il rapporto ha il fine di individuare le prospettive strategiche che caratterizzeranno gli scenari futuri, valutandone l’impatto in campo politico, economico, finanziario e sociale con un orizzonte di circa quindici-venti anni. L’obiettivo è stimolare la riflessione strategica contribuendo ad una più efficace pianificazione di lungo termine.

Nel rapporto vengono identificate le principali linee di trasformazione dello scenario mondiale, ossia l’aumento del potere degli individui, la redistribuzione del potere dall’Occidente verso l'Oriente e il Sud, i modelli demografici caratterizzati dall’invecchiamento delle popolazioni e dalla crescita della classe media, le sfide connesse alle risorse naturali. Si tratta di tendenze già in atto che però, durante i prossimi quindici-venti anni si manifesteranno con maggiore intensità. Secondo le ricerche effettuate saranno sei le variabili che influiranno, in particolare, sulle future trasformazioni. Queste riguardano l’economia globale, la governance, la conflittualità, l’instabilità regionale, la tecnologia e il ruolo che assumeranno gli Stati Uniti.

Sulla base di questi elementi il rapporto delinea quattro scenari ipotetici per il mondo nel 2030, che vanno da una prima ipotesi in cui i rischi di conflittualità tra Stati aumentano e Stati Uniti ed Europa riducono il proprio impegno internazionale, fino, all’estremo opposto, che ipotizza uno scenario equilibrato nel quale il progresso sociale, economico e politico è diffuso. Tra i due antipodi si collocano due possibilità: un “mondo destabilizzato dall’ineguaglianza economica” ed uno nel quale sono gli attori non-statali ad avere la maggiore influenza. Ovviamente non si tratta di prospettive predeterminate, il futuro ordine mondiale sarà plasmato dalle azioni umane così come dal manifestarsi di eventi imprevisti. Sono però possibilità riconoscibili su cui è utile cercare di riflettere.

 Il primo fattore che emerge è l'aumento della possibilità per i singoli individui di influenzare le decisioni di potere grazie alla riduzione della povertà, alla crescita della classe media globale, al maggiore livello di istruzione e di assistenza sanitaria. Per la prima volta la maggioranza della popolazione mondiale non tenderà alla povertà e la classe media costituirà il tessuto sociale ed economico più importante nella maggioranza dei Paesi. Questo fattore è causa ed effetto dell’espansione dell’economia globale, della rapida crescita dei paesi in via di sviluppo e dello sfruttamento diffuso di nuove tecnologie di comunicazione e di produzione. Anche se una maggiore iniziativa individuale potrebbe sembrare la soluzione per risolvere le sfide globali, d’altra parte individui e piccoli gruppi avranno sempre più accesso a tecnologie impiegabili per scopi offensivi, come le armi bioterroristiche, che in passato erano una prerogativa governativa.

 Un altro cambiamento notevole avverrà nell'equilibrio del potere tra gli Stati. L’Asia sorpasserà l’America del Nord e l’Europa considerati insieme, in termini di PIL, popolazione, spese militari e investimenti tecnologici. La Cina, probabilmente, sarà la prima economia nel mondo, sorpassando gli Stati Uniti alcuni anni prima del 2030. L'andamento dell’economia globale sarà sempre più legato a quello dell’economia dei paesi in via di sviluppo piuttosto che a quello dell’Occidente. I primi creano già oggi oltre il 50 per cento della crescita economica mondiale e forniscono il 40 per cento degli investimenti globali. Il loro contributo alla crescita di questi ultimi è di oltre il 70 per cento mentre quello della sola Cina è già ora una volta e mezza quello degli Stati Uniti. Nei modelli della Banca mondiale Pechino, nonostante un probabile rallentamento della sua crescita economica, contribuirà per circa un terzo alla crescita globale entro il 2025. Oltre a Cina, India e Brasile, attori regionali come Colombia, Indonesia, Nigeria, Sud Africa e Turchia diventeranno particolarmente influenti. Invece le economie di Europa, Giappone e Russia sono considerate condannate ad un lento declino.

 Per quanto riguarda la crescita demografica, quando nel 2030 la popolazione avrà raggiunto gli 8,3 miliardi circa, questa sarà caratterizzata da quattro tendenze: un progressivo invecchiamento della popolazione che caratterizzerà sia l’Occidente sia la maggior parte dei paesi in via di sviluppo; un numero significativo ma in diminuzione di paesi con una popolazione con età molto giovane; un incremento dei fenomeni migratori; una crescita dell'urbanizzazione. I fenomeni migratori saranno stimolati dalla richiesta di manodopera, mentre la rapida urbanizzazione, in particolare nei paesi in via di sviluppo, stimolerà la crescita economica ma potrebbe anche provocare tensioni in relazione alle scarsità di risorse idriche ed alimentari. Infatti le domande di cibo, acqua ed energia cresceranno circa del 35, 40 e 50 per cento rispettivamente, a causa dell’aumento della popolazione e dei modelli di consumo di una classe media in espansione. Anche il cambiamento climatico aggraverà le prospettive riguardo alla disponibilità di queste risorse. Infatti la criticità delle condizioni meteorologiche aumenterà con un ulteriore calo delle precipitazioni soprattutto in Medio oriente, Nord Africa, Asia centro-occidentale, Europa meridionale, Africa meridionale e sud-ovest degli Stati Uniti. Si deve anche considerare che fronteggiare la limitata disponibilità di un bene inciderà sull’offerta e sulla domanda degli altri. L’energia idroelettrica sarà una rilevante fonte di energia per alcune regioni mentre nuove fonti alternative, come i biocarburanti, potrebbero accrescere la scarsità di risorse alimentari. L’agricoltura sarà fortemente dipendente dall’accesso a fonti di acqua ed a concimi ricchi di fertilizzanti. La situazione dell'Africa è particolarmente critica. Infatti, a differenza di Asia e Sud America, che hanno raggiunto notevoli miglioramenti nella produzione agricola pro-capite, l’Africa è recentemente tornata ai livelli degli anni Settanta. Guardando alla situazione statunitense il rapporto considera probabile il raggiungimento dell'indipendenza energetica. Già gli USA sono tornati il maggior produttore di gas naturale ed hanno prolungato l’autonomia delle proprie riserve da 30 a 100 anni grazie alla tecnologia della fratturazione idraulica. Questo potrebbe comportare una notevole riduzione del disavanzo della bilancia commerciale ed un miglioramento della crescita economica anche se questa tecnologia solleva dibattiti riguardo ai problemi ambientali che può causare, in particolare l’inquinamento delle risorse idriche. Il rapporto suggerisce la necessità di una collaborazione regionale e globale per affrontare questi problemi applicando tecnologie all’avanguardia che includeranno le colture geneticamente modificate, l’agricoltura di precisione, le tecniche d’irrigazione, l’energia solare, i carburanti avanzati a base biologica e le tecniche di estrazione tramite fratturazione di idrocarburi e di gas naturale.

 Una variabile fondamentale è rappresentata dall’economia internazionale che quasi certamente continuerà ad essere caratterizzata da economie nazionali e regionali che si sviluppano a differenti velocità, un fattore che aggraverà gli squilibri globali. Le divergenze e la maggiore volatilità favorita dall’assenza di una potenza economica dominante potrebbero produrre un crollo globale, mentre lo sviluppo di più centri di crescita potrebbe migliorare la capacità di reazione e adattamento. Per il prossimo decennio un ritorno ai tassi di crescita antecedenti al 2008 ed ai precedenti modelli di rapida globalizzazione è improbabile: le recessioni che si innescano su crisi finanziarie tendono, infatti, ad essere più profonde e richiedono tempi di ripresa raddoppiati. Le principali economie occidentali tranne Stati Uniti, Australia e Corea del Sud hanno iniziato la riduzione dei debiti, un processo che potrebbe richiedere quasi un decennio. Inoltre un’altra grave crisi economica globale non viene esclusa, provocata ad esempio dall'uscita di un paese come la Grecia dalla zona euro; un’eventualità che secondo il McKinsey Global Institute potrebbe generare danni collaterali otto volte superiori a quelli causati dal fallimento della banca Lehman Brothers. Trattando dell'instabilità dell'euro, il rapporto suggerisce la necessità di apportare dei correttivi su diversi fronti, ma sottolinea anche che, se pure le riforme venissero adottate a breve, ci potrebbe volere un intero decennio prima che la stabilità ritorni. Si deve anche considerare che le precedenti crisi economiche hanno colpito quando l’età media di molte popolazioni occidentali era relativamente bassa. Nell'attuale situazione, per compensare il calo nella crescita della forza lavoro, i vantaggi economici dovranno provenire dall’incremento della produttività, grazie all'uso di nuove tecnologie che potranno essere sviluppate soprattutto se supportate dal consenso sociale e da adeguate misure di governo. Il ricorso alle tecnologie informatiche, impiegate per massimizzare la produttività economica e la qualità della vita, ridurrà il consumo di risorse e il degrado ambientale. Le innovazioni nel settore dell’automazione e della produzione, come la stampa 3D e la robotica, potranno modificare i modelli di lavoro, sia nel mondo in via di sviluppo sia in quello sviluppato. I paesi sviluppati, in particolare, aumenteranno la produttività e agiranno sui vincoli lavorativi, con il possibile effetto di causare il licenziamento di soggetti poco qualificati, aggravando le disuguaglianze socio-economiche interne. Nelle economie in via di sviluppo, in particolare quelle asiatiche, le nuove tecnologie stimoleranno invece nuove capacità di produzione ed aumenteranno la competitività. Comunque anche i paesi in via di sviluppo dovranno affrontare importanti sfide, in particolare per sostenere il ritmo della loro crescita. La Cina ha registrato una crescita reale media del 10 per cento negli ultimi tre decenni ma, secondo diversi studi del settore privato, entro il 2020 la sua economia crescerà probabilmente solo del 5 per cento e questo comporterà una pressione al ribasso sulla crescita del reddito pro capite. L’India deve affrontare problemi analoghi a quelli cinesi: grandi disparità tra zone rurali ed urbane e all’interno della società, l’aumento di limiti per lo sfruttamento di risorse naturali e la necessità di maggiori investimenti nella scienza e nella tecnologia, nonché la mancanza di infrastrutture e le carenze nel sistema educativo.

 Per quanto concerne il rapporto fra potenze consolidate ed emergenti, si ipotizza che resterà piuttosto scarso e questo, insieme al fatto che è necessario un numero di attori maggiori per risolvere le sfide globali, porta a ritenere che il livello di collaborazione mondiale sarà basso e che, probabilmente, si rafforzerà la tendenza alla frammentazione. Tuttavia non si può escludere che ci siano dei progressi su questioni specifiche. Per quanto riguarda invece la situazione interna, molti Sati saranno caratterizzati da rapidi mutamenti sociali e politici. Attualmente circa cinquanta paesi si trovano in una difficile fase di passaggio tra autocrazia e democrazia. Il maggior numero di essi è concentrato nell’Africa sub-sahariana, nel Sud-est asiatico, in Asia centrale, in Medio oriente e nel Nord Africa. Le transizioni alla democrazia dovrebbero diventare più stabili e durevoli quando il numero di giovani nella popolazione comincerà a diminuire ed i redditi saranno più alti. Tuttavia, nel corso dei prossimi quindici-venti anni, molti paesi staranno ancora completando il processo di democratizzazione. In altri Stati il livello di sviluppo sarà più avanzato rispetto all'avanzamento del processo di democratizzazione, come nella maggior parte dei paesi del Golfo e in Cina. La Cina nei prossimi cinque anni dovrebbe superare la soglia dei 15.000 dollari pro-capite a parità del potere d’acquisto, fattore che è spesso uno stimolo verso la democratizzazione e che, in generale, potrebbe contribuire alla tendenza al cambiamento in altri Stati autoritari. Anche l’uso di nuove tecnologie di comunicazione rappresenterà una sfida per i governi e per le società che dovranno trovare il modo di sfruttarne i benefici affrontando le minacce che presentano. Infatti i social networks consentiranno ai cittadini di organizzarsi, ma d’altra parte bisogna anche sottolineare che aumenteranno la capacità di monitoraggio dei governi.

 Lo studio analizza anche i rischi di conflittualità, perché anche se gli ultimi due decenni hanno mostrato una diminuzione dei grandi conflitti armati e delle vittime, e anche se i rischi elevati connessi ad un conflitto tra grandi potenze costituiscono un buon deterrente, tuttavia le guerre tra Stati rimangono una possibilità. Mentre i conflitti interni sono aumentati in paesi dove, a fronte di una popolazione complessivamente in età matura, esistono delle minoranze etniche giovani e non allineate alle forze al potere. Ne sono un esempio i conflitti che coinvolgono i curdi in Turchia, gli sciiti in Libano ed i musulmani Pattani nel sud della Thailandia. Il rischio di conflitti aumenterà a causa dell’insufficienza di risorse naturali come acqua e terreni coltivabili in molti paesi in particolare nell’Africa sub-sahariana e nel sud e nell’est dell’Asia, comprese Cina ed India. Alcuni di questi paesi come Afghanistan, Bangladesh, Pakistan e Somalia avranno ancora probabilmente istituzioni governative fragili. I rischi di conflitto saranno in aumento anche a causa dei cambiamenti del sistema internazionale. Nei prossimi anni gli Stati Uniti dovranno decidere come declinare il ruolo di custode dell’ordine globale. Una mancanza di volontà o una ridotta capacità degli Stati Uniti nel garantire sicurezza su scala globale costituirebbero un rilevante fattore di instabilità, specialmente in Asia ed in Medio oriente. Un sistema internazionale più frammentato innalzerebbe il rischio di competizione e di conflitti tra grandi potenze. Tre fattori, in particolare, potrebbero aumentare le possibilità di esplosione di conflitti: il cambiamento nelle strategie di alcuni soggetti, in particolare Cina, India e Russia; l’aumento delle dispute per l’accesso alle risorse; una più ampia disponibilità di strumenti di guerra. Con l’aumento delle probabilità di proliferazione aumentano anche i rischi che in guerre future in Asia meridionale e nel Medio oriente — le regioni dove con maggiore probabilità si innescheranno fenomeni di instabilità di ampia portata — si ricorra al deterrente nucleare. In Medio oriente l’economia dovrà diversificarsi dal momento che le nuove tecnologie inizieranno a fornire fonti alternative al petrolio e gas. Ma il progresso dipenderà dal panorama politico: l’emergere di governi democratici o almeno moderati in paesi come l'Iran o una svolta negli accordi per risolvere il conflitto israelo-palestinese avrebbero conseguenze positive.

 L’Asia del sud affronterà una serie di sconvolgimenti interni ed esterni. Il basso livello di crescita, l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e le carenze energetiche costituiranno seri problemi in Pakistan ed Afghanistan, paesi dove un alto numero di giovani e una crescita lenta dell’economia tendono a causare instabilità. L’India trae vantaggio da un tasso di crescita più alto ma dovrà affrontare importanti sfide, specie nel trovare posti di lavoro per la popolazione giovanile. Inoltre il contesto regionale ha sempre avuto una profonda influenza sugli sviluppi interni indiani spingendo ad aumentare le spese militari. Un’Asia sempre più multipolare ma priva di un solido quadro regionale di sicurezza costituirebbe una grave minaccia globale e provocherebbe danni su vasta scala all’economia. Il timore della potenza cinese, le probabilità di un rafforzamento del nazionalismo cinese e gli interrogativi riguardo al coinvolgimento americano nella regione aumenteranno le insicurezze. Anche dinamiche in evoluzione in altre regioni potrebbero destabilizzare gli equilibri globali. L’Europa ha avuto un ruolo chiave nel mantenimento degli equilibri garantendo, ad esempio, l’integrazione dell’Europa centrale nell’Occidente dopo la fine della Guerra fredda. Nell'attuale situazione i suoi problemi interni le impediscono di avere un ruolo nelle crisi delle regioni confinanti. D’altra parte, il superamento della sua attuale crisi politica ed economica potrebbe rafforzare il suo ruolo globale. L’Europa potrebbe favorire l’integrazione, nell’economia globale e nel sistema internazionale, degli Stati confinanti in via di sviluppo in Medio oriente, Africa sub-sahariana ed Asia centrale. Anche la Russia potrebbe integrarsi nella comunità internazionale se riuscisse a dar vita ad un’economia più diversificata e ad un sistema politico più liberale; in caso contrario potrebbe rappresentare una minaccia regionale e globale. Una maggiore integrazione regionale in America latina e nell’Africa sub-sahariana significherebbe una maggiore stabilità e ridurrebbe la minaccia alla sicurezza globale. Tuttavia i paesi dell’Africa sub-sahariana, dell’America centrale e dei Caraibi rimarranno vulnerabili.

 Tra le variabili che più influenzeranno il futuro ordine globale si annoverano il ruolo tuttora incerto che gli Stati Uniti svolgeranno e la loro capacità di cooperare con nuovi partner. Sebbene il declino degli USA e di tutto l’Occidente sia inevitabile di fronte all’espansione delle potenze emergenti, risulta difficile prevedere il ruolo che svolgeranno negli affari internazionali. Il rapporto considera probabile che nel 2030 gli Stati Uniti rimarranno primi insieme alle altre grandi potenze grazie alla superiorità in vari settori e all’eredità che deriva dal loro passato ruolo di leader mondiale. Adesso che anche la maggior parte degli alleati occidentali si trova ad affrontare un periodo di relativo declino è molto probabile che nei prossimi 15-20 anni il potere diventerà multidimensionale come conseguenza della pluralità delle questioni da affrontare. Le risorse tecnologiche in possesso degli USA, insieme alla leadership nel settore dei social networks e delle telecomunicazioni, costituiranno un vantaggio. Nella maggior parte dei casi il potere americano dovrà essere rafforzato facendo ricorso a partner che possano collaborare su punti specifici. Un’altra variabile che potrà determinare la posizione degli Stati Uniti sarà il successo che riusciranno ad ottenere nella risoluzione delle crisi internazionali, in particolare se fossero chiamati ad intervenire in Asia per ripristinare la stabilità regionale.

 Un eventuale sostituzione del dollaro come valuta di riserva mondiale con un’altra valuta o con un paniere di valute, sarebbe invece indice della perdita di potere economico degli Stati Uniti, cosa che danneggerebbe anche la loro posizione politica. Il Global Trends ritiene improbabile che gli Stati Uniti possano essere sostituiti da un’altra potenza, perché è difficile pensare ad altri paesi in grado di raggiungere il loro stesso livello in ambiti così disparati. Tuttavia, le potenze emergenti chiedono di assumere ruoli di rilievo all’interno di istituzioni come l’ONU, il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, che entro il 2030 vedranno probabilmente ridimensionata l’attuale posizione dominante dell’Occidente. Bisogna però aggiungere che, al momento, la tendenza è quella di consolidare la loro espansione economica e le proprie istituzioni politiche piuttosto che cercare di assumere un ruolo di leader internazionale.

 Nelle conclusioni del rapporto vengono ipotizzati quattro possibili scenari per il mondo tra venti anni. Il primo vede aumentare il rischio di conflittualità a partire dall'Asia, e prevede che Stati Uniti ed Europa restino focalizzati sui loro problemi interni. La zona euro finirebbe con lo sfaldarsi velocemente, portando l’Europa ad una recessione certa. Mentre il tentativo degli Stati Uniti di dar vita ad una rivoluzione energetica fallirebbe, oscurando le prospettive di una ripresa economica futura. Nei modelli sviluppati dalla società McKinsey per questo scenario, la crescita economica mondiale diminuirebbe e ne risentirebbero tutti gli attori globali. All'estremo opposto si colloca la prospettiva in cui il timore dell’allargamento di un conflitto in Asia meridionale spingerà Stati Uniti, Europa e Cina ad intervenire per imporre la stabilità. Nell’ipotesi di una maggiore collaborazione tra Cina, Stati Uniti ed Europa si verificherebbero un importante miglioramento nelle loro relazioni bilaterali e una cooperazione internazionale mirata ad affrontare insieme le sfide globali. Questo scenario si basa sulle capacità di leadership politica grazie alle quali ciascuno Stato, gestendo i problemi interni, riesce a rafforzare i legami internazionali. Il livello di fiducia nei confronti della Cina aumenterebbe grazie ad una serie di riforme politiche adottate dal governo cinese e sarebbe sostenuto dal suo ruolo crescente nel sistema internazionale. Con l’aumento della collaborazione tra le maggiori potenze le istituzioni globali multilaterali verrebbero riformate e rese più efficienti. In questo scenario tutti i soggetti migliorerebbero la propria posizione. Le economie emergenti continuerebbero a crescere più velocemente ma anche nelle economie avanzate il PIL tornerebbe ad aumentare. Entro il 2030 l’economia globale raddoppierebbe all’incirca i suoi volumi in termini reali arrivando a 132.000 miliardi di dollari al valore attuale. Il reddito pro capite americano aumenterebbe di 10.000 dollari in dieci anni. Anche il reddito pro capite cinese aumenterebbe rapidamente. L’innovazione tecnologica, alla base dell’espansione degli scambi e dell’aumento della cooperazione internazionale, sarebbe fondamentale affinché il mondo non risenta dei crescenti limiti finanziari e della carenza di risorse che solitamente caratterizzano periodi di rapido sviluppo.

 Esistono poi due scenari intermedi. Nel primo in molti paesi le disuguaglianze rappresenteranno un elemento dominante che porterà a crescenti tensioni politiche e sociali. In Europa i paesi che si trovano nella zona euro e sono competitivi globalmente avranno successo, mentre quelli più deboli che si trovano alla periferia saranno costretti ad uscire dall’Unione europea con disastrose conseguenze. Anche il mercato unico subirebbe una profonda crisi. Gli Stati Uniti resterebbero la potenza preminente grazie al raggiungimento dell’indipendenza energetica; ma, pur non disimpegnandosi completamente, non interverrebbero più in ogni caso di minaccia alla sicurezza. Molti dei paesi produttori di energia risentirebbero del calo dei prezzi del settore, a meno di non riuscire a diversificare in tempo le loro economie, e sarebbero minacciati da conflitti interni. Le città nella zone costiere della Cina continuerebbero a prosperare, ma le disuguaglianze aumenterebbero, creando tensioni nel governo. Il malcontento sociale aumenterebbe poiché le aspettative della classe media verrebbero deluse. Il governo centrale, incontrando serie difficoltà nell’attuazione delle proprie politiche, finirebbe col far ricorso al fervore nazionalistico per ottenere supporto e garantire la coesione interna. In questo scenario, lo sviluppo delle economie avanzate e di quelle emergenti provocherebbe una crescita limitata. La mancanza di coesione sociale all’interno degli Stati si rifletterebbe a livello internazionale. Le grandi potenze sarebbero in contrasto tra loro ed il rischio di conflitti aumenterebbe. Si assisterebbe, perciò, al fallimento di molti paesi dovuto, in particolare, alla mancanza di cooperazione internazionale in materia di assistenza e di sviluppo.

 Nell'ultimo scenario, attori non statuali come organizzazioni non governative, imprese multinazionali, istituzioni accademiche e uomini facoltosi, così come soggetti sub-nazionali, per esempio le megalopoli, assumeranno un ruolo guida nel far fronte alle sfide globali, povertà, ambiente, lotta alla corruzione, legalità e pace, grazie al crescente consenso da parte dell’opinione pubblica internazionale. Lo Stato non scomparirà ma i paesi si organizzeranno sempre di più in coalizioni, composte da attori statuali e non, che varieranno in base alla questione da affrontare. Per i regimi autoritari sarà difficile operare in questo mondo, tra la preoccupazione di affermare il primato politico in patria e quella di conquistarsi il rispetto all'esterno. Anche i paesi democratici riscontreranno difficoltà nell’operare in questo mondo complesso. Le forme di governo che non si adatteranno alla più ampia e diversificata distribuzione del potere avranno meno probabilità di avere successo. Imprese multinazionali, aziende operanti nel settore tecnologico, scienziati internazionali, ONG, abituati a cooperare oltre i confini nazionali ed all’interno di coalizioni riusciranno a prosperare in questo mondo globalizzato dove conteranno esperienza, capacità di influenza e flessibilità. Questo scenario delinea un mondo pieno di disuguaglianze. Alcuni problemi globali verranno risolti perché le reti locali riusciranno a cooperare a livello transnazionale, superando le divisioni tra attori statuali e non-statuali. In altri casi, gli attori non-statuali potrebbero tentare di affrontare nuove questioni ma saranno ostacolati dall’opposizione che riceveranno da parte delle grandi potenze. Le minacce alla sicurezza rappresenteranno una sfida crescente: aumentando l’accesso a tecnologie letali e distruttive anche gli individui ed i piccoli gruppi saranno in condizione di causare violenza su larga scala. Da un punto di vista economico, la crescita globale migliorerà leggermente grazie ad un maggiore grado di cooperazione tra i soggetti sulle principali sfide globali. Complessivamente, in questo scenario il mondo sarà più stabile e socialmente coeso rispetto alle ipotesi più disastrose.

 Va da sé che l’interesse di questo rapporto è dato innanzitutto dalla ricchezza di informazioni, dati e analisi che lo compongono. Ma per noi europei c’è anche un altro elemento di grande interesse, ed è dato dai frequenti rimandi alla crisi dell'Europa e alla necessità di riforme dell’unione monetaria e delle sue istituzioni. Il ruolo primario che ci viene attribuito nel caso in cui riuscissimo, o non riuscissimo, a risolvere la nostra crisi, è un ulteriore, drammatico, campanello d’allarme sulle nostre responsabilità globali.

 Giulia Spiaggi

 

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