Anno XXX, 1988, Numero 1, Pagina 40

 

 

«L’UOMO PLANETARIO»
 
 
La riflessione di Ernesto Balducci — svolta in modo compiuto nel saggio pubblicato due anni orsono sotto il titolo L’uomo planetario (Brescia, Camunia, 1984) — va nella direzione della fondazione di una autentica cultura della pace e per questo merita una specifica, anche se ormai tardiva, attenzione da parte di chi, come i federalisti, assuma il superamento della divisione politica del genere umano quale obiettivo ultimo e principio informatore del proprio operare.[1]
Va detto subito che la condizione dell’uomo contemporaneo è definita in questo libro dalla sua stessa ambiguità: essa diviene realmente planetaria nel momento stesso in cui l’estinzione della specie appare per la prima volta come una prospettiva non teorica, ma dotata di un elevato grado di probabilità storica e incombente sull’orizzonte immediato dell’evoluzione. Lo stesso progresso scientifico e tecnologico, che ha dato dimensioni planetarie all’umano consorzio, stabilendo un’effettiva contemporaneità tra molta parte del genere umano e, potenzialmente, tra tutti gli uomini, ha messo capo a tale prospettiva di universale distruzione, che non si presenta quindi come un’imprevedibile e ineluttabile necessità naturale, ma come una possibilità conseguente alle scelte compiute dall’uomo nell’esercizio della propria libertà.
Nella visione di Balducci, la radicale novità di questa situazione segna il definitivo tramonto dell’antropocentrismo sopravvissuto al capovolgimento copernicano. La stessa ipotesi dell’unicità della vita nel cosmo, riproposta in queste pagine con insistenza apparentemente eccessiva, lungi dal contraddire tale assunto, vi riceve soprattutto valore emblematico, quale immagine di una solitudine antropologica resa più acuta dalla percezione di un rischio catastrofico. La persona ne è sollecitata ad assumere una responsabilità complessiva nei confronti della natura vivente, in termini di servizio e non di possesso, secondo un approccio che sembra avvicinare l’autore alle posizioni ambientaliste.
Dietro la rappresentazione cosmologica è infatti evidente l’urgenza di una preoccupazione morale. L’uomo liberato da ogni residuo antropocentrismo è per Balducci l’uomo che ha recuperato il sentimento della propria contingenza, non soltanto individuale, rinunziando, davvero e definitivamente, al trionfalismo delle «magnifiche sorti e progressive» e delle ideologie (e teologie) che lo fondavano. Questa sorta di umiltà esistenziale è la condizione prima per scalzare la radice psicologica più profonda della cultura della guerra. In una situazione storica in cui — secondo un’immagine di Franco Fornari richiamata dall’autore — San Giorgio non è più in grado di uccidere il drago senza uccidere con lo stesso colpo la vergine e se stesso, non è più possibile scongiurare la paura della morte attraverso il sacrificio di un capro espiatorio: «L’unica via di salvezza è che l’uomo si riconcili con la propria morte».
Può sembrare a questo punto che la riflessione sull’uomo planetario assuma un valore puramente coscienziale, soggettivo, e si allontani irrimediabilmente dal terreno politico che più ci interessa, imboccando i sentieri della meditazione religiosa o addirittura quelli della psicanalisi. Ma non è così. Dalle radici psicologiche dell’aggressività il saggio di Balducci trae argomento per storicizzare, demistificandole, le «leggi di natura» che la cultura della guerra ha costruito per tanta parte a giustificazione di comportamenti dalla cui continuità deriverebbe ormai necessariamente la catastrofe della specie. La sua polemica contro le ideologie del passato non si appiattisce mai, come troppo spesso avviene, sul ripudio di ogni principio orientativo, ché anzi tutta la riflessione sull’uomo planetario tende proprio alla ricerca di una possibile risposta alla sfida che oggi confronta l’intera umanità. La sua «bestia nera» è tutt’altra: è il tentativo, ormai disperato, di fondare la previsione del futuro storico sull’estrapolazione delle tendenze passate, ignorando la radicalità di una rottura che è giunta a mettere in causa la stessa identità della specie e il senso della sua evoluzione. Deriva di qui, tra l’altro, la sua manifesta insofferenza per quella parte della cultura politica che continua a pensare il futuro secondo le categorie di guerra, vittoria e difesa, quasi che nulla di irreparabile fosse accaduto, mentre la condizione dell’unità planetaria è appunto la consapevolezza della catastrofe possibile e del suo carattere universale.
Il superamento della cultura della guerra, attraverso la mutazione evolutiva che le circostanze richiedono, è per Balducci indispensabile alla sopravvivenza del genere umano. Nella sua visione, la fede si identifica ormai, laicamente, con la certezza della possibilità di questa mutazione, certezza che gli appare tuttavia «il modo storico di esercitare la fede teologale», poiché la scelta che vi trova fondamento è più di una scelta politica: è la scelta tra vita e morte o, come egli dice, Creazione e Anticreazione.
 
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Questa esposizione sommaria del saggio potrebbe bastare a segnalarne l’interesse per il pensiero federalista, nella misura in cui esso corrobora la nostra persuasione circa l’attualità e l’urgenza di un orizzonte politico mondialista, collocando al centro della prospettiva politica contemporanea la questione del superamento della divisione politica del genere umano.
Ci sono tuttavia in questo libro spunti che ancor più direttamente investono temi tradizionali della nostra riflessione. Vale la pena di richiamare qui ciò che egli dice circa il mancato adempimento delle aspettative di pace suscitate dalle rivoluzioni, borghesi e proletarie, in quanto fondate sul dogma implicito in tutto il «progressismo tecnologico», secondo il quale i mezzi produrrebbero da se stessi i propri fini. Per quanto priva di espliciti riferimenti all’involuzione statonazionalistica delle ideologie tradizionali, questa analisi giunge a conclusioni non dissimili dalle nostre, poiché tale involuzione è per l’appunto esemplare del denunziato capovolgimento tra mezzi e fini e dell’illusione deterministica che vi si accompagna.
Ancor più da vicino ci toccano le sue indicazioni, peraltro fortemente critiche, intorno al pullulare contemporaneo di separatismi politici a base etnico-religiosa, che egli interpreta quale ricerca di identità ancestrali, di fronte allo sgretolarsi della capacità di aggregazione delle ideologie «progressiste». Ogni federalista potrebbe condividere il giudizio formulato a questo proposito, che suona testualmente: «La salvezza storica dell’uomo non è nella religione, è nella ragione, intesa come fondamento di una coscienza etica, proporzionata ai nuovi problemi».
A questo falso pluralismo, che diviene occasione di una fuga nel passato per eludere le responsabilità del presente e i rischi dell’avvenire, Balducci accomuna peraltro la falsa universalità dell’ideologia borghese occidentale; quest’ultima, secondo lo schema hegeliano, «facendo coincidere l’intera storia reale con le proprie cadenze logiche, sboccava in una celebrazione del presente che non lasciava adito ad alternative». Tale duplice rifiuto del passato occidentale, remoto e recente, pone l’europeo contemporaneo (e non solo i fedeli delle religioni storiche) di fronte ad una divaricazione oggettiva tra la propria identità originaria e l’universalità della vocazione planetaria che i tempi sollecitano. La coscienza religiosa avverte acutamente l’angoscia di questa divaricazione, ma, anche qui, Balducci propone laicamente una ricognizione del passato fondata sugli «strumenti critici della verifica e del coordinamento causale», al fine di sorpassare l’angolo di visuale nel quale contesti culturali diversi hanno inserito e condizionato il messaggio delle singole religioni, facendo dello stesso nome di Dio un segno di divisione. In questo senso, egli ritiene peraltro che il discorso vada al di là del confronto tra le religioni storiche, coinvolgendo in un comune giudizio ideologie teiste e ateiste, asservite le une e le altre in situazioni diverse a disegni di potere e di oppressione. Una fede che faccia proprie le obiezioni antiteiste tradizionali è a suo giudizio quella in cui «Dio non è pensato né proposto attraverso filtri concettuali, ma è realizzato nell’amore, nella dedizione, nella testimonianza che destabilizza questo mondo dominato dall’autosufficienza», proponendosi non la riconciliazione dei credenti con i credenti, ma la riconciliazione dell’uomo con l’uomo.
 
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Si vede quindi come L’uomo planetario, pur collocandosi su di un terreno che non è, immediatamente, quello del pensiero politico, tocchi in realtà questioni, come l’ardua conciliazione tra universalità e pluralismo, che costituiscono il presupposto culturale del federalismo politico e senza il cui approfondimento la proposta federalista verrebbe indebitamente ridotta alla sua sola dimensione istituzionale. In questa luce, anche il riferimento polemico all’Europa carolingia degli anni Cinquanta e l’insistenza sul superamento delle divisioni ereditate dalla seconda guerra mondiale vanno letti nella prospettiva peculiare di questo saggio, avversa ad ogni abuso politico del nome cristiano, ma giustamente favorevole a riconoscere alle chiese un autonomo ruolo di coscienza critica della società civile. In termini più generali, l’insufficiente o tardiva sensibilità dell’autore per il progetto politico del federalismo europeo va compresa soprattutto quale riflesso di un’impazienza storica che, censurabile in un politico, lo è assai meno in chi, come Balducci, abbia della storia un’intuizione profetica di lungo periodo; la sua preoccupazione dominante è stata da sempre l’aspirazione paolina al dialogo con i Gentili — e in questo caso con i popoli cosiddetti emergenti — al di là dei limiti di una cristianità occidentale ormai votata, a suo giudizio, al disfacimento, in quanto realtà religioso-culturale.
In realtà, il giudizio sull’Europa — che, nell’ottica del libro, coincide con il giudizio sulla cultura occidentale — è necessariamente ambiguo, perché ambigua è la stessa situazione storica contemporanea che l’Occidente ha concorso in misura decisiva a determinare. Valga in proposito il richiamo a due passi del capitolo conclusivo. Il 1939 è definito come «l’anno in cui esplose, rivelando se stessa, la civiltà di coloro che avevano inventato tutto, esplorato tutto, civilizzato tutto, e avrebbero inventato, sei anni dopo, la bomba all’uranio e ora stanno disseminando gli spazi stellari delle loro strategie di morte». E tuttavia, due pagine più oltre, si legge: «Nonostante le riserve che si devono avere dinanzi all’organizzazione tecnologica dei rapporti tra uomo e cultura e tra uomo e società, non c’è nessun dubbio che è stata la tecnica a creare le condizioni di struttura dell’uomo planetario».
Entro questi limiti evidenti, non mancano tuttavia nel libro rilievi di grande finezza, perfettamente assumibili in una prospettiva federalista. E’ il caso del capitolo dedicato all’ebraismo — forse il più originale tra quelli destinati a un sommario bilancio delle singole realtà religiose — dove, a proposito di antisemitismo, si parla dei «processi di rigetto del corpo sociale in cerca di una propria compattezza all’insegna dell’idea di nazione», in termini che richiamano l’analisi federalista del totalitarismo politico come rifiuto radicale della diversità, percepita quale elemento di debolezza all’interno dello Stato nazionale. Non meno interessante, nello stesso capitolo, è il riferimento alla radice europea del sionismo: «Non si dimentichi che i fondatori di Israele hanno lasciato l’Europa per poter essere europei». Ma soprattutto stimolante, dal nostro punto di vista, è la considerazione «che il destino storico degli ebrei è di aspirare all’universalità attraverso la propria unicità, così che essi rimarranno uno scandalo e un simbolo fino a che le diverse famiglie umane, fedeli alle rispettive particolarità, non si incontreranno in una comunità universale». «Finora» seguita Balducci «se abbiamo scelto sulla linea della fedeltà etnica abbiamo manomesso i criteri della totale uguaglianza fra gli uomini e quando abbiamo scelto sulla linea di questa uguaglianza abbiamo mostrato ostilità, teorica e pratica, per ogni forma di diversità, individuale e collettiva. La questione ebraica ci impedisce di far quadrare il cerchio e cioè di dare soluzione ad un problema che non è ancora risolvibile, perché ne mancano le condizioni».
Come è facile constatare, la penetrante analisi di Balducci giunge qui, veramente, a un passo dalla sua inevitabile conclusione federalista.
 
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Quello che manca all’analisi storica è comunque recuperato da quella che ho chiamato intuizione profetica, ma che non sarebbe forse arbitrario definire, più laicamente, elaborazione prepolitica o politico-culturale. Dall’affermazione che «ogni giudizio che non tenga conto dell’unità indissolubile del destino dell’uomo è già per questo immorale» e dal riconoscimento dell’intervenuta relativizzazione di ogni forma spirituale, che priva ormai di significato reale il trapasso da un’identità culturale ad un’altra, secondo il modulo tradizionale della conversione, Balducci trae argomento per proporre «l’opzione per un’identità nuova in cui potenzialmente si ritrovino tutte le identità elaborate dal genere umano nel suo lungo cammino». Lo soccorre qui, non a caso, l’immagine del frammento di un vaso frantumato che, secondo l’uso delle comunità cristiane primitive, si sarebbe affidato al fratello in procinto di partire per un lungo viaggio, quale tessera di riconoscimento da esibire al ritorno: la nuova identità non sarebbe quindi alternativa rispetto a quella che ciascuno trae dalla propria formazione, ma emergerebbe dalla consapevolezza dei limiti di quest’ultima e dal definitivo ripudio di ogni presunzione totalizzante.
In questa felice immagine, ancor più che in ogni formulazione concettuale, L’uomo planetario sembra approdare a quell’unità nella diversità che è l’impegno e l’aspirazione ultima del nostro federalismo. Tale risicata conciliazione di esigenze in sé contraddittorie appare appunto la mutazione richiesta dalla soglia planetaria ormai raggiunta dall’uomo «sempre più libero dalla necessità, ma proprio per questo sempre più fragile e precario negli spazi dell’universo».
 
Carlo Ernesto Meriano


[1] Sia consentito ricordare come Gianni Ruta — prematuramente scomparso mentre si licenziavano queste pagine — fosse stato tra i primi a rilevare l’interesse de L’uomo planetario dal punto di vista del pensiero federalista.

 

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