Anno XLIV, 2002, Numero 1, Pagina 36

 

 

LA NUOVA POLITICA AMERICANA
PER LA DIFESA E LA SICUREZZA
 
 
La politica estera degli Stati Uniti presenta una grande continuità, che prescinde, nei fatti, dai cambiamenti di amministrazione. Anche quando sembra che una nuova presidenza voglia dare impulso all’elaborazione di una nuova strategia americana nel mondo, ciò si riduce, di fatto, al tentativo di rendere più esplicite e strutturate le tendenze maturate negli anni precedenti.
Questo principio vale anche per l’attuale amministrazione. Benché l’atteggiamento di Bush sembri così diverso da quello del suo predecessore, la realtà è che egli sta affrontando i problemi relativi alla politica estera e di sicurezza degli Stati Uniti con la stessa impostazione che era stata di Clinton all’indomani della fine della guerra fredda. La differenza è che Clinton aveva potuto sfruttare il fatto di non essere ancora pressato dall’urgenza, e quindi si era potuto permettere di non compiere scelte definitive. Ma dopo dieci anni di unipolarismo americano nel mondo, durante i quali gli USA hanno, da un lato, cercato di confermare la propria egemonia, utilizzando gli strumenti della superiorità militare e politica, ma hanno, al tempo stesso, faticato a trovare una strategia precisa e coerente che desse unità ai diversi elementi della loro politica, è diventato inevitabile cercare di definire la dottrina statunitense adeguata alla nuova fase dei rapporti internazionali. Bush ha così ereditato il problema di stabilire con chiarezza il quadro mondiale delle priorità americane, prima di tutto le alleanze, i nemici e i pericoli per la sicurezza nazionale, e quindi la politica degli armamenti e la difesa.
Il fatto di sottolineare la continuità tra l’approccio di Clinton e quello di Bush, solo apparentemente, quindi, diversi nel concepire il ruolo americano nel mondo, non vuol dire che non siano possibili atteggiamenti differenziati nell’affrontare la questione, come dimostra la stessa dialettica interna all’amministrazione Bush; significa, però, che il quadro internazionale dei rapporti di potere riporta qualunque alternativa nella politica estera statunitense al problema di come rafforzare l’egemonia americana, e che le differenze riguardano solo il fatto di ammantare questa volontà di un’ideologia più internazionalista e democratica o di accentuarne gli aspetti unilaterali ed imperialisti. Differenze che, oltretutto, vanno sempre più assottigliandosi, perché, con il vuoto di potere creatosi alla fine della guerra fredda — vuoto che al momento nessuno, se non gli USA, sono in grado di riempire — , la cogenza delle spinte imperialiste e unilaterali diventa sempre maggiore.
E’ così che i primi passi dell’amministrazione Bush hanno spaventato il mondo: una serie di rifiuti a raffica di trattati e protocolli internazionali, da quello di Kyoto sull’ambiente, a quello riguardante le restrizioni del traffico di armi leggere, al progetto di protocollo che mirava ad inserire meccanismi di controllo nel contesto della Convenzione sulle armi batteriologiche, a quello per la messa al bando dei test nucleari, fino all’annuncio del ritiro dal Trattato ABM per poter avviare il progetto di difesa nazionale missilistica (NMD). Il tutto deciso in nome dell’interesse nazionale e imposto al resto del mondo con l’arroganza di chi sa di non poter essere fermato.
Queste mosse americane hanno suscitato molta preoccupazione in Europa, in Russia e in Cina, hanno accresciuto il senso di fastidio e di ostilità nei confronti della superpotenza americana in molte aree del mondo e sono fortemente criticate da una parte, anche se minoritaria, della stessa opinione pubblica americana, forse la più lucida e coerente nel denunciare le derive imperialiste del paese, ma non hanno suscitato nessuna reazione in grado di fermarle. La logica ferrea del potere che può essere contrastato solo da un potere contrapposto, che al momento non esiste, fa sì che gli Stati Uniti non possano ascoltare la voce di chi chiede, soprattutto al proprio interno, di non proseguire sulla via imperialista — che, in prospettiva, non può che mettere in crisi la sicurezza mondiale e quindi la stessa potenza americana — ma di contribuire alla nascita di un ordine mondiale più equilibrato, favorendo la nascita di nuovi poli di responsabilità nel mondo per condividere il peso della leadership mondiale e per accrescere le possibilità della stabilità internazionale, e di liberare una parte delle energie del paese spasmodicamente impegnate nello sforzo militare per favorire progetti di sviluppo civile e sociale. Il freno alla deriva americana può venire solo dall’esterno, dall’effettivo affacciarsi sulla scena internazionale di nuove forze in grado di confrontarsi con gli Stati Uniti e di assumere iniziative autonome; finché queste non compaiono le alternative non hanno spazio.
Il discorso sullo stato dell’Unione recentemente tenuto da Bush ne è una prova. Sotto un certo profilo, i drammatici avvenimenti dell’11 settembre hanno agevolato le scelte dell’amministrazione americana, grazie al fatto che hanno creato un clima di forte allarme nell’opinione pubblica e, di conseguenza, hanno accresciuto fortemente il consenso di cui gode il Presidente e compattato lo spirito del paese in un nuovo impeto nazionalista. Quello che è apparso agli occhi dell’opinione pubblica del paese, dopo l’attentato, è che gli Stati Uniti, pur profondamente feriti e scossi, hanno saputo dimostrare al mondo la propria potenza: hanno agito forti della supremazia militare di cui dispongono, ridisegnando il fronte delle proprie alleanze strategiche, agendo unilateralmente, senza porsi il problema della copertura da parte delle organizzazioni internazionali, e hanno saputo difendere l’interesse americano nel mondo. In questo clima l’appello di Bush per proseguire ad oltranza la guerra al terrorismo non poteva che raccogliere enormi consensi interni, creando così il clima per l’approvazione di scelte nel campo della politica estera, della sicurezza e della difesa che in realtà erano già nelle intenzioni dell’amministrazione ben prima dell’attacco alle Twin Towers e al Pentagono, ma che senza questi fatti sarebbe stato molto più facile, per l’opinione pubblica interna, valutare obiettivamente e criticare.
Di fatto, nello scenario disegnato da Bush nel suo discorso, le uniche variazioni rispetto alla tendenza già manifestata all’inizio del suo mandato sono l’accento sul rapporto privilegiato con la Russia, la Cina e l’India («un pericolo comune sta cancellando le vecchie rivalità. L’America sta lavorando con la Russia, la Cina e l’India come non aveva mai fatto prima, per raggiungere la pace e la prosperità»), e l’impressione di aver deciso di ritornare alla priorità dello scacchiere asiatico, che qualche mese fa sembrava voler mettere in secondo piano rispetto al quadro panamericano. In sostanza, gli Stati Uniti rinunciano alla tentazione dell’isolazionismo e accettano di assumersi il ruolo di leadership mondiale che i rapporti di forza impongono loro; ma nel farlo, scelgono senza tentennamenti la via dell’egemonia e dell’unilateralismo, dell’identificazione dell’interesse nazionale con l’affermazione della propria schiacciante superiorità, soli contro tutti, senza partner o veri alleati. Le proposte relative al budget che dovrà essere discusso dal Congresso, le dichiarazioni del Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld sulla nuova strategia militare, le indiscrezioni trapelate sul rapporto del Pentagono già approvato dalla Casa Bianca e sottoposto al Congresso all’inizio di gennaio lo confermano ampiamente. Vale la pena di provare ad esaminarli brevemente per valutare meglio le scelte americane.
 
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Il budget presentato da Bush è incentrato sulle spese militari. Invertendo (e sfruttando) il trend degli anni della Presidenza Clinton, che aveva ripianato il deficit pubblico e raggiunto addirittura un ragguardevole surplus, il piano attuale prevede un ritorno al deficit delle finanze pubbliche, che nelle previsioni potrà essere gradatamente ripianato nei prossimi quattro anni. Per la difesa è previsto un aumento del che sarà destinato in buona parte alla sicurezza interna (le cui spese raddoppieranno passando a quasi 38 miliardi di dollari) e al progetto dello scudo antimissile (cui sono destinati oltre 7,5 miliardi). Si tratta dell’incremento di spese militari più cospicuo degli ultimi quarant’anni, che va ad accrescere ulteriormente il divario tra gli USA e il resto del mondo; il budget per la difesa americano arriva così a superare la somma di quelli delle quattordici maggiori potenze militari nel mondo. Per rendere compatibile questo incremento nelle spese della difesa con il mantenimento del programma di forte riduzione delle imposte già annunciato da Bush nel suo programma elettorale, il budget prevede tagli in molti settori della spesa pubblica non legata alla difesa, tra cui l’istruzione e la sanità, in cui si cerca di eliminare i costi ritenuti improduttivi. La cosa ha suscitato una forte reazione soprattutto tra le fila dell’opposizione, e sono in molti a ritenere che una parte delle proposte avanzate in questo senso verranno respinte; si prefigura, quindi, una situazione in cui, da un lato, sarà difficile contenere il deficit entro le cifre previste, anche perché basate su proiezioni troppo ottimistiche (a questo proposito l’amministrazione viene da più parti accusata di mascherare l’entità dei debiti pubblici con trucchi contabili degni del caso Enron), dall’altro non si profila nessuna volontà o progetto per affrontare i nodi della spesa pubblica ritenuti prioritari ormai da molto tempo (come ad esempio la questione della previdenza sociale).
Il problema non è di poco conto. E non solo perché queste scelte nel medio periodo potrebbero avere serie ripercussioni sull’andamento dell’economia americana, ma ancor di più perché gli attacchi terroristici subiti dagli Stati Uniti, incluso il caso antrace, hanno messo in luce la grave debolezza delle strutture dello Stato federale americano, e le proposte contenute in questo budget dimostrano che non è ancora maturata la coscienza della necessità di affrontare la questione. Solo sul fronte della sicurezza interna viene chiesto un forte potenziamento, soprattutto indirizzato alla sicurezza delle frontiere e dei trasporti e alla difesa contro attacchi con armi biologiche. Ma né si rimette in discussione il tradizionale ruolo, limitato alla difesa dei cittadini, che caratterizza la visione americana dello Stato, né si prevedono interventi importanti per rafforzare quei settori statali indeboliti da anni di progressivo smantellamento delle strutture federali. Tanto per fare un esempio, dopo l’11 settembre, la destra repubblicana, sostenuta da Bush, ha bocciato il progetto democratico di accordare lo statuto di funzionari federali ai 28.000 agenti privati, mal pagati e ancora peggio preparati, di cui si servono gli aeroporti per garantire la sicurezza; così come non è nelle intenzioni del potere federale prevedere una carta d’identità nazionale, nonostante il forte favore che l’idea incontra nell’opinione pubblica. L’idea dominante continua ad essere quella non tanto di un rafforzamento del ruolo dello Stato federale, quanto di un incremento della partecipazione del settore privato e delle comunità locali allo sforzo della sicurezza collettiva; senza però tenere in considerazione né le difficoltà di coordinamento che attualmente esistono tra il livello federale e le comunità locali (ad esempio, nei momenti drammatici immediatamente seguenti gli attentati, il sindaco Giuliani ha dovuto implorare Washington affinché l’FBI accettasse di collaborare con la polizia di New York), né l’impotenza del livello federale nel promuovere serie riforme in settori di interesse nazionale, come ad esempio quello della sanità (le cui debolezze strutturali sono state drammaticamente messe in risalto dal caso antrace).
Le scelte strategiche americane rischiano quindi di avere un costo pesante sullo sviluppo della vita statuale statunitense ed è prevedibile che nel medio periodo costituiscano un fattore di forte indebolimento della stessa potenza americana.
 
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L’accento posto da Bush sul rafforzamento della supremazia militare degli Stati Uniti sembra comportare, a sua volta, una serie di rischi di involuzione del quadro internazionale che sono destinati a ritorcersi contro la stessa sicurezza americana. Il 31 gennaio scorso, Rumsfeld ha illustrato per la prima volta in pubblico la nuova dottrina militare degli USA per far fronte alla «guerra contro il terrorismo». Dopo aver spiegato che la vecchia dottrina, nata dalla guerra fredda, che prevedeva la capacità di condurre due conflitti contemporaneamente, doveva ormai esser sostituita, Rumsfeld ha affermato che gli Stati Uniti «oggi devono organizzarsi per avere una capacità di dissuasione su quattro teatri importanti. Questa capacità di dissuasione deve essere sostenuta dalla possibilità di sconfiggere due aggressori contemporaneamente, essendo in grado di condurre al tempo stesso una contro-offensiva su larga scala e di occupare la capitale di un nemico e di installarvi un nuovo regime» (Le Monde, 1-2-2002).
Come l’America possa essere in grado di dispiegare una simile potenza lo si è capito qualche settimana dopo, quando sono trapelate sui giornali americani alcune indiscrezioni riguardanti il Nuclear Posture Review, il Rapporto, teoricamente segreto, che il Pentagono ha preparato per la Casa Bianca e che Bush ha già passato ai primi di gennaio al Congresso perché ne prenda visione. In questo Rapporto (che ha suscitato aspre reazioni in tutti i paesi, con punte particolarmente dure in Cina, e nell’opinione pubblica mondiale — Le Monde lo ha definito «un documento degno di uno Stato in preda al panico» con l’eccezione, ovviamente, dei 15 paesi dell’Unione, che hanno evitato commenti con la scusa che non si trattava ancora di un testo ufficiale) il Pentagono cerca di porre le basi della nuova strategia militare americana in una situazione mondiale in cui, non esistendo più un nemico definito cui contrapporsi, bisogna fronteggiare più nemici insidiosi e imprevedibili, che cercano sia di dotarsi di armi di distruzione di massa con cui potrebbero minacciare il territorio americano, sia di sfidare la sicurezza degli Stati Uniti sulla base delle tecniche di «conflitto asimmetrico» (asymmetrical warfare) che comportano, appunto, attacchi terroristici di ogni tipo, inclusi gli atti di pirateria e di sabotaggio informatici, difficilissimi da prevedere e in grado di avere effetti devastanti sul paese. La strategia passa quindi dalla Mutual Assured Destruction (MAD), su cui si basava la deterrenza ai tempi della guerra fredda, ad una sorta di unilateral assured destruction, in cui gli Stati Uniti devono mostrarsi in grado di colpire chiunque minacci i loro interessi in modo assolutamente efficace e credibile (il che implica, tra l’altro, che deve prevedere scarse perdite umane da parte americana). Questo risultato è raggiungibile, secondo il Rapporto, sulla base di una «nuova triade», che vede una diminuzione del numero delle armi nucleari — ma con la previsione di un utilizzo, su cui torneremo, in parte nuovo —, una nuova generazione di armi convenzionali avanzate e un nuovo sistema di difesa contro le armi di distruzione di massa, inclusi i missili.
Per quanto riguarda la diminuzione del numero delle armi atomiche, gli Stati Uniti sperano di riuscire a negoziare con la Russia, l’unico altro paese che possieda un grande arsenale nucleare, un taglio che porti il numero delle testate dalle attuali 6000-7000 a 2200 e poi a 1500 nell’arco di dieci anni. Gli americani vogliono però stipulare un accordo in base al quale le testate verrebbero smantellate ma non distrutte, per preservarsi la possibilità di ricostituire il proprio arsenale in caso emergessero nuove e improvvise minacce che lo rendessero necessario. Si tratta, chiaramente, di una clausola che crea seri problemi ai russi, interessati alla diminuzione dei rispettivi arsenali soprattutto nella misura in cui tale diminuzione si accompagna all’eliminazione definitiva delle armi nucleari considerate eccedenti. In questo modo gli Stati Uniti non rendono sicuramente più facili i rapporti con un paese non solo considerato ormai non più una minaccia, anche se ovviamente non si esclude che possa tornare ad esserlo, ma che potrebbe addirittura avere un ruolo importantissimo nel sostegno alla lotta contro il terrorismo internazionale. Al di là delle formulazioni verbali, l’America non sembra quindi intenzionata a cercare di costruire una reale partnership con la Russia.
Con la Cina la situazione è ancora più ambigua, perché al di là dell’alleanza strategica legata alla guerra in Afghanistan, gli Stati Uniti né rinunciano ad alimentare le suscettibilità cinesi per quanto riguarda Taiwan (contravvenendo sia agli accordi presi circa la vendita di armi, sia creando incidenti diplomatici certamente non casuali), né negano di considerare la Cina un pericoloso antagonista nel medio periodo, per la sua capacità di sviluppare obiettivi strategici in grado di minacciare la sicurezza degli Stati Uniti e la sua supremazia militare in Asia. In questo senso Bush mantiene una assoluta continuità con Clinton che, in un Rapporto di cinque anni fa, rimasto allora segreto, denominato Presidential Decision Directive (PDD-60), prevedeva appunto uno spostamento dell’attenzione strategica dalla Russia alla Cina e introduceva per la prima volta l’indicazione delle cinque rogue nations indicate anche da Bush (Iraq, Iran, Corea del Nord, Libia e Siria) come possibili obiettivi di un attacco americano. Anche per l’amministrazione precedente, le armi nucleari (che lo stesso Clinton voleva ridurre drasticamente) erano la pietra angolare del sistema di sicurezza americano. Bush si limita a considerare, rispetto a Clinton, un numero maggiore di eventualità in cui potrebbero essere utilizzate. Nel Nuclear Posture Review, infatti, non si esclude la possibilità del primo colpo preventivo, soprattutto ipotizzando l’utilizzo della minibomba (la Bunker Buster), che alimenta il sogno del bombardamento chirurgico che minimizza le perdite umane (soprattutto da parte americana): si tratterebbe, infatti, di armi in grado di penetrare in profondità nel terreno e di distruggere gli arsenali nascosti del potenziale nemico. In questo modo il Pentagono sconfessa gli accordi internazionali che prevedono che non si usi l’armamento atomico contro paesi che non ne siano a loro volta dotati, e si arroga il diritto di scegliere senza nessun vincolo come garantire la propria sicurezza.
Anche se effettivamente la difficoltà di individuare i pericoli potenziali che possono mettere a repentaglio la sicurezza americana rendono complessa le definizione di una strategia militare efficace, resta il fatto che le scelte verso cui si avviano gli Stati Uniti, che ribadiscono la volontà di imporre al resto del mondo la propria supremazia e la propria strategia, non possono che alimentare la tensione internazionale, innescare una nuova corsa verso la proliferazione nucleare e in ultima istanza rendere più forte la minaccia contro gli Stati Uniti stessi. E’ difficile infatti credere che, nonostante lo sfoggio di forza, gli Stati Uniti possano realmente mettersi al riparo dai rischi di un «conflitto asimmetrico» e in più, come molti osservatori sottolineano, il costo diplomatico che l’America pagherà per questi progetti sarà elevatissimo, e non contribuirà certo a renderla più forte.
 
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Un effetto analogo minaccia di avere anche il progetto di difesa missilistico. Anche in questo caso, Bush riprende un progetto che ha iniziato ad essere perseguito sin dai tempi di Eisenhower.
L’idea di poter fermare i missili nemici e rendere addirittura invulnerabile il territorio americano appartiene alla categoria dei sogni che ogni Presidente cerca di realizzare. Ma nonostante gli enormi progressi tecnici, questo rimane appunto un sogno, e perseguirlo può avere solo due effetti: dare l’illusione agli americani stessi di essere più forti e sicuri e, contemporaneamente, spingere gli altri paesi verso una corsa al riarmo che può solo rendere più instabile la situazione internazionale e accrescere le tensioni. E’ evidente, infatti, che un simile sistema di difesa, per quanto venga perfezionato (e i problemi sono tanti e di tale portata da far credere che sia impossibile arrivare a perfezionarlo in modo realmente soddisfacente) si rivelerà davvero efficace solo nel momento in cui avrà fermato dei veri missili nemici, i quali costituiscono un’incognita per definizione. Il successo dei test, sotto questo profilo, è un risultato solo molto parzialmente significativo, perché i trucchi per sviare lo scudo missilistico sono quasi infiniti, e soprattutto il fattore sorpresa e l’imprevedibilità costituiscono un rischio che, per definizione, non si può valutare in precedenza in modo esaustivo.
Quindi, un simile sistema di difesa avrà l’effetto di essere preso sufficientemente sul serio dai potenziali nemici tanto da innescare una corsa al riarmo compensativa, ma al tempo stesso non potrà affatto far sentire tranquilla l’America, che non potrà mai essere certa delle sue possibilità di successo.
C’è poi da aggiungere che, dichiaratamente, questo scudo non potrà servire contro un attacco massiccio, quale potrebbe venire, ad esempio, dalla Russia, ma è destinato a fungere da deterrente contro le cosiddette rogue nations. Ora, è abbastanza evidente che è molto più sicuro in un confronto con questi paesi distruggere direttamente a terra il loro arsenale nucleare, senza aspettare che essi arrivino a lanciare dei missili contro gli Stati Uniti, o i loro alleati o anche solo dei vicini.
Il sistema difensivo così concepito sembra quindi corrispondere a una scelta fondata su motivi ideologici, piuttosto che su una strategia razionale. Infatti, se la speranza che renda l’America più sicura appare infondata, sono invece certi i costi da pagare in termini di aumento della tensione internazionale e di mancati investimenti in settori più cruciali (tra cui, ad esempio, l’intelligence). Ancora una volta sembra che negli Stati Uniti si stia affermando la corrente più oltranzista e che la tentazione di fare sfoggio, di fronte al resto del mondo, della propria forza e della propria supremazia tecnologica abbia il sopravvento sulle ragioni della politica e del perseguimento dell’interesse americano più lucidamente inteso. L’America, in questo modo, sembra voler esorcizzare o nascondere, innanzitutto a sé stessa, la propria incapacità, o meglio ancora impotenza, di fronte all’instabilità mondiale.
 
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A fronte di questa debolezza politica americana, cui fa riscontro peraltro un crescente divario in termini di potenza militare rispetto al resto del mondo, paesi come la Russia e la Cina, pur reagendo con malcelata preoccupazione, non possono offrire nessuna alternativa, perché ancora troppo impegnati nel proprio processo di consolidamento e rafforzamento. Gli europei, a loro volta, dimostrano di non essere in grado di intervenire con iniziative autonome. Anzi, stando così le cose, il loro ruolo e il loro peso diventa sempre più marginale dal punto di vista strategico. E’ evidente la scarsa importanza — e lo scarso rispetto — che gli Stati Uniti attribuiscono agli europei; con un’immagine sferzante (riportata da Le Monde il 10 marzo scorso) un diplomatico americano riassumeva così il modo in cui la situazione è vista negli Stati Uniti: «The US fights, the UN feeds, the EU funds» (gli USA combattono, l’ONU sfama, l’UE finanzia).
Non è un caso, quindi, che Bush non abbia nemmeno menzionato l’Alleanza atlantica nel suo Discorso sullo stato dell’Unione, né che non abbia avuto alcun bisogno della NATO durante la guerra in Afghanistan. Il divario tra la capacità militare statunitense e quella europea continua ad aumentare, tanto che l’ambasciatore americano presso la NATO, Nicholas Burns, ha recentemente dichiarato che senza interventi drastici per ridurre il gap di capacità attualmente esistente, c’è il rischio che l’Alleanza «sia così sbilanciata da impedirci, nel futuro, di combattere insieme» (New York Times, 16 marzo 2002).
Ma il problema non è militare. E’ vero che gli europei spendono molto meno e molto peggio degli americani per il settore della difesa; ed è vero che la debolezza degli Stati europei dal punto di vista tecnologico e operativo è enorme. Ma la ragione di questa situazione è politica: se gli europei ritenessero vitale ammodernare le proprie forze militari potrebbero farlo anche separatamente e nell’ambito dell’attuale Unione. Certo, sarebbe un ammodernamento sempre finalizzato ad una complementarietà con gli USA, quindi non pensato per una difesa europea autonoma, e tuttavia, sarebbe già un notevole miglioramento dal punto di vista strettamente delle capacità operative. Ma il punto è che gli europei non ritengono vitale il settore militare, e quindi non investono in questo campo, perché non ritengono di avere responsabilità internazionali tali da rendere necessario un esercito degno di questo nome. Gli europei scontano la divisione che impedisce loro qualsiasi visione e progetto politico. Scelgono di fare i finanziatori, naturalmente in modo subordinato alle decisioni politiche americane, agitando così l’ombra di quella politica di cooperazione e sostegno allo sviluppo che sarebbe nel DNA di un’Europa capace di azione. Ma di più non riescono a fare. La politica della sicurezza non può essere separata dalla politica estera, e la politica estera non può essere fatta né da una confederazione litigiosa né da 15 staterelli insignificanti. Perché l’Europa possa avere una difesa degna di questo nome deve prima farsi Stato e assumersi ipso facto le proprie responsabilità internazionali, vale a dire diventare un polo autonomo della politica mondiale; questa è la sola alternativa alla situazione attuale e l’unico reale contributo che gli europei possono dare alla pace mondiale e agli stessi Stati Uniti, per fermare il processo di degenerazione inevitabile cui sono sottoposti.
Per far questo serve che gli Stati che hanno avviato il processo di integrazione europea ormai più di cinquant’anni fa abbiano il coraggio di porre sul tappeto il problema del trasferimento della sovranità nazionale ad uno Stato federale europeo; il tempo per compiere questo passo, prima che la crisi travolga gli assetti attuali, sta probabilmente per scadere. Dobbiamo esserne tutti consapevoli e sapere che chi vuole la pace oggi più che mai deve battersi perché gli Stati fondatori della Comunità europea assumano l’iniziativa per fondare il primo nucleo dello Stato federale europeo.
 
Luisa Trumellini

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