Anno LXI, 2019, Numero 1-2, Pagina 22

 

 

Governare la globalizzazione:
esistono alternative al modello liberal-democratico?*

 

NUNZIANTE MASTROLIA

 

 

Che l’Occidente sia in crisi è ormai diventato un luogo comune: pare anzi che il modello occidentale — Stato di diritto più economia di mercato — sia intrinsecamente bacato e quindi destinato al collasso. Eppure le prove a sostegno di questa tesi scarseggiano sia che al concetto di Occidente si dia una interpretazione restrittiva, sia che gli si dia una interpretazione ampia.

Infatti, anche se si considera l’Occidente solo una espressione geografica, questa include comunque i paesi più ricchi, prosperi e dinamici del pianeta, vale a dire Europa e Nord America.

In questi paesi le rivoluzioni della tecnica producono di continuo prodigi che fino a qualche anno fa avevano del fantascientifico; è qui che lo Stato sociale — per Ralph Dahrendorf la più grande invenzione dell’umanità — insieme ai progressi della ricerca scientifica, ha prodotto uno dei più suoi più strabilianti risultati, vale a dire l’allungamento senza precedenti della vita media; è qui che le aziende private sembrano aver sconfitto il concetto di scarsità e dato vita ad una economia dell’abbondanza che solo i più pessimisti scambiano per consumismo. C’è di più: verso quei paesi si indirizzano i sogni di chi li guarda dal di fuori e immagina di poter vivere là una vita più libera e dignitosa emigrandovi. Che cosa sono le grandi ondate migratorie che dai Sud del mondo si muovono verso gli Stati Uniti e l’Europa se non un modo di votare con i piedi a favore dell’Occidente ed esprimere così una fiducia di lungo periodo verso quel modello?

E lo stesso discorso si può fare se anche si volesse ricorrere a una accezione estesa del concetto di Occidente, che in massima parte coincide con l’idealtipo popperiano di società aperta. Il che vuole dire un insieme di istituzioni in grado di garantire il più ampio spettro di libertà a tutti i cittadini e alle formazioni sociali (partiti, sindacati, associazioni, imprese) che essi utilizzano per perseguire i propri interessi. Tutti i paesi che hanno abbracciato il modello istituzionale occidentale hanno fatto registrare uno sviluppo economico e un progresso sociale di massa strabiliante. Cose che vale anche per quei paesi che hanno preso anche solo un pezzo del modello occidentale, coma la libera impresa e i liberi commerci nel caso cinese.

Al contrario i paesi che non hanno mai abbracciato il modello occidentale sono rimasti intrappolati all’interno di regimi illiberali e in situazioni di depressione economica. Mentre altri paesi, che pur si erano avviati sulla via delle riforme istituzioni, impiantando al loro interno pezzi del modello occidentale, ora, per non aver portato a compimento il processo di transizione che li avrebbe condotti dalla società chiusa a quella aperta, stanno mostrando segni di affanno. La Russia ha abbandonato prestissimo le riforme politiche per inseguire i sogni neo-zaristi di Putin, la Cina ha stoppato con la forza la richiesta di riforme politiche in senso liberale per dirigersi verso il passato del dispotismo asiatico; stesso discorso vale per la Turchia di Erdogan che dopo aver voltato le spalle alla tradizione kemalista rispolvera antiche ambizioni neo-ottomane. E anche l’India dopo la svolta conservatrice di Modi sembra aver abbandonato il cammino delle riforme intrapreso nel 1991 dall’allora Ministro della Finanze Manmohan Singh. Vale la pena forse sottolineare che in tutti i casi citati, più il potere diventa dispotico più l’economia avvizzisce.

L’Occidente dunque, anche se inteso come società aperta, tutto è tranne che un modello in declino, a differenza dei paesi che hanno scelto la società chiusa. Eppure tra i suoi cittadini l’idea di trovarsi nell’autunno di una civiltà resta diffusa. È evidente dunque, senza volere ricorrere alla categoria abusata del populismo, che c’è qualcosa che non va, se il sentimento prevalente delle opinioni pubbliche occidentali è quello della paura del futuro. Per dirla diversamente: se le società aperte occidentali continuano ad essere paesi attivi, creativi, vivi e liberi, perché i loro cittadini si lasciano prendere dall’angoscia del futuro e guardano con una certa speranza alle democrazie illiberali e a ad alcuni regimi autocratici? E se la paura del declino è infondata, allora di che cosa le persone hanno paura?

Proviamo a fare un’ipotesi. È possibile sostenere che la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica, prodotti dalle società aperte occidentali, vale e dire gli unici luoghi dove convivono i diritti sociali (scuola e sanità pubblica) e libertà liberali (diritto all’eresia e all’errore), hanno avuto un impatto tale sul tessuto economico e sociale, da produrre un salto di paradigma, da un’era fordista e un’era post fordista.

A questo punto però vale la pena fare una piccola parentesi. La fabbrica fordista nasce per risolvere un problema. Come fare per ridurre i costi di trasporto e i costi di comunicazione? La soluzione è stata la mega fabbrica all’interno della quale concentrare tutte le attività produttive.

Il punto è che lo stesso problema lo si è dovuto risolvere non solo a livello economico, ma anche a livello sociale. Che cos’è una città (qui sono i cittadini che vivono concentrati in un punto preciso) se non una macchina per ridurre i costi di trasporto e di comunicazione? Che cosa sono gli ospedali (qui sono i malati ad essere concentrati in un unico edificio) se non una fabbrica fordista della salute? Nell’una e nell’altra ci sono i reparti. E infine che cosa sono le scuole se non delle fabbriche fordiste dell’istruzione? In quest’ultimo caso, per giunta, vi è un altro dato evidente: gli alunni si muovono lungo un ciclo di studi che assomiglia ad una catena di montaggio, passando di classe in classe gli alunni vengono riempiti di contenuti fino a giungere al controllo di qualità fine (gli esami) prima di essere immessi nel mercato.

Il punto è che l’innovazione tecnologica, in particolare per quanto riguarda le nuove tecnologie, ha ridotto in maniera straordinaria i costi di trasporto e di comunicazione, facendo perdere di senso non solo alla produzione di tipo fordista (la mega fabbrica) ma anche al principio taylorista della parcellizzazione della produzione (catena di montaggio). Oggi le varie parti di un prodotto possono essere costruite nei punti più disparati del globo oppure all’interno di un unico stabilimento, ma dai robot.

Tuttavia questa innovazione ha riguardato soltanto il mondo della produzione, che dalle logiche fordiste è passato alle logiche non fordiste; al contrario, tutto il resto (città, scuola, istruzione, contrattazione collettiva) continua a muoversi con logiche fordiste in un mondo che fordista non è più; e che per forza di inerzia continua a produrre un aggravamento dei problemi.

Così nelle città le esternalità negative spesso superano quelle positive, in termini di congestione e qualità della vita, tanto che ad oggi è ben difficile considerare un grande agglomerato urbano come una macchina per ridurre costi di trasporto e di comunicazione. Allo stesso modo, il sistema sanitario continua a “produrre salute” in maniera fordista, vale a dire curando i malati (e non prevenendo che i sani si ammalino) senza personalizzare le cure e i controlli. Il che combinato con l’aumento strabiliante dell’età media rischia di far lievitare sempre più costi. Stesso discorso vale per la scuola che continua a riempire la testa degli alunni di contenuti, quando sarebbe forse più utile, vista la velocità con cui i saperi evolvono, fornire strumenti per orientarsi nel mondo. Ora, se la scuola pubblica e la sanità pubblica sono il cuore dello Stato sociale e continuano ad essere impostanti secondo una logica fordista in un mondo che fordista non è più, allora vuole dire che siamo di fronte ad un dato di fatto: la mancata riforma, manutenzione ed adeguamento dello Stato sociale ai tempi nuovi.

Ora, la mancata manutenzione dello Stato sociale e il suo mancato adeguamento alle nuove logiche post-fordiste ha avuto effetti drammatici a livello sociale. In primo luogo ha privato la massa dei cittadini degli strumenti necessari a vivere, lavorare e prosperare in un mondo post-fordista. Se la scuola pubblica prepara gli alunni per un’era fordista ormai superata, è chiaro che le persone si sentono senza parole e senza strumenti in un mondo che non comprendono. Di qui la paura e lo spaesamento di fronte ad un futuro post-fordista nel quale, la maggioranza delle persone, sentono di non avere diritto di cittadinanza.

La mancata manutenzione del welfare state lo ha reso non solo inefficiente, ma lo ha reso anche impossibilitato ad assolvere a quello che forse è il suo compito più importante: prevenire e guarire la paura del futuro, dare cioè la sensazione ai cittadini di non essere soli di fronte ai grandi cambiamenti in corso.

C’è un ultimo punto da mettere in evidenza: nel momento in cui lo Stato sociale non è più in grado di mettere i più al passo con i tempi, di fornire ai cittadini gli strumenti per vivere e prosperare in un mondo post-fordista, ma tali strumenti possono essere acquisiti solo da chi ha maggiori disponibilità economiche, allora i più iniziano a pensare che le istituzioni liberali possano essere solo al servizio di pochi e che anzi quelle istituzioni siano di ostacolo al loro benessere. A quel punto, si forma un consenso di massa perché le istituzioni liberali vengano abbattute.

A questo punto è necessario porsi una ulteriore domanda: perché lo Stato sociale non è stato ammodernato? La risposta è abbastanza semplice: perché per trent’anni si è creduto che il mercato potesse non solo produrre ricchezza e sviluppo (il che è vero) ma anche progresso sociale e garanzia per tutti dei diritti sociali (il che si è dimostrato falso). In altre parole, i teorici del pensiero neoliberista hanno pensato che una migliore distribuzione delle ricchezze (il contrario delle disuguaglianze odierne) potesse essere garantita meglio dal mercato (la ricchezza che sgocciola verso il basso e solleva tutte le barche anche le più piccole) che dallo Stato (tasse alte e spesa pubblica).

Alla luce di quanto è accaduto negli ultimi anni (crescente disuguaglianza e un ceto medio sempre più in affanno) è evidente che quella teoria non ha retto alla prova dei fatti; si potrebbe anzi dire che è stata popperianamente confutata dalla grande recessione. Questo significa che una ricca e prospera classe media, elemento fondamentale per stabilizzare le liberal-democrazie, non è il prodotto naturale delle forze di mercato, ma il prodotto artificiale di una serie di precise azioni politiche, che consistono nella garanzia dei diritti sociali, attraverso l’allestimento di una macchina istituzionale che si chiama welfare state. Per dirla in altre parole, per garantire il progresso sociale il mercato da solo non basta, serve anche lo Stato, o quanto meno una serie di norme collettive che impongano il rispetto dei diritti sociali, tenendo sempre ben presente che un diritto è qualcosa che spetta a qualcuno a prescindere dalla volontà di qualcun altro.

Quando quella macchina (lo Stato sociale o le logiche che l’hanno ispirata) non funziona, le società si polarizzano, il popolo (un ceto medio stabile e prospero) si tramuta in folla, vale a dire un attore irrazionale e reazionario, che in preda alla paura del futuro è disposta a liberarsi volontariamente di tutte le proprie libertà liberali in cambio di un minimo di sicurezza sul futuro e di diritti sociali. Questo è il meccanismo che porta le liberal-democrazia a trasformarsi in regimi autoritari: una questione sociale (una massa di persone che ha paura) non risolta.

In sintesi, il modello Occidentale non è in crisi. E quel qualcosa che non va deriva dal fatto che una sua parte, il progresso tecnologico ed economico, è andato più veloce del progresso sociale, il che è dipeso dal mancato adeguamento ai tempi nuovi di quella istituzione che avrebbe dovuto garantire il rispetto dei diritti sociali, vale a dire la macchina istituzionale del welfare state. Tale mancanza è stata dovuta alla convinzione, propria del paradigma neoliberista, che il mercato avrebbe garantito a tutti, e a livelli più alti, i diritti sociali, meglio di quanto avrebbe fatto un burocrate pubblico. In altri termini, stando agli assiomi del paradigma neoliberista, il mercato non sono avrebbe garantito lo sviluppo economico, ma anche lo sviluppo sociale. La prima asserzione si è rivelata vera, la seconda no.

C’è un ulteriore aspetto che va preso in considerazione. Le società aperte occidentali sono dei luoghi istituzionali dove convivono libertà liberali (Stato di diritto) e libertà sociali (Stato sociale). La combinazione di questi due elementi ha dato vita alla più grande fase di sviluppo economico e di progresso sociale dell’umanità. Il che è stato reso possibile creando degli ordinamenti dove diritti liberali e diritti sociali coesistono senza prevalere l’uno sull’altro.

Eppure spesso si dimentica che su questa struttura, libertà liberali più diritti sociali, Stato di diritto più Stato sociale, non è stato costruito solo l’ordine interno dei paesi occidentali e di quanti hanno abbracciato quel modello, ma anche l’ordine internazionale post-bellico. Le grandi istituzioni internazionali come il Fondo monetario, la Banca mondiale, il GATT-WTO, infatti, non avevano solo il compito di tenere aperto il mercato globale, evitando che si costituissero i blocchi chiusi degli anni Trenta, non avevano solo il compito di garantire la libertà economica, a loro erano attribuiti anche compiti di progresso sociale: con un ruolo minoritario nei paesi sviluppati (dove queste funzioni erano assolte dallo Stato nazionale), con un ruolo maggiore nei paesi in via di sviluppo.

A livello internazionale, dunque, all’ordine postbellico creato dagli USA, un ibrido tra un asseto westfaliano e postwestfaliano, era demandato il compito di evitare lo scontro tra le grandi potenze e il costituirsi di quei blocchi monetari ed economici che avevano gettato il mondo nella Seconda guerra mondiale, nonché regolare la concorrenza internazionale con l’obiettivo di mantenere la pace sociale e un crescente benessere economico all’interno. Non bisogna infatti dimenticare, come scriveva John Ikenberry quando gli Stati Uniti sembravano essere frastornati per la scomparsa dell’Unione Sovietica e con essa quella che veniva percepita la stella polare della politica estera americana — il containment —, che il risultato più importante conseguito da Washington nel dopoguerra è stata la costruzione in un ordine liberal-democratico che nasceva dall’esigenza di estirpare alla radice le logiche che avevano scatenato la Seconda guerra mondiale e che erano state generate dalla chiusura in blocchi regionali di tipo mercantilistico a seguito del collasso della pax britannica.

In questo senso si può dire che l’ordine liberal-democratico postbellico è stato costruito facendo l’esatto contrario di quanto era stato fatto negli anni Trenta. Se allora gli Stati, per far fronte alla crisi del Ventinove, si erano chiusi dietro imponenti barriere tariffarie, ora si trattava di abbatterle e di aprire i mercati in maniera concordata, tenendo d’occhio la stabilità interna dei singoli paesi, di qui le clausole di tutela del GATT. Se allora si era agito in maniera unilaterale per cercare per sé una via di salvezza, senza tenere conto delle conseguenze che tali azioni avrebbero avuto a livello internazionale, ora le nazioni libere si impegnavano a una gestione congiunta e concordata, al fine di supportare la stabilità e la prosperità delle economie nazionali e la sicurezza sociale: “invece della pura e semplice libertà di commercio — scrive Ikenberry — , i Paesi industrializzati avrebbero creato e gestito un ordine aperto, ma imperniato su un insieme di istituzioni multilaterali e su un ‘patto sociale’ miranti all’equilibrio tra libertà economica da un lato, e stabilità e benessere dall’altro”. Più avanti Ikenberry chiarisce meglio il punto: “l’importanza degli accordi di Bretton Woods consistette nel loro fungere da base per la costruzione di più ampie coalizioni intorno a un ordine insieme aperto e pilotato. Una via di mezzo che ottenne sostegno sia dai liberoscambisti conservatori, sia dai nuovi entusiasti della pianificazione economica. Era da tutti riconosciuto che l’abbattimento delle barriere ai movimenti di merci e capitali era insufficiente. Il sistema doveva essere sorvegliato e governato dalle principali nazioni industriali. Istituzioni, regole e l’attivo coinvolgimento dei governi erano indispensabili. La lezione degli anni Trenta aveva instillato il timore del contagio, l’idea che le politiche economiche sbagliate di una nazione potevano mettere a repentaglio la stabilità delle altre”.

Ma la nuova sistemazione fornì anche ai governi la capacità di far fronte ai nuovi doveri dello Stato sociale, attuando politiche macroeconomiche espansive e garantendo il benessere della popolazione. Più in generale, l’accento sulla creazione di un ordine che assicurasse la stabilità sociale era un obiettivo centrale dei pianificatori americani. Di qui la costruzione di un ordine social-democratico a matrice keynesiana all’interno dei vari Stati e la creazione di un ordine social-democratico a livello internazionale, attraverso la creazione di istituzioni economiche internazionali che avevano il compito, tra le altre cose, di intervenire quando gli Stati non riuscivano ad assolvere ai loro compiti finalizzati alla stabilità sociale: l’Organizzazione delle nazioni unite, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, e il GATT, poi WTO. Organizzazioni che, in altre parole, sarebbero anche dovute intervenire per garantire che ordine interno e ordine internazionale collimassero e procedessero di pari passo. David Landes sostiene che uno dei punti principali degli accordi presi a Bretton Woods riguardava proprio il “mantenimento di un alto livello di occupazione” e scrive: “l’aver collegato la stabilità economica internazionale ai livelli di occupazione nei singoli paesi segnava di per sé una svolta politica e dava la misura del grado di influenza a cui era pervenuta la nuova dottrina economica”. Il riferimento è al pensiero di Keynes. Il che significa che l’ordine internazionale postbellico è anche un ordine keynesiano. Si prenda ad esempio il ruolo che era stato attribuito al FMI: “esercitando pressioni sui paesi — scrive Stiglitz — affinché mantenessero la piena occupazione e fornendo liquidità alle nazioni che, afflitte da un periodo di rallentamento dell’economia, non potevano permettersi di sostenere l’aumento espansivo della spesa pubblica, il Fondo monetario sarebbe riuscito a sostenere la domanda aggregata globale”. Questo significa che allo Stato era affidato il compito di sostenere la domanda interna e prevenire le disfunzioni del mercato. Mentre alle organizzazioni internazionali era demandato il compito di impedire che tali disfunzioni si propagassero a livello internazionale e, nel contempo, di aiutare i paesi in difficoltà.

L’avvento del paradigma hayekiano, a livello interno ha prodotto una riduzione dell’efficacia del welfare state, a livello internazionale ha prodotto una mutazione delle istituzioni internazionali e delle loro finalità sociali. In questo modo, imponendo un ruolo del tutto diverso rispetto a quello previsto dal paradigma keynesiano allo Stato ed alle organizzazioni internazionali, il paradigma hayekiano ha alterato l’ordine post-bellico. Le difficoltà che incontrano i paesi occidentali dunque non sono solo dovute a questioni interne (mancata manutenzione del welfare state) ma anche difficoltà in cui versa l’ordine internazionale a causa dell’alterazione delle sue istituzioni cardine prodotta dal paradigma hayekiano.

Così, queste istituzioni (la Banca mondiale e il FMI) che avrebbero dovuto aiutare i paesi in via di sviluppo a garantire un maggiore progresso sociale, si sono trasformate in strumenti per attuare politiche liberali (necessarie) senza il contrappeso di istituzioni che assicurassero i diritti sociali. Il che ha prodotto disuguaglianze, squilibri sociali e la percezione che quell’ordine internazionale non servisse al benessere di tutte le nazioni, ma fosse funzionale solo agli interessi di alcune potenze egemoniche e delle imprese in grado di trarre maggiore vantaggio dalle privatizzazioni imposte in nome del Washington consensus.

Per questo, una serie di paesi ha abbandonato le politiche riformiste intraprese (anche in maniera strumentale) ed hanno fatto marcia indietro verso il passato zarista a Mosca, quello ottomano ad Istanbul, e imperiale a Pechino. Per dirla diversamente, questi paesi, e quanti ne hanno seguito l’esempio, hanno abbandonato la strada che li avrebbe condotti alla società aperta per ritornare verso il loro passato, il dispotismo asiatico, la gestione more turco della cosa pubblica.

In conclusione, si può dire che il modello Occidentale è vivo e vegeto, ma attraversa una crisi di crescita, dovuta al fatto che lo sviluppo economico e tecnologico è andato incredibilmente avanti, mentre le istituzioni sia interne che internazionali che avrebbero dovuto garantire che i più tenessero il passo non lo hanno fatto. Ciò ha prodotto frustrazione e paura a livello interno, soprattutto là dove lo Stato sociale è stato riformato meno, e la nascita di movimenti che si oppongono al mercato (agitando la globalizzazione come uno spettro e quindi le frontiere aperte e le migrazioni come una minaccia), all’impresa (agitando le multinazionali come spettro) o di quelle istituzioni o leader politici che hanno difeso l’ordine liberale (l’Unione europea, la Merkel prima, Macron dopo). Mentre a livello internazionale ha prodotto la nascita di democrature e regimi autoritari che rifiutano esplicitamente l’ordine liberale e le società aperte occidentali. Le cause di ciò vanno attribuite non all’esaurimento del modello liberal-democratico o alla sconfitta delle società aperte, ma alla semplice e banale mancata manutenzione della macchina istituzionale che, a livello internazionale e a livello interno, avrebbe dovuto garantire il rispetto dei diritti sociali accanto alle libertà liberali. Il malanno è dovuto non al declino, ma alla crescita straordinaria che le società aperte stanno sperimentando. La notizia buona è che si tratta di un malanno curabile, la cattiva è che se non curato potrebbe diventare molto pericoloso, per la stabilità interna dei paesi occidentali e per l’ordine liberale internazionale. Un ordine che al momento non ha sostituti, se non quei blocchi regionali che in nome del protezionismo economico e del nazionalismo politico per ben due volte nel giro di pochi anni hanno gettato il mondo nella fornace della guerra mondiale.


* Si tratta di un intervento alla riunione nazionale dell’Ufficio del dibattito del Movimento federalista europeo, svoltasi a Napoli il 6-7 aprile 2019, sul tema Federalismo europeo e crisi di civiltà.

 

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