Anno XXIX, 1987, Numero 1, Pagina 18

 

 

Federalismo e comportamenti linguistici
 
FRANCESCO ROSSOLILLO
 
 
1. La natura del problema.
 
Il progetto federalista inteso nella sua globalità — quindi non limitato alla lotta per la Federazione europea, ma esteso alla prospettiva della Federazione mondiale — si fonda in ultima istanza sulla consapevolezza del fatto che la tendenza — che tutti percepiscono — verso una sempre più stretta interdipendenza dei rapporti tra gli uomini a livello planetario ha una essenziale dimensione politico-istituzionale. Questa, a sua volta, si trova in un rapporto dialettico con l’evoluzione degli altri aspetti della società civile: ogni trasformazione istituzionale che vada nella direzione della Federazione mondiale è, da un lato, l’espressione di un certo grado già raggiunto di interdipendenza economica, sociale e culturale e, dall’altro, la condizione indispensabile per un suo ulteriore approfondimento.
Ma la crescita dell’interdipendenza, in un mondo che sta entrando — quantomeno per quanto riguarda le sue regioni più avanzate — nell’era post-industriale, non significa, o non significa necessariamente, livellamento di tutti i comportamenti sociali su scala mondiale. Al contrario, in molti casi, il crescente contatto tra le culture è di stimolo alla consapevole promozione dell’originalità di ciascuna e al ricupero di individualità culturali perdute o languenti. Del resto il nuovo modo di produrre che si usa indicare con il nome di rivoluzione scientifica e tecnologica sta creando le condizioni di possibilità di un processo attraverso il quale l’aumento ininterrotto dell’interdipendenza si accompagni ad una crescente accentuazione dell’autonomia politica, economica e culturale delle comunità locali.
Uno degli aspetti dell’evoluzione della società civile che in questa prospettiva vanno seguiti con maggior attenzione è quello che riguarda la lingua. L’evoluzione dei comportamenti linguistici è una spia interessante del modo in cui si sta approfondendo quella interdipendenza articolata dei rapporti tra gli uomini che costituisce la base sociale del federalismo.
La lingua, come nota Edwards in un libro recentemente pubblicato,[1] ha, oltre ad un’ovvia funzione comunicativa, anche quella di simbolo di identificazione di gruppo. Da parte sua, il federalismo è un’ideologia che ricupera e rivalorizza, dando loro una tutela istituzionale, sentimenti di appartenenza che la storia ha spento o rimosso, ed altri ne libera che solo oggi possono manifestarsi. Acquista quindi un senso preciso l’indagine sulla situazione linguistica che sta prendendo forma a livello mondiale sulla spinta di quella fase dell’evoluzione delle forze produttive che è l’onda portante della fase federalistica della storia dell’umanità.
Quello della lingua del resto è un problema con il quale i federalisti si sono dovuti da sempre confrontare. Si pensi agli ostacoli che la diversità delle lingue pone sulla strada dell’unificazione europea (a cominciare dalla situazione grottesca che la necessità delle traduzioni incrociate ha creato all’interno del Parlamento europeo); o ai rapporti — difficili ma ricorrenti — tra il federalismo e il fenomeno del revival delle lingue e delle culture regionali; o al confronto — amichevole e dialettico insieme — tra federalismo e Movimento esperantista.
Si tratta quindi di un problema che i federalisti devono esaminare con attenzione, pur senza mai dimenticare che lo stato dei comportamenti linguistici è soltanto un indicatore del grado di maturità raggiunto dal processo di trasformazione della società civile: un processo sul quale la volontà umana consapevole non può esercitare alcuna influenza, se non liberandolo dalle strozzature istituzionali che gli impediscono di avanzare. Quello di un determinato assetto linguistico, quale che esso sia, non può e non deve quindi diventare un obiettivo strategico a sé stante, ma soltanto arricchire di una importante motivazione la nostra battaglia istituzionale.
 
2. Il modello trilinguistico.
 
L’aumento dell’interdipendenza che si manifesta attraverso la crescente integrazione dei rapporti economici nel mercato mondiale e lo sviluppo incessante dei mezzi di trasporto degli uomini e delle merci e dei sistemi di trasmissione delle immagini e dell’informazione è stato accompagnato dalla tendenziale diffusione in tutto il mondo dell’inglese come lingua di comunicazione universale. Si tratta di un fenomeno comune sia al mondo industrializzato che al Terzo mondo, in buona parte del quale la progressiva assunzione da parte dell’inglese della funzione di strumento di comunicazione universale trova un terreno reso particolarmente favorevole dall’eredità linguistica della dominazione coloniale britannica. Ma questo processo è accompagnato da altre due tendenze, apparentemente in opposizione ad esso. La prima è soprattutto viva in Europa (anche se non bisogna dimenticare che anche negli Stati Uniti è in corso un ethnic revival, che però presenta aspetti marcatamente diversi), ed è quella del ricupero delle culture umiliate dal centralismo nazionale attraverso l’azione livellatrice esercitata mediante gli strumenti della scuola di Stato, della leva militare obbligatoria e dell’accentramento amministrativo. Sotto il profilo linguistico, questa tendenza si manifesta attraverso la rivalutazione dei dialetti e il tentativo di ridare dignità di lingua letteraria a parlari storici di alcune regioni periferiche solo parzialmente assimilate dalla cultura nazionale dominante.
La seconda è operante invece nel Terzo mondo — soprattutto in Africa e in Asia meridionale — ed è il tentativo, che ha gradi diversi di successo a seconda della diversità dei contesti, di imporre, al di sopra della miriade di linguaggi vernacolari che costituisce la realtà linguistica della maggior parte di quelle popolazioni, una lingua nazionale (funzione questa alla quale l’inglese non può assolvere sia per le associazioni simboliche negative alle quali è in genere legato, sia per il suo stesso carattere di veicolo di comunicazione transnazionale). Si tratta di un problema che si tenta di risolvere, a seconda dei casi, promuovendo alla dignità di lingua nazionale una lingua veicolare (come avviene con lo Swahili in Kenia) o imponendo la lingua di un’etnia su quella delle altre (come avviene con l’Hindi in India o con il malese in Malaysia).[2]
Alla luce di queste tendenze, e con la cautela che è di rigore quando si tratta di avanzare ipotesi che riguardano un futuro comunque non prossimo, sembra di poter concludere che il modello più plausibile verso il quale stanno evolvendo nel mondo i comportamenti linguistici all’alba dell’era post-industriale è un modello trilinguistico, cioè una situazione nella quale ciascuno disporrà di almeno tre strumenti di comunicazione: l’inglese come lingua universale, la lingua nazionale e il dialetto.
 
3. La lingua universale. La diffusione dell’inglese e i supposti pericoli che essa comporterebbe.
 
Non ci si deve nascondere che la strada che ci divide dalla meta è lunga e irta di ostacoli. Né bisogna dimenticare che il modello che ho delineato è oggi ben lontano dal raccogliere il consenso di tutti coloro che si interessano di sociolinguistica. Vale quindi la pena di prendere in esame le maggiori difficoltà che sembrano ostacolare la realizzazione del modello e le obiezioni più diffuse che vengono rivolte alla sua fondatezza.
Incominciamo dall’esame del livello della lingua universale. A questo proposito vi è un accordo — ampio anche se non generale — sulla necessità di uno strumento che assolva questa funzione. I problemi nascono soprattutto quando si tratta di stabilire quale questo strumento debba essere. In particolare da molte parti si avanzano forti obiezioni contro l’asserita vocazione dell’inglese a diventare una lingua franca mondiale. Si tratta di opinioni che per lo più non contestano il dato di fatto che l’inglese sta acquisendo lo status di lingua universale, ma che affermano che a questo trend ci si deve in qualche modo opporre. Gli argomenti usati a sostegno di questa tesi sono grosso modo i seguenti:
I) L’egemonia della lingua inglese è un sottoprodotto dell’imperialismo americano (oltre che — nella fase precedente — del colonialismo britannico). Accettandola, i popoli di lingua madre diversa dall’inglese danno una prova di sottomissione nei confronti degli Stati Uniti, perpetuando così la propria condizione di inferiorità rispetto ad essi anche sotto questo decisivo profilo. In questo modo infatti essi rinunciano, nei rapporti internazionali, a parlare la propria lingua — e quindi ad esprimere con la massima proprietà ed efficacia il proprio pensiero e la propria volontà — e a comprendere le sfumature del pensiero altrui, mentre gli Americani (e gli altri popoli di lingua inglese) — potendosi esprimere nella loro lingua materna — godono di un intollerabile privilegio.
II) La diffusione della lingua inglese è insieme un segno e un veicolo di imbarbarimento culturale perché non è che l’aspetto linguistico della diffusione di comportamenti, di uno stile di vita, di prodotti culturali, di gusti, di modi di vestire, ecc., sentiti come volgari, che sono stati esportati dagli Stati Uniti nel resto del mondo in questo dopoguerra.
III) La penetrazione dell’inglese inquina le lingue nazionali, delle quali bisogna invece salvaguardare la specifica identità, quale si è andata formando in secoli di gloriosa storia letteraria. Questo tipo di preoccupazione, in alcuni paesi, ha portato molti a credere che le rispettive lingue — quantomeno in certi contesti — siano state così profondamente adulterate dal contatto con l’inglese da dover essere considerate come ibridi (ai quali vengono date denominazioni spregiative come franglais o japlish).
 
4. Una lingua artificiale come mezzo di comunicazione universale?
 
Questi argomenti sono fatti valere sia da coloro (sempre meno in verità) che, esplicitamente o implicitamente, negano l’utilità, o comunque la desiderabilità di una lingua che abbia la funzione di veicolo di comunicazione universale, sia da coloro che sostengono che questa funzione debba essere svolta da una lingua artificiale. Questi ultimi si fanno forti dell’ulteriore argomento che tutte le lingue naturali — e l’inglese tra di esse — hanno, proprio in quanto naturali, una struttura fonetica, lessicale, grammaticale e sintattica priva di una rigorosa coerenza logica, che le rende inadatte ad essere apprese rapidamente ed impiegate con facilità e proprietà.
L’ideale della lingua artificiale, come ricorda Andrew Large in un volume recentemente pubblicato,[3] viene tenuto vivo con alterna fortuna nella cultura europea da ormai più di tre secoli. Si tratta quindi di un tema che ha acquisito sufficiente dignità da meritare un esame approfondito, nei limiti consentiti dallo spazio disponibile.
La replica più convincente agli argomenti dei sostenitori di una lingua artificiale contro l’uso dell’inglese la danno i fatti. La realtà è che l’inglese sta già diventando una lingua universale e che la stessa incontestabile esistenza di questo trend è il più efficace dei motivi che spingono un numero crescente di persone in tutto il mondo a sobbarcarsi la fatica di apprenderlo, nella consapevolezza che si tratta di una fatica che darà comunque dei risultati concreti nel breve termine. Si tratta quindi di una tendenza che si autoalimenta, tanto da doversi considerare ormai inarrestabile.
La gente preferisce imparare una lingua relativamente difficile, ambigua e piena di idiotismi, ma che molti parlano, piuttosto di impararne una che parlano in pochi, anche se, in ipotesi, la sua struttura semplice, logica e trasparente ne farebbe, in astratto, la candidata ideale al ruolo di lingua universale. Si incontra qui il problema della massa critica, di cui peraltro era perfettamente consapevole lo stesso Zamenhof, il fondatore dell’esperanto. Egli, nel suo libro pubblicato in russo nel 1887 e in inglese nel 1889 con il titolo An Attempt towards an International Language,[4] invitava i lettori a rispedirgli una dichiarazione nella quale si impegnavano ad apprendere la nuova lingua dal momento in cui il numero delle dichiarazioni da lui ricevute avesse superato il milione. Questo numero non fu mai nemmeno lontanamente avvicinato. Si trattava in realtà di una scommessa sbagliata, che non poteva riuscire.
La verità è che la massa critica necessaria per la diffusione spontanea di una lingua non può essere creata attraverso una azione di propaganda volontaria, anche se svolta da militanti impegnati, come avviene nel caso dell’esperanto. Le grandi lingue nazionali si sono affermate nei rispettivi paesi e al di fuori di essi anche grazie all’azione del potere politico, che non di rado si è servito della forza per imporle. Ma nemmeno il più brutale dei dispotismi (e fortunatamente nulla fa prevedere che il problema della lingua universale possa essere in futuro affrontato e risolto da un potere dispotico) avrebbe avuto la forza di imporre, in una comunità umana di dimensioni che non fossero del tutto trascurabili, una lingua morta, o comunque parlata da un numero molto ridotto di individui. L’azione del potere ha potuto avere successo soltanto dove si è servita di uno strumento linguistico che possedeva una autonoma utilità comunicativa in quanto lingua della maggioranza o di una parte rilevante della popolazione, o della regione in cui era situata la capitale, o dell’élite politico-culturale, ecc. La riprova di questa affermazione la si può trovare nella storia della lingua irlandese. Nel corso delle lotte per l’indipendenza dalla Gran Bretagna, il gaelico aveva avuto una forte funzione di simbolo di identificazione nazionale e, dalla proclamazione della Repubblica, nel 1921, il governo irlandese si è attivamente impegnato a farne una vera e propria lingua nazionale, aiutato in questo dalla circostanza che la lingua in competizione con il gaelico — l’inglese — era l’idioma del nemico storico dell’Irlanda.
Ma ogni sforzo è risultato vano, e la decadenza del gaelico è continuata senza sosta. Esso ha oggi lo status di lingua materna soltanto per la porzione rurale più arretrata della popolazione dell’isola. Evidentemente i vantaggi comunicativi connessi all’uso dell’inglese — direttamente legati al numero di persone che, in Irlanda e nel resto del mondo, ne facevano già uso — erano e sono talmente evidenti da fare largamente premio sul richiamo simbolico esercitato dal gaelico.
L’esempio che più frequentemente è citato a sostegno della tesi della possibilità di « creare » dal nulla una lingua di comunicazione è quello dell’ebraico. Ma si tratta in realtà di un’eccezione soltanto parziale, e che comunque conferma la regola. Si tratta di un’eccezione parziale perché l’ebraico è sempre stato usato nella diaspora come lingua rituale, e da molti gruppi anche in occasioni non rituali. E si tratta di un’eccezione che conferma la regola perché si è manifestata in circostanze esse stesse eccezionali, in quanto, da un lato, negli anni della fondazione dello Stato di Israele, la popolazione era costituita da gruppi affluiti in poco tempo dalle più diverse provenienze, e che parlavano le lingue più disparate e, dall’altro, gli immigrati della prima generazione erano e sono motivati da un lealismo — nazionale e religioso insieme — straordinariamente intenso.[5]
Zamenhof si era reso conto del fatto che una lingua artificiale non avrebbe potuto avere a sua disposizione le risorse, di natura sia comunicativa che simbolica, di cui dispongono normalmente le lingue naturali in espansione, ed in particolare della più importante di tutte: quella di essere in partenza la lingua materna di un gruppo umano consistente. Egli tentò quindi di rimontare questo handicap — connaturato con il carattere artificiale della lingua — accentuando l’aspetto simbolico del suo impiego e imprimendo quindi al Movimento esperantista un carattere quasi religioso, tuttora evidente nell’ardore missionario che spesso anima i suoi membri.
La necessità di infondere al Movimento un forte spirito militante derivava anche dalla circostanza che l’esperanto doveva — e deve tuttora — fronteggiare la concorrenza di molte altre lingue artificiali (Volapük, Ido, Latino sine flexione, Novial, Occidental, ecc.) ognuna della quali viene raccomandata dai suoi sostenitori per la sua maggiore razionalità, semplicità, flessibilità, ecc. rispetto alle altre. Ora, la principale delle condizioni di possibilità del successo di una lingua artificiale è quella di essere una sola: nel caso dell’Esperanto, per realizzare questa condizione era necessario che le concorrenti fossero stroncate sul nascere. Di qui il succedersi di violente diatribe che ha caratterizzato la storia dei rapporti tra i sostenitori delle circa venti lingue artificiali che sono state elaborate a partire dall’ultimo quarto del XIX secolo; diatribe dalle quali l’esperanto è uscito come l’unica lingua che, proprio in grazia della motivazione di carattere non solo comunicativo del movimento che lo sostiene, ha conservato un drappello di seguaci — anche se modesto e non in espansione.[6] La devozione un po’maniacale alla causa di molti di costoro è misurata dal fatto che, a quanto assicura Large, esistono oggi al mondo persino alcuni poveri bambini, figli di coppie di esperantisti ultras, che parlano l’esperanto come lingua materna.
Il prezzo pagato dal Movimento esperantista per assicurare la propria sopravvivenza è stato molto elevato: la presenza nelle sue file di una percentuale abnormemente elevata di cranks, cioè di individui eccentrici che, come scrive Vossler, citato da Large, « parlano soltanto per il gusto di parlare, indipendentemente dall’argomento di cui parlano e dalle persone con cui parlano »[7] e che, riprendendo ancora una citazione riportata da Large, questa volta di C.K. Ogden, « sono, per così dire, i fondamentalisti di una fede, in verità non molto evolutiva, i quali, nelle aspre lotte intestine degli ultimi quarantacinque anni, hanno sviluppato un metodo e uno stile polemico che ricorda le logomachie religiose di epoche passate ».[8] Si tratta di una particolarità di importanza certo non decisiva, perché ben altre sono le cause dell’irrealizzabilità dell’ideale di una lingua artificiale come linguaggio mondiale, ma che ha per parte sua contribuito a frenare la diffusione dell’esperanto.
Rimane da esaminare brevemente, ai soli fini della completezza dell’argomento, la possibilità — alla quale peraltro lo stesso Zamenhof non credeva — che una lingua artificiale sia imposta dal potere attraverso la scuola. A questo proposito si devono fare due osservazioni. La prima è che una politica di questo genere può avere — in teoria — delle possibilità di successo soltanto se viene adottata contemporaneamente da tutti i governi del mondo, o comunque da una parte rilevante di essi. Questa prospettiva, oltre ad essere assolutamente improbabile in sé, è comunque così lontana da rendere evidente l’assurdità del progetto, in un mondo in cui l’accelerazione dell’interdipendenza spinge con ritmo esponenziale gli scienziati, i managers, gli uomini di cultura e i giovani ad apprendere l’inglese.
La seconda è che, se anche, per assurdo, questa possibilità fosse ipotizzabile in tempi brevi, sarebbe impensabile che, in un mondo avviato verso una crescente libertà di insegnamento, l’introduzione di una lingua artificiale nei programmi scolastici fosse accompagnata dalla contemporanea soppressione dell’insegnamento dell’inglese. Ed è evidente che il vantaggio di partenza di quest’ultimo sarebbe così ampio, trattandosi di una lingua già parlata da quasi un miliardo di persone nei cinque continenti, da rendere del tutto inappetibile per i giovani l’apprendimento di una lingua artificiale. È infatti evidente che, mentre l’apprendimento dell’inglese non scoraggerebbe affatto l’apprendimento di una o più altre lingue naturali — che rimarrebbero strumenti insostituibili per l’accesso diretto ad altre tradizioni culturali[9] — lo stesso discorso non si potrebbe fare per una lingua artificiale, la cui utilità è unicamente comunicativa.
 
5. Lingua, politica e cultura. L’inquinamento linguistico. L’international english.
 
Una volta messa da parte l’alternativa della lingua artificiale, rimane da vedere se il destino che ci attende — quello della sempre più marcata assunzione da parte dell’inglese del ruolo di lingua universale — sia così tragico come qualcuno lo vuol dipingere. Si tratta in particolare di dare una risposta nel merito alle tre obiezioni alla diffusione dell’inglese che ho precedentemente citato.
I) Si dice che accettare la diffusione dell’inglese significa accettare l’imperialismo americano. Ma, in verità, la linea di condotta con la quale un paese che si trovi nell’orbita americana potrebbe oggi con la massima certezza rendere definitivo e irreversibile il suo stato di dipendenza sarebbe proprio quello di isolarsi dal contesto comunicativo mondiale, privandosi in questo modo della capacità di accedere a quelle informazioni di natura scientifica, tecnologica, economica, ecc., che costituiscono le condizioni necessarie dello sviluppo, e quindi dell’indipendenza politica. Adottando la stessa linea di condotta inoltre — cioè rifiutando l’uso dell’inglese — chiunque ritenesse di avere idee da proporre per trasformare l’equilibrio mondiale superando i blocchi e l’egemonia delle superpotenze — e i federalisti sono fra questi — dovrebbe rinunciare a farle conoscere al resto del mondo e quindi, tout court, a farle valere.
È vero che alla radice della diffusione dell’inglese stanno il colonialismo britannico prima e l’egemonia americana poi. Ma proprio la constatazione che la stessa lingua è servita da veicolo comunicativo all’ex-colonia per invertire i rapporti di forza rispetto alla madre patria dimostra con efficacia che la diffusione di una lingua è semmai l’effetto e non la causa di una situazione di potere e quindi — quantomeno ai fini dell’argomento — è neutrale rispetto ad essa. In quanto strumento neutrale, essa può condurre una vita del tutto indipendente dalla situazione di potere che ne ha originato la diffusione (si pensi all’espansione della koinè greca nell’epoca successiva alla dissoluzione dell’impero di Alessandro) e può addirittura essere utilizzata per trasformarla.
Si deve infine ricordare che chi possiede due lingue si trova in una posizione di vantaggio comunicativo e culturale rispetto a chi ne possiede una sola. Si può quindi ritenere che, quantomeno a medio termine, la diffusione dell’inglese nel mondo debba essere considerata per gli Americani come un costo e non come un beneficio dell’egemonia.
II) Per quanto riguarda i rapporti tra diffusione dell’inglese e imbarbarimento culturale — pur lasciando da parte il problema, tutt’altro che pacifico, se sia legittimo considerare la società europea fra le due guerre, cioè prima che l’influenza di certi aspetti del modo di vita americano si manifestasse, più civile di quella attuale — si deve esaminare quello più generale dei rapporti tra lingua e cultura. Ora, nessuno nega l’evidente dato di fatto che gruppi umani che parlano la stessa lingua possono trasmettersi reciprocamente con maggiore facilità dei contenuti culturali. Ma ciò non significa che lo debbano fare necessariamente, cioè che lingua e cultura siano la stessa cosa. Se gli uomini nei cinque continenti sono in grado di capirsi, ciò avviene perché le lingue che essi parlano sono traducibili l’una nell’altra, cioè possono comunicare gli stessi contenuti (con l’unica parziale eccezione della poesia, che è indissolubilmente legata alla materialità e alla sonorità della parola). In realtà, la lingua è neutrale anche rispetto alla cultura, tant’è vero che, come di fatto accade, culture diverse si possono esprimere attraverso la stessa lingua così come la stessa cultura si può esprimere attraverso lingue diverse.[10] Che quindi la lingua inglese si sia diffusa nel mondo anche sull’onda di certi contenuti di particolare volgarità è un fatto. Ma questa constatazione non intacca la sostanziale neutralità della lingua — che resta anche la lingua di Henry James e di T.S. Elliot. Sta quindi a chi fa uso della lingua dare ai propri messaggi contenuti più ricchi e più nobili anziché tentare di scaricare su di essa la responsabilità della propria volgarità.
III) La preoccupazione per l’inquinamento linguistico è priva di fondamento. Le lingue, finché sono viventi e non sono pietrificate nel ruolo di strumenti rituali, sono in perpetua trasformazione e subiscono e trasmettono incessantemente influenze e prestiti. L’idea di una lingua pura è altrettanto mitica quanto quella di una razza pura. Molti linguisti, d’altro lato, ritengono che le lingue abbiano ciascuna una propria struttura che ne definisce l’individualità, e che muta certo storicamente, ma secondo una logica interna e non sotto la pressione di influenze esteriori (la deriva di Sapir). In questo modo esse possono rimanere sé stesse pur trasformandosi e pur ricevendo ampie iniezioni lessicali da altre lingue, come avvenne all’inglese al tempo dell’occupazione normanna.[11] La conclusione è che un’influenza come quella esercitata oggi dall’inglese, che opera su lingue saldamente strutturate, non può che avere un ruolo limitato a ristretti settori del lessico. In questi limiti, il fenomeno della fecondazione reciproca tra lingue diverse deve essere addirittura considerato come un arricchimento.
Tutto ciò non toglie che una lingua possa addirittura morire, come è accaduto molte volte nel passato e come accade continuamente tuttora. Ma le lingue muoiono non certo perché divengono irriconoscibili sotto l’effetto dell’inquinamento linguistico, ma semplicemente perché cessano di essere usate per comunicare.
Per quanto riguarda il destino dell’inglese come lingua universale si deve fare un’ultima considerazione. È legittimo prevedere, sulla base delle tendenze già chiaramente percepibili nell’uso corrente, che, quanto più si accentuerà il ruolo di lingua universale dell’inglese, tanto più esso, in questo suo impiego, tenderà a distinguersi da ciascuna delle sue varietà nazionali. Già oggi esiste un international english con proprie caratteristiche ben definite. Questo processo di individuazione è destinato a continuare grazie agli apporti, che andranno facendosi sempre più intensi con il passare del tempo, delle lingue nazionali di coloro che, in numero sempre crescente, faranno uso della lingua franca internazionale. È evidente comunque che la tendenza alla differenziazione sarà tanto più marcata quanto più numerosi e importanti saranno i contributi dati in tutti i settori rilevanti per la comunicazione mondiale dagli operatori di lingua madre non inglese. Si deve quindi sottolineare che, se da un lato l’attuale diffusione dell’inglese a livello mondiale è legata all’egemonia politica ed economica prima britannica e poi americana su di una parte rilevante del mondo, dall’altro la piena assunzione da parte dell’inglese del ruolo di lingua franca universale andrà di pari passo con la marcia verso la Federazione mondiale, e quindi con il progressivo stabilimento, a livello planetario, di rapporti di uguaglianza tra i popoli sia dal punto di vista politico che dal punto di vista economico.
Lo sviluppo dell’international english sarà favorito dall’esistenza di molteplici varietà nazionali dell’inglese, che stanno subendo a loro volta un processo di differenziazione reciproca sempre più marcato, e sanzionato da un lavoro di standardizzazione che non viene portato avanti con l’intento di unificare l’uso nell’intera area anglo-sassone, ma con quello opposto di seguire l’evoluzione autonoma delle diverse varietà nazionali. Si deve ricordare tra l’altro che nei paesi di lingua inglese, che pur sono quelli in cui sono state realizzate le più imponenti imprese di lessicografia della storia, l’atteggiamento descrittivo rispetto alla lingua prevale tradizionalmente nei confronti di quello prescrittivo,[12] come è testimoniato dall’assenza di organismi ufficiali con il compito di stabilire l’uso corretto della lingua, come avviene in altri paesi con istituzioni come l’Académie Française, l’Accademia della Crusca o la Real Academia Española.[13] A ciò corrisponde il tradizionale atteggiamento tollerante dei parlanti inglese nei confronti degli errori e delle improprietà linguistiche in cui incorrono i loro interlocutori di lingua madre diversa. Si tratta peraltro di peculiarità che a loro volta dipendono dalla grande dispersione geografica delle popolazioni di lingua madre inglese, cioè dalla caratteristica che ha fatto dell’inglese il naturale candidato unico allo status di lingua franca universale.
 
6. Le lingue nazionali.
 
Un meccanismo istituzionale federale può vivere e funzionare efficacemente soltanto se è sorretto da comportamenti sociali coerenti. La caratteristica essenziale di questi comportamenti è la pluralità dei lealismi, il fatto che gli uomini non si sentano membri di una sola comunità, ma di una serie di ambiti comunitari di diverse dimensioni ma di uguale importanza e dignità, ad ognuno dei quali corrisponde una diversa variante della cultura del genere umano. La lingua è uno strumento importante per l’accesso più facile ed immediato ad una o più culture che in quella lingua si sono espresse.
Il plurilinguismo è quindi una caratteristica importante del comportamento sociale federale che sta lentamente prendendo forma nel mondo e grazie al cui progressivo radicamento l’ideale della Federazione mondiale incomincia ad assumere la concretezza di un obiettivo politico, anche se non immediato.
Evidentemente tutto ciò non significa che, in un modello di federazione mondiale post-industriale, ad ogni ambito di autogoverno debba corrispondere un’area linguistica distinta. Significa soltanto che il plurilinguismo — e in particolare il trilinguismo, che mi sembra costituire il punto d’arrivo del processo di trasformazione in corso — è destinato a costituire una componente importante della articolata identità culturale del cittadino della futura Federazione mondiale. In questo quadro, il livello linguistico nazionale gioca un ruolo indispensabile. In sua assenza infatti ci si troverebbe di fronte alla contrapposizione diretta lingua universale-vernacolo, e l’espressione linguistica dell’originalità culturale di ogni gruppo umano verrebbe affidata esclusivamente ad uno strumento comunicativo usato in ambiti spaziali estremamente ristretti, non standardizzato ed adatto ad esprimere soltanto contenuti altrettanto angusti quanto è angusta l’area della sua diffusione. La mancanza di un ambito linguistico intermedio, avente dimensioni geografiche sufficienti a controbilanciare efficacemente l’uso della lingua universale, rischierebbe quindi seriamente di alterare un equilibrio importante per garantire la permanenza di un’idonea base culturale del federalismo.
Le lingue nazionali devono quindi essere considerate uno strumento di importanza decisiva per la tutela dell’individualità delle diverse tradizioni culturali, e in particolare di quelle che si esprimono nella letteratura, nella poesia e nel teatro.
Tutto ciò non significa — è opportuno ribadirlo — che la lingua sia un fattore indispensabile della formazione e del mantenimento di un’identità culturale, nemmeno di quella nazionale (tant’è vero che esistono raggruppamenti umani che si considerano nazioni e che parlano più lingue, o condividono la loro lingua con altre nazioni). Significa però che la lingua è un veicolo privilegiato per l’accesso immediato ad una tradizione culturale, e quindi la diffusione di una lingua nazionale a tutti gli abitanti di un certo territorio viene a ragione considerata come un momento essenziale nel processo di nation-building.
 
7. Le lingue nazionali nel mondo industrializzato e nel Terzo mondo.
 
Il problema della sopravvivenza — o della creazione e del rafforzamento — di un livello linguistico nazionale si pone in termini radicalmente diversi in Europa e nel Terzo mondo.
In Europa, ciò che è in gioco in prospettiva è la capacità delle lingue nazionali di rispondere alla sfida dell’era post-industriale. Mi pare fuori dubbio che le grandi lingue storiche — usate per la comunicazione scritta e orale da comunità nazionali di decine di milioni di uomini, rigorosamente standardizzate e rafforzate nel loro prestigio da una antica tradizione letteraria — sono destinate ad una lunga vita storica, anche se continueranno ad evolvere in futuro come hanno sempre fatto in passato. Più incerta pare la sorte di idiomi ai quali la dignità di lingua nazionale è stata imposta nella fase più esasperata e caotica delle lotte per l’indipendenza nazionale in Europa (penso in particolare a certe lingue balcaniche).[14] Si tratta di lingue che vengono parlate da gruppi di pochi milioni di persone e che hanno alle spalle una tradizione letteraria assai meno consolidata di quella delle lingue delle grandi nazioni dell’Europa occidentale. Ora, è evidente che l’esistenza di queste lingue è messa in questione dall’interdipendenza crescente del mercato della cultura. L’esistenza di un mercato librario potenziale limitato a un numero ristretto di lettori tenderà in futuro a scoraggiare chiunque dall’intraprendere la carriera di scrittore in una lingua come il greco o il romeno. Per questo non si può escludere che la sempre più rapida evoluzione della comunicazione culturale nel senso dell’aumento dell’interdipendenza possa progressivamente degradare certe lingue al rango di dialetti. Si tratta peraltro di una tendenza che la volontà umana non è in grado di contrastare e che ha costituito un dato permanente della storia linguistica del mondo.
Diversi sono i termini nei quali si pone il problema nei paesi del Terzo mondo, e in particolare in Africa e in Asia. Qui non si tratta di conservare, ma di creare — o quantomeno di consolidare — delle lingue nazionali che in generale, allo stato dei fatti, sono tali solo in potenza.
Si tratta di un compito che è spesso di una difficoltà proibitiva. La dominazione coloniale europea ha il più delle volte tracciato i confini tra i territori che poi hanno conquistato l’indipendenza diventando Stati sovrani in modo del tutto irrispettoso della mappa culturale e linguistica dell’Asia e soprattutto dell’Africa. Gruppi linguisticamente omogenei si sono trovati il più delle volte divisi in più Stati, e la maggior parte degli Stati è abitata da gruppi linguisticamente eterogenei. Eppure, ed anzi proprio per questo, i governi della maggior parte dei paesi del Terzo mondo, nell’intento di dare ai propri popoli, superando la polverizzazione tribale, una identità consapevole ed il minimo grado di unità necessario per una ordinata convivenza civile, sono tuttora impegnati, con gradi diversi di successo, nel tentativo di imporre, a partire da una lingua veicolare (come lo Swahili in Kenya) o dalla lingua dell’etnia prevalente (come il malese in Malaysia o l’Hindi in India) una lingua nazionale.
Ora, è difficile prevedere che cosa ne sarà di questi tentativi. Alcuni dei nuovi Stati presentano una mappa linguistica così polverizzata che sembra difficilmente immaginabile che l’impresa possa riuscire. In Camerun, per fare un esempio, la classe politica ha consapevolmente rinunciato a qualunque ambizione in questo senso ed ha impostato il sistema scolastico sull’apprendimento dell’inglese (e in parte del francese), affiancato all’uso dei vari vernacoli come veicoli per l’insegnamento.[15] Ma in molti altri Stati i governi sono impegnati in uno sforzo considerevole, e non condannato a priori all’insuccesso, che testimonia l’importanza prioritaria che essi attribuiscono al problema.
Ciò non avviene a caso, e pone il problema della dispensabilità dello stadio nazionale nel cammino del Terzo mondo verso l’unità continentale in Asia e in Africa. Io sono molto propenso a credere che, in questo processo, quello nazionale sia uno stadio necessario. È difficile pensare, per esempio, che l’unificazione africana possa essere raggiunta tra popolazioni nelle quali il solo lealismo di base rimanga quello tribale. Così come è difficilmente pensabile che il processo di costruzione delle nazioni avvenga esclusivamente attraverso la diffusione dell’uso dell’inglese, che è un veicolo linguistico strettamente identificato con la dominazione coloniale e che comunque, per il suo carattere potenzialmente universale, non è adatto a trasmettere alle popolazioni in questione il senso della propria unità interna e della propria originalità rispetto agli altri popoli della regione.
Sembra quindi che il livello linguistico nazionale debba corrispondere ad un’esigenza reale e viva in ogni parte del mondo. Si tratta di un’esigenza — giova ritornare su di un argomento che era già stato toccato precedentemente — che si manifesterà anche nei paesi di lingua madre inglese, perché le varietà che si parlano in ciascuno di essi, di mano in mano che l’international english accentuerà la sua fisionomia peculiare, tenderanno sempre più marcatamente ad assumere il carattere di lingue nazionali autonome, con direzioni divergenti di sviluppo.
È opportuno ripetere, per concludere questo punto, che in un quadro istituzionale federale il lealismo nazionale perderebbe la caratteristica dell’esclusività. Spogliata dell’attributo della sovranità, la nazionalità perderebbe qualunque connotato aggressivo e intollerante della diversità. Ciò avrebbe importanti ripercussioni sulla situazione linguistica delle regioni mistilingui di confine. Si tratta di regioni che, in un quadro nazionale, sono condannate ad uno stato permanente di crisi di identità e sono spesso afflitte dalla piaga dell’intolleranza. Questa situazione sarebbe rovesciata in un quadro autenticamente federale. In esso, il venir meno del carattere esclusivo dell’appartenenza nazionale darebbe agli abitanti delle regioni situate ai confini di diverse aree linguistiche la consapevolezza di trovarsi in una situazione privilegiata perché in un punto di contatto tra due tradizioni culturali. Sarebbero abbattuti gli stupidi steccati che esistono oggi, per esempio, nel Sud-Tirolo, e che separano rigorosamente l’una dall’altra due comunità. Le regioni di frontiera diverrebbero regioni di cerniera, e tenderebbero in quanto tali a sviluppare il senso di una propria specifica identità, fondata appunto sul possesso di due o più lingue nazionali e sull’accesso privilegiato a due o più culture.
 
8. I dialetti.
 
Consideriamo ora brevemente il livello dei dialetti. Le parlate vernacolari presentano, nelle diverse parti del mondo, diversi gradi di vitalità,ma quasi ovunque esse tendono a ritrarsi di fronte all’avanzare delle lingue nazionali — o dell’inglese.
La ritirata dei dialetti è rivelata da due indicatori distinti: la diminuzione del numero delle persone che li parlano e la degradazione della loro dignità culturale. Ed ha due cause principali. Una è la politica deliberata di accentramento culturale degli Stati nazionali, che ha operato in Europa nel corso del XIX secolo e nella prima metà del XX, e che i governi del Terzo mondo tentano di realizzare in questi decenni. Essa ha avuto l’effetto di indebolire i dialetti inibendone l’uso alle classi colte, trasferendo sempre più contenuti semantici alla lingua nazionale e, in genere, svilendo tutti i simboli di identificazione comunitaria. Lo conferma — a contrario — il fatto che l’unico Stato federale che attualmente esiste in Europa — la Svizzera — è anche quello nel quale i dialetti (in particolare le infinite varietà dello Schwyzdüsch e i dialetti ticinesi) sono più diffusi e sono parlati da tutti gli strati della popolazione. L’altra è la crescente mobilità della popolazione dovuta alla continua evoluzione dei mezzi di comunicazione in una situazione di forti squilibri territoriali a tutti i livelli, che costringono enormi masse di uomini e di donne a trasferirsi dalle regioni povere alle regioni ricche per migliorare la loro condizione. Ciò vale anche — e con evidenza particolarmente drammatica — per le grandi città del Terzo mondo, nelle quali l’immigrazione dalle regioni più diverse è particolarmente frenetica e disordinata, e nelle quali quindi gli abitanti non possono più intendersi parlando i dialetti nativi.
Ne consegue che i dialetti tendono ad essere confinati nelle aree meno sviluppate, quelle dalle quali la gente tende ad emigrare, e quindi ad essere associati all’immagine della povertà e del sottosviluppo sia materiale che culturale. L’abbandono del dialetto nell’educazione dei figli diventa così dappertutto un simbolo di promozione sociale.
 
9. Le lingue regionali e i movimenti « revivalistici ».
 
Oggi assistiamo però a qualche segnale di inversione di tendenza. Soprattutto in Europa il monopolio — anche linguistico — del livello nazionale viene messo in discussione non soltanto verso l’alto, attraverso la crescente diffusione dell’inglese come lingua veicolare al di sopra delle barriere linguistiche nazionali, ma anche verso il basso, attraverso il tentativo di ricupero di parlate regionali.
Il significato obiettivo di quest’ultimo fenomeno va senz’altro nella direzione del modello trilinguistico che ho tentato di tratteggiare. Ciò non toglie però che esso si manifesti spesso in forme pericolose e aberranti. È infatti vero che i movimenti « revivalistici », che oggi stanno nascendo un po’ dappertutto in Europa (e, come vedremo in seguito, in una forma diversa, anche negli Stati Uniti) non riescono a collocarsi in una prospettiva di superamento del carattere esclusivo dell’identità nazionale ma contrappongono al nazionalismo « nazionale » un micronazionalismo regionale.
Essi tentano quindi di ricuperare parlate che al momento attuale presentano caratteristiche dialettali (variabilità, assenza di standardizzazione, uso quasi esclusivamente orale) dando o restituendo loro la dignità di lingue letterarie. È quanto accade per le lingue celtiche della Gran Bretagna, dell’Irlanda e della Bretagna, per l’occitano, per il basco e il catalano, per il sardo, il friulano, ecc. Si noti che in questo modo le lingue regionali vengono poste in diretta concorrenza con le lingue nazionali alle quali esse si oppongono, e che pretenderebbero di soppiantare.
I movimenti regionalistici possono spesso richiamarsi, nell’articolare le loro motivazioni, al fatto che almeno alcune delle parlate che si tenta di ricuperare possono vantare una storia letteraria di tutto rispetto, che è stata interrotta dallo Stato nazionale attraverso gli strumenti della scuola di Stato e della coscrizione militare obbligatoria, e non di rado anche con il ricorso alla violenza. Tutto ciò è sacrosantamente vero, ma anche del tutto irrilevante. Fino ad oggi, nella storia, la maggior parte delle tappe del progresso materiale e civile dell’umanità hanno comportato un costo, spesso gravoso. L’affermazione di alcuni valori è sempre avvenuta a prezzo del sacrificio di altri valori. Se questa constatazione fosse sufficiente a legittimare un giudizio di condanna di una qualunque trasformazione storica, ad esso non si sottrarrebbe alcun episodio della storia dell’emancipazione umana, dal Paleolitico all’era post-industriale (si pensi per esempio ai terribili strascichi di miseria e di morte della rivoluzione industriale). Ciò che è certo è che chi ha oggi la fortuna di avere come lingua madre una delle grandi lingue europee — che pure hanno per lo più acquisito il loro status attuale attraverso la conquista e l’oppressione — possiede uno strumento di accesso alla cultura che lo pone in una posizione di privilegio rispetto a chi si trovi ad essere nato in un’area linguistica di pochi milioni di persone, condannata dalla ristrettezza del mercato all’inaridimento culturale.
Si aggiunga che il modello trilinguistico fondato su inglese, lingua nazionale e dialetto prefigura una situazione linguistica stabile perchè ognuno dei tre strumenti linguistici ha un proprio ambito di applicazione nettamente distinto da quello degli altri e quindi non entra in concorrenza con essi. Al contrario, come nota Edwards,[16] le situazioni bi- o plurilingui nelle quali convivono nell’ambito dello stesso gruppo umano idiomi che hanno lo stesso campo di applicazione sono eminentemente transitorie, in quanto quella delle due lingue che è più adatta a risolvere i problemi comunicativi e di identificazione simbolica che si pongono nello stesso contesto sociale tenderà a termine a soppiantare l’altra. Nel conflitto tra una grande lingua nazionale e una lingua regionale che tenti di riacquisire lo status di lingua letteraria mediante la diffusione dell’uso scritto e la standardizzazione l’esito è deciso a priori, ed è bene che sia così. I movimenti « revivalistici » quindi lavorano per il re di Prussia. Tentando di sottrarre le lingue locali alla loro condizione di vernacoli e contrapponendole, in un confronto destinato a priori (e fortunatamente) ad essere perduto, alle lingue nazionali, essi puntellano il vacillante monopolio di queste ultime e ostacolano l’emergenza di un autentico pluralismo linguistico.
 
10. Il carattere specifico dei dialetti.
 
Il problema si pone in termini del tutto diversi se l’obiettivo diviene quello del ricupero dei dialetti in quanto tali. La caratteristica dei dialetti è quella di avere un ambito di applicazione del tutto diverso da quello delle lingue nazionali in quanto essi sono impiegati per la comunicazione quotidiana all’interno della comunità locale. Essi quindi non hanno, e non pretendono di avere, dignità di lingua letteraria (il che non impedisce la fioritura di una letteratura minore, che si esprime in vernacolo, e che è per lo più destinata ad essere ascoltata più che letta, in quanto ridotta in iscritto mediante regole di trascrizione fonetica assai incerte e soggettive) e non sono standardizzati. È proprio la loro mancanza di standardizzazione che ne determina la continua variabilità nel tempo e nello spazio e rende impossibile, in particolare, tracciare dei precisi confini territoriali tra l’uno e l’altro dialetto. La variabilità territoriale dei dialetti configura piuttosto, come già aveva messo in luce Saussure,[17] un continuum, nel quale sarebbe arbitrario tentare di identificare ambiti linguistici definiti, con un centro e una periferia.
Si deve notare che questa caratteristica dei dialetti ne fa uno strumento espressivo e comunicativo insostituibile. Essi sono infatti formazioni molto meno rigide delle lingue nazionali, vincolate a regole rigorosamente codificate. Il dialetto è il parlare più vicino alla vita quotidiana, ai bisogni, ai sentimenti, allo humour, alla fantasia — multiformi, cangianti, sfumati, difficili da cogliere con uno strumento linguistico standardizzato, e quindi in evoluzione necessariamente molto lenta — degli uomini comuni. In quanto tali essi costituiscono anche l’humus del quale si nutrono le lingue nazionali, per le quali l’esigenza della standardizzazione porta con sé il rischio della pietrificazione, e che quindi non possono che trarre vitalità dal confronto permanente con una realtà vernacolare mobile e variegata.
Diviene ancora più evidente, alla luce di queste considerazioni, in quale misura il micronazionalismo regionale potrebbe compromettere — se riuscisse ad imporsi, per esempio costituendo una regione in Stato sovrano — il patrimonio linguistico di un territorio. Non solo infatti esso sostituirebbe, come lingua letteraria, una lingua povera e dall’areale ristretto ad una grande lingua di cultura, parlata e letta da decine di milioni di persone; ma inaridirebbe anche l’inesauribile fonte di significati costituita dalla molteplicità degli idiomi vernacolari standardizzandone una singola varietà e promuovendola alla dignità di lingua ufficiale della regione.
È facile immaginare che la varietà che avrebbe questo destino sarebbe nella grande maggioranza dei casi quella parlata nel capoluogo, che diventerebbe il simbolo primario dell’identità culturale della popolazione della regione. Ora, come abbiamo visto, la caratteristica essenziale — e la fonte della vitalità — dei dialetti è proprio la loro infinita variabilità territoriale, che consente ad ogni singola comunità di avere una propria identità culturale autonoma, diversa da tutte le altre. Nel momento in cui una singola varietà diventasse il simbolo dell’identità regionale, tutte le altre sarebbero degradate a manifestazioni « impure » di quella stessa identità. All’accentramento culturale nazionale se ne sostituirebbe uno regionale, molto più soffocante e oppressivo perché più angusto e povero di contenuti.
 
11. Il New pluralism in America.
 
Una delle caratteristiche essenziali dei dialetti è quella di esprimere, da un lato, l’identità linguistica infinitamente differenziata di ogni singola comunità locale ma insieme di riflettere, dall’altro, la continuità dei modi di parlare sul territorio. In Europa, se si fa eccezione per un numero estremamente ridotto di frontiere linguistiche — che sono state per lo più mantenute artificialmente alimentando tensioni politico-ideologiche — i vernacoli mutano impercettibilmente passando da un punto all’altro del territorio, talché le differenze tra i modi di esprimersi in uso in due località qualunque aumentano in proporzione all’aumentare della distanza tra di esse. Il dialetto non è quindi un fattore di conflitto, ma di intesa tra comunità territorialmente vicine.
Risulta in questo modo evidente il fatto che la problematica connessa con il livello dialettale e la sua funzione di salvaguardia della varietà delle espressioni linguistiche sul territorio non ha nulla a che fare con quella che negli Stati Uniti va sotto il nome di New pluralism.[18] Questa espressione designa una tendenza, manifestatasi con particolare forza nel corso degli anni ‘70, al ricupero, da parte dei gruppi di immigrati, della loro originaria identità culturale nazionale. Questa aspirazione al ritorno alle radici si deve confrontare con l’idea-forza dell’assimilazione, del melting pot, che ha costituito l’elemento simbolico essenziale nella formazione dell’identità americana. Gli animatori dei movimenti che vengono collettivamente indicati con il nome di New pluralism sostengono che quella del melting pot non è che un’ideologia, che serve a nascondere e a giustificare insieme il predominio politico, economico e culturale dello strato più antico della popolazione, i cosiddetti WASP (White Anglo-Saxon Protestants). Il modo migliore per opporsi a questo predominio sarebbe quindi quello di rifiutare l’assimilazione e di conservare i propri caratteri culturali originari.
Ciò che mi pare importante mettere in luce è che questo « pluralismo » è l’esatto contrario di quello che si manifesta attraverso la varietà dei dialetti. Il pluralismo dei dialetti è il risultato di un profondo radicamento della popolazione nel territorio, mentre la compresenza, nello stesso orizzonte territoriale, di comunità di matrice culturale e linguistica profondamente diversa è all’opposto il risultato dello sradicamento che consegue all’esasperata mobilità geografica provocata nell’ultimo secolo dall’aumento dell’interdipendenza in un quadro di crescenti squilibri territoriali. Mentre quindi la variabilità dei dialetti è il segno di una forte consistenza del tessuto sociale, la contiguità di culture del tutto diverse nella stessa città o nello stesso quartiere è il segno di una situazione patologica di disgregazione sociale.
 
12. Per una società meno mobile.
 
Una delle idee-forza del federalismo è quella della valorizzazione, anche culturale, delle comunità locali, e quindi del pluralismo. Ma la rivendicazione del pluralismo, nella forma in cui essa è portata avanti dalle minoranze etniche negli Stati Uniti, o per lo meno dai loro portavoce più intransigenti, significherebbe, se avesse successo, la fine dell’identità americana e la dissoluzione della società americana in una congerie di gruppi contrapposti, non mobilitabili per un disegno comune. Ciò significa che un pluralismo culturale sano, negli Stati Uniti di domani, potrebbe svilupparsi soltanto come articolazione sul territorio di un’unica identità americana, e quindi dopo che fosse stato risolto positivamente il problema dell’assimilazione delle minoranze linguistiche.
Queste considerazioni ci riportano al problema della mobilità. Si deve notare che la mobilità è all’origine sia dei problemi etnico-linguistici in Europa e negli Stati Uniti sia della decadenza dei dialetti in Europa. D’altro lato, la mobilità viene comunemente considerata come un connotato specifico della civiltà moderna e dell’aumento dell’interdipendenza, in quanto tale destinato ad accentuarsi con l’avanzare del processo.
In realtà si tratta di un connotato tipico di una fase specifica del processo di industrializzazione, e, per di più, di una fase che sta per essere superata. Forse la più promettente delle prospettive che vengono aperte dalla rivoluzione scientifica e tecnologica è quella del superamento degli squilibri territoriali. Ciò significa che a ciascuno viene data la possibilità di condurre una vita ricca e creativa nel suo luogo d’origine, quello al quale è legato da sentimenti, ricordi e affinità. In questa prospettiva la mobilità sarebbe ridotta agli spostamenti che ciascuno deciderà di fare per arricchire la propria cultura, per soddisfare la propria curiosità o per altre motivazioni del tutto libere; mentre scomparirebbe la mobilità determinata dal bisogno. Gli uomini ritroverebbero le loro radici. Si creerebbero le condizioni per il rinvigorimento dei dialetti dove essi sono ancora diffusi e per il loro ricupero dove essi sono in via di estinzione.
 
13. Comportamenti linguistici e equilibrio territoriale.
 
In un modello di società federale post-industriale scomparirebbero così i fattori di carattere politico, economico e sociale che hanno ridotto nel passato l’uso dei dialetti ed hanno contribuito alloro degrado culturale. Da una parte, lo Stato nazionale perderebbe, in un assetto istituzionale federale, il suo carattere esclusivo e quindi le lingue nazionali sarebbero private della loro attuale funzione di supporto dell’ideologia della nazione come unico termine di riferimento dei sentimenti di identificazione di gruppo. I dialetti ricupererebbero quindi un grande spazio di libertà, come già oggi accade in Svizzera, dove mantengono funzioni comunicative ed espressive che hanno da tempo perso negli Stati unitari del continente. Dall’altra, l’affermazione progressiva della rivoluzione scientifica e tecnologica, governata attraverso lo strumento della programmazione articolata, consentirebbe alle comunità locali di ricuperare funzioni — anche culturali — delle quali esse sono state fino ad oggi espropriate dalle grandi città. La cultura quindi, come fatto non professionale, diventerebbe tendenzialmente un patrimonio di tutti; mentre, per questo stesso motivo, verrebbero a mancare gli incentivi che fino ad oggi hanno spinto gli intellettuali — intesi come operatori professionali della cultura — a stabilirsi nelle capitali, o comunque nelle grandi città, recidendo le loro radici territoriali e identificandosi come classe nazionale. Infine, come si è già visto, una politica equilibrata del territorio ridurrebbe al minimo i flussi migratori, rendendo più stabile la consuetudine reciproca tra i membri della stessa comunità e favorendo di conseguenza il ricupero delle parlate locali e la differenziazione linguistica tra comunità diverse in proporzione alla loro distanza.
È evidente che questa tendenza agirebbe con vigore anche nelle aree nelle quali sono tuttora parlati idiomi che hanno alle loro spalle un passato di lingue letterarie. Ma essi — è opportuno ribadirlo — sarebbero ricuperati non in quanto lingue ma in quanto dialetti. D’altra parte la stessa tendenza agirebbe anche là dove i dialetti sono stati completamente sradicati e dove comunque il loro degrado culturale ne rende improbabile il ricupero. In questi luoghi la tendenza sarebbe quella alla formazione progressiva di nuovi dialetti, cioè di idiomi calcati sulla specifica temperie culturale di ogni singola comunità: quella temperie che oggi tende a dissolversi nel calderone della cultura nazionale, ma alla quale la stabilità della composizione sociale di ogni comparto del territorio e l’intensità della vita comunitaria restituirebbero vigore.
 
14. Conclusione.
 
Rimangono da fare, per concludere, tre brevi considerazioni.
I) La prima è che il plurilinguismo è una situazione naturale dei gruppi umani. Solo lo Stato nazionale ha tentato di obliterare questo dato di fatto, che, in assenza di interferenze da parte del potere, è caratteristico anche dei ceti non acculturati. Il nostro modello trilinguistico quindi non forza certo le frontiere di un comportamento linguistico normale. Il solo requisito indispensabile perché una situazione plurilinguistica sia stabile è, come si è visto, che ogni idioma abbia un suo campo di applicazione ben definito e non sovrapposto a quelli degli altri.[19] Nel nostro modello la lingua universale ha come suoi contenuti la politica a livello sovrannazionale, la scienza, la tecnica, l’economia, la comunicazione culturale mondiale; la lingua nazionale ha come suoi contenuti la politica nazionale, la letteratura e il teatro, i messaggi dei mass media, del sistema giudiziario e della burocrazia nazionale, e serve da veicolo principale per l’insegnamento nella scuola; e il dialetto ha come suoi contenuti il parlare quotidiano e la cultura orale locale (teatro dialettale, ecc.).[20]
II) La seconda è che il plurilinguismo arricchisce ciascuna delle lingue usate in ogni punto del territorio. Infatti, per quanto ognuna delle lingue usate abbia un campo di applicazione distinto, le interferenze non possono mancare. Ne vengono conseguentemente accresciute le capacità espressive del singolo individuo, mentre tra i diversi livelli linguistici si stabilisce un rapporto continuo di influenza, di confronto di significati, di scambio di strumenti espressivi. Se ne può concludere che con il plurilinguismo la comunicazione interindividuale è destinata a diventare più viva, più penetrante, più capace di tenere il passo con l’evoluzione della realtà in tutti i suoi aspetti di quanto non accada in una situazione di monolinguismo.
III) La terza ed ultima è che l’Europa occidentale — anche sotto il profilo dell’evoluzione degli strumenti linguistici di comunicazione, oltre che sotto il profilo politico-istituzionale — appare come la regione chiamata a sperimentare soluzioni di carattere federale destinate ad essere esportate nel resto del mondo. Essa infatti è da un lato l’area geografica nella quale viene sentita con maggiore urgenza la necessità della lingua universale. Il Parlamento europeo, con il suo esercito di traduttori, è il simbolo del caos nel quale la babele linguistica rischia di gettare i rapporti politici, economici e sociali tra i cittadini degli Stati del vecchio continente. Dall’altro lato, l’Europa occidentale è la regione nella quale sono nate e si sono radicate le lingue nazionali nelle quali è stata elaborata la cultura dell’Occidente (quella cultura che, piaccia o non piaccia, sta diventando la cultura del mondo). Queste lingue sono tuttora pienamente vitali, e costituiscono un modello per i paesi che sono impegnati in un difficile sforzo di pianificazione linguistica per dotarsi di uno strumento comunicativo e di identificazione simbolica nazionale. Infine l’Europa occidentale è un’area nella quale i dialetti, anche se spesso ridotti nella diffusione e degradati nella dignità culturale, sono per lo più ancora parlati, e possono riprendere pieno vigore non appena se ne presentino le condizioni.
 
 
BIBLIOGRAFIA
 
 
Adolf Bach, Geschichte der deutschen Sprache, 9. Auflage, VMA-Verlag, Wiesbaden.
 
Robert Burchfield, The English Language, Oxford, OUP, 1985.
 
Noam Chomsky, Language and Mind, New York, Harcourt, Brace & World Inc., 1968.
 
John Edwards, Language, Society and Identity, Oxford, Blackwell, 1985.
 
Wilhelm v. Humboldt, Über die Sprache, Ausgewählte Schriften, München, DTV Verlag, 1985.
 
Chris Kennedy (ed.), Language Planning and Language Education, London, Allen & Unwin, 1983.
 
Andrew Large, The Artificial Language Movement, Oxford, Blackwell, 1985.
 
Eugen Lemberg, Nationalismus, Reinbeck bei Hamburg, Rohwolt Verlag, 1964.
 
Walter J. Ong, Orality and Literacy. The Technologizing of the Word, London and New York, Methuen, 1982 (trad. it. Oralità e scrittura, Bologna, Il Mulino, 1986).
 
Edmond Orban, La dynamique de la centralisation dans l'Etat fédéral: un processus irréversible?, Montréal, Québec-Amérique, 1984.
 
Gerhard Rohlfs, Calabria e Salento. Saggi di storia linguistica, Ravenna, Longo Editore, 1980.
 
Edward Sapir, Language, New York, Harcourt, Brace & World, 1921.
 
Ferdinand De Saussure, Cours de linguistique générale, Parls, Payot, 1966.


[1]Cfr. John Edwards, Language, Society and Identity, Oxford, Blackwell, 1985. Cfr. in particolare il cap. III: « Language Maintenance and Language Shift ».
[2]Si veda a questo proposito l’interessante raccolta di case studies curata da Chris Kennedy, dal titolo Language Planning and Language Education, London, Allen & Unwin, 1983.
[3]Andrew Large, The Artificial Language Movement, Oxford, Blackwell, 1985.
[4] New York, Holt, 1889.
[5] Cfr., a proposito dei casi dell’irlandese e dell’ebraico, John Edwards, Op. cit., pp. 53 sgg. e pp. 86-88.
[6] Andrew Large (Op. cit. pp. 94 sgg.) sottolinea la difficoltà di ottenere stime precise sia per quanto riguarda la diffusione della padronanza dell’esperanto, sia per quanto riguarda il numero degli associati alle organizzazioni che confluiscono nell’Associazione universale dell’esperanto (DEA). Per quanto riguarda il primo dato, le stime vanno da alcune centinaia di migliaia a quindici milioni, sparsi in tutto il mondo (ma in proporzione molto diversa da paese a paese). Peraltro il concetto di « padronanza » dell’esperanto non è chiaramente definibile, ed è certo che spesso vengono catalogate come parlanti esperanto persone che manifestano soltanto simpatia per l’idea ma non praticano affatto la lingua. Per quanto riguarda il secondo dato, le stime restano in ogni caso al di sotto delle 50.000 unità.
[7] Andrew Large, Op. cit., p. 201.
[8] Ibidem, p. 126.
[9] Vi è anzi motivo di ritenere che l’apprendimento dell’inglese fin dall’inizio del periodo scolare, e quindi la sua padronanza pressoché perfetta fin dall’infanzia, in aggiunta a quella della propria lingua materna, lascerebbe ai giovani più tempo e più energie per apprendere in una fase successiva altre lingue di cultura.
[10] Il problema del rapporto tra lingua e cultura è molto complesso e controverso, e in questa sede è impossibile fame più che un rapido cenno. Si deve comunque ricordare che, da Humboldt in poi, fino ad arrivare ai sofisticati studi di Quine sulla sinonimia, nessuno mette più in dubbio che una parte dei significati di una lingua può essere compresa soltanto analizzando la lingua in questione nel contesto culturale nel quale viene usata. Se quindi si ipotizza il caso di due culture profondamente diverse, che entrino in contatto per la prima volta, è indubbio che, per un certo periodo, un certo numero di espressioni delle rispettive lingue risulteranno intraducibili.
Quando, pur tenendo conto di questo dato di fatto, si parla, sulla scia di Sapir, della neutralità della lingua rispetto alla cultura, si intende soltanto dire che l’intraducibilità di una parte delle nostre due ipotetiche lingue sarà sempre un fatto storicamente contingente e non strutturale.
L’esperienza storica sta infatti a dimostrare che è sempre possibile — anche se con diversi gradi di difficoltà e impiegando un tempo più o meno lungo — imparare una lingua con una struttura anche molto diversa dalla propria e quindi acquisire la competenza necessaria a far da interprete tra due interlocutori che parlano ciascuno soltanto uno dei due linguaggi in questione. Ciò significa che, dopo un periodo più o meno lungo di apprendimento, è sempre possibile usare la propria lingua per esprimere contenuti di un’altra cultura e, inversamente, usare un’altra lingua per esprimere i contenuti della propria cultura.
Questo può accadere perchè al di sotto delle differenze tra le culture esiste comunque un modo di vedere il mondo grosso modo comune a tutti gli uomini, che consente a tutti di disporre di alcuni punti di riferimento e di alcune regole di trasformazione comuni, grazie ai quali è possibile una prima approssimativa commutazione del codice linguistico di ciascuno in quelli di tutti gli altri. Siamo qui in presenza di qualcosa che quantomeno somiglia alla grammatica universale di Chomsky. Su questa base è poi possibile avanzare verso la comprensione degli aspetti più estranei delle rispettive culture e alla traduzione delle relative espressioni linguistiche — eventualmente mediante uno strumento che ha avuto un ruolo decisivo nella formazione di tutte le lingue europee: il prestito.
Poiché i contatti tra le culture divengono, con il procedere del cammino della storia, sempre più intensi — tanto che ormai non esiste praticamente più alcun gruppo umano che si possa considerare completamente isolato dal punto di vista culturale — aumentano di pari passo la comprensione tra le culture e la traducibilità delle lingue — anche se ciò non significa che debba venir meno la molteplicità delle une e delle altre.
La competenza linguistica degli uomini è destinata quindi ad affinarsi e ad assolvere sempre meglio il suo compito di approfondire la comprensione reciproca, sia grazie alla diffusione del plurilinguismo, sia grazie all’ampliamento delle possibilità espressive e denotative di ogni singolo linguaggio.
Mi pare quindi corretto concludere che, se è vero che la storia di ogni singola lingua non può essere capita se non si inserisce in quella della cultura (ma in genere sarebbe più corretto dire delle culture) alla quale essa è servita da strumento di espressione, ciò non intacca la sua sostanziale neutralità rispetto alla cultura in quanto la lingua, grazie alla sua capacità di evolvere e di appropriarsi di significati sempre nuovi e diversi, ha in sé il potere di esprimere qualunque contenuto culturale.
[11] « La forza di una lingua, scrive Goethe (cit. da Adolf Bach, Geschichte der deutschen Sprache, 9. Auflage, VMA-Verlag, Wiesbaden, p. 472), non sta nel respingere ciò che le è estraneo, ma nell’appropriarsene ». Va da sé che questa affermazione vale soltanto per lingue ormai ben strutturate e standardizzate da una consolidata tradizione letteraria. Essa non potrebbe essere estesa ai dialetti, che sono così variabili e così aperti alle influenze esterne da potersi rendere irriconoscibili nel giro di pochi decenni. È così che, per esempio, nel Salento, come nota Gerhard Rohlfs (« Tra Latini e Greci nel Salento », in Calabria e Salento. Saggi di storia linguistica, Ravenna, Longo Editore, 1980, p. 54), i paesi grecanici, sotto l’influenza delle parlate italiche della regione circostante, sono passati da 34 nel 1500, a 15 alla fine del 1700, per ridursi oggi soltanto a 8.
[12] Cfr. il bel volumetto di Robert Burchfield, The English Language, Oxford, OUP, 1985, pp. 159 sgg., nonché J. Edwards, Op. cit., pp. 30 sgg.
[13] Cfr. J. Edwards, Op. cit., pp. 27 sgg.
[14] Per la complessa storia delle lingue balcaniche v. Eugen Lemberg, Nationalismus, Reinbeck bei Hamburg, Rohwolt Verlag, 1964, Vol. I, pp. 152 sgg.
[15] Per il caso del Kenya, v. L. Harries, « The Nationalisation of Swahili in Kenya », in C. Kennedy, Op. cit., pp. 118 sgg. Per il caso dell’India v. M.V. Nadkarni, « Cultural Pluralism as a National Resource. Strategies for Language Education », ibid., pp. 151 sgg. Per il caso della Malaysia v. J.K.P. Watson, « Cultural Pluralism, Nation-Building and Educational Policies in Peninsular Malaysia », ibid., pp. 132 sgg. Infine, per il caso del Camerun, v. L. Todd, « Language Options for Education in a Multilingual Society: Cameroon », ibid., pp. 160 sgg.
[16] Op. cit., pp. 71 sgg.
[17] Ferdinand de Saussure, Cours de linguistique générale, Paris, Payot, 1966, pp. 275-6.
[18] Cfr. J. Edwards, Op. cit. pp. 99 sgg. V. anche Edmond Orban, La dynamique de la centralisation dans l’Etat fédéral: un processus irréversible?, Montréal, Québec-Amérique, 1984. pp. 119 sgg.
[19] Edwards (op. cit., p. 177), citando Pandit, a dimostrazione del fatto che in certe regioni il multilinguismo viene praticato quotidianamente, ma sempre a condizione che ogni strumento espressivo abbia un suo uso specializzato, fa l’esempio « di un uomo d’affari di Bombay, il cui idioma domestico è un dialetto Kathiawari di Gujerati. Egli usa il Marathi nei mercati locali e l’Hindustani alla stazione ferroviaria (questa varietà, nota Pandit, viene usata in un contesto pan-indiano, ma a livello popolare; quindi va bene alla stazione, ma non se ci si rivolge ad una hostess in un volo internazionale). Sul lavoro — l’uomo d’affari è un mercante di spezie — la lingua usata è il Kacchi. Nel tempo libero, egli può vedere films in Hindustani o in inglese e probabilmente leggere un giornale scritto in una variante di Gujerati più standardizzata della sua forma materna ».
[20] Non è certo in questa sede che si può affrontare il complesso tema dei rapporti tra oralità e scrittura trattato con grande ricchezza di riferimenti culturali da Walter J. Ong (Orality and Literacy. The Technologizing of the Word, London and New York, Methuen, 1982; trad. it. Oralità e scrittura, Bologna, Il Mulino, 1986). È comunque interessante ricordare che la prospettiva del ricupero dei dialetti — cioè di idiomi di impiego quasi esclusivamente orale — nei confronti delle lingue nazionali — la cui nascita e standardizzazione è legata all’interiorizzazione della scrittura e soprattutto della stampa — si ripresenta storicamente nel mondo industrializzato alle soglie dell’era elettronica, caratterizzata dalla ripresa dell’oralità, anche se in una forma secondaria. Si deve ricordare anche che la nascita e la diffusione della stampa hanno coinciso temporalmente con la gestazione, la nascita e il rafforzamento dello Stato nazionale, e che al dominio incontrastato della comunicazione scritta ha corrisposto la disgregazione dei legami comunitari che costituiscono la cornice indispensabile della comunicazione orale; mentre l’avvento del modo di produzione post-industriale crea le condizioni di possibilità per il ripristino di vitali comunità locali dotate di un’autonomia istituzionalmente garantita e quindi per il rafforzamento della comunicazione orale attraverso il ricupero dei dialetti.

Condividi con