Anno XXXIII, 1991, Numero 3 - Pagina 173

 

 

Che cos’è l’internazionalismo*

 

LUCIO LEVI

 

 

1. Introduzione.

 

I grandi movimenti rivoluzionari liberale, democratico, nazionale e socialista, che dalla fine del XVIII secolo, a partire cioè dalla rivoluzione francese, hanno affermato nuovi modelli di convivenza politica, sono stati caratterizzati, fin dall’origine, da una forte componente internazionalistica. La parola internazionalismo esprime innanzitutto l’idea che è impossibile pensare i valori della libertà, dell’uguaglianza, dell’indipendenza nazionale e della giustizia sociale come principi validi per un solo paese e limitati al solo spazio nazionale. E’ intrinseco alla natura di questi valori il carattere dell’universalità. Di conseguenza, la loro realizzazione nell’ambito nazionale non poteva essere intesa altrimenti che come una tappa necessaria ad aprire la strada alla loro estensione a livello europeo e mondiale.

 

2. La dimensione universalistica della rivoluzione francese e della rivoluzione russa.

 

Con la rivoluzione francese, le relazioni internazionali, che fino allora erano state quasi esclusivamente relazioni tra re e tra principi, assumono un carattere nuovo: diventano relazioni tra nazioni. In altri termini, i popoli diventano sempre più attivi sulla scena politica internazionale.

Nella lotta contro il principio dinastico, che costituiva il fondamento delle monarchie assolute, la borghesia fu portatrice di valori cosmopolitici e internazionalistici.

L’internazionalismo liberal-democratico proclamava il carattere universale dei valori di libertà, uguaglianza e fraternità. Lo spirito della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino era di proclamare dei principi universali, che prescindevano da ogni determinazione nazionale. Tali principi, affermatisi con la rivoluzione francese, erano proiettati sul piano universale e riferiti alle nazioni, le quali, a mano a mano che si fossero liberate dal governo ingiusto e arbitrario dei monarchi, sarebbero diventate protagoniste della vita politica internazionale. Tutto ciò poneva in termini nuovi i problemi dell’ordine internazionale e rendeva pensabile l’affratellamento di tutti i popoli, che avevano conquistato i diritti democratici, e la pace universale, come risultato dell’affermazione universale del principio della sovranità popolare.

L’affermazione della democrazia in Francia avrebbe consentito di avviare un processo di trasformazione delle relazioni internazionali. L’unificazione e la pacificazione del mondo sarebbero state il risultato di un movimento di espansione attorno a un nucleo rivoluzionario, rappresentato dal primo Stato democratico.

L’internazionalismo socialista si fondava sull’affermazione del carattere universale dei valori di emancipazione sociale, di cui il proletariato era portatore. Esso trovava la sua giustificazione pratica nell’esigenza di unificare la lotta dei lavoratori di tutti i paesi contro l’organizzazione mondiale del capitalismo. L’appello: «Proletari di tutto il mondo unitevi!», con il quale si conclude il Manifesto dei comunisti, il testo che contiene la prima formulazione teorica compiuta dell’internazionalismo socialista, non è che l’espressione di questa esigenza.

Secondo la teoria leninista, la rivoluzione russa non è che la prima tappa di un processo rivoluzionario più generale, generato dalla crisi del sistema capitalistico e destinato a estendersi a tutto il mondo. Essa inserisce nel sistema mondiale degli Stati un principio di contraddizione, che tende a trasformarlo radicalmente: modificando la natura dello Stato, modifica anche le regole alle quali obbediscono le relazioni internazionali.

Infatti, secondo la concezione marxistica, dovunque si sostituisce il potere proletario al dominio borghese, non soltanto tendono a scomparire gli antagonismi tra le classi, ma anche tra gli Stati. L’Unione Sovietica sarebbe dunque l’embrione di un’organizzazione socialista universale in seno alla quale la violenza, come strumento per risolvere i conflitti internazionali, non avrebbe più ragione di esistere.

Nei momenti in cui la continuità della storia è stata interrotta da profonde fratture di carattere rivoluzionario, come la rivoluzione francese o la rivoluzione russa, si sono dunque manifestate, insieme alle aspirazioni di emancipazione da ogni forma di oppressione all’interno dello Stato, anche gl’ideali di pace e di solidarietà universale. Tuttavia, tali rivoluzioni, come dice l’espressione che le designa, sono avvenute in un solo paese, mentre la rivoluzione è mondiale e universale. Realizzati i principi del governo democratico e socialista, sono diventate prigioniere dello Stato che hanno trasformato. Di conseguenza, i principi di libertà e di uguaglianza sono entrati in decadenza, perché, in un mondo di Stati indipendenti e sovrani in lotta tra loro, devono essere sacrificati, ogniqualvolta sia necessario, alla ragion di Stato. Tuttavia, i valori della pace e della solidarietà tra tutti gli uomini, che costituiscono una componente essenziale del pensiero rivoluzionario, non sono mai scomparsi dalla corrente sotterranea della storia e oggi, in un mondo in cui la guerra è diventata un fenomeno così distruttivo da minacciare la stessa esistenza fisica del genere umano, la loro realizzazione è diventata la condizione di ogni progresso.

 

3. Natura dell’internazionalismo.

 

Quando si parla di internazionalismo liberale, democratico e socialista si intende una specifica concezione delle relazioni internazionali, delle cause della guerra e dei mezzi per realizzare la pace e l’ordine internazionale, si intende cioè una teoria e una prassi volte a realizzare la solidarietà internazionale tra i popoli, i partiti, le classi e così via.

Il pensiero liberale individua la causa fondamentale delle guerre nella struttura aristocratica (nel campo politico) e mercantilistica (nel campo economico) degli Stati. L’affermazione di governi rappresentativi e lo sviluppo del commercio internazionale avrebbero spento, di conseguenza, le tendenze bellicose degli Stati. Benjamin Constant scrisse a questo proposito: «E’ chiaro che più la tendenza commerciale domina, più la tendenza bellicosa deve indebolirsi».[1]

Il pensiero democratico d’altra parte imputa le guerre al carattere autoritario dei governi. La pace sarebbe stata la conseguenza necessaria dell’instaurazione della sovranità popolare. Thomas Paine, riflettendo sulla rivoluzione francese, scrisse a questo proposito: «La sovranità monarchica, nemica dell’umanità e fonte di miseria, è abolita; e la sovranità stessa è ristabilita al suo posto naturale, la Nazione. Se ciò, avvenisse dappertutto in Europa, la causa delle guerre sarebbe rimossa».[2]

Anche per i fondatori del movimento nazionale, nazione e umanità non sono termini contraddittori, ma complementari. Per esempio, la Giovine Europa, che Giuseppe Mazzini costituì nel 1834, è contrapposta alla vecchia Europa della Santa Alleanza, della conservazione, del privilegio, delle divisioni e delle discordie. La nuova Europa, nata dall’emancipazione delle nazioni, avrebbe segnato l’inizio di una nuova fase storica nel corso della quale si sarebbero sviluppate la solidarietà umana e la fratellanza tra i popoli, virtù che avrebbero permesso a tutti i popoli europei di collaborare al progresso dell’intero genere umano. «Ogni lavoro collettivo», scrisse Mazzini, «esige una divisione del lavoro. L’esistenza delle nazioni è la conseguenza di questa necessità. Ogni nazione ha una missione, un ufficio speciale nel lavoro collettivo, una attitudine speciale a compiere l’ufficio: è quello il suo segno, il suo battesimo, la sua legittimità. Ogni nazione è un operaio dell’umanità, lavora per essa, perché si raggiunga a pro di tutti il fine comune: se tradisce l’ufficio e si stravolge nell’egoismo, decade e soggiace inevitabilmente a una espiazione più o meno lunga, proporzionata al grado di colpa».[3]

Infine il pensiero socialista, sviluppando queste analisi, ha individuato nel capitalismo la causa ultima delle guerre e ha indicato nell’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione la trasformazione sociale, che, permettendo di superare l’antagonismo tra le classi, avrebbe eliminato l’imperialismo e la guerra. Karl Marx e Friedrich Engels così scrivono nel Manifesto del Partito Comunista, echeggiando la concezione liberale: «Le separazioni e gli antagonismi nazionali dei popoli vanno scomparendo sempre più già con lo sviluppo della borghesia, con la libertà di commercio, col mercato mondiale, con l’uniformità della produzione industriale e delle corrispondenti condizioni di esistenza». E proseguono: «Il dominio del proletariato li farà scomparire ancor di più. Una delle prime condizioni della sua emancipazione è l’azione unita, per lo meno dei paesi civili. Lo sfruttamento di una nazione da parte di un’altra viene abolito nella stessa misura che viene abolito lo sfruttamento di un individuo da parte di un altro. Con l’antagonismo delle classi all’interno delle nazioni scompare la posizione di reciproca ostilità fra le nazioni».[4]

In conclusione, si può affermare che, quando i teorici liberali, democratici, nazionalisti e socialisti hanno pensato all’avvenire delle relazioni internazionali, hanno immaginato che i popoli, divenuti padroni del loro destino, grazie alla liberazione dal dominio monarchico e aristocratico o da quello borghese e capitalistico, non avrebbero più avuto motivi di conflitto.

Dopo aver passato rapidamente in rassegna queste quattro teorie delle relazioni internazionali, si può osservare che esse hanno in comune alcuni presupposti: spiegano la politica internazionale con le stesse categorie con le quali spiegano la politica interna, imputano le tensioni internazionali e le guerre esclusivamente alla natura delle strutture interne degli Stati e considerano la pace come una conseguenza automatica e necessaria della trasformazione delle strutture interne (politiche e/o economiche) degli Stati.

L’internazionalismo è dunque una concezione politica che, dal punto di vista teorico, non attribuisce alcuna autonomia al sistema politico internazionale rispetto alla struttura interna dei singoli Stati e alla politica estera rispetto alla politica interna e, dal punto di vista pratico, considera prioritarie le lotte per realizzare la libertà, l’uguaglianza, l’indipendenza nazionale e la giustizia sociale all’interno dei singoli Stati e assegna un ruolo subordinato agli obiettivi della pace e dell’ordine internazionale.

Se si vuole cercare di giungere a una comprensione storica delle basi reali di un punto di vista così diffuso, bisogna prendere in considerazione la struttura e la dinamica del sistema produttivo e del sistema mondiale degli Stati nel corso del XIX e del XX secolo. Ai nostri fini è sufficiente definire gli aspetti più generali del contesto storico nel quale si è affermata la tendenza all’internazionalismo.

 

4. La base materiale dell’internazionalismo: l’interdipendenza e la politica mondiale.

 

Per quanto riguarda il primo aspetto, cioè l’identificazione della base materiale dell’internazionalismo, va osservato che lo sviluppo del modo di produzione industriale, in una prima fase, ha determinato l’estensione delle relazioni di produzione e di scambio e di tutti gli altri aspetti della vita sociale ad esse direttamente o indirettamente collegate, prima confinate entro i limiti delle comunità locali e regionali, alle collettività nazionali. Successivamente, le relazioni sociali si sono estese progressivamente al di là dei confini degli Stati, hanno fatto uscire le singole società nelle quali è diviso il genere umano dal loro originario isolamento e hanno reso ogni società sempre più dipendente dalle altre. Si è così formato un sistema economico-sociale di dimensioni mondiali, il mercato mondiale, dal quale dipendono tutti gli uomini per il soddisfacimento dei loro bisogni.

Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione e di trasporto ha avvicinato ancora di più i popoli e unificato la vita sociale del pianeta. L’ideologia internazionalistica riflette indubbiamente questo processo.

Bisogna, d’altra parte, considerare che il fondamento reale di questo atteggiamento corrisponde a una fase della storia d’Europa nella quale la stabilità politica internazionale non era turbata da seri problemi. Dal 1815 al 1914, cioè dal Congresso di Vienna alla prima guerra mondiale, l’Europa visse una fase storica di eccezionale stabilità politica internazionale, che Karl Polanyi ha chiamato «la pace dei cento anni». «A parte la guerra di Crimea, un avvenimento più o meno coloniale», egli osserva, «Inghilterra, Francia, Prussia, Austria, Italia e Russia furono impegnate a farsi la guerra in tutto soltanto per diciotto mesi».[5]

La formazione e lo sviluppo del mercato mondiale sono impensabili al di fuori di queste condizioni politiche. Nel creare e nel mantenere tali condizioni, la Gran Bretagna svolse un ruolo determinante. Quest’ultima era il primo paese industriale e aveva accumulato un vantaggio tale rispetto agli altri Stati, che aveva un concreto interesse al mantenimento e allo sviluppo della libertà degli scambi internazionali, perché poteva esercitare un ruolo dominante sul mercato mondiale. La direzione politica di Londra, con il sussidio di due strumenti, uno monetario e l’altro militare, assicurava dunque il funzionamento del mercato mondiale. Il primo strumento era il sistema monetario internazionale, fondato sull’egemonia della sterlina ancorata all’oro, il secondo era il predominio della marina britannica sui mari (le cannoniere della marina inglese servivano a mantenere aperte le vie commerciali con i paesi d’oltremare).

Così si comprende come lo sviluppo ordinato del sistema politico ed economico internazionale non fosse il frutto di un ordine di natura, come pretendevano i sostenitori del libero scambio, ma di fortunate circostanze storicamente transitorie. Ma si comprende anche perché le ideologie liberale, democratica, nazionale e socialista abbiano assegnato ai problemi dell’ordine internazionale un ruolo subordinato. Esse furono formulate in un’epoca nella quale il movimento storico metteva all’ordine del giorno il problema della trasformazione delle strutture interne degli Stati, mentre la pace appariva come una conseguenza necessaria di quelle trasformazioni. La cultura politica dominante sembrava dare dunque una risposta soddisfacente all’aspirazione alla pace, perché la stabilità politica ed economica internazionale mascherava gli aspetti ideologici dell’internazionalismo. Lo scoppio della prima guerra mondiale mise in luce la totale impotenza di quel punto di vista a prevedere, a comprendere e a evitare quell’immane catastrofe storica. E la classe politica europea, che ispirava la propria azione a quel punto di vista, si rivelò incapace di controllare le forze cieche suscitate dalla decadenza storica del sistema europeo degli Stati.

I limiti dell’internazionalismo sono i limiti delle ideologie tradizionali, le quali considerano la lotta per affermarsi sul piano nazionale come sufficiente alla realizzazione dei loro obiettivi politici. Fondando la loro interpretazione della realtà sociale sull’esigenza di difendere interessi nazionali o di classe, hanno finito col diventare prigioniere degli schemi della cultura nazionale, la quale spiega la politica internazionale in termini di «primato della politica interna».

Una delle espressioni teoriche più diffuse nel nostro tempo di questo punto di vista è l’interpretazione economica della guerra, che ha trovato la formulazione canonica nell’opuscolo di Lenin sull’imperialismo, nel quale si legge che «la base economica più profonda dell’imperialismo è il monopolio».[6] Questa teoria non è che l’esempio di una delle varie spiegazioni unilaterali della politica internazionale, un tentativo di giungere alla conoscenza del sistema degli Stati a partire dallo studio di un solo aspetto della realtà sociale, come l’uomo (spiegazioni di carattere psicologico o biologico, centrate sul fattore determinante dell’aggressività) o la struttura dei singoli Stati (spiegazioni a carattere politico, che privilegiano l’analisi della struttura del regime politico, per esempio l’autoritarismo delle monarchie).

A proposito dell’interpretazione economica della guerra, Lord Lothian ha osservato: «La divisione del mondo in Stati sovrani ha preceduto di molto il capitalismo moderno. Il capitalismo non causa la guerra all’interno di uno Stato. Né potrebbe provocare la guerra in seno a una federazione di Stati. E’ la divisione dell’umanità in Stati sovrani che ostacola il pacifico funzionamento del capitalismo come forza internazionale e origina la guerra, e non il capitalismo la causa della divisione del mondo in un insieme anarchico di Stati sovrani».[7]

Il punto di vista sul quale si basano queste considerazioni è quello della teoria della ragion di Stato, che risale a Machiavelli e ispira una parte degli studiosi contemporanei di relazioni internazionali, come Hans Morgenthau, Raymond Aron e Kenneth Waltz. Il concetto-base di questa teoria è che, a causa della divisione dell’umanità in Stati sovrani, che non riconoscono nessun potere superiore, il mondo si governa con la guerra e con la forza. Di conseguenza, la sicurezza occupa il primo posto nella scala di priorità delle scelte dei governi e ad essa sono sacrificati, se necessario, i principi della morale e del diritto.

Esistono tuttavia due differenti interpretazioni della ragion di Stato: quella nazionalistica, che concepisce la divisione dell’umanità in Stati sovrani come un dato eterno, e quella federalistica, che considera questa realtà come storicamente transitoria. L’interesse di quest’ultima risiede nel fatto che tende a eliminare la forza dalla politica internazionale, superando progressivamente l’anarchia delle sovranità nazionali e fondando la sicurezza degli Stati non sulle forze armate, ma su un governo federale capace di risolvere sulla base del diritto i conflitti tra gli Stati.

Va segnalato a questo proposito che, durante la prima guerra mondiale, ci fu chi, pur appartenendo alla corrente social-comunista (Lev Trotskij) o a quella liberal-democratica (Luigi Einaudi), cercarono di trarre una lezione dai fatti nuovi e imprevisti che segnano una svolta nel corso della storia. Comincia infatti a farsi strada un’idea nuova che attribuisce alla crisi dello Stato nazionale la responsabilità della guerra e indica un’alternativa precisa: gli Stati Uniti d’Europa, intesi come tappa verso l’unificazione del mondo. In altri termini, la guerra è interpretata come la conseguenza della contraddizione tra l’internazionalizzazione del processo produttivo e la divisione del mondo in Stati sovrani in conflitto tra di loro. Einaudi ha definito la guerra mondiale come «lo sforzo cruento per elaborare una forma politica di ordine superiore» agli Stati nazionali[8] e Trotskij come «la rivolta delle forze produttive sviluppate dal capitalismo contro la forma statale nazionale della loro utilizzazione».[9]

Tutto ciò mostra che c’è un aspetto negativo dello sviluppo tecnologico: ogni conflitto rischia di estendersi al mondo intero. Le guerre mondiali sono l’espressione negativa della tendenza storica verso l’unificazione dell’Europa e del mondo. Il carattere totale assunto dalla guerra nell’era industriale mostra che gli uomini hanno acquisito il potere di distruggere il mondo, ma non ancora di governarlo. Ciò dipende dal fatto che il mondo è organizzato in nazioni indipendenti e sovrane, che nel momento della loro formazione e per secoli, avevano rappresentato un principio di ordine nel caos della politica, ma che ormai non corrispondono più alla nuova situazione di un mondo sempre più strettamente interdipendente nelle sue parti.

Lo sviluppo dell’interdipendenza ha reso sempre più stretti i rapporti tra gli Stati e ha accresciuto la necessità di regolare problemi di politica economica, monetaria, energetica, sociale, ambientale, culturale, ecc. sul piano internazionale. Su questa base si è formato il sistema mondiale degli Stati, che ha dato alla politica una dimensione mondiale. Il tradizionale metodo della diplomazia si è rivelato inadeguato a regolare questioni che hanno assunto sempre più il carattere di problemi di governo.

A questo punto è opportuno prendere in esame le istituzioni e le norme che l’internazionalismo ha elaborato al fine di garantire la pace e l’ordine internazionale: il diritto internazionale e le organizzazioni internazionali, la creazione di un ordine liberistico internazionale e l’organizzazione di movimenti politici internazionali, come le Internazionali operaie.

 

5. Il diritto internazionale e le organizzazioni internazionali.

 

Il fondamento del diritto internazionale sta nel fatto che gli Stati, non essendo entità isolate, sono spinti a regolamentare sia le attività governative, sia quelle non governative che si svolgono sul piano internazionale. Tuttavia, mentre all’interno dei singoli Stati, quando qualcuno ricorre alla forza, altri possono appellarsi alle pubbliche autorità per infliggere le sanzioni, nel sistema politico internazionale, in mancanza di un tribunale e di una forza di polizia, ogni Stato è spinto a farsi giustizia da sé. In una società anarchica, come quella internazionale, nella quale gli Stati non hanno rinunciato all’autotutela, il posto che occupa il diritto internazionale è problematico. Esso è stato definito da Hans Kelsen «un diritto primitivo», che può essere compreso solo «se distinguiamo – come fa l’uomo primitivo – fra l’uccidere come illecito e l’uccidere come sanzione». Kelsen, in altre parole, afferma che il carattere giuridico del diritto internazionale «dipende dalla possibilità... di assumere... che... la guerra è proibita in linea di principio e permessa soltanto come sanzione, cioè come reazione ad un illecito».[10]

D’altra parte, i sostenitori della concezione imperativistica del diritto obiettano che, fondandosi il diritto internazionale sul principio pacta sunt servanda rebus sic stantibus, sono i singoli Stati a decidere quando sia avvenuto un mutamento della situazione che giustifichi una modifica dei trattati. Più in generale, essi affermano che, in mancanza di un organo centrale che abbia il potere di applicare le norme del diritto internazionale, i singoli Stati sono liberi di uniformarsi o meno, a loro discrezione, a quelle norme. Ed è ovvio che, quando manca l’accordo, si apre la strada al ricorso alla forza. Come ha osservato Kant, il diritto internazionale «presuppone la separazione di molti Stati vicini e indipendenti», che è «già di per sé uno stato di guerra». Il campo di battaglia è dunque il tribunale nel quale si decidono in ultima istanza i conflitti tra gli Stati, ma la vittoria conquistata con la forza delle armi, scrive Kant, «non decide la questione di diritto e il trattato di pace può ben porre fine alla guerra attuale, ma non allo stato di guerra (cioè alla possibilità di trovar pretesti per una nuova guerra)».[11]

Lo stesso limite hanno le organizzazioni internazionali, che, a partire dalla Società delle Nazioni, hanno cercato di costringere gli Stati a una composizione pacifica dei conflitti. Quando la prima guerra mondiale rivelò che l’organizzazione dell’Europa era radicalmente incompatibile con lo sviluppo delle forze produttive e con l’ordine internazionale, si è imposto a tutti il problema di dare una cornice giuridico-istituzionale alle relazioni internazionali e fu istituita la Società delle Nazioni. Quest’ultima era, come sarà poi l’ONU, l’espressione di una consapevolezza e di un’esigenza in parte comuni al pensiero federalista: che il problema della pace non può essere risolto attraverso la trasformazione del regime politico o del sistema produttivo dei singoli Stati e che quindi è necessario creare specifici strumenti di organizzazione internazionale.

La Società delle Nazioni si presentava come una sorta di «Parlamento del mondo» o di «Internazionale delle nazioni» e la sua istituzione sembrava rappresentare il trionfo definitivo dell’idea democratica. Tuttavia, il principio nazionale ha moltiplicato il numero degli Stati, determinando, all’epoca della prima guerra mondiale, il crollo degl’imperi multinazionali e la balcanizzazione dell’Europa e, dopo la seconda guerra mondiale, la balcanizzazione del Terzo mondo a seguito della disgregazione degl’imperi coloniali. L’esperienza storica ha mostrato che la democrazia, soffocata in spazi troppo stretti, è condannata a morire di asfissia e che la generalizzazione del principio nazionale tende ad aggravare l’anarchia internazionale, che né la SdN, né l’ONU sono riuscite a frenare. Infatti, alla base del patto che istituiva la SdN, così come della carta dell’ONU, c’è il principio dell’intangibilità delle sovranità nazionali, che non ammette nessun limite all’esercizio della sovranità degli Stati. Di conseguenza, le decisioni importanti sono prese all’unanimità e il diritto di veto protegge i singoli Stati contro gli atti che minacciano la loro sovranità. Si tratta, in sostanza, di meccanismi diplomatici, non di strumenti costituzionali di governo delle relazioni internazionali. Ciò è messo in evidenza dal fatto che il solo mezzo di cui queste organizzazioni dispongono per fermare uno Stato aggressore e per far rispettare il diritto internazionale è la minaccia, o l’impiego effettivo, della forza. In altri termini, per garantire la pace, sono costretti a ricorrere alla guerra.

Lord Lothian, cercando di dare una valutazione complessiva della natura e dei limiti della SdN (ma il suo giudizio può essere esteso all’ONU) scrisse: «Alla Società delle Nazioni non si può chiedere di svolgere le funzioni di uno Stato mondiale. Essa non può porre fine completamente alla guerra... Se si vuole che la Società delle Nazioni abbia successo come sistema intermedio, bisognerà che i suoi membri siano risolutamente convinti che le ingiustizie possono essere riparate e i trattati essere modificati attraverso il ricorso alle sue procedure collettive, che essi possono fare affidamento l’uno sull’altro per essere garantiti contro qualsiasi aggressione prima che tali procedure collettive siano esperite e che, qualora una guerra dovesse scoppiare in seguito a qualche controversia rispetto alla quale il ricorso a mezzi pacifici si fosse dimostrato inutile, essa potrebbe essere localizzata in modo da impedire la sua degenerazione in una guerra mondiale».[12]

D’altra parte, come ha messo in luce Stanley Hoffmann, un altro autore che ha dedicato una parte importante della sua opera allo studio dei «sistemi intermedi», esiste uno stretto legame tra «solidità e autorità» delle norme del diritto internazionale, da una parte, e «stabilità» del sistema delle relazioni internazionali, dall’altra. In termini simili a Lothian egli osserva che «se guardiamo alle relazioni tra gli Stati, scopriamo una vasta gamma di situazioni che stanno fra quella di un mitico Stato-isolato... e quella dello Stato-membro di una federazione». E propone come esempio di sistema stabile il concerto europeo. «In un sistema stabile, come quello del XIX secolo», egli scrive, «la sovranità è un insieme formato abbastanza chiaramente da poteri nettamente delimitati: il mondo appare come una giustapposizione di unità ben definite, i cui rispettivi diritti sono nettamente delimitati, che accettano poche eccezioni al principio della assoluta giurisdizione territoriale, e che hanno pochi legami istituzionali: la cooperazione è organizzata dalla diplomazia e dal mercato».[13]

Analogamente, in seno alle organizzazioni internazionali è possibile distinguere un ampio ventaglio di situazioni, che vanno dalla forma più allentata, tipica di istituzioni, come la SdN, che hanno semplicemente il compito di favorire la soluzione dei conflitti tra gli Stati, fino alle istituzioni che governano un processo di integrazione economica e di unificazione politica, come la Comunità europea nella sua forma attuale.

Per quanto riguarda in particolare la Comunità europea, essa mostra che l’integrazione economica (la formazione di uno spazio economico unificato) e l’unificazione politica (la creazione di strutture politiche sovrannazionali, come il Parlamento europeo eletto a suffragio universale) riposano su due condizioni strutturali. La prima è l’interdipendenza economica e sociale tra le nazioni. La seconda è la scomparsa degli antagonismi militari tra gli Stati.

E’ ovvio che la premessa del processo di integrazione economica è la scomparsa della guerra come mezzo per risolvere i conflitti internazionali. E’ vero che, secondo il punto di vista federalistico (da Kant a Lord Lothian), la pace può essere garantita solo attraverso la federazione. Tuttavia una «comunità di sicurezza» deve essere considerata come la condizione fondamentale di qualsiasi processo di integrazione. Questa espressione, coniata da Richard Van Wagenen, è uno dei concetti-chiave di uno studio comparativo di sedici casi storici di unificazioni politiche nell’area nord-atlantica. Una comunità di sicurezza è definita come un’area «nella quale c’è una reale garanzia che i membri di quella comunità non combatteranno fisicamente gli uni contro gli altri, ma regoleranno le loro controversie in qualche altro modo».[14]

Questo concetto può essere utilmente impiegato per interpretare il processo di integrazione europea. In effetti, quest’ultimo ha prodotto un completo cambiamento per quanto riguarda le aspettative di guerra. La politica di potenza è scomparsa, determinando una profonda trasformazione nelle relazioni tra gli Stati. La cooperazione, invece dell’antagonismo, è diventata la tendenza di fondo della politica estera degli Stati-membri della Comunità europea.

Questo fenomeno comincia a manifestarsi sul piano mondiale. Da una parte, l’interdipendenza riflette bisogni oggettivi, che sono vitali per la sopravvivenza dell’umanità: la sicurezza nei confronti della minaccia nucleare, la protezione dell’ambiente e il superamento del sottosviluppo del Terzo mondo. Anche le superpotenze sono diventate incapaci di risolvere questi problemi globali, che richiedono un grado elevato di cooperazione. D’altra parte, il disarmo sta sostituendo la corsa agli armamenti, perché gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica non possono continuare a sostenere il costo della corsa agli armamenti e del confronto militare. Di conseguenza, sono costretti a cooperare. «Unirsi o perire», la formula che Aristide Briand usò in riferimento agli Stati europei nel periodo tra le due guerre, si adatta oggi alle superpotenze ed è destinata a diventare il filo conduttore del processo di unificazione mondiale, nel contesto della trasformazione dell’ONU in un governo mondiale. Non a caso, chi, come Mikhail Gorbaciov ha cercato di formulare un «nuovo pensiero politico» adeguato ai problemi nuovi della nostra epoca, sostiene la priorità dell’obiettivo della «sopravvivenza dell’umanità», la riorganizzazione delle relazioni internazionali sulla base dei principi della «sicurezza reciproca» e della «difesa non offensiva», il rafforzamento dell’ONU e la creazione di una nuova organizzazione euro-russo-americana, la «Casa comune europea».[15]

 

6. L’ordine liberistico internazionale.

 

Secondo il pensiero liberale, lo Stato deve ridurre al minimo il proprio intervento nelle relazioni economiche, per assecondare al massimo gl’interessi individuali e per assicurarne l’armonia nella società. Lo stesso principio deve valere per quanto riguarda l’intervento dello Stato nel commercio internazionale e il raggiungimento della prosperità del genere umano e della pace tra i popoli.

Abbiamo prima messo in luce i limiti di questo punto di vista, che non tiene conto dei condizionamenti politici del commercio internazionale, per esempio del ruolo dell’egemonia navale e commerciale della Gran Bretagna, che assicurò l’unità del mercato mondiale nel XIX secolo o del ruolo corrispondente degli Stati Uniti nel XX secolo. Ciò che si dimentica sempre è che sono stati proprio i grandi liberali (in primo luogo Lionel Robbins) a dimostrare la necessità dell’esistenza di uno Stato e di un vero e proprio «piano liberale» per l’esistenza di un vero mercato concorrenziale, nel quale le risorse siano impiegate e distribuite in modo ottimale. Robbins, criticando chi ritiene che il libero mercato sia qualcosa che si realizzerebbe spontaneamente, osserva che si tratta invece di un’istituzione che necessita di «un meccanismo atto a difendere l’ordine e la legge. Ma mentre questo meccanismo, per quanto imperfetto, esiste all’interno delle nazioni, non esiste invece un identico meccanismo che funzioni sul piano internazionale». Di qui la contraddizione nella quale cadono quei liberali che «all’interno di ciascuna nazione facevano affidamento sul potere coercitivo dello Stato per armonizzare, mediante misure restrittive, gl’interessi dei vari individui. Tra le nazioni, invece, essi contavano sull’evidenza dell’interesse comune e dell’inutilità della violenza. In altre parole, il loro punto di vista qui non era liberale, ma implicitamente anarchico».[16] In effetti, le leggi del mercato non funzionano senza un potere coercitivo, che offra a tutti una garanzia legale e una regolamentazione giuridico-amministrativa uniforme, che incanali l’attività economica negli argini del diritto.

Di conseguenza, in un mondo di Stati sovrani, le preoccupazioni politiche di carattere difensivo e offensivo tendono a prevalere su quelle di carattere strettamente economico relative all’impiego più produttivo delle risorse. Così le risorse produttive tendono a essere organizzate tenendo conto più delle esigenze di sicurezza dello Stato che dell’obiettivo del benessere dei cittadini. Questo è il quadro interpretativo che permette di spiegare il protezionismo e il nazionalismo economico, che si estesero in modo contagioso in tutto il mondo industrializzato nell’epoca delle guerre mondiali. Esaurita la fase storica dell’egemonia navale e commerciale della Gran Bretagna, che aveva assicurato l’unità del mercato mondiale, l’anarchia internazionale si aggravò e il bisogno di autosufficienza economica, indispensabile a garantire l’indipendenza dei singoli Stati in caso di guerra, divenne sempre più assillante. Il protezionismo fu lo strumento che gli Stati nazionali impiegarono per realizzare l’autosufficienza economica. Così, a differenza delle spiegazioni di ispirazione marxistica, che imputano il protezionismo alla struttura monopolistica del sistema economico, per Robbins la causa ultima del protezionismo è l’anarchia internazionale.

Per esempio, l’accessibilità delle materie prime, in condizione di pace, è solo funzione del prezzo. Ma poiché le relazioni internazionali sono dominate dalla guerra o dalla minaccia di ricorrervi, la lotta per il controllo delle materie prime, dal quale nessuno Stato vuole essere escluso, diventa una ragione di conflitti internazionali. La corsa alla spartizione delle colonie alla fine del secolo scorso illustra in modo esemplare come abbia operato questo meccanismo. Ma il contesto politico che lo rende attivo è l’organizzazione del mondo in Stati sovrani. Quindi, secondo Robbins, la riorganizzazione in senso federale delle relazioni internazionali permetterebbe di sottoporlo a un controllo democratico, eliminando il fattore che trasforma i conflitti economici in conflitti militari.

Il fatto è che, mentre «esiste un’economia mondiale, ...non esiste una politica mondiale». Di conseguenza, il controllo dell’economia, sia esso di tipo liberale o di tipo socialista, è possibile solo sul piano nazionale. Così, osserva Robbins, «il liberalismo internazionale non è un piano che sia stato tentato e che sia fallito: è un piano che non è mai stato messo integralmente in pratica, è una rivoluzione soffocata dalla reazione prima di aver potuto offrire un’esauriente prova di sé».[17]

Naturalmente, lo sviluppo delle relazioni economiche nel mercato mondiale è condizionato dalla distribuzione del potere politico nel sistema mondiale degli Stati. Ciò significa che, tra anarchia internazionale e federazione mondiale esistono situazioni intermedie, come quella caratterizzata dall’egemonia di uno Stato, le cui conseguenze sul mercato internazionale sono state ampiamente illustrate. Di particolare interesse è la situazione caratterizzata dalla convergenza tra le ragioni di Stato di un insieme di Stati, che è favorevole allo sviluppo di un processo di integrazione.

 

7. Le Internazionali operaie.

 

Nella società contemporanea si sono moltiplicate le organizzazioni non governative, che operano sul piano internazionale. E’ questa una delle conseguenze più vistose della sempre più stretta interdipendenza tra gli Stati. Per studiare questi soggetti, occorre una teoria adeguata. Molti studiosi di queste organizzazioni sostengono la tesi secondo cui lo sviluppo di questi fenomeni proverebbe che lo Stato non è più l’attore centrale nella politica internazionale.

Tuttavia, come ha affermato Kenneth Waltz, questa teoria, per essere fondata, dovrebbe dimostrare che «gli attori non-Stati si sviluppano al punto di competere o superare le grandi potenze e non solo gli Stati minori. Ma non ci sono segni concreti di ciò».[18] L’esperienza delle Internazionali operaie e delle società multinazionali ha mostrato che queste organizzazioni sono subordinate al sistema di potere nel quale operano (il sistema mondiale degli Stati), il quale fissa le regole cui obbediscono le organizzazioni non governative. E va sottolineato che queste ultime possiedono un limitato grado di autonomia politica sul piano internazionale.

Particolarmente significative sotto questo profilo sono le vicende delle Internazionali operaie. Nel momento decisivo della guerra, la solidarietà nazionale ha sempre avuto la prevalenza sul legame che unisce le classi lavoratrici del mondo intero. La guerra franco-prussiana fu l’evento che determinò questa prevalenza, diffuse sentimenti nazionalistici in seno alle nazioni in conflitto e inferse un colpo mortale alla Prima Internazionale. La prima guerra mondiale rappresenta il fattore che mandò in frantumi l’alleanza tra le classi operaie in seno alla Seconda Internazionale e determinò l’alleanza delle classi operaie dei singoli Stati con le borghesie nazionali contro il proletariato degli altri paesi. Ed è ancora la guerra (la seconda guerra mondiale) l’elemento che spiega lo scioglimento della Terza Internazionale. L’alleanza dell’Unione Sovietica con i maggiori paesi del mondo occidentale esigeva la cessazione di quello che si presentava come l’organo della rivoluzione mondiale, in nome di una collaborazione imposta dalla necessità di sconfiggere la Germania nazista e i suoi alleati. La sopravvivenza del Comintern era dunque diventata incompatibile con gli obiettivi imposti dalla ragion di Stato dell’Unione Sovietica.

Queste vicende delle Internazionali operaie permettono di illustrare una relazione spesso inosservata tra internazionalismo e anarchia internazionale. L’impotenza delle Internazionali di fronte alla guerra non è stata un accidente episodico, ma l’espressione di una tendenza strutturale. Le relazioni internazionali sono dominate da un meccanismo, che tende irresistibilmente a riprodurre, soprattutto nelle fasi di crisi più acuta del sistema politico internazionale, come le guerre, il fenomeno della divisione internazionale del movimento operaio e a far prevalere la solidarietà nazionale, anche tra classi antagonistiche, sulla solidarietà internazionale di classe. Questo meccanismo è l’anarchia internazionale. «Il socialismo internazionale non può resistere di fronte all’anarchia internazionale», ha scritto Barbara Wootton, commentando il fallimento della Seconda Internazionale. «Le esigenze della sicurezza nazionale, se non quelle di un abbietto nazionalismo, sono troppo forti. Finché non c’è altro mezzo che la guerra per affrontare il banditismo politico, il socialista si trova di fronte a un dilemma intollerabile: o deve prendere le armi contro i suoi compagni oppure soggiace all’aggressione. In generale esso ha scelto la prima delle due alternative. E il socialismo come movimento internazionale è in rovina». La conclusione della Wootton è che, se il socialismo internazionale è costretto a piegarsi all’anarchia internazionale, esso può affermarsi solo nel quadro di uno Stato. Infatti «l’esperienza ha dimostrato che è possibile creare confederazioni del lavoro capaci di un’azione concorde in una vasta estensione geografica, a condizione che non vadano oltre le frontiere di Stati indipendenti».[19]

Questa interpretazione permette di identificare le ragioni del fallimento dell’internazionalismo socialista, così come di ogni altra forma di internazionalismo, nella struttura oggettiva del sistema politico internazionale. L’organizzazione del potere politico, della lotta tra i partiti e tra le forze sociali, del consenso dei cittadini nel quadro nazionale, cioè l’inerzia delle istituzioni nazionali ha impedito di aprire al controllo del popolo e dei lavoratori i meccanismi di una società internazionale finora abbandonata allo scontro diplomatico e militare tra gli Stati, non regolato da leggi. Le procedure democratiche di formazione delle decisioni politiche e di organizzazione delle masse si arrestano ancora completamente ai confini degli Stati. Gl’individui, singolarmente o organizzati in partiti o in sindacati, non dispongono di alcuno strumento di azione politica al di là dei confini nazionali che non siano le procedure di vertice della politica estera. Ancora oggi le istituzioni attraverso le quali avviene la partecipazione democratica non consentono che di agire nel proprio paese. Di conseguenza, solo se si risolve il problema, trascurato dall’internazionalismo, di distruggere, o almeno di limitare, la sovranità nazionale esclusiva, causa ultima della politica di potenza e della guerra, diventa possibile piegare la politica internazionale alle stesse regole alle quali ubbidisce la politica interna.

D’altra parte, come ha osservato Robert Michels, non è possibile lottare contro la guerra con organizzazioni, come quella del partito, che sono subordinate allo Stato. Prendendo in esame le ragioni del fallimento della Seconda Internazionale, egli scrisse: «Le forze del partito, per quanto ben sviluppate, sono in complesso inferiori e subordinate alle forze del governo, così uno dei cardini della politica del partito diventa la buona regola di non spingere mai i suoi attacchi contro il governo oltre i limiti tracciati dal divario di forze combattenti; in altri termini di non mettere a repentaglio la vita del partito, la cui conservazione a poco a poco si fa l’obiettivo più eccelso di ogni sua azione politica. Così la forma esterna di esso partito, la sua organizzazione burocratica, prende definitivamente il sopravvento sulla sua anima, sul suo contenuto dottrinale e teorico, che viene sacrificato ogniqualvolta si trova a cozzare, in modo inopportuno, con i baluardi nemici. La fine di questa evoluzione regressiva è questa, che il partito, da mezzo per raggiungere uno scopo, man mano diventa scopo a sé stesso, e quindi incapace di resistere all’arbitrio statale quando questo si presenta accompagnato da una forte volontà.

Un tale partito è fatalmente fuori grado di sostenere una prova così terribile come quella di mantenere la fede ai migliori principii allorquando lo Stato, risoluto di fare la guerra e di schiacciare chiunque sbarri la via, minaccia, in caso di disobbedienza, le sue sezioni di scioglimento, la sua cassa di sequestro, i suoi maggiori uomini di fucilazione. Allora il partito piega, vende in fretta la sua anima internazionalista e si trasforma, per istinto di conservazione, in un partito patriota».[20]

In defInitiva, quando la sicurezza dello Stato è in pericolo ed è scattata la molla della mobilitazione militare, è un’illusione pensare di poter imporre ai governi un indirizzo politico differente con una politica di opposizione, ricorrendo a strumenti di azione che non hanno carattere militare, come lo sciopero generale. Del resto, tanto Marx quanto Lenin avevano criticato duramente la strategia dello sciopero generale contro la guerra, perché la ritenevano inefficace. Al contrario, essi pensavano che l’occasione della guerra dovesse essere utilizzata per sviluppare la strategia rivoluzionaria. La guerra, mettendo in pericolo l’esistenza stessa dello Stato, è sempre stata concepita dai rivoluzionari come un evento capace di determinare la rottura dell’apparato di potere dello Stato e di aprire la via a un cambiamento di regime. Lenin precisò questo punto di vista con la formula della «trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile», un’impresa che riuscì in Russia con la rivoluzione di ottobre.

Un altro limite della linea dello sciopero generale contro la guerra consiste nel fatto che essa avrebbe finito con il favorire gli Stati a regime autoritario, come la Russia, nei quali il diritto di sciopero non era riconosciuto, e avrebbe danneggiato solo gli Stati democratici.

D’altra parte, non si può affermare che le cause del fallimento della Seconda Internazionale risiedano nella debolezza istituzionale di organizzazione, come sembra pensare George Haupt. In un lavoro nel quale ha esaminato la storia dell’Internazionale socialista alla vigilia della seconda guerra mondiale, egli identifica il limite strutturale di questa organizzazione nella completa autonomia dei partiti membri, la quale rendeva estremamente difficile «mettere in opera le decisioni e controllarne l’applicazione» e impediva di superare le profonde divisioni politiche e ideologiche emerse nel suo seno.[21] Tuttavia, sulla base dell’interpretazione qui proposta, è logico concludere che questo fattore ha avuto un ruolo marginale. Anche una struttura sovrannazionale non sarebbe infatti stata in grado di operare efficacemente contro la guerra e sarebbe stata costretta a subire la logica della forza, che domina la politica internazionale. D’altra parte, in considerazione della relativa autonomia che possiedono le strutture organizzative dei partiti e dei movimenti politici sul piano internazionale, va sottolineato che una struttura a carattere sovrannazionale è tanto più efficace quanto più lontana è la prospettiva della guerra e forte la cooperazione tra gli Stati.

Un secondo fattore, di carattere interno, che ha favorito la prevalenza del nazionalismo sull’internazionalismo è stata l’integrazione nazionale delle masse popolari. Tra il 1870 e il 1914 in Europa occidentale nuove classi sociali (prima le classi medie, poi la classe operaia) hanno potuto accedere progressivamente alla vita politica nazionale. Ciò è avvenuto in conseguenza di due successivi processi, che Eward Carr chiama «democratizzazione della nazione», cioè la partecipazione del popolo alla formazione delle decisioni politiche, e «socializzazione della nazione», vale a dire le riforme sociali.

Il secondo processo è particolarmente significativo per comprendere il fallimento dell’internazionalismo socialista. Come osserva il Carr, «la difesa dei salari e degli impieghi diventa un problema della politica nazionale e dev’essere affrontata, se necessario, contro le politiche nazionali di altri paesi; e questo a sua volta dà al lavoratore un interesse pratico e diretto nella politica e nella potenza della sua nazione». E conclude: «La socializzazione della nazione ha come suo corollario naturale la nazionalizzazione del socialismo».[22]

Non è stata dunque questione del tradimento dei dirigenti della classe operaia e dell’opportunismo delle aristocrazie operaie, secondo l’interpretazione che Lenin cercò di accreditare. Nel determinare il fallimento dell’internazionalismo socialista hanno giocato un ruolo preponderante fattori di natura politica e istituzionale. In altri termini, la fedeltà della classe operaia alla nazione fu il corrispettivo della politica sociale degli Stati nazionali. Fu questo il fattore determinante dell’integrazione nazionale del movimento dei lavoratori e dell’alleanza tra nazionalismo e socialismo. Questi elementi concorrono a spiegare la decisione dei partiti socialisti di votare i crediti di guerra e di sostenere i rispettivi governi nazionali, che fu il punto di avvio della disgregazione della Prima e della Seconda Internazionale. Una sconfitta militare avrebbe infatti minacciato le condizioni di vita e le posizioni di potere, che i movimenti operai avevano acquisito nei rispettivi Stati nazionali. «Nel secolo XIX ha scritto il Carr, «quando la nazione apparteneva alla classe media e l’operaio non aveva patria, il socialismo era stato internazionale. La crisi del 1914 dimostrò tutto a un tratto che, eccetto nell’arretrata Russia, questo atteggiamento era ormai antiquato dovunque la massa dei lavoratori sapeva d’istinto dove fosse il suo interesse, e Lenin era una voce solitaria che proclamava la disfatta del suo paese come una finalità della politica socialista, e accusava di tradimento i ‘social-sciovinisti’. Il socialismo internazionale crollò ignominiosamente. La disperata azione di retroguardia di Lenin per rianimarlo ebbe un senso soltanto in Russia, e anche là, solo fino a tanto che sussistettero condizioni rivoluzionarie. Una volta che lo ‘Stato dei lavoratori’ fu impiantato stabilmente, il suo corollario logico fu ‘il socialismo in un solo paese’. La storia successiva della Russia e la tragicommedia dell’Internazionale Comunista costituiscono un tributo eloquente alla solidità dell’alleanza tra nazionalismo e socialismo».[23]

 

8. Il federalismo e il superamento dei limiti dell’internazionalismo.

 

Nel corso dell’analisi dei valori, delle condizioni storico-sociali e delle istituzioni dell’internazionalismo sono già affiorati i limiti di questo punto di vista. Si tratta ora di trame le conclusioni.

Il limite dell’internazionalismo consiste nel trascurare l’autonomia che possiedono le strutture dello Stato in conseguenza della divisione del genere umano in Stati sovrani e l’ostacolo che esse rappresentano nel raggiungimento di un’effettiva solidarietà tra i popoli. In effetti, esiste una contraddizione insanabile tra l’aspirazione all’indipendenza e all’uguaglianza di tutti i popoli e la loro divisione politica. La divisione trasforma i popoli in gruppi armati e ostili e rende precaria, e alla lunga impossibile la loro coesistenza pacifica. L’ineguale distribuzione del potere politico tra gli Stati determina rapporti egemonici e imperialistici degli Stati più forti nei confronti dei più deboli.

La cultura politica dominante di ispirazione liberale, democratica, nazionale e socialista ha scelto come terreno esclusivo di impegno la lotta per cambiare la forma del regime degli Stati esistenti, ma ha considerato lo Stato nazionale come il quadro naturale, e quindi come l’unico possibile della lotta politica. Il nazionalismo, cioè la priorità accordata al valore nazionale, spesso non si presenta con il suo vero volto, ma con la maschera dell’internazionalismo, proprio per nascondere la sua contraddizione con i principi universali della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà.

Come ha scritto Emery Reves, l’internazionalismo «non si oppone e non si è mai opposto al nazionalismo e ai cattivi effetti della struttura degli Stati nazionali».[24] In altri termini, l’internazionalismo recepisce passivamente il principio della sovranità nazionale illimitata, con ciò che ne consegue (l’anarchia internazionale e i rapporti di forza tra le nazioni), ma non si pone il problema di modificare questa forma di relazione tra i popoli e tra gli Stati. Esso accetta le premesse antidemocratiche del nazionalismo e dell’approccio diplomatico-intergovernativo, che esclude il popolo dalla politica internazionale e non è disposto a sacrificare gl’interessi nazionali in vista della cooperazione internazionale. In sostanza, è l’utopia di relazioni pacifiche tra nazioni sovrane. Non è, in definitiva, che una variante della concezione dell’armonia naturale degli interessi, applicata alle relazioni internazionali.

Finché il mondo è organizzato sulla base del principio della sovranità nazionale, la politica internazionale sarà dominata dai rapporti di forza tra gli Stati. Di conseguenza, per difendere la sicurezza dello Stato, i governi tenderanno a sacrificare, se necessario, i principi del diritto e della morale.

Per eliminare la forza dalle relazioni internazionali, bisogna superare l’anarchia delle sovranità nazionali e fondare la sicurezza degli Stati non sugli eserciti, ma su un governo federale mondiale, capace di risolvere i conflitti sulla base del diritto. Il federalismo, identificando la radice ultima della guerra nella divisione del genere umano in Stati sovrani e lo strumento per realizzare la pace nel governo mondiale, permette di pensare con chiarezza due diverse situazioni nelle quali si può trovare l’umanità: l’anarchia internazionale, nella quale la politica internazionale è il risultato non voluto e non previsto dello scontro tra le politiche nazionali, e il governo mondiale, il quale ha il potere di decidere la politica mondiale, la quale si configura così come un prodotto della volontà umana.

La federazione è la sola forma di organizzazione del potere che permetta di superare 1’anarchia internazionale e di eliminare i rapporti di forza tra gli Stati. Come ha scritto Immanuel Kant, la pace non è semplicemente la situazione nella quale si pone fine soltanto a una guerra, ma «a tutte le guerre e per sempre».[25] In questo ordine, egli precisò, ogni Stato, anche il più piccolo, può «sperare la propria sicurezza e la tutela dei propri diritti non dalla propria forza o dalle proprie valutazioni giuridiche, ma solo da questa grande federazione di popoli (foedus amphictyonum), da una forza collettiva e dalla deliberazione secondo leggi della volontà comune».[26]

Per quanto lontano possa apparire questo obiettivo, l’evoluzione reale della storia sembra muoversi in questa direzione. L’elezione diretta del Parlamento europeo ha avviato il primo esperimento di democrazia internazionale. Si tratta, è vero, di un esperimento incompleto, che attende ancora che al popolo europeo sia riconosciuto, oltre che il potere di eleggere i propri rappresentanti, anche quello di decidere chi governa la Comunità europea e il programma di governo. Tuttavia l’estensione della partecipazione democratica, che finora si fermava ai confini degli Stati, dal piano nazionale al piano internazionale costituisce la premessa per giungere al controllo popolare di quel settore della vita politica, che fino ad oggi ha costituito il dominio esclusivo della ragion di Stato e quindi dello scontro diplomatico e militare tra gli Stati. Con l’elezione europea si è dunque aperta una prima breccia nel bastione della ragion di Stato, contro il quale si sono infrante le ondate dell’internazionalismo. Tutto ciò sta a indicare che l’unificazione federale dell’Europa segna una tappa della storia: il superamento della formula dello Stato nazionale (l’espressione della più profonda divisione politica e del più forte accentramento del potere che la storia moderna abbia conosciuto), per risolvere i problemi della crescente interdipendenza tra gli Stati e per consentire all’umanità di intraprendere la marcia verso l’organizzazione della pace su tutto il pianeta.

 


* Articolo scritto per la Enciclopedia delle Scienze Sociali, edita dall’Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma.

[1] B. Constant, De l’esprit de conquète (1814), in Oeuvres, Parigi, 1957, p. 94.

[2] T. Paine, «The Rights of Man» (1791), in The Writings of Thomas Paine,
NewYork, 1894-96, vol. II, p. 387.

[3] G. Mazzini, «La réforme intellectuelle et morale d’Ernesto Renan» in Scritti editi e inediti, Imola, Cooperativa Galeati, 1941, vol. XCIII, pp. 260-1.

[4] K. Marx , F. Engels, Manifesto del Partito Comunista (1848), trad. it., Torino, 1970, pp. 154-5.

[5] K. Polanyi, La grande trasformazione (1944), trad. it., Torino, Einaudi, 1974, p.7.

[6] V.I. Lenin, L’imperialismo fase suprema del capitalismo (1917), trad. it., Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 139.

[7] Lord Lothian, Il pacifismo non basta (1935), trad. it., Bologna, Il Mulino, 1986, p. 25.

[8] L. Einaudi, La guerra e l’unità europea, Bologna, Il Mulino, 1986, p. 27.

[9] L. Trotskij, Il bolscevismo dinanzi alla guerra e alla pace del mondo (1914), trad. it., Milano, Avanti!, 1920, p. 1.

[10] H. Kelsen, Teoria generale del diritto e dello Stato (1945), trad. it., Milano, Comunità, 1966, pp. 344-5.

[11] I. Kant, Per la pace perpetua (1795), trad. it. in Scritti politici e di filosofia del diritto, Torino, UTET, 1965, pp. 313 e 299.

[12] Lord Lothian, op. cit., p. 53.

[13] S. Hoffmann, Sistemi internazionali e diritto internazionale (196l), trad. it. in L. Bonanate (a cura di), Il sistema delle relazioni internazionali, Torino, Einaudi, 1976, pp. 259-260.

[14] Center for Research on World Political Institutions, Political Community and the North Atlantic Area, Princeton, Princeton University Press, 1968, p. 5.

[15] M. Gorbaciov, Perestrojka (1987), trad. it., Milano, Mondadori, 1987.

[16] L. Robbins, L’economia internazionale e l’ordine internazionale (1937), trad. it., Milano-Roma, Rizzoli, 1948, p. 158.

[17] L. Robbins, op cit., pp. 157 e 153.

[18] K.N. Waltz, Teoria della politica internazionale (1979), trad. it., Bologna, Il Mulino, 1987, p. 189.

[19] B. Wootton, «Socialism and Federation», in P. Ransome (a cura di), Studies in Federal Planning, Londra, New York, Lothian Foundation Press, 1990, II ed., pp. 277 e 289.

[20] R. Michels, «La guerra europea al lume del materialismo storico», in La riforma sociale, XXI, 1914, p. 946.

[21] G. Haupt, Le Congrès manqué, Parigi, Maspero, 1965, p. 25.

[22] E.H. Carr, Nazionalismo e oltre (1945), trad. it., Milano, Bompiani, 1946, pp. 31-2.

[23] E.H. Carr, op. cit., pp. 33-4.

[24] E. Reves, Anatomia della pace (1945), trad. it., Bologna, Il Mulino, 1990, p. 153.

[25] I. Kant, op. cit., p. 299.

[26] I. Kant, Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico (1784), trad. it., op. cit., p. 131.

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