Anno XLVII, 2005, Numero 1, Pagina 45

 

 

Il ruolo delle istituzioni
nella lotta per l’Europa*
 
FRANCESCO ROSSOLILLO
 
 
I
 
L’esistenza del Movimento federalista si giustifica sulla base di una certa idea dei rapporti tra le istituzioni politiche — cioè tra i meccanismi che regolano la lotta per il potere e il processo di formazione delle decisioni[1] — e la società civile. Il mio scopo in questo scritto è quello di rendere esplicita questa idea e di mettere in evidenza le conseguenze che ne derivano per la definizione dei termini cruciali della nostra strategia.
Il problema quindi non è soltanto teorico. Nel dibattito interno del Movimento riaffiorano periodicamente dissensi sugli orientamenti strategici di fondo. Periodicamente si contesta che la fondazione della Federazione europea debba essere considerata il nostro solo obiettivo strategico; si accusa il Movimento di «istituzionalismo» nella scelta dei mezzi; e si mette in discussione il concetto di «popolo europeo» come protagonista del processo di integrazione e come termine di riferimento ultimo della nostra azione.
Tutti questi problemi sono strettamente connessi con quello del rapporto tra istituzioni politiche e società civile. La sua discussione ha quindi un rilievo immediato nel dibattito politico all’interno del Movimento. Questo scritto si occuperà perciò dapprima del problema di fondo e, successivamente, dei suoi riflessi sui tre elementi essenziali della nostra strategia, cioè l’obiettivo, i mezzi e lo schieramento.
 
II
 
Le istituzioni, nella misura in cui non esistono soltanto sulla carta, ma funzionano realmente, sono le regole del gioco della vita politica, cioè i canali attraverso i quali le istanze che emergono nella società civile dalla dialettica delle classi, dei ceti, dei gruppi e degli individui prendono la forma determinata e cosciente di scelte politiche, guidate in quanto tali da un orientamento di valore. Ciò significa che queste stesse istanze, da generici fatti sociali, diventano precisi fatti politici, cioè elementi di una situazione di potere. Un assetto istituzionale determinato quindi definisce l’aspetto permanente di una situazione di potere, e ciò sia rispetto alla sua struttura (regime), sia rispetto al suo ambito spaziale (comunità).
Nella vita politica normale la lotta si svolge nel quadro delle istituzioni esistenti, che ne costituiscono appunto le regole e fanno emergere, sotto la spinta delle forze sociali, le scelte alternative attorno alle quali il conflitto si svolge. L’assetto istituzionale in quanto tale, perciò, non è in gioco nella lotta politica, non è messo in discussione, è accettato dalle parti in conflitto.
Ciò significa che, nella vita politica normale, l’assetto istituzionale è sostenuto dal consenso di tutte le forze politiche che si confrontano nel suo quadro, e quindi della grande maggioranza delle forze sociali di cui le prime mediano le istanze. Si tratta molte volte di un consenso implicito, proprio perché generale, mentre le energie delle forze politiche e l’attenzione dell’opinione pubblica sono polarizzate dai motivi di conflitto. Ma non per questo esso è meno reale.
Un assetto istituzionale funzionante riflette quindi il dato che le forze politiche e sociali che si confrontano nel suo quadro si riconoscono reciprocamente come legittimate ad esistere in quanto tali. Ciò significa che ciascuna di esse riconosce, in linea di principio, la legittimità dei valori ai quali le altre specificamente si riferiscono. L’assetto istituzionale quindi delimita la sfera dei valori sociali condivisi da tutte le componenti della società, e in quanto tali sottratti alla lotta politica. Sono questi i valori che fondano la convivenza di un corpo sociale.
Il consenso generale è quindi il fondamento sociale sul quale le istituzioni si reggono. Esso è l’elemento che distingue la lotta politica all’interno dello Stato — che è l’istituzione delle istituzioni — dalla guerra tra gli Stati, nella misura in cui la prima investe solo una parte dei valori di un determinato corpo sociale — quelli non materializzati nell’assetto istituzionale — mentre la seconda investe persino l’esistenza fisica delle società coinvolte.
Quando il consenso generale viene a mancare si ha crisi delle istituzioni. Ciò accade quando l’evoluzione del modo di produrre fa nascere nella società civile bisogni e fermenti ideali che l’assetto istituzionale esistente non è più in grado di trasformare in scelte politiche. Ciò può accadere sia perché in seno alla società civile emergono nuove forze produttive che le istituzioni esistenti strutturalmente escludono dalla lotta politica — ed in questo caso è il regime che entra in crisi; sia perché l’ambito spaziale nel quale le forze sociali interagiscono e nel quale quindi si manifestano nuovi bisogni di organizzazione si amplia, mentre l’assetto istituzionale rimane ristretto alla dimensione primitiva — e in questo caso si ha crisi della comunità. Vada sé che la seconda ipotesi è più radicale della prima, in quanto la crisi della comunità comporta anche la crisi del regime (dove «regime», in questo contesto, non ha la connotazione astratta di regime democratico, dittatoriale, ecc., ma quella concreta della specifica struttura di potere investita dalla crisi); mentre l’opposto non si verifica.
La crisi dell’assetto istituzionale è sempre anche, per sua natura, crisi dei valori che fondano la convivenza civile. L’incapacità delle istituzioni di esprimere i bisogni reali della società civile fa sì che il dibattito politico perda il contatto con la realtà e metta in vista alternative false. E, d’altro lato, le stesse istanze che si manifestano nella società civile, nella misura in cui non possono esprimersi attraverso i canali istituzionali esistenti ed entrare nel dibattito politico, vengono frustrate e si degradano. Le spinte al rinnovamento diventano cieche convulsioni anarchiche. Le esigenze di ordine e di disciplina degenerano in conati repressivi e brutalmente autoritari.
Questa situazione si protrae fino a che non si ricreino le condizioni del consenso generale per un assetto istituzionale alternativo, che sia in grado di tradurre in termini politici la nuova realtà sociale. I momenti della storia in cui queste condizioni si riformano sono i momenti rivoluzionari. Ogni rivoluzione quindi è la stipulazione di un nuovo contratto sociale, attraverso il quale un popolo riformula le regole fondamentali della sua convivenza.
Le rivoluzioni sono i momenti nei quali la società civile prende coscienza, nelle istituzioni che si dà, delle trasformazioni che ha subito. Per questo esse sono sempre fatte con il consenso della grande maggioranza del popolo, contro la resistenza di un’ultima, piccola frangia reazionaria, che rimane arroccata nel vecchio assetto istituzionale. Si tratta di un fatto che è spesso mistificato da una storiografia che vuole vedere in ogni rivoluzione una guerra civile, ma la cui verità si riscontra in ognuna delle grandi rivoluzioni del passato. Del resto, se è vero che un assetto istituzionale definisce una situazione di potere, è vero anche che i gruppi sociali che ne sono esclusi sono esclusi dal potere, e quindi anche dal potere di produrre il mutamento delle istituzioni. Questo mutamento può avvenire soltanto quando la crisi del consenso coinvolge gli stessi gruppi sociali che detengono il potere.
La rivoluzione, in quanto essa, trasformando le istituzioni, dà ai nuovi bisogni maturati nella società la possibilità di esprimersi e di tradursi in scelte politiche, costituisce sempre un’irruzione di nuovi valori nella storia. Quegli stessi fermenti, inquietudini e aspirazioni che nel vecchio quadro si potevano manifestare soltanto come cieche convulsioni anarchiche, mettendo in crisi l’intero tessuto sociale, diventano nel nuovo quadro la base materiale di un nuovo sistema di valori. Per questo le grandi rivoluzioni del passato, pur avendo avuto tutte come risultato immediato una trasformazione istituzionale, sono state i momenti della storia in cui l’uomo moderno ha riformulato radicalmente la propria immagine di sé stesso come essere sociale.
 
III
 
Queste considerazioni costituiscono già una risposta al problema dell’individuazione dell’obiettivo strategico della nostra lotta. Di fronte alla realtà di una crisi come quella che gli Stati europei stanno vivendo, il problema che deve risolvere chiunque voglia proporsi di superarla si pone in questi termini: si tratta di identificare la natura della crisi, cioè il modo in cui si configura il distacco tra società civile e assetto istituzionale; e conseguentemente di individuare la trasformazione istituzionale necessaria per ripristinarne la corrispondenza.
Vaneggiare, come qualche nostro amico fa, di progetti di trasformazione globale della società è indice di una radicale incomprensione delle vie multiformi e imprevedibili attraverso le quali l’umanità matura nella storia. La società, diceva Proudhon, non può trasformarsi che da sé stessa, grazie al lavoro quotidiano di ciascuno, alla creazione artistica, alla produzione scientifica, all’innovazione tecnologica, allo slancio morale, al sentimento religioso, in una parola grazie alle forme infinitamente varie in cui si manifesta la vita, che non si lascia mai rinchiudere nella gabbia di schemi inventati da demiurghi da strapazzo. Questo vale anche per i regimi autoritari. Essi possono frenare o rallentare l’evoluzione spontanea della società. Ma quando sembrano guidarla, essi di fatto non fanno che coordinare un movimento che ha la sua origine nelle spinte autonome della società civile.
L’ipotesi federalista è nata ed è stata tenuta viva proprio dalla presa di coscienza che la società europea è cambiata, e sta tuttora cambiando. E che il suo mutamento è stato tanto profondo da rendere la struttura istituzionale dello Stato nazionale radicalmente inadeguata ad esprimerne le esigenze. Questa è la radice della profonda crisi politica in cui oggi l’Europa si trova, che è anche una profonda crisi dei valori. Per questo i federalisti hanno individuato il loro compito nella lotta per il superamento dello Stato nazionale e per la fondazione della Federazione europea.
Certo rimane vero che all’interno di ogni struttura istituzionale si manifestano comunque alternative di governo, alcune delle quali sono preferibili alle altre. Rimane vero che nel quadro federale europeo rinascerà il conflitto tra le parti, la dialettica tra il partito dell’ordine e quello del movimento. Falso è invece che questa banale constatazione debba comportare una benché minima revisione della definizione del nostro obiettivo strategico, come vuol far credere chi sostiene che la soluzione federale in Europa debba essere considerata desiderabile solo a condizione che si possa ipotizzare il monopolio della nuova struttura istituzionale da parte di un settore specifico dello schieramento politico.
Se è vero, come è vero, che la contraddizione storicamente cruciale oggi in Europa è quella tra dimensione europea dei problemi e dimensione nazionale delle istituzioni, è anche vero che, per riprendere la famosa frase del Manifesto di Ventotene, l’alternativa tra progresso e reazione oggi in Europa si identifica con l’alternativa tra unificazione europea e conservazione dello Stato nazionale.
In questa scelta sono in gioco tutti i valori fondamentali che sono alla base della civiltà europea, quindi la stessa sopravvivenza di quest’ultima. E di fronte all’immensa importanza storica di questa alternativa, le scelte di governo che si porranno nel nuovo quadro istituzionale non rappresenteranno, in prospettiva storica, per quanto ciò possa scandalizzare qualche nostro amico, che sfumature irrilevanti.
Del resto, tra i valori che sono in gioco nella scelta europea, vi è anche quello della democrazia. E una delle convinzioni di fondo che giustificano l’esistenza del Movimento federalista è quella che la democrazia in Europa ha un avvenire solo in un quadro federale. Ma il principio che fonda la democrazia è quello che il benessere e il progresso della società civile sono promossi al massimo grado dall’alternanza delle parti al potere. E questo riconoscimento implica quello che tutte le parti — tranne naturalmente quelle che si propongono di distruggere la democrazia — hanno diritto di cittadinanza nel sistema politico ed hanno una funzione positiva da svolgere nel suo ambito. Ciò a sua volta significa che non è dalla prevalenza di una parte sull’altra che dipende il pacifico sviluppo delle forze sociali, ma piuttosto dall’equilibrio tra le parti, come sta a dimostrare la storia della più grande democrazia occidentale, quella britannica. La verità è che oggi lo Stato nazionale frustra sia i grandi valori liberali dello Stato di diritto, del senso civico, dell’autonomia dal potere, che i grandi valori socialisti del progresso sociale, dell’uguaglianza, dell’emancipazione del proletariato. Del resto le battaglie di destra e di sinistra non hanno un contenuto definito una volta per tutte, ma assumono contenuti, e rilievi di valore, diversi a seconda della situazione storica concreta in cui si svolgono. Ciò che è in gioco nella lotta per l’Europa è l’obiettivo di creare una piattaforma nuova che dia alla destra qualcosa che valga la pena di conservare e alla sinistra concrete prospettive di rinnovamento, cioè che ridia un senso reale ai valori dell’una e dell’altra.
La sola possibilità di fondare teoricamente la negazione di questa conclusione è di negare che oggi in Europa la contraddizione tra dimensione europea dei problemi e dimensione nazionale delle istituzioni sia la contraddizione di fondo. Oppure di affermare che, oltre ad essa, esistano altre contraddizioni altrettanto cruciali che, essendo indipendenti da quella tra nazioni ed Europa, determinano altri fronti e altri schieramenti. Ma nel primo caso si esce dall’ipotesi federalista; e nel secondo si condanna a priori al fallimento la nostra lotta nella misura in cui le si assegnano obiettivi contraddittori, si divide lo schieramento degli alleati e si rafforza quello dei nemici.
Chi vuole rimanere coerentemente nell’ambito dell’ipotesi federalista deve quindi riconoscere che la nostra lotta ha come unico obiettivo strategico la fondazione della Federazione europea.
 
IV
 
Veniamo ora al problema dei mezzi. La natura dei mezzi che un movimento rivoluzionario deve impiegare è definita dal carattere peculiare della contraddizione che caratterizza la situazione rivoluzionaria in quanto tale.
Abbiamo visto che i bisogni e i fermenti che si sviluppano nella società civile dalla dialettica delle sue componenti prendono la forma precisa di scelte politiche, e quindi diventano volontà politica, soltanto se e nella misura in cui sono mediate da un assetto istituzionale adeguato. Abbiamo anche visto che ciò che caratterizza una situazione rivoluzionaria è il venire meno del rapporto di corrispondenza tra società civile e istituzioni; e che di conseguenza l’obiettivo strategico di ogni autentica impresa rivoluzionaria è quello di realizzare una trasformazione istituzionale che ripristini la corrispondenza su di un piano più elevato.
Ma la realizzazione di questa trasformazione richiede che prenda forma una precisa volontà politica, cioè che il consenso generale implicito per il nuovo assetto istituzionale che si sviluppa spontaneamente nelle situazioni rivoluzionarie diventi consapevole, si determini in una scelta precisa.
La contraddizione sta nel fatto che, se un generico stato d’animo diffuso diventa volontà politica soltanto in presenza di istituzioni adeguate, la volontà politica che è necessario sprigionare per realizzare la trasformazione istituzionale presuppone, per nascere, l’esistenza di quelle stesse istituzioni per la cui creazione essa è necessaria.
Potrebbe sembrare una contraddizione assoluta se le grandi rivoluzioni del passato — e la nostra stessa esperienza — non stessero a dimostrarci che nella storia c’è posto anche per l’irruzione della libertà. Rimane comunque essenziale tenerne presenti i termini perché, senza prenderne coscienza, nessuna strategia rivoluzionaria può avere successo.
Tentiamo quindi, alla luce di tutto ciò, di identificare la specifica «logica della situazione» nella quale si trova ad agire un Movimento che si propone di realizzare una trasformazione del quadro istituzionale, confrontandola con quella in cui normalmente agiscono i partiti.
La situazione nella quale un partito che agisce in un quadro istituzionale definito deve elaborare la sua strategia presenta due costanti. La prima è costituita dal fatto che, nella misura in cui non mette in discussione il quadro di lotta politica — che riflette, come abbiamo visto, i valori della vita sociale sui quali vi è generale consenso — esso si pone come interprete di istanze conflittuali, cioè che riguardano interessi e valori di una parte dell’elettorato in contrapposizione ad interessi e valori di un’altra parte. La seconda è costituita dal fatto che le istituzioni esistenti — attraverso il meccanismo elettorale — consentono di trasformare immediatamente in potere il consenso di cui il partito dispone.
Ne consegue che, nella strategia di un partito, esiste una larga coincidenza tra il momento del reclutamento delle forze e quello del loro impiego. La strategia elettorale di un partito si risolve cioè nel tentativo di allargare il più possibile la propria base di consenso nell’elettorato, diffondendo al massimo, e rendendo attraenti per il più grande numero di elettori, i propri «contenuti». Raggiunto questo obiettivo, il resto viene da sé, perché il consenso si trasforma immediatamente in voti, e i voti in potere. Si ha, in un certo senso, identificazione di strategia e propaganda.
Le costanti della situazione in cui deve elaborare la sua strategia un Movimento che si propone la creazione di un quadro di lotta politica nuovo sono opposte alle precedenti. In primo luogo, come abbiamo visto, una battaglia in vista di una trasformazione istituzionale — nella misura in cui sia storicamente giustificata — presuppone l’esistenza di un consenso pressoché generale — anche se soltanto virtuale — per l’obiettivo che si vuole raggiungere. In secondo luogo, la natura stessa della lotta rivoluzionaria — in quanto non si colloca nelle istituzioni esistenti, ma fuori dalle istituzioni esistenti — non consente a chi la conduce di disporre di un meccanismo preesistente che trasformi il consenso in potere, cioè che lo trasformi da virtuale in effettivo. Ne consegue che, nella strategia di un Movimento che si proponga di realizzare una trasformazione dell’assetto istituzionale, esiste una radicale separazione tra il momento del reclutamento delle forze e quello del loro impiego.
Il problema del reclutamento delle forze infatti non si pone come problema dell’estensione dell’area del consenso, ma come problema del reclutamento dei militanti, cioè di un numero ristretto di uomini capaci di percepire i termini reali dell’alternativa storica di fondo senza la mediazione di istituzioni adeguate e quindi di assumersi la responsabilità di giocare il ruolo che nei momenti rivoluzionari è riservato alla libertà.
E’ facile vedere come questo problema si ponga in termini radicalmente diversi da quelli in cui si pone per un partito che, da un lato, si presenta come il naturale interprete di alcune delle istanze che sono fatte emergere spontaneamente dal quadro di lotta esistente e, dall’altro, è in grado di offrire ai suoi attivisti la prospettiva di una normale carriera e la speranza di acquisire posizioni di potere, cioè dispone di un sistema di incentivi che sono il naturale prodotto dell’assetto istituzionale nel quale agisce.
Un Movimento rivoluzionario non dispone di alcuno di questi incentivi, proprio in quanto il suo scopo è quello di superare l’assetto istituzionale che li genera. Esso deve quindi attivare, per reclutare i suoi militanti, le motivazioni autonome della personalità individuale, cioè le motivazioni culturali e morali. Ciò può accadere soltanto attraverso la comprensione del carattere storicamente decisivo del fronte sul quale il Movimento è schierato e della natura di pseudo-alternative delle scelte che il quadro di lotta esistente fa emergere. Questo risultato non si ottiene con la propaganda politica, bensì attraverso una approfondita elaborazione culturale che sappia rendere visibili le forze storiche profonde che agiscono nella società e demistificare i falsi obiettivi messi in vista da un assetto istituzionale che è entrato in conflitto con esse.
Totalmente diversi sono i termini in cui si pone il problema dell’impiego delle forze. Anche in questo contesto non si tratta di estendere genericamente l’area del consenso — perché il consenso, quantomeno virtuale, è già acquisito —, ma di creare un meccanismo che consenta di trasformare il consenso da virtuale in effettivo, cioè di trasformarlo in potere.
Sulla base di questi elementi possiamo individuare le due condizioni necessarie perché si possa dare una via d’uscita dalla contraddizione di fondo che caratterizza ogni situazione rivoluzionaria. La prima è la manifestazione di un fatto di libertà cioè il venire ad esistenza di un gruppo — necessariamente esiguo — che sappia tenere in piedi l’alternativa rivoluzionaria ed esprimere — anche contro l’assetto istituzionale esistente — quel minimo di volontà politica necessario per avviare il processo.
La seconda è l’attuazione del metodo che Albertini ha chiamato gradualismo politico-istituzionale. Esso consiste nel tentativo di creare istituzioni intermedie, per cui sia sufficiente all’inizio mobilitare un minimo di volontà politica, e che a loro volta agiscano da moltiplicatori di questa volontà, inserendo progressivamente l’alternativa rivoluzionaria nell’equilibrio politico, fino a farne il fronte sul quale si schierino tutte le forze sul campo.
Tutte le azioni dei federalisti dall’inizio della loro storia — dal Congresso del popolo europeo, al Censimento, alla campagna per le elezioni unilaterali del Parlamento europeo, al «Piano Spinelli», alla campagna attualmente in corso — si spiegano e vanno giudicate esclusivamente in questa prospettiva.
 
V
 
Veniamo infine al concetto di «popolo europeo». La crisi che stanno vivendo gli Stati europei dalla fine della seconda guerra mondiale è una crisi di comunità. Essa quindi non coinvolge soltanto il regime, ma lo Stato in quanto tale. Ciò significa che è entrato in crisi lo strato più profondo del consenso che lega la società civile alle istituzioni; quello strato che non viene messo in discussione neppure nelle crisi di regime. Questo legame definisce l’entità «popolo».
Dove c’è Stato c’è popolo. E dove c’è Stato in crisi c’è popolo in crisi. Ora, nella misura in cui accettiamo l’assioma — che è alla base del federalismo — che la frontiera che separa la barbarie dalla civiltà è quella che separa la guerra dalla pace, e che c’è pace soltanto là dove c’è Stato, ne consegue che la solidarietà che fa di un popolo un popolo è il legame che fonda ogni altro lealismo e fa della lotta politica una fonte di valori anziché una insensata guerra civile.
Ciò significa che, anche quando i conflitti all’interno di un sistema politico diventano drammatici e investono lo stesso regime, se la comunità non è messa in discussione, la spaccatura che divide la società non è mai totale, non intacca le radici ultime della convivenza, ma si manifesta nel quadro di una solidarietà più profonda, che è data per scontata ma che non è meno forte per il fatto di essere implicita.
Dire quindi, per esempio, che nell’Ottocento esisteva un popolo francese non vuol dire negare la realtà della lotta di classe in Francia. Ma significa che, al di là della terminologia internazionalistica di una parte del movimento operaio, la lotta di classe si svolgeva sul fondamento della comune coscienza di appartenere ad un’unica comunità politica esclusiva. Questa coscienza poté rimanere in una certa misura implicita fintantoché il quadro francese non fu messo in discussione dall’evolversi dell’equilibrio europeo, cioè fintantoché il conflitto tra le classi rimase compatibile con il consenso per il quadro di lotta. Ma divenne esplicita e prevalse sul conflitto di classe non appena l’incombere della prima guerra mondiale rese inconciliabili i due atteggiamenti.
E’ vero che questo consenso di fondo ha sempre presentato nella storia un aspetto ideologico che, a partire dalla rivoluzione francese, si è manifestato nella forma dell’idea di nazione. Esso non è mai stato quindi completamente autonomo e razionale, cioè completamente consenso. Perciò l’entità «popolo», come si presenta oggi nella storia, corrisponde solo parzialmente al suo concetto, non è completamente popolo, così come non è completamente Stato lo Stato — che ne è insieme l’espressione e il fondamento — nella misura in cui continua a presentare un aspetto di potere. La realtà adeguata al concetto si manifesterà soltanto quando — con la fine della divisione del mondo in nazioni antagonistiche — il potere e l’ideologia che lo giustifica scompariranno dai rapporti tra gli uomini. Il solo Stato adeguato al concetto sarà la Federazione mondiale, e il solo popolo adeguato al concetto sarà il genere umano organizzato politicamente nella Federazione mondiale.
Ma oggi siamo lontani da questa meta. Perciò dobbiamo scontare il distacco della realtà dal concetto e l’ambiguità delle parole che li denotano entrambi. Ciò che comunque è rilevante per noi è che l’ideologia è il risultato di un compromesso tra le esigenze del potere e quelle della realtà sociale. Essa cioè si manifesta soltanto dove la realtà sociale ne crea le condizioni di possibilità. Ciò significa che ogni popolo storico — al di qua della sua rappresentazione ideologica nella mente dei suoi membri corrisponde comunque ad una sfera definita e reale di interdipendenza tra i rapporti umani, e quindi ad un ambito di solidarietà effettiva, che rimane pur sempre il solo fondamento sulla base del quale il conflitto tra classi, ceti, gruppi e individui è in grado di sprigionare valori sociali.
La lotta federalista si fonda sulla presa di coscienza che in Europa occidentale lo Stato nazionale come comunità politica esclusiva è entrato in crisi, e che quindi i legami che individuavano i popoli nazionali si stanno dissolvendo, producendo la crisi di tutti i valori sociali e la degenerazione della vita politica; ma che d’altro lato si sta manifestando — anche se per ora in forme virtuali — un consenso generale per la fondazione della Federazione europea. Un nuovo popolo sta nascendo, e compito dei federalisti è quello di trasformare la sua esistenza da virtuale in consapevole. Per questo la strategia della lotta per l’Europa non può prescindere dal concetto di popolo federale europeo informazione come protagonista del processo e interlocutore dell’avanguardia federalista.
Le implicazioni di questa conclusione per quanto riguarda l’identificazione delle forze politiche alle quali la strategia federalista si deve riferire è immediata. Esse sono tutte quelle che rappresentano, nelle sue varie componenti, il popolo federale europeo in formazione — seppure con le distorsioni determinate dal quadro nazionale di lotta — e il cui destino è quello di ridare respiro e vigore, nel quadro europeo, alla dialettica tra i valori che hanno fatto la grandezza della storia d’Europa: cioè tutte le forze dell’arco democratico. Il nemico strategico è soltanto il fascismo, cioè la sola forza che è alimentata dalla permanenza del quadro nazionale ed è destinata ad essere definitivamente estirpata con il suo superamento.
 
VI
 
Ciò che in realtà sta alla radice dell’incapacità di comprendere i termini cruciali della strategia della lotta per l’Europa è l’incapacità di uscire dal quadro nazionale.
Si tratta di un’incapacità che trova la sua spiegazione nella natura della situazione rivoluzionaria. Quella federalista è la sola battaglia progressiva che si possa condurre oggi in Europa. Ma l’assetto istituzionale esistente non è fatto per far emergere l’alternativa tra nazioni ed Europa come scelta politica, e quindi per costringere le forze politiche a schierarsi su questo fronte. La stessa dialettica progresso-conservazione viene confinata dal linguaggio della politica nazionale al quadro nazionale, e quindi falsata come tutti i valori. I federalisti quindi, in quanto sono schierati su di un fronte diverso da quello sul quale sono impegnate le forze politiche nazionali, sfuggono alle classificazioni consolidate, non hanno una collocazione riconosciuta nel panorama politico. Essi non sono riconosciuti come forze di progresso perché riconoscerli come tali significherebbe per le forze politiche nazionali riconoscere quello della lotta per l’Europa come il fronte storicamente decisivo del nostro tempo, e quindi riconoscere sé stesse, nella misura in cui non si portano sul terreno europeo, come reazionarie. Ma in politica, come nella vita quotidiana, si percepisce soltanto ciò che si capisce. Ciò spiega il fatto che tanto spesso la presenza politica dei federalisti viene registrata e poi subito dimenticata nel mondo politico, e non viene neppure registrata in quello giornalistico che, trovandosi in un posto di osservazione meno favorevole ed essendo, nella media, di qualità intellettuale e morale assai inferiore, tende ad ingigantire i vizi del primo.
Rimane il fatto che impegnarsi nella lotta per l’Europa ha un senso soltanto in quanto si postuli la possibilità di portare il fronte della politica interna e quello della politica europea a coincidere. La crisi di un assetto istituzionale che caratterizza le fasi rivoluzionarie implica la crisi degli schieramenti che esso determina. E la strategia dei federalisti ha appunto lo scopo di portare le forze politiche nazionali a schierarsi sul fronte della lotta per l’Europa.
Ma quando questo obiettivo sarà raggiunto, la battaglia sarà vinta. Prima di quel momento il fronte europeo sarà destinato a comparire a tratti nell’orizzonte della politica quotidiana per essere di nuovo obliterato dalle scelte nazionali; e quella dei federalisti sarà quindi condannata ad essere, fino al momento della decisione, una presenza ambigua, una smagliatura più che una componente dell’equilibrio politico.
E’ proprio questa ambiguità, questa mancanza del conforto del riconoscimento che è vissuta da qualcuno come crisi di identità. Costoro non hanno l’autonomia necessaria per rifiutare le opzioni che emergono dal quadro di lotta esistente, nella consapevolezza che solo in questo modo i grandi valori politici e sociali della civiltà europea possono essere ricuperati. Così essi si lasciano risucchiare dalle false alternative nazionali, nella speranza di trovare una tranquillizzante collocazione nell’equilibrio politico, e quindi un’identità riconosciuta.
I «contenuti» che si accusa la linea politica del Movimento di non recepire sono in realtà i contenuti della lotta politica nazionale. La nostra impresa potrà avere successo soltanto nella misura in cui — nella fedeltà alla linea autonomistica del federalismo — sapremo continuare a non recepirli.


* Pubblicato in Il Federalista, XVII (1975), n. 3.
[1] Nel seguito dello scritto parlerò in genere, per brevità, di «istituzioni». Ma il termine viene usato per denotare le istituzioni politiche, nel significato precisato nel testo, e non va quindi inteso nell’accezione più comprensiva che denota qualunque tipo di comportamento sociale consolidato.

 

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