IX année, 1967, Numéro 4, Page 191

 

 

La sinistra italiana e l’unificazione europea*
 
 
1. Dopo la sconfitta elettorale del 19 maggio.
La sconfitta del 19 maggio ha aperto nelle file del P.S.U. una crisi, la cui causa generale ed immediata consiste nel fatto che i risultati delle recenti elezioni, unitamente ai risultati finora raggiunti attraverso la collaborazione dei socialisti con i democristiani nel governo di centro-sinistra, sembrano contraddire nettamente le speranze che i socialisti riponevano nella politica di centro-sinistra, allorché decisero di avviarla.
Ricordiamo qui brevemente gli obiettivi a cui mirava la decisione socialista di iniziare la politica di centro-sinistra.
In primo luogo i socialisti ritenevano che attraverso lo strumento della programmazione democratica[1] sarebbe stato possibile sottoporre ad un efficace controllo pubblico lo sviluppo economico del nostro paese, pur senza eliminare il carattere prevalentemente privatistico dell’economia italiana, ed avviare in tal modo a soluzione i problemi economico-sociali fondamentali (progresso delle masse lavoratrici, distacco fra Nord e Sud).
L’attuazione di questa politica era possibile, secondo i socialisti, soltanto attraverso la collaborazione governativa con i democristiani. Da una parte infatti i comunisti apparivano indisponibili per un’esperienza democratica di governo, ed inoltre le forze della sinistra non raggiungevano nel loro complesso la maggioranza. Dall’altra parte i democristiani sembravano disposti ad accogliere la parte sostanziale delle richieste socialiste, ed il governo di centro-sinistra si presentava pertanto come l’alternativa più avanzata rispetto alla precedente politica centrista.
In secondo luogo la politica di centro-sinistra, avviando a soluzione i fondamentali problemi economico-sociali del nostro paese, avrebbe a lunga scadenza favorito, secondo i socialisti, la riunificazione politica delle masse lavoratrici e quindi di tutta la sinistra e posto in tal modo la premessa di un governo di sinistra democratico e socialista. In particolare i successi del centro-sinistra avrebbero favorito l’inserimento dei comunisti nell’area democratica e l’assorbimento delle tendenze astrattamente massimalistiche del socialismo. I comunisti si sarebbero in sostanza trovati prima o poi di fronte all’alternativa di perdere crescenti suffragi a vantaggio dei socialisti e di abbandonare gli aspetti non democratici della loro linea politica e della loro struttura partitica. Nello stesso tempo l’attuazione della politica di centro-sinistra avrebbe creato crescenti difficoltà nel contraddittorio schieramento interno della D.C., portando prima o poi ad una spaccatura. In altri termini la politica di centrosinistra sembrava lo strumento più idoneo a mettere in crisi sia il centrismo conservatore democristiano, che l’opposizione massimalistica dei comunisti. Tali sviluppi avrebbero d’altro canto posto le premesse indispensabili alla creazione di uno schieramento maggioritario, su base socialista e democratica, della sinistra italiana, comprendente i socialisti, i comunisti, la sinistra cattolica ed i repubblicani.
Se questi erano gli obiettivi cui mirava la decisione socialista di iniziare la politica di centro-sinistra, non si può negare che l’esperienza sinora fatta sembra contraddire sostanzialmente le speranze riposte dai socialisti e da gran parte dell’opinione pubblica italiana in tale politica.
Nel corso di un’intera legislatura molti punti di decisiva importanza del programma di governo non sono stati realizzati, mentre altri sono stati realizzati in ritardo o male. Ma soprattutto la programmazione democratica non si è finora neanche lontanamente rivelata lo strumento in grado di orientare effettivamente lo sviluppo economico del nostro paese verso gli obiettivi ritenuti essenziali ai fini della soluzione dei fondamentali problemi economico-sociali italiani. Ne è derivato uno stato di insoddisfazione negli strati più aperti e progressisti dell’opinione pubblica, di cui hanno potuto facilmente avvantaggiarsi i comunisti ed il vecchio massimalismo socialista (P.S.I.U.P.). In modo particolare la mancata realizzazione delle speranze riposte nel centro-sinistra ha favorito nei comunisti un’accentuazione dei loro atteggiamenti opportunistici e massimalistico-protestatari, e ne è derivato un approfondimento, almeno a breve termine, della divisione della sinistra, invece che l’avvio ad un suo superamento. In questo contesto si è sviluppata la rivolta studentesca e l’agitazione dei neomarxisti mirante ad un utopistica ed astratta contestazione globale della società capitalistica. Fra i due fenomeni si è verificata, come è noto, una certa convergenza. La rivolta studentesca ha tratto la sua spinta iniziale dalla legittima insoddisfazione per la mancata realizzazione di una seria riforma dell’insegnamento. Ma è stata in seguito in gran parte deviata in direzioni utopistiche ed anarcoidi dall’inserimento delle nuove tendenze neomarxiste, le quali sono state rivitalizzate dal peggioramento della situazione internazionale (imperialismo americano, guerra in Vietnam, arresto della distensione), e, all’interno, dalla constatata impossibilità (almeno fino ad ora) di eliminare le distorsioni dello sviluppo capitalistico attraverso la programmazione democratica. Questa situazione ha avuto infine gli sbocchi elettorali che sappiamo. Il centrismo conservatore democristiano e l’opposizione massimalistico-protestataria del P.C.I. e del P.S.I.U.P. si sono rafforzati, mentre è risultato indebolito il principale fattore di rinnovamento della società italiana, il socialismo democratico.
Questi sviluppi forniscono ora ovviamente molti argomenti polemici a quanti avevano criticato da un punto di vista frontista la decisione socialista di avviare la politica di centro-sinistra. Costoro, mettendo in luce il generale arretramento della socialdemocrazia in tutt’Europa, possono affermare, con notevoli parvenze di fondamento, che l’abbandono della politica frontista indebolisce i socialisti e fa il gioco del conservatorismo. Possono inoltre, alla luce della per ora piuttosto poco convincente esperienza della programmazione democratica, sostenere che non la programmazione, bensì soltanto il controllo diretto dei settori fondamentali dell’economia è in grado di eliminare le distorsioni dello sviluppo capitalistico, e di aprire veramente la strada verso il socialismo. D’altra parte, gli stessi critici neomarxisti del socialismo democratico traggono dalle recenti vicende una ulteriore spinta alla loro agitazione, ed è prevedibile che la stessa rivolta studentesca tenda ad accentuare i suoi aspetti più dottrinari e protestatari, invece che ad avviarsi lungo la strada delle riforme concrete e realmente progressive.
Questa situazione ha posto i socialisti in uno stato di dubbio e di incertezza che ha trovato espressione nella decisione di rinviare al prossimo congresso ogni decisione in merito alla ripresa della collaborazione governativa di centro-sinistra. Il problema fondamentale che essi debbono affrontare è naturalmente l’individuazione delle cause profonde degli insuccessi o dei troppo esigui successi della politica di centro-sinistra finora attuata e della conseguente sconfitta elettorale.
In effetti, solo nella misura in cui saprà individuare le vere ragioni delle insufficienze di fondo che hanno caratterizzato la prima fase testé conclusasi di tale esperienza politica, il prossimo congresso socialista sarà in grado di dare una risposta adeguata ai problemi del nostro paese.
Con questa lettera agli amici socialisti noi federalisti intendiamo contribuire al chiarimento di questo problema. A tale scopo noi riteniamo che sia indispensabile individuare con precisione gli ostacoli che hanno finora impedito la realizzazione di un’efficace politica di programmazione democratica. Se in effetti la programmazione democratica costituisce l’impegno fondamentale e più qualificante della politica di centro-sinistra, è evidente che solo in seguito all’individuazione di tali ostacoli ed all’indicazione del modo di superarli sarà possibile ridare slancio ed efficacia al centro-sinistra. A nostro avviso ciò che ha finora impedito la realizzazione di un’efficace politica di programmazione democratica è lo scontrarsi di tale politica con talune contraddizioni di natura obiettiva che possono essere superate solo procedendo verso l’unificazione politica europea. In altre parole l’insufficienza finora dimostrata dalla programmazione democratica dipende dal fatto che tale politica può riuscire solo se si inquadra in una coerente e risoluta azione di unificazione politica europea, e nella misura in cui tale azione ha successo. A questo problema cruciale ci sembra che gli amici socialisti non prestino la necessaria attenzione.
 
2. Programmazione democratica e divisione della sinistra.
La prima fondamentale contraddizione oggettiva che spiega l’inefficacia della politica di programmazione democratica in Italia consiste nella debolezza organica della sinistra socialista e democratica che di tale politica deve costituire il principale sostegno. L’oggettiva indisponibilità dei comunisti per una tale politica pone i socialisti nella necessità imprescindibile di tentare una politica di progresso attraverso una alleanza, in posizione subordinata, con il centrismo conservatore democristiano. Si tratta di un dato noto a tutti, sul quale tuttavia ci sembrano necessari alcuni chiarimenti. Per capire nei suoi termini reali l’oggettiva indisponibilità, in questa fase storica, dei comunisti per una politica di progresso economico e sociale, occorre individuare in modo esatto la natura della politica comunista nei suoi nessi oggettivi con la struttura economico-sociale italiana.
Cominciamo dalla natura della politica comunista. Vi è un accordo pressoché generale negli ambienti della sinistra socialista e democratica nel considerare tale politica una via di mezzo fra una linea politica coerentemente rivoluzionaria (come quella dei bolscevichi russi) ed una linea politica coerentemente riformista (come quella dei socialisti democratici occidentali). A questo proposito è sufficiente ricordare che la natura contraddittoria della politica comunista si manifesta soprattutto nel suo atteggiamento verso la democrazia. Da una parte si dice di accettare la democrazia pluripartitica, dall’altra si approvano i regimi a partito unico dei paesi dell’Europa orientale e si continua a mantenere una struttura organizzativa del partito che non offre garanzie sufficienti di un libero dibattito democratico interno. Lo stesso programma economico comunista è un’espressione della contraddittorietà della sua linea politica. Tale programma non rappresenta infatti un’alternativa alla programmazione democratica; costituisce piuttosto un complesso contraddittorio di rivendicazioni particolari, che non può costituire la base di alcun programma governativo. La conseguenza della linea politica comunista, definita giustamente come massimalistica, o opportunistica, o protestataria, a seconda dei casi, è di rendere per ora impossibile uno schieramento unitario della sinistra, sia su base coerentemente rivoluzionaria, che su base coerentemente riformista. Donde la divisione della sinistra in Italia, e la sua permanente debolezza.
Ciò detto, serve a ben poco condannare moralisticamente la politica comunista, dal momento che essa ha delle radici oggettive nella struttura economico-sociale del nostro paese, la quale ha finora impedito l’affermarsi nell’estrema sinistra italiana, sia di una coerente linea politica rivoluzionaria, che di una coerente linea politica riformista. Il problema è piuttosto di individuare con più precisione i dati strutturali economico-sociali che condizionano la linea politica comunista in Italia. A questo riguardo noi proponiamo il seguente schema interpretativo, precisando che si tratta di un’ipotesi presentata qui nei suoi termini più generali, e che dovrebbe essere svolta in modo più approfondito in successivi documenti e nel corso di eventuali dibattiti con gli amici socialisti.
Per cogliere le radici oggettive della linea politica comunista, si deve, a nostro avviso, tenere presente che l’Italia è caratterizzata da una profonda frattura dal punto di vista economico-sociale. Il carattere peculiare di questa frattura risiede nel fatto che essa non è determinata esclusivamente dalla divisione, per altro macroscopica, fra borghesia e proletariato, bensì, e soprattutto, dalla circostanza che una parte del paese è entrata nel processo di industrializzazione moderna, mentre l’altra parte ne è rimasta esclusa. Questa circostanza riveste un’enorme importanza. In realtà se in Italia non esistesse che una divisione sociale borghesia-proletariato, noi avremmo assistito ed assisteremmo ancora a dei fenomeni assai simili a quelli che si sono prodotti negli altri paesi dell’Europa occidentale, che sono entrati pienamente nella fase capitalistica dello sviluppo economico, quali la Gran Bretagna, la Svizzera e la Svezia. In questi paesi la frattura di cui stiamo parlando ha all’inizio dato origine a delle alternative di regime. Era infatti inevitabile che in paesi caratterizzati da una forte divisione sociale e, di conseguenza, da radicalmente differenti basi sociali del potere, il regime si fondasse su una di tali basi ad esclusione dell’altra e che pertanto la base sociale esclusa si ponesse in alternativa di regime. Ma in tali paesi le condizioni economico-sociali sono gradualmente evolute (nella misura in cui lo sviluppo economico integrava nella vita dello stato ambienti sociali sempre più vasti, e tendeva a diminuire sostanzialmente le differenze di classe) verso una situazione in cui le vecchie alternative di regime tendevano a trasformarsi in alternative di governo. Il modello classico di tale sviluppo è la Gran Bretagna. In questo paese i fenomeni della rivoluzione industriale e della divisione sociale borghesia-proletariato si sono presentati con un carattere assai radicale. E tuttavia le opposizioni violente di regime sono gradualmente evolute verso situazioni nelle quali le forze sociali all’opposizione, sentendosi a poco a poco meno escluse, tendevano a formulare non più delle opposizioni di regime, bensì delle opposizioni di governo.
L’Italia al contrario presenta, come si è già detto, accanto alla divisione borghesia-proletariato, presenta un’ulteriore frattura fra la parte del paese che è entrata nella fase dell’industrializzazione e la parte che è rimasta al di fuori di questo processo. Tale fenomeno implica due conseguenze: in primo luogo tende a consolidare la frattura sociale borghesia-proletariato e cristallizza la situazione sociale su cui si fondano le alternative di regime; in secondo luogo anche nella parte del paese che è evoluta dal punto di vista economico rappresenta un ostacolo all’unificazione sociale che, come si è detto, tende ad escludere le alternative di regime, trasformandole in alternative di governo.
Quest’ultima conseguenza necessita di un chiarimento. Immaginiamo che lo spazio geografico comunemente conosciuto sotto il nome di Italia sia occupato da due diversi Stati, l’uno comprendente essenzialmente il territorio nel quale ha avuto luogo il fenomeno dell’industrializzazione, vale a dire il nord ed una piccola parte del centro, l’altro comprendente il resto del paese. In verità lo potrebbero facilmente rappresentare in una tale ipotetica situazione le due seguenti situazioni sociali e quindi politiche: il primo Stato avrebbe in sostanza seguito il trend della Gran Bretagna, il secondo sarebbe stato al contrario uno Stato perpetuamente oscillante fra un regime reazionario di destra e il comunismo, poiché sarebbe costantemente mancata la base sociale necessaria alle esperienze democratiche. Questa situazione sarebbe durata fino al momento in cui, in seguito ad una colossale modificazione di struttura, si fosse potuto modificare il sostrato sociale del potere. Il fatto è però che, se è vero che in Italia la situazione sociale presenta una tale frattura, non è meno vero che dal punto di vista politico non esiste che un solo Stato. Ne consegue che l’opposizione di regime di sinistra prodotta da una tale frattura tende ad assorbire ogni opposizione di sinistra, anche quella che, emergendo da una società tendente all’unificazione sociale (quale è quella del nord), avrebbe potuto trasformarsi, in uno stato separato, in opposizione di governo.
Questi dati della struttura economico sociale italiana spiegano evidentemente l’esistenza di un’opposizione di regime comunista in Italia, la quale non è che l’erede del vecchio massimalismo socialista. Quest’ultimo si è trasformato nei paesi occidentali più avanzati da opposizione di regime in opposizione di governo, senza lasciare alla propria sinistra lo spazio per una nuova versione del massimalismo. Mentre la peculiare situazione economico-sociale italiana ha reso inevitabile l’affermarsi della nuova opposizione di regime comunista dal momento in cui il socialismo ha cominciato da avviarsi coerentemente verso il riformismo. D’altro canto i dati sovraindicati danno pure ragione del carattere contraddittorio della linea politica comunista. Proprio perché è caratterizzata dalla frattura tra una parte del paese che è entrata nel processo di industrializzazione ed una parte che ne è rimasta esclusa, la struttura economico-sociale italiana sta a metà fra le condizioni dei paesi occidentali più avanzati e quelle dei paesi sottosviluppati (del tipo della Russia zarista o dei paesi balcanici). Appunto per questo non riesce ad esprimere né una coerente e consistente opposizione comunista rivoluzionaria, né una forte sinistra socialista-riformista, bensì essenzialmente un forte massimalismo protestatario. I comunisti italiani non possono in effetti essere risolutamente rivoluzionari, poiché nel nostro paese non esistono le condizioni oggettive di una rivoluzione comunista. E non possono neppure d’altra parte diventare coerentemente riformisti, poiché in tal caso, data la situazione oggettiva italiana, essi verrebbero a perdere la propria base sociale a vantaggio di una nuova opposizione massimalistica.[2]
Questa linea politica contraddittoria (ma determinata da ragioni oggettive) dei comunisti condiziona in modo estremamente negativo la strategia dei socialisti democratici e riformisti, creando delle difficoltà quasi insormontabili. Chiariamo questo punto. E’ evidente che una politica di progresso democratico e socialista in Italia non può coincidere che con l’avvio al reale superamento della frattura fra nord e sud, oltre che con il miglioramento generale delle condizioni delle masse lavoratrici. La politica della programmazione democratica, che nelle attuali condizioni storiche costituisce lo strumento più avanzato della strategia riformistica dei socialisti democratici, mira precisamente a tali obiettivi. E’ inoltre chiaro che se tale politica avesse successo, porterebbe i comunisti nell’area democratica e favorirebbe di conseguenza la costituzione di una forte sinistra socialista e democratica in grado di realizzare ulteriori decisivi progressi verso il socialismo. D’altra parte, ed è qui la difficoltà centrale, questa politica deve essere fatta per un periodo relativamente lungo senza i comunisti, per ora indisponibili per le suddette ragioni. I socialisti non hanno pertanto altra scelta che quella dell’alleanza con il centrismo conservatore democristiano, il quale tende per la sua logica intrinseca a condizionare pesantemente in senso conservatore la politica della programmazione democratica ed a diminuirne quindi fortemente l’efficacia.
A proposito dei democristiani, deve essere per altro ben chiaro che serve a ben poco condannarne moralisticamente il conservatorismo; e ciò per gli stessi motivi per cui è inutile lamentarsi del massimalismo protestatario e contraddittorio dei comunisti. Il centrismo conservatore democristiano, che ha le sue radici sociali nell’interclassismo[3] imposto dalla Chiesa attraverso il principio dell’unità politica dei cattolici, rappresenta l’inevitabile risposta al massimalismo comunista ed alla conseguente divisione della sinistra. L’impossibilità da parte della sinistra di esprimere un’alternativa democratica e socialista di governo, il pericolo per la permanenza e stabilità del regime democratico rappresentato dall’opposizione di regime comunista hanno reso e rendono tuttora necessario il massiccio intervento della Chiesa nella vita politica italiana allo scopo di imporre l’unità politica dei cattolici e di mantenere in piedi una vasta formazione politica interclassista fornita di una logica conservatrice, ma in grado di costituire il necessario contrappeso all’opposizione comunista e di garantire quindi un minimo di stabilità politica.
Questa situazione pone in sostanza i socialisti di fronte ad una contraddizione oggettiva. La divisione della sinistra, dovuta alla presenza dell’opposizione massimalistica comunista, implica inevitabilmente che i socialisti, per svolgere una politica di programmazione democratica in grado di avviare a soluzione i problemi economico-sociali sui quali si fonda la contraddittoria politica comunista, siano costretti a fare tale politica in alleanza con forze politiche caratterizzate da una tendenza oggettivamente conservatrice. Un condizionamento in senso conservatore della politica di programmazione ed una conseguente limitazione della sua efficacia appare pertanto inevitabile. La conseguenza di questa situazione è che la politica di centro-sinistra, che non ha alternative in questa situazione storica, è una politica necessariamente faticosa e difficile e che può dare dei risultati apprezzabili solo a lunga scadenza. Nelle sue prime fasi questa politica non può che essere impopolare e quindi duramente attaccata dai comunisti, ed è pressoché inevitabile che provochi dei transitori indebolimenti della forza politico-elettorale socialista.
Questa è dunque a nostro avviso la prima fondamentale contraddizione oggettiva che limita l’efficacia della politica di programmazione democratica. Dobbiamo ora considerare una seconda ancor più importante contraddizione.
 
3. Programmazione nazionale e economia europea.
La seconda fondamentale contraddizione oggettiva che spiega l’inefficacia della politica di programmazione democratica finora attuata nel nostro paese consiste nell’impossibilità strutturale di affrontare con gli strumenti della politica nazionale i problemi posti dall’inserimento progressivo dell’economia italiana nel processo di integrazione economica europea. Per cogliere nei suoi termini reali questo problema, occorre anzitutto essere consapevoli dell’importanza di tale processo.
La liberalizzazione degli scambi e l’integrazione economica realizzatesi attraverso le Comunità europee costituiscono i fattori fondamentali dello straordinario sviluppo economico verificatosi non solo in Italia, ma anche in Germania, in Francia e nel Benelux in questo dopoguerra. Invertendo la precedente tendenza al nazionalismo economico, il processo di integrazione economica europea ha reso possibile, con l’apertura dei mercati, un forte sviluppo capitalistico, che ha indubbiamente avviato ad un miglioramento delle condizioni delle masse lavoratrici ed ha soprattutto posto le premesse necessarie per affrontare i fondamentali problemi economico-sociali del nostro paese (distacco nord-sud ecc.). Ha in sostanza posto le premesse necessarie per procedere, tramite una politica di programmazione democratica, verso la soluzione di quei problemi economico-sociali, la cui mancata soluzione ha sempre impedito in Italia il consolidarsi di un vitale sistema democratico ed in particolare il realizzarsi della premessa imprescindibile di un tale sistema: la formazione di una sinistra socialista e democratica unita, forte e, in prospettiva, maggioritaria. Sembra pertanto evidente che l’integrazione economica europea costituisca la premessa oggettiva della politica di centro-sinistra, il dato strutturale che ha reso storicamente possibile la decisione del P.S.I. di dare vita al centro-sinistra, e di procedere in tale contesto alla riunificazione socialista.
Per questi motivi si deve considerare l’integrazione economica europea come la base imprescindibile di una politica di progresso economico-sociale e quindi democratico in Italia. Nello stesso tempo si deve però tenere presente che tale processo, per il modo in cui si è finora svolto, ha creato una situazione che impedisce di procedere decisamente verso il superamento dei fondamentali problemi economico-sociali e politici del nostro paese. La situazione contradditoria prodotta dall’integrazione europea, ed alla quale sono connesse altre fondamentali contraddizioni è la seguente.
L’apertura dei mercati ha permesso allo sviluppo capitalistico di assumere una dimensione europea e, per taluni aspetti mondiale, mentre gli strumenti di politica economica diretti a controllare tale sviluppo hanno conservato dimensioni nazionali, per il fatto che l’integrazione economica non è stata accompagnata dall’integrazione politica. Ne deriva una sostanziale inefficienza degli strumenti politici di controllo dell’economia, e fra questi soprattutto della programmazione, e perciò uno sviluppo anarchico del capitalismo europeo e quindi italiano. Non è perciò possibile in tali condizioni l’avvio ad un serio controllo dello sviluppo capitalistico, e cioè ad una eliminazione delle sue distorsioni. In particolare, l’integrazione europea, a causa della mancanza di un potere politico capace di svolgere un’effettiva funzione riequilibratrice dello sviluppo economico, non solo non tende ad attenuare gli squilibri regionali esistenti, ma tende se mai ad aggravarli. L’incontrollata ed anarchica attività delle forze della produzione sul piano europeo comporta ad esempio la concentrazione dello sviluppo capitalistico nell’Italia settentrionale (per esigenze di concorrenza europea) e non permette pertanto sostanziali progressi verso il superamento del distacco nord-sud.
D’altra parte le Comunità europee non sono dotate di poteri sufficienti per impostare una vera e propria programmazione europea. La politica economica a medio termine elaborata dalla C.E.E. si limita a formulare una previsione generale della tendenza di sviluppo delle varie componenti di ciascuna economia nazionale, senza fissare precisi obiettivi nei singoli settori né i mezzi da impiegare per realizzarli. Da ciò derivano le forti caratteristiche tecnologiche che finora ha assunto il processo di integrazione europea. In effetti uno sviluppo programmato dell’economia europea esige una gerarchia di centri coordinati di decisione. Ora, il vertice di tale gerarchia è tuttora costituito dai governi nazionali, i cui «compromessi» a livello di Consiglio dei Ministri delle Comunità sono la base dell’integrazione europea. La lotta per l’adozione di un sistema di programmazione europea coincide con quella rivolta alla limitazione della libertà di azione dei governi nazionali e al trasferimento di poteri dagli Stati all’Europa (e dagli Stati alle regioni).
Per cogliere ora più in profondità le conseguenze della situazione contraddittoria creata dall’integrazione economica europea, è necessario allargare il discorso dal problema dell’inefficienza europea, al problema più generale della degenerazione della vita democratica in Italia e negli altri paesi europei, pure connessa, a nostro avviso, fondamentalmente al modo in cui si è finora svolta l’integrazione economica europea.
Gli Stati del continente europeo si sono trovati, dopo la seconda guerra mondiale, nella necessità di dipendere dagli Stati Uniti per la loro difesa (il che continua ad essere valido, in ultima analisi, anche per la Francia, malgrado la sua uscita dalla N.A.T.O.) e di collaborare strettamente tra di loro nell’ordine economico — col Mercato Comune — per creare e mantenere le condizioni di uno sviluppo economico moderno. Si è creata quindi una situazione in cui le decisioni più importanti per la sicurezza e per il benessere dei cittadini europei — quelle concernenti la difesa e le linee essenziali della politica economica — vengono prese rispettivamente a Washington e a Bruxelles da organi — il governo americano e il Consiglio dei Ministri del Mercato comune — che gli Europei non eleggono, sui quali essi non hanno alcun potere di controllo e che rimangono sostanzialmente al di fuori della lotta politica nazionale. La lotta politica nazionale ruota quindi attorno alle decisioni che i governi nazionali sono ancora in grado di prendere, cioè a decisioni secondarie che si iscrivono nelle grandi opzioni fatte a Washington e a Bruxelles. In questa prospettiva è facile comprendere la ragione della rottura del circuito di fiducia tra i cittadini e lo Stato. In prima approssimazione il problema è costituzionale: si tratta di ristabilire questo circuito di fiducia, affidando davvero al popolo la scelta del governo. Ma per questo è necessario che il popolo sia davvero un popolo, ossia una comunità di destino, e che il governo sia veramente un governo, ossia un organo capace di esprimere una volontà politica autonoma e forte a sufficienza per controllare il destino di un popolo. In ogni altro caso il rapporto diretto tra cittadini e classe politica diventa inutile e si spezza. La fiducia esiste là dove esso è il quadro in cui vengono prese le decisioni fondamentali per la sicurezza e per il benessere dei cittadini: in una parola, dove esso è indipendente sia nell’ordine politico sia nell’ordine economico. Dove invece questa indipendenza non esiste, dove lo Stato è soltanto un soggetto passivo nell’equilibrio internazionale, e dove quindi le decisioni fondamentali per la sicurezza e per il benessere dei cittadini vengono prese fuori dal suo quadro, è inevitabile che il potere perda ogni giustificazione agli occhi dei cittadini e che le istituzioni vengano disprezzate. La crisi dello Stato quindi non può essere risolta nell’ambito dello Stato nazionale, ma soltanto attraverso il superamento dello Stato nazionale e la creazione di uno Stato di dimensioni continentali, in grado di prendere le decisioni necessarie ad assicurare la difesa e lo sviluppo economico. Tale Stato non può essere che la Federazione europea. Dunque chi non sceglie la federazione e perciò lascia sussistere i vecchi Stati, lascia sussistere anche la causa della crisi delle istituzioni politiche. Chi sceglie invece la federazione non solo rimuove la causa della crisi, ma sceglie anche un tipo di Stato nel quale si può istituire un governo presidenziale, ossia tale da garantire nel modo più adeguato la scelta del governo da parte del popolo, senza cadere nel rischio del bonapartismo. Ciò si deve al fatto che nella federazione, oltre alla tradizionale divisione del potere tra esecutivo, legislativo, e giudiziario, c’è anche quella tra il governo della federazione e quelli degli Stati membri, governi che costituiscono un efficace argine al potere presidenziale.
Ma occorre esaminare ancora un altro fenomeno, le cui proporzioni stanno diventando importanti: la contestazione globale neo-marxista. La rivolta dei giovani, nella misura in cui mostra che tra i problemi che diventano sempre più difficili c’è ormai quello stesso del consenso a ogni forma di potere costituito, mostra anche come la crisi sia profonda e avanzata. Il fatto che questa rivolta abbia un aspetto utopico non deve trarre in inganno circa la sua forza. L’utopia dei giovani è la reazione naturale e benefica alla sclerosi delle ideologie politiche tradizionali e alla strumentalizzazione delle scienze sociali. E’ l’espressione immatura, ancora confusa con idee vecchie e con atteggiamenti deteriori, del bisogno insopprimibile di rendere di nuovo pensabili i grandi obiettivi rivoluzionari della storia umana. L’espressione di un bisogno che, in quanto tale, trascende le soluzioni oggi storicamente possibili. Ma l’influenza della rivolta dei giovani sulla situazione di potere, la progressione lenta ma graduale dello spirito di rivolta anche al di là del mondo studentesco non dipendono soltanto dalla tensione utopica, ma soprattutto dalla mancanza di un potere politico europeo e di forme di partecipazione politica a livello europeo. La conseguenza di questo fatto è la crisi dello Stato in Europa occidentale, che rende tutti i poteri costituiti sempre più deboli e incapaci di adempiere ai loro compiti, perfino quelli più modesti. Sotto questo aspetto la rivolta dei giovani non è che lo sbocco di sinistra, ancora anarcoide per la mancanza di realistici obiettivi di potere, di un fenomeno generale, che si manifesta sulla destra e sul centro come apatia, scetticismo, decadenza dei valori civici e che potrebbe ricondurci, con il richiamo all’ordine a qualunque costo, nei confronti della violenza che riappare nella vita sociale, a nuove forme di fascismo.
Siamo già entrati nella zona del pericolo. Non determinare quale sia l’obiettivo situato al di là del rischio della catastrofe, non fare subito quanto si può già fare in questa direzione, significherebbe aver già ceduto. La ragione indica con chiarezza l’obiettivo. Si tratta di appoggiare il potere politico su una base più forte, più aperta, più evolutiva di quella nazionale.
Da quanto è stato detto finora ci sembra risultare assai chiaro che la creazione di una struttura democratica a livello europeo costituisce la premessa imprescindibile per realizzare una efficace politica di programmazione democratica e quindi, più in generale, per eliminare le ragioni profonde della degenerazione della democrazia in Italia e negli altri paesi europei. E’ ora necessario chiarire in termini concreti come l’unità politica europea favorirebbe non solo indirettamente (attraverso cioè la creazione delle condizioni oggettive di una politica di progresso economico-sociale e democratico), ma anche in modo diretto il superamento della divisione e della conseguente debolezza della sinistra in Italia ed in Europa.
A nostro parere l’unità europea creerebbe una situazione di potere che renderebbe possibile la formazione di una forte sinistra socialista e democratica e, di conseguenza, l’affermarsi di un vitale sistema bipartitico.
Con l’unità europea i partiti sarebbero infatti costretti ad affrontare elezioni europee e a presentarsi su scala europea. Si possono prevedere facilmente le conseguenze di un simile sommovimento se si tiene presente che le energie politiche che non hanno legami europei efficaci saranno battute e tenderanno a sparire. Esse sono: la destra nazionalista, l’integralismo cattolico, il comunismo e il massimalismo socialista.
In particolare, per battere il centrismo che governa l’Italia bisogna unire la sinistra su una posizione capace, in caso di vittoria elettorale, di conquistare la maggioranza, di mantenerla e di governare da sola, senza forti opposizioni di sinistra esterne al governo e senza remore conservatrici nel suo seno. Ed è chiaro che, per ottenere la maggioranza, bisogna conquistare una parte del centro e gran parte dei comunisti. Per unire la sinistra da un lato bisogna dunque battere le posizioni staliniste e opportunistiche che guidano ancora il partito comunista e, nello stesso tempo, provocare la conversione al socialismo democratico della base e dei quadri intermedi; dall’altro lato bisogna sottrarre i repubblicani e la sinistra democristiana all’egemonia delle forze conservatrici. In caso contrario, i socialisti continueranno a subire l’egemonia dell’opposizione comunista e i repubblicani e le correnti di sinistra della D.C. quelle delle correnti conservatrici e immobilistiche di governo; e i socialisti malgrado l’unificazione, non avranno la forza di modificare l’immobilismo di un governo che unisce in sé forze del progresso e forze della conservazione. Di fatto, questo è il destino dell’unità socialista se rimarrà prigioniera del quadro politico italiano. In questo quadro il partito comunista impedisce alla sinistra socialista e democratica di diventare un partito a vocazione maggioritaria e costringe pertanto gli elementi più responsabili della destra e della sinistra a formare governi di coalizione che impediscono il gioco democratico dell’alternativa tra maggioranza e opposizione.
Ma questo destino può essere evitato, perché il quadro italiano è superabile. Le economie e le società nazionali non esistono più come entità a sé stanti, ma come parte di una società e di un’economia europea. Ciò equivale a dire che si sta formando in modo sempre più consistente, soprattutto dopo l’abbattimento delle barriere doganali, la base economico-sociale del potere politico europeo. Solo in questo quadro sarà possibile controllare con una programmazione europea la vita economica e sociale invece di farsi rimorchiare dal capitalismo internazionale.
Orbene, in questo quadro, ossia nel primo nucleo federale, il partito comunista, più debole in Francia che in Italia, non avrebbe solide prospettive elettorali. Esso dovrebbe subire l’egemonia del socialismo e quindi, stante la sua crisi ideologica, finirebbe con l’essere rapidamente riassorbito dalla democrazia, specie con un sistema democratico di scelta del governo di tipo inglese o americano, che accentuerebbe la sua debolezza politica. Quanto alla D.C., sembra chiaro che la formula che la sorregge, l’unità politica dei cattolici, non ha un respiro europeo. Infatti la convivenza di forze liberali e socialiste nello stesso partito sembra essere determinata dalla particolarità della situazione nazionale (e costituisce una variante del centrismo caratteristico dei regimi del continente europeo). D’altra parte, per non considerare che i due massimi partiti democristiani dell’Europa occidentale, non si riesce a immaginare su quale base sarebbe possibile un’alleanza tra la D.C., formata da cattolici, e la C.D.U., composta in gran parte di protestanti. Pertanto per i democratici cristiani che non sceglieranno il socialismo non rimarrà altra formula politica efficace che quella del partito conservatore moderno di tipo inglese.
In conclusione nel quadro della democrazia europea sarebbero creati i presupposti dell’unificazione della sinistra su basi socialiste e democratiche e quindi della creazione di un vitale sistema bipartitico.
Da tali considerazioni dovrebbero risultare chiaro che l’unica strada, attraverso la quale si può ridare un effettivo slancio alla politica di centro-sinistra, intesa come lo strumento indispensabile all’attuazione della programmazione democratica e della politica di riunificazione della sinistra, è quella di una risoluta e coerente azione di unificazione politica europea. Di ciò devono tenere conto i socialisti nella determinazione della loro strategia e quindi anche nel decidere se, ed a quali condizioni partecipare ad un nuovo governo di centro-sinistra. Ma prima di esaminare le implicazioni relative alla strategia socialista che derivano dalla nostra analisi, è necessario soffermarsi sull’importanza e sul significato dell’unità politica europea nel contesto internazionale.
 
4. La fine dell’equilibrio bipolare.
Per quanto riguarda il settore della politica estera, che assume oggi in Europa una particolare drammaticità dopo i recenti avvenimenti di Grecia e di Cecoslovacchia, i problemi che si pongono non possono essere compresi se non si collocano nel quadro dell’evoluzione della bilancia mondiale del potere dalla fine della guerra ad oggi.
Quando fu stipulato il Patto Atlantico, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica erano le sole potenze che disponevano di un vero e proprio potere di decisione a livello internazionale, mentre gli Stati dell’Europa occidentale erano, sia pure in diversa misura, estremamente deboli. Tuttavia per le loro possibilità di sviluppo economico e civile, questi Stati se presi come un insieme — data da allora il processo di unificazione europea — costituivano il fronte decisivo per le sorti della politica mondiale. Senza sviluppare questo potenziale gli Stati Uniti non avrebbero potuto bilanciare la forza del blocco sovietico in gestazione. D’altra parte gli Stati dell’Europa occidentale non avrebbero potuto, da soli, provvedere alla loro sicurezza, e nemmeno salvaguardare il loro regime interno ed avviare efficacemente la ricostruzione economica. Il Patto Atlantico, e gli accordi politicamente collegati per la collaborazione economica, costituirono pertanto i mezzi indispensabili per garantire l’equilibrio tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, e la sicurezza, nonché la ripresa, degli Stati dell’Europa Occidentale.
Bisogna avere il coraggio mentale e morale di ammettere che ciò corrisponde, da parte delle vecchie nazioni europee, alla rinunzia ad una politica estera e ad una politica economica autonome. Ma bisogna anche ricordare che l’interesse americano al rafforzamento dell’Europa Occidentale attribuì un carattere dinamico all’alleanza, e consentì un ampio margine per lo sviluppo economico nel quadro europeo e per gli effetti connessi. E bisogna soprattutto ricordare che questa situazione venne giudicata, da coloro stessi che l’accettarono nei termini del Patto Atlantico, come transitoria, e non solo a parole.
Mentre col Patto sancivano provvisoriamente la subordinazione dei loro Stati all’America del Nord, gli atlantisti, fondando il Consiglio d’Europa, fecero il primo passo sulla via dell’eliminazione di questa dipendenza mediante la creazione di una entità di peso storicamente equivalente a quello degli Stati Uniti: la federazione dell’Europa occidentale. Senza il riferimento all’Europa, ossia alla futura emancipazione, il Patto Atlantico non avrebbe creato nessuna forza morale, nessuna volontà politica, e non avrebbe pertanto raggiunto i suoi fini.
Grazie all’evoluzione storica generale, e in particolare al carattere dinamico del Patto Atlantico e dello stesso blocco sovietico, che, sia pure in modo feroce, ruppe l’equilibrio sociale che impediva lo sviluppo degli Stati dell’Europa orientale, la situazione che stava alla base del Patto Atlantico è profondamente mutata.
I paesi del terzo mondo hanno ritrovato una vita storica attiva. La Cina è sulla via di diventare una grande potenza. Gli Stati europei hanno ricuperato una certa libertà di manovra, sia ad oriente che a occidente. E nella parte occidentale con il processo di integrazione, essi hanno ormai costituito una potenza economica che esercita già una influenza decisiva sul mercato mondiale, anche se, non avendo ancora tradotto in termini politici l’unificazione economica, l’Europa occidentale non può ancora esercitare una influenza analoga nell’ordine politico internazionale (un barlume di questa influenza appare, ma nei termini rovesciati e velleitari dello sfruttamento da parte del nazionalismo francese della forza creata dall’unità economica europea, nella politica di de Gaulle).
Queste modificazioni hanno respinto gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica su una posizione conservatrice dello status quo internazionale, che si manifesta chiaramente nella progressiva eliminazione del loro antagonismo, e che ha fatto perdere ai due blocchi, diretti ciascuno dalla rispettiva potenza-guida, il loro carattere dinamico.
La distensione è diventata per ognuna delle due declinanti potenze-guida, lo strumento per assicurarsi la benevola neutralità dell’altra ogni qualvolta, all’interno di una delle due sfere di influenza, la potenza-guida si trova nella necessità di soffocare, con la violenza più o meno aperta, le aspirazioni all’indipendenza che vi si manifestano. I fatti di Grecia e di Cecoslovacchia ne hanno dato agli europei una testimonianza drammatica. Ma l’atteggiamento repressivo e il tacito accordo tra Stati Uniti e Unione Sovietica non possono impedire che il vecchio equilibrio si sgretoli e che un nuovo equilibrio mondiale, di carattere non più bipolare ma multipolare si profili anche se non è facile vederne nettamente i contorni sin da ora, e agire speditamente per realizzarlo, perché la fase attuale è ancora quella, forzatamente confusa, della rottura del vecchio ordine.
Il punto fondamentale della nuova situazione, nella misura in cui resta inquadrata nei vecchi schemi, è proprio il suo carattere statico, e, per quanto riguarda l’Europa Occidentale, il suo correlato, ossia il fatto che lo sviluppo economico dell’Europa non è più un interesse americano. Ciò significa non solo che la politica atlantica, nella sua forma tradizionale, è ormai sbagliata, ma anche che essa non potrà più comunque reggere ancora per molto tempo. Presto o tardi e bene o male, a seconda della capacità di adattare più o meno rapidamente, e più o meno efficacemente, la volontà politica alla nuova situazione, essa sarà sostituita da qualche cosa di nuovo. L’essenziale è dunque capire presto, e agire presto, per sfruttare gli elementi positivi, e per superare quelli negativi, che si stanno formando.
In questa situazione è diventato sempre più evidente che la sola possibilità per l’Europa di sottrarsi al controllo repressivo e immobilista dell’imperialismo russo e americano e di instaurare un nuovo equilibrio mondiale, pacifico, dinamico e progressivo, è quella della creazione di un potere politico europeo e della conseguente ristrutturazione del Patto Atlantico come vera e propria partnership tra uguali.
Un’Europa unita e indipendente avrebbe impedito il verificarsi dei gravi recenti avvenimenti che hanno contrassegnato la recente ingloriosa fase della storia europea e mondiale.
Con un forte nucleo federale in Europa non vi sarebbe fascismo in Grecia. La via evolutiva per la Grecia sarebbe stata la via dell’avvicinamento all’Europa e avrebbe condotto alla sua adesione alla Federazione Europea. La cricca fascista che ha preso il potere giovandosi dell’appoggio americano non avrebbe potuto giocare sulla paura del disordine e di un’evoluzione della politica estera greca in senso neutralistico per effettuare il colpo di Stato con il quale è stata instaurata la dittatura; e la potenza più vicina, l’Europa Democratica, avrebbe avuto tutto l’interesse a sostenere la tendenza progressiva, che sarebbe stata per ciò stesso europea, anziché quella reazionaria, militarista e nazionalista.
Con un grosso nucleo federale in Europa non vi sarebbe stata invasione della Cecoslovacchia. I dirigenti e il popolo cecoslovacco non vi sarebbero trovati di fronte alla falsa alternativa tra la completa sudditanza alla potenza russa e un’indipendenza nazionale inconcepibile nel quadro dell’equilibrio mondiale attuale, ma avrebbero visto nell’adesione alla Federazione Europea, perfettamente compatibile con il mantenimento della proprietà sociale degli strumenti materiali della produzione, lo sblocco logico dell’evoluzione interna del paese. Né l’Europa Democratica, i cui interessi vitali e la cui opinione pubblica sarebbero stati profondamente toccati dalla crisi, avrebbe potuto dichiararsi benevolmente neutrale come hanno fatto nella circostanza gli Stati Uniti ma avrebbe preso attivamente partito in favore del popolo cecoslovacco.
Gli stessi Stati Uniti infine, di fronte a un aperto conflitto di interessi tra Europa e Russia, non avrebbero potuto fare a meno di esercitare, sotto la spinta della loro opinione pubblica, la loro influenza nel senso favorevole alla libertà della Cecoslovacchia.
Ciò mostra chiaramente che il nuovo equilibrio che si instaurerebbe con la creazione della Federazione Europea, spezzando l’intesa repressiva tra Russia e Stati Uniti, libererebbe una immensa quantità di energie di progresso e di libertà. E ciò avverrebbe non solo in Europa, non solo nel terzo mondo, condannato dal presente equilibrio ad un crescente sottosviluppo, ma nella stessa Russia nella quale la logica dell’imperialismo impedisce l’espressione delle tendenze liberali e democratiche che sono in via di formazione nella sua società, e negli stessi Stati Uniti, le cui tradizionali libertà si stanno rivelando sempre più incompatibili con il ruolo di gendarme mondiale che essi hanno assunto.
 
5. Una strategia socialista europea.
Se gli amici socialisti ritengono valide le considerazioni che precedono, essi debbono elaborare la propria strategia globale, tenendo presente che, per cambiare realmente le cose in Italia, occorre uscire dal quadro dello Stato italiano e passare attraverso l’unificazione federale dell’Europa. In modo particolare essi devono giudicare la validità di una politica di centro-sinistra in base alla capacità che tale politica è in grado di esprimere in termini di rilancio della politica di unità europea.
Si rendono necessari a questo proposito alcuni chiarimenti.
Per i motivi in precedenza considerati noi riteniamo che la politica di centro-sinistra non sia strutturalmente in grado di risolvere i fondamentali problemi economico-sociali e politici del nostro paese. Siamo d’altra parte convinti che tale politica costituisca oggi l’alternativa più progressiva esistente. Attraverso la collaborazione fra socialisti e democristiani è in effetti possibile realizzare una serie di importanti riforme in grado di aprire la strada alla soluzione dei problemi di fondo, e di impedire in tal modo una totale degenerazione della vita politica italiana. Non si può ignorare che, se entro breve tempo non venisse ripresa con il centro-sinistra, una politica di faticoso, ma reale progresso, e dovesse pertanto perdurare l’inevitabile immobilismo del governo Leone, con molta probabilità si giungerebbe in Italia ad una situazione analoga a quella verificatasi in Francia, ed una involuzione in senso autoritario sarebbe praticamente inevitabile.
Questa è la ragione più immediata per cui, a nostro avviso, gli amici socialisti devono por termine alla politica del disimpegno e riprendere quanto prima una risoluta politica di centro-sinistra. La ragione più a lunga scadenza di una ripresa di tale politica consiste invece nel fatto che, nell’attuale situazione di equilibrio delle forze, il centro-sinistra è l’unica strada per procedere verso l’unità politica europea.
E’ infatti evidente che i comunisti non sono ancora disponibili per una politica di unità europea per gli stessi motivi per cui non sono ancora disponibili per una politica di programmazione democratica. D’altra parte il loro ancora ambiguo atteggiamento verso la democrazia si traduce nel persistere tuttora di un grado notevole di subordinazione agli interessi ed alle direttive della ragion di Stato dell’Unione Sovietica. Pertanto l’alleanza con i comunisti comporterebbe oggi fatalmente il progressivo disimpegno nei confronti della politica di unità europea e l’arresto del processo in corso verso il completamento dell’unione economica del nostro continente. Mentre per contro è evidente che i comunisti sarebbero costretti ad accettare il quadro europeo, se si rendesse evidente l’irreversibilità del processo di unificazione europea. In questa situazione, anzi, si renderebbe possibile, per i motivi precedentemente ricordati, il riassorbimento del partito comunista nelle forze della sinistra socialista e democratica.
Se i comunisti non sono ancora disponibili per una politica di unità europea, è evidente al contrario che i democristiani non potrebbero opporsi a tale politica, se i socialisti fossero disposti a premere in tal senso nel modo più vigoroso, assumendosi il compito dell’iniziativa. Basta tenere presente in effetti che le forze economico-sociali ed il mondo della cultura cattolica che si esprimono nel partito democristiano sono, nella maggioranza, favorevoli all’unità politica dell’Europa. E d’altra parte la tradizione europeista di De Gasperi ha ancora un forte peso nelle file di tale partito. Per queste ragioni dunque il centro-sinistra si presenta nelle attuali condizioni come l’unica formula di governo in grado di permettere un rilancio della politica di unità europea.
A questo punto si tratta di individuare con chiarezza le linee direttrici di una efficace politica di rilancio europeo.
Il procedere del processo di integrazione economica realizzato attraverso il M.E.C. ha messo in luce che l’integrazione economica non è in grado di condurre automaticamente l’Europa all’unità politica. La stessa unità economica, senza quella politica, non può giungere a compimento perché allo stadio attuale del suo sviluppo si pongono dei problemi di politica economica praticamente insolubili senza un potere europeo (moneta, programmazione europea, ecc.).
La realtà è che la costruzione dell’Europa esige la volontà di compiere un salto qualitativo. Il salto qualitativo da fare è quello della creazione democratica di un potere federale ossia la convocazione di una assemblea costituente. Infatti non si può vincere la battaglia per l’Europa e dare all’Europa una funzione progressiva, senza mobilitare la volontà democratica degli Europei, e questa mobilitazione si può fare solo con un’assemblea costituente. Dopo la fine della seconda guerra mondiale i federalisti, che fin d’allora hanno compreso che il problema centrale della vita politica è quello dell’unità europea, hanno sempre sostenuto che si doveva cominciare dalla costruzione di un potere federale europeo con un assembla costituente. I partiti ed i governi che hanno invece capito tardi e male l’importanza decisiva del problema europeo, hanno cercato prima la via dell’Europa a pezzetti — i pools specializzati — poi quella dell’Europa economica senza controllo democratico. E l’Europa, priva della forza democratica costituita dal voto del popolo, è paralizzata.
Oggi più che mai si rende evidente che la politica di rilancio europeo per essere efficace deve tenere presente l’obiettivo della costituente europea. Questo obiettivo deve essere preparato, anche se non può essere sostituito, da una politica evolutiva, la quale tenga conto dell’attuale situazione europea. La situazione politica europea è caratterizzata dall’opposizione del gene de Gaulle a qualsiasi progresso supernazionale dell’integrazione europea. Questo fatto che perdura da tempo è enormemente nocivo anche perché, nella misura in cui la coscienza di non potere andare avanti si diffonde e si consolida, tende a spegnersi nei partiti politici l’impegno europeo. In politica il fatto di non potere avanzare verso l’obiettivo impedisce, evidentemente, la formazione della volontà politica.
Questa situazione trova riscontro nella sostanziale inerzia delle forze democratiche e dei governi degli altri paesi della C.E.E., nella loro incapacità a mobilitare contro il nazionalismo l’opinione pubblica europea, che nella sua stragrande maggioranza è favorevole all’unità europea.
Le forze democratiche da molti anni conducono una politica europea che ha come obiettivo principale quello dell’allargamento della C.E.E. alla Gran Bretagna ed ai paesi dell’E.F.T.A. Tale obiettivo è pienamente valido. Se si prende in considerazione il processo dell’unità europea non solo per quanto ha dato sinora, ma per quanto deve dare in termini storici, non c’è dubbio sul fatto che ci si deve pronunziare per una Europa che comprenda la Gran Bretagna. E non c’è dubbio nemmeno sul fatto che si deve andare in là. Non basta volere la Gran Bretagna con l’Irlanda, la Danimarca e la Norvegia. Bisogna prendere posizione per un indirizzo del processo di unificazione che non chiuda le porte ai popoli dell’Europa orientale, e che sappia sviluppare nel suo seno un rinnovamento della democrazia tale da far cadere le dittature europee, e da permettere l’associazione all’Europa dei popoli della Grecia, della Spagna e del Portogallo. Solo a questo punto il disegno europeo manifesta veramente il suo significato storico, e non si confonde col progetto meschino, e privo di avvenire, di un club economico dei paesi ricchi dell’Europa occidentale.
D’altra parte occorre prendere atto con realismo che, sia a causa della grave crisi economica che travaglia la Gran Bretagna, che a causa dell’irrevocabile opposizione del gene de Gaulle, l’obiettivo dell’allargamento della C.E.E. all’Inghilterra si presenta per ora velleitario. Il problema da risolvere è pertanto quello di far procedere di qualche passo il cammino dell’Europa verso la sua unità, nonostante l’opposizione del gen. de Gaulle.
I socialisti dovranno allora battersi per una maggiore democratizzazione delle Comunità Europee, per accrescere l’influenza dei sindacati a Strasburgo, per ottenere un contratto europeo per i lavoratori dell’industria nonché per la ristrutturazione della sinistra con l’unificazione dei partiti socialisti europei attraverso la convocazione di una costituente socialista, nella convinzione che la lotta per la democrazia la si perde o la si vince, oggi, in Europa.
Poiché non si può pensare ad una elezione europea dei membri del Parlamento Europeo, il Partito Socialista si dovrà impegnare per il rinnovo della delegazione italiana al Parlamento Europeo attraverso elezioni dirette. E’ chiaro che nessuno, nemmeno de Gaulle, può impedire che i delegati italiani (o quelli tedeschi, ecc.) al Parlamento Europeo vengano eletti, anziché col sistema dell’elezione di secondo grado, direttamente dai cittadini italiani. Ed è altrettanto chiaro che l’elezione diretta dei delegati italiani al Parlamento Europeo costituirebbe la prima fase di una autentica iniziativa europea.
Ci si rende conto di ciò non appena se ne considerino le possibili conseguenze in campo europeo.
Per la prima volta una elezione politica popolare sarebbe imperniata non sui temi della politica nazionale, ma sui temi della politica europea e del potere europeo. Un simbolo, quasi morto, quello del cammino dell’Europa verso la federazione, riprenderebbe vigore. L’Europa ed il mondo prenderebbero atto che, in un paese della C.E.E. il popolo si sarebbe pronunciato per l’Europa democratica. Il fatto avrebbe immediate conseguenze sui partiti politici degli altri paesi della Comunità, sull’opinione pubblica inglese, su quella mondiale.
L’opposizione democratica francese sarebbe tratta a capire che si può battere il generale con un’alternativa europea. L’elezione diretta dei delegati italiani al Parlamento Europeo rappresenterebbe un serio concreto contributo alla lotta dell’opposizione in Francia in quanto è del tutto evidente che, nella misura in cui emerge la possibilità della fondazione della Federazione Europea, crescono le possibilità di sviluppo e di successo dell’opposizione al gollismo.
D’altra parte si può ragionevolmente prevedere che l’elezione diretta dei delegati italiani al Parlamento Europeo scatenerebbe un processo negli altri paesi della C.E.E., diretto a realizzare elezioni europee dello stesso tipo, per il rinnovo delle rispettive delegazioni. L’iniziativa italiana — e qui ci riferiamo ad una esplicita dichiarazione dell’on. Mommer (S.P.D.), vice-presidente del Bundestag — aprirebbe la strada ad una elezione europea dello stesso tipo in Germania.
A questo punto risulta chiaro che l’elezione unilaterale in Italia cambierebbe radicalmente la situazione dell’integrazione europea.
Se si vogliono individuare le linee di sviluppo a lungo termine, le prospettive finali dell’elezione diretta dei delegati nazionali al Parlamento Europeo non pare azzardato sostenere che più elezioni europee unilaterali aprirebbero la strada all’elezione europea del Parlamento Europeo (progetto Dehousse), la quale, a sua volta, aprirebbe la strada alla formazione del potere politico federale europeo.
Proprio tenendo presente l’obiettivo dell’assemblea costituente europea i federalisti europei propongono di isolare de Gaulle con elezioni dirette dei delegati al Parlamento Europeo, negli altri paesi, per creare un moto irresistibile verso l’elezione europea di questo parlamento e, una volta schierati i partiti a livello europeo e ottenuto il consenso popolare a questo livello, passare alla fase costituente, che diverrebbe sbocco logico della situazione.


* Il s’agit d’un document élaboré, après les dernières élections italiennes, par le Centre européen d’études et information de Turin, et qui est publié en italien, étant destiné à la diffusion en Italie.
[1] Intorno al concetto di programmazione esiste una larghissima letteratura che sarebbe impossibile anche solo riassumere. Nel senso in cui usiamo il termine e in genere nel contesto del nostro discorso due aspetti di esso assumono particolare evidenza :
a) La programmazione non è un fatto settoriale (anche per grandissimi settori, come industria, agricoltura) ma un fatto globale che coinvolge tutti i fattori dello sviluppo economico: perciò esso concerne non solo i traguardi da porre all’attività produttiva, ma anche tutto il contesto delle relazioni sociali, per cui urbanistica, istruzione, messa in valore e difesa del territorio, ecc., tutto ugualmente concorre a determinare il contenuto e i caratteri della programmazione.
b) La programmazione è un fatto essenzialmente politico: essa rappresenta cioè la mediazione tra le diverse esigenze della comunità, o meglio delle comunità: in questo senso al limite essa si identifica quasi con il concetto di politica economica. Sotto questo profilo il carattere coercitivo o meno della programmazione su cui tanto si è discusso appare in larga parte un falso problema. Può essere vero in effetti che lo Stato programmi meglio in quanto esso non sia coinvolto come titolare di interessi particolari: soprattutto è chiaro che la forza per imporre tale mediazione non è di tipo giuridico ma politico: il tipo di mediazione che risulterà dipenderà quindi non da articoli di legge, ma dalla natura e dagli schieramenti dei gruppi politici.
[2] In realtà il P.C.I., pur proclamandosi disponibile per le più diverse e disinvolte operazioni, è bloccato da una serie di contraddizioni che ne fanno uno dei maggiori fattori di paralisi della vita politica italiana: il P.C.I. porta avanti un discorso leninista di conquista totale del potere da parte della classe operaia, ma di attaccamento alla legalità costituzionale, di policentrismo e di «vie nazionali al comunismo», ma di pronto allineamento sugli interessi della politica sovietica; di adulazione verso gli studenti in rivolta, ma di soffocamento di ogni dibattito non «incanalato». In realtà esso riflette l’ambivalenza e l’equivoco della situazione italiana, perennemente in bilico — come si è mostrato — tra quella di un paese avanzato e quella di un paese sottosviluppato. Il gruppo dirigente del P.C.I. non senza abilità e fortuna si sforza di continuare la vecchia politica togliattiana di «accumulare» i vantaggi di entrambe le situazioni, in una visione che permane grettamente tattica.
[3] La connotazione negativa che nel nostro discorso assume il termine «interclassismo» non deriva dal fatto che si postuli uno schematico e insuperabile rapporto tra classi sociali e raggruppamenti di forze di diversa estrazione sociale dotati di una solida piattaforma politica comune: lo stesso partito socialista in talune democrazie occidentali viene assumendo caratteri oggettivamente interclassisti. Ciò che ha, a nostro avviso, carattere negativo è il carattere appunto non politico o prepolitico dell’interclassismo democristiano: di interclassismo nato su un terreno negativo, quello della difesa, se non della fobia del comunismo, tra gruppi uniti da vincoli non politici ma religiosi: allo stesso modo, per intendersi, come è negativo l’interclassismo di partiti che si formano sulle basi della difesa di caratteristiche nazionali (ad es. il partito sud-tirolese in Italia).

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