Anno XIX, 1977, Numero 2, Pagina 84

 

 

Il fascismo come ultima linea di difesa
dello Stato nazionale*
 
FRANCESCO ROSSOLILLO
 
 
I
Qualunque indagine sulla natura e le cause del fascismo non può prescindere da due dati di fatto. Il primo è la dimensione europea del fenomeno. Movimenti dichiaratamente fascisti, o vicini al fascismo, o quantomeno marcatamente autoritari, andarono al potere, tra le due guerre mondiali, non soltanto in Germania e in Italia, ma nella maggior parte dei paesi europei. Ed anche in molti degli Stati dove il fascismo non riuscì ad impadronirsi delle leve del potere si svilupparono comunque partiti di ispirazione fascista numericamente consistenti, la cui presenza costituì, a causa della violenza verbale della loro propaganda e della violenza fisica della loro azione, una minaccia permanente per le istituzioni democratiche. Questo dato suggerisce di ricercare le cause del fenomeno nel quadro europeo e mondiale, evitando l’errore di limitare l’orizzonte dell’indagine al quadro nazionale.
Il secondo dato di fatto è la natura di massa del fenomeno. I regimi fascisti non sono stati imposti da piccole minoranze a popolazioni inerti o dissenzienti, ma si sono fondati sul consenso di milioni di cittadini di tutte le classi sociali, che hanno visto in essi la sola possibile soluzione allo stato di grave crisi economica, politica e sociale che travagliava l’Europa dalla fine della prima guerra mondiale. Per questo le cause del fascismo devono essere ricercate non già negli interessi di questo o quel particolare gruppo di potere, ma in una contraddizione obiettiva di fronte alla quale si trovarono all’epoca gli Stati europei, e della quale il fascismo poté plausibilmente presentarsi come l’unica via d’uscita.
 
II
Il fascismo è stato il prodotto storico della contraddizione venutasi a creare nei primi decenni del ventesimo secolo in Europa tra il ritmo di sviluppo del processo produttivo e la struttura dello Stato nazionale.
Fu infatti in quell’epoca che per la prima volta l’avanzata del processo di industrializzazione e del progresso tecnologico raggiunse soglie di produttività tali da rendere necessari, per continuare nel suo cammino, mercati di dimensioni continentali. Questa fu la causa del distacco, che allora cominciò a delinearsi in modo sempre più netto, tra il ritmo di sviluppo dell’economia americana e quello dell’economia europea. Negli Stati Uniti, dove esisteva un mercato continentale, quella fu l’epoca in cui comparvero i grandi trusts, in cui la produzione in tutti i principali settori conobbe un’espansione senza precedenti e in cui il benessere si diffuse in tutti gli strati della popolazione.
Lo stesso non accadde in Europa. Certo anche in Europa il grande sviluppo che ebbe il commercio internazionale dal 1870 alla fine del secolo sta a dimostrare che l’economia tendeva ad andare al di là della dimensione nazionale e a cercarsi uno spazio continentale. Ma questa tendenza si trovò la strada sbarrata da un insuperabile ostacolo politico, che le impedì di proseguire, ed anzi ne invertì la direzione nei primi anni del ventesimo secolo. Da allora il processo produttivo ebbe la tendenza a rientrare a forza nella gabbia ormai troppo stretta della dimensione nazionale.
D’altra parte, nel periodo a cavallo tra i due secoli, l’introduzione in tutti i maggiori Stati europei del suffragio universale e il riconoscimento del diritto dei lavoratori di organizzarsi nei sindacati segnò la fine dell’emarginazione sociale e politica della classe lavoratrice. La diffusione del metodo della contrattazione collettiva e lo strumento dello sciopero consentirono alle organizzazioni sindacali di portare il potere d’acquisto della classe lavoratrice al livello massimo compatibile con il grado di sviluppo del processo produttivo e determinò rapidamente la saturazione dei mercati interni. Ciò significa che si era giunti al termine di quella che potremmo definire la fase acuta della lotta di classe, cioè di quella fase nella quale successive alterazioni rivoluzionarie dei rapporti di forza tra le classi avevano consentito la progressiva liberazione di tutte le forze produttive potenzialmente esistenti nella società, rimuovendo di volta in volta le strozzature che ostacolavano l’avanzata del processo di industrializzazione.
All’inizio del ventesimo secolo quindi l’economia europea si trovava in un vicolo cieco. L’Europa aveva virtualmente cessato di essere, dal punto di vista economico, il centro del mondo.
 
III
L’ostacolo politico che impedì all’economia europea di acquisire la dimensione continentale che andava cercando e di rispondere così alla sfida americana fu la natura dell’equilibrio europeo degli Stati. Esso non registrò, se non in modo indiretto e inconsapevole, i profondi mutamenti in corso nel modo di produrre. Gli Stati Uniti, troppo vasti e troppo lontani, rimanevano una entità politica inattiva sulla scena mondiale. La Russia, immersa nel medio evo prima, e poi ripiegata su sé stessa nello sforzo di uscirne, doveva ancora a lungo rimanere ai margini dell’equilibrio internazionale. Politicamente quindi l’Europa continuava ad essere il centro del mondo, anche se economicamente aveva virtualmente cessato di esserlo.
L’equilibrio europeo manteneva quindi la sua fisionomia classica di sistema carico di tensioni, caratterizzato dall’endemica presenza del pericolo di guerra. Il problema strategico fondamentale dei governi europei rimaneva quello di guardarsi dai propri vicini. Andava delineandosi, con la minacciosa emergenza della potenza tedesca, un nuovo episodio della secolare altalena tra equilibrio e egemonia, ed attorno a questa vicenda ruotavano le sorti del mondo.
Lo Stato nazionale europeo appariva quindi ancora nel fulgore della sua potenza, e i suoi tratti distintivi — che avevano appunto la loro radice nelle caratteristiche strutturali dell’equilibrio europeo — rimanevano immutati nella loro natura: l’accentramento e il sostanziale autoritarismo, giustificati dalla necessità di controllare stabilmente e di mobilitare rapidamente tutte le risorse del paese per fronteggiare il permanente pericolo di guerra; il militarismo, legato al ruolo necessariamente preponderante degli eserciti a coscrizione obbligatoria; il nazionalismo — diffuso e alimentato attraverso gli strumenti dell’esercito e della scuola di Stato — determinato dalla necessità di suscitare e mantenere nei cittadini un sentimento di profonda identificazione con lo Stato, tale da giustificare lo stesso sacrificio della vita per la Patria.
 
IV
Ciò non significa che l’equilibrio europeo non subisse i contraccolpi dei profondi mutamenti in corso a livello delle forze produttive.
La stessa evoluzione del modo di produrre che aveva determinato l’impressionante decollo dell’economia americana aveva infatti contribuito in pari tempo a rendere sempre più teso l’equilibrio europeo, nella misura in cui l’estensione delle reti di comunicazione, l’evoluzione dei mezzi di trasporto e il perfezionamento tecnico degli armamenti rendevano la guerra potenzialmente assai più rapida e distruttiva, e quindi rendevano sempre più evidente l’insufficienza delle dimensioni territoriali degli Stati nazionali europei anche dal punto di vista strategico. Il nuovo pericolo egemonico — proveniente dalla Germania — acquisiva pertanto una drammaticità senza precedenti, perché metteva in gioco l’esistenza stessa degli altri Stati del continente, e poneva di conseguenza le classi politiche di questi ultimi di fronte alla necessità di mobilitare, per fronteggiare la minaccia, tutte le risorse del paese con un’intensità mai raggiunta prima di allora, esasperando le caratteristiche strutturali deteriori degli Stati nazionali.
In particolare, la nuova situazione rese inevitabile il ricorso al protezionismo, producendo una graduale inversione della tendenza verso l’espansione del commercio internazionale. Lo stato di crescente tensione in cui si trovava l’equilibrio europeo poneva ogni Stato di fronte alla necessità di rendersi indipendente dall’estero per l’approvvigionamento di tutti i beni essenziali, dal cui controllo avrebbe potuto dipendere l’esito di una sempre più probabile guerra. D’altro lato il livello ormai raggiunto dalla produttività imponeva di non perdere i mercati esteri conquistati nella fase precedente per non compromettere gravemente i livelli dell’occupazione.
Si trattava evidentemente di due esigenze inconciliabili. Ne risultarono via via l’introduzione generalizzata di sempre più elevate barriere doganali e della pratica del sostegno all’esportazione. Si ebbero le prime guerre commerciali. Sull’Europa incominciò a gravare la minaccia delle crisi di sovrapproduzione.
 
V
La prima guerra mondiale fu il primo risultato catastrofico di queste contraddizioni e accelerò a sua volta drammaticamente il processo. Essa fu l’inevitabile conseguenza del disperato tentativo della Germania — il paese che, per il suo potenziale produttivo, per la sua posizione geografica al centro del continente e per la mancanza di colonie, viveva la contraddizione nei suoi termini più esasperati — di liberarsi dalle pastoie dell’equilibrio europeo e di diventare un polo di un nuovo equilibrio mondiale.
Nella prima guerra mondiale il precario equilibrio europeo poté essere ristabilito — fatto senza precedenti nella storia — solo grazie all’intervento di una potenza extra-europea. Ma, dopo la pace di Versailles, gli Stati Uniti, inconsapevoli delle loro nuove obiettive responsabilità mondiali, si ritirarono di nuovo nell’isolamento, lasciando gli Stati europei più divisi che mai. Il generale squilibrio — generato dalla guerra — dei conti dei paesi europei nei confronti degli Stati Uniti e di quelli della Germania nei confronti di tutte le potenze vincitrici, determinò l’esasperazione delle politiche protezionistiche. Il gold standard fu via via abbandonato. L’Europa piombò nel caos monetario. Il commercio internazionale si contrasse in modo sempre più marcato. Iniziò per tutti i paesi europei — anche se con gravità diversa nei diversi paesi e con l’alternanza di fasi acute con altre di apparente ripresa — un lungo periodo di grave crisi economica e sociale.
Fu questo il terreno di coltura del fascismo. Lo strutturale autoritarismo degli Stati accentrati del continente europeo aveva da sempre compromesso la capacità delle loro istituzioni di riassorbire al loro interno le tensioni sociali, ed era per questo sempre stato all’origine dell’esistenza di movimenti di ispirazione rivoluzionaria. Questi movimenti erano stati gli ispiratori e i protagonisti delle grandi rivoluzioni liberale, democratica e socialista in cui si era espressa la maturazione della coscienza civile nell’Europa dell’‘800. Ma, come abbiamo visto, dopo la prima guerra mondiale, all’interno degli Stati nazionali non vi era più spazio per trasformazioni rivoluzionarie. Il risultato obiettivo dei sussulti di ribellione nell’Italia del dopoguerra e via via negli altri paesi europei nei quali la democrazia era più debole e recente, fu soltanto quello di ridurre al minimo il consenso alle istituzioni democratiche fino a produrne, generando l’anarchia e la paralisi produttiva, il totale collasso.
Il fascismo, in questa situazione, poté far leva sul naturale bisogno dei cittadini — e degli stessi lavoratori — di vedere ripristinate le condizioni minime di un’ordinata convivenza civile e di una regolare prosecuzione del lavoro nelle fabbriche. Di qui il largo consenso popolare di cui i movimenti fascisti poterono avvalersi al momento della presa del potere e nella prima fase del suo esercizio.
 
VI
Ma se il fascismo poté velare, per un certo periodo, i termini della contraddizione che lo aveva generato, esso non aveva però certo il potere di risolverla. L’origine della crisi risiedeva nella permanenza anacronistica della struttura storicamente superata dello Stato nazionale, le cui dimensioni erano ormai costituzionalmente inadeguate a risolvere i problemi posti dall’evoluzione del modo di produrre. E il fascismo rispondeva alla sfida non già tentando di superare la struttura dello Stato nazionale, bensì con lo sforzo disperato di prolungarne la vita attraverso una mobilitazione paranoica di tutte le sue risorse.
Del resto la via da seguire per tentare di dominare la crisi economica e sociale del periodo che segui la prima guerra mondiale — specialmente nei paesi di recente tradizione democratica come l’Italia e la Germania —, nel quadro di un equilibrio europeo carico di tensioni e disponendo dello strumento istituzionale dello Stato nazionale, era obbligata. Si trattava di ristabilire ad ogni costo l’ordine pubblico con una repressione spietata e con la soppressione delle opposizioni; di garantire i livelli di occupazione rafforzando artificialmente la domanda interna con una massiccia politica della spesa pubblica, il cui più naturale settore di intervento — dato il quadro internazionale esistente — era quello delle commesse all’industria degli armamenti; di esasperare i già forti riflessi nazionalistici dei cittadini per rendere accettabili ai loro occhi le spese militari e i conseguenti sacrifici salariali e fiscali; di fare — specialmente nel caso dello Stato più forte, la Germania — una politica estera imperialistica nel tentativo disperato di estendere l’asfittico mercato nazionale allargando i confini dello Stato (la teoria dello spazio vitale); di liberarsi di qualsiasi residua dipendenza economica dall’estero incentivando artificialmente la produzione di beni sostitutivi di quelli abitualmente importati.
In questo modo i tratti caratteristici dello Stato nazionale europeo venivano portati alla loro espressione più coerente e rigorosa. L’accentramento e l’autoritarismo diventarono totalitarismo; il nazionalismo fanatica xenofobia; il militarismo imperialismo; il protezionismo autarchia. Tutta la bestialità che era in nuce nel principio nazionale fin dal momento in cui esso si affacciò alla ribalta della storia con la rivoluzione francese si manifestò nel fascismo nei suoi termini più compiuti.
 
VII
In una prima fase, il fascismo dette l’illusione di essere in grado di superare la crisi che gli aveva consentito di prendere il potere. In Italia dopo il ‘22, in Germania dopo il ‘33 e negli altri paesi dove movimenti di tipo fascista giunsero al potere, ritornò la pace sociale — anche se si trattava della pace dei cimiteri — e riprese l’attività produttiva. Ma il meccanismo che i governi fascisti avevano innescato portava in sé il germe della catastrofe.
L’imperialismo, l’ipertrofia dell’industria bellica e l’esaltazione nazionalistica portarono inesorabilmente la Germania alla seconda guerra mondiale e la sconfitta delle potenze dell’Asse, opera delle due potenze di dimensioni continentali, l’una estranea e l’altra marginale rispetto all’equilibrio europeo, segnò l’inizio dell’agonia dello Stato nazionale e la crisi definitiva del principio che lo legittimava, l’idea di nazione.
Ma il fascismo, indipendentemente dalla sconfitta che subì nella seconda guerra mondiale, aveva comunque in sé il destino di essere l’artefice della negazione storica dello Stato nazionale. L’avventura imperialistica di Hitler infatti, anche nell’impossibile ipotesi in cui si fosse conclusa con la vittoria, avrebbe portato alla fondazione di uno Stato plurinazionale di dimensioni continentali, la cui legittimazione ideologica non sarebbe più stata fondata sulla idea di nazione, ma su un’altra idea, altrettanto rozza e bestiale, ma capace di essere utilizzata nella nuova dimensione, per la quale la prima era inadatta: la razza.
Il fascismo quindi, mentre portava la formula dello Stato nazionale alle sue estreme conseguenze, metteva a nudo la sua contraddittorietà e l’inevitabilità del suo superamento. Esso è stato l’ultima linea storica di difesa dello Stato nazionale. Ma insieme ha avuto la funzione di far precipitare la sua crisi verso la fatale conclusione.
 
VIII
L’inizio dell’agonia dello Stato nazionale è andato di pari passo con la fine dell’equilibrio europeo e l’inizio dell’equilibrio mondiale, sanciti dalla vittoria alleata nella seconda guerra mondiale. Il nuovo equilibrio coronò definitivamente il processo di trasmigrazione del potere, già in corso da decenni, dall’Europa agli Stati Uniti d’America e all’Unione Sovietica. L’Europa ha cessato da allora di essere il centro del mondo anche dal punto di vista politico, né può più credersi tale. Gli Stati del continente, distrutti ed esausti, divennero satelliti delle due superpotenze. Per gli Stati dell’Europa occidentale il problema strategico cessò di essere quello della difesa di ognuno di essi dai propri vicini territoriali e divenne quello comune della difesa dell’Occidente come un tutto dalla minaccia sovietica nel quadro dell’alleanza atlantica sotto la leadership americana. Venne così sovvertito l’equilibrio di potere nel quale lo Stato nazionale aveva potuto affermarsi come modello di organizzazione politica dei rapporti tra gli uomini. Il nazionalismo, responsabile della rovina dell’Europa, era definitivamente in crisi. Venne così a mancare anche la base politica del protezionismo e l’economia europea, a lungo compressa nell’innaturale corsetto dello Stato nazionale, sotto l’impulso del piano Marshall, dilagò al di là dei confini nazionali ed acquisì, anche se in termini precari ed imperfetti, una dimensione continentale, prima con la C.E.C.A. e poi con il Mercato comune, grazie al quale l’Europa recuperò una prosperità paragonabile a quella degli Stati Uniti.
Inizia cosi, sul fondamento della diffusa consapevolezza della incapacità dello Stato nazionale di fare da quadro politico del progresso civile reso possibile dal grado di sviluppo raggiunto dalle forze produttive, il processo di integrazione europea.
Ma lo Stato nazionale, se pur agonizzante, non è morto, perché le istituzioni muoiono soltanto quando sono soppiantate da altre istituzioni, capaci di risolvere i problemi di fronte ai quali le prime hanno fallito. E il processo di integrazione europea, ispirato alla logica del funzionalismo, non ha saputo fino ad oggi creare una struttura politica alternativa allo Stato nazionale. Anzi, lo stesso successo della Comunità economica europea ha contribuito a ridargli una parvenza — anche se ingannevole — di forza. Così si stanno di nuovo addensando all’orizzonte dell’Europa le minacce del protezionismo, del disordine monetario e della crisi economica e sociale. E con esse quella della rinascita del fascismo che, nato dallo Stato nazionale, non potrà essere definitivamente estirpato se non con il suo superamento.
La federazione europea, come sola alternativa istituzionale democratica allo Stato nazionale, è il solo obiettivo storico che, garantendo l’irreversibilità del processo di integrazione economica del continente e portandolo a compimento, renda pensabile un futuro nel quale il fascismo, in Europa, sia definitivamente sconfitto. Certo, il passato non ritorna mai nelle stesse forme, e il fascismo che oggi sta ricomparendo è diverso da quello del periodo tra le due guerre, così come lo Stato nazionale che oggi sta vivendo la sua lunga agonia è diverso da quello che, nello stesso periodo, raccoglieva disperatamente tutte le sue forze nel vano sforzo di sottrarsi al suo destino storico. Ma la minaccia che oggi incombe sull’Europa non è per questo meno grave. È quella dell’entrata degli Stati europei nella spirale del sottosviluppo economico e civile e della loro definitiva decadenza al rango di satelliti coloniali degli Stati Uniti. E non più nella prospettiva progressiva dell’immediato dopoguerra, quando la tutela americana aveva avuto la benefica funzione di creare le condizioni politiche per l’inizio del processo di integrazione, ma in quella reazionaria di sola possibile alternativa all’incapacità dell’Europa di portarlo a compimento. Se l’Europa non saprà, unendosi politicamente, far fronte a questa minaccia, il sinistro fascismo senza illusioni di oggi sarà la sua degna guida nel cammino della sua uscita dalla storia della civiltà.


* Si tratta del testo di una conferenza tenuta al C.I.R.E. a Milano il 5 febbraio 1977.