Anno XXXIX, 1997, Numero 1, Pagina 3

 

 

Mario Albertini
 
 
Il 20 gennaio di quest’anno è morto Mario Albertini, fondatore di questa rivista e suo direttore fin dal lontano 1959, la più grande figura, con Altiero Spinelli, della storia del MFE. Egli lascia, con la sua azione, i suoi scritti e il suo insegnamento orale, un patrimonio di tale ricchezza da rendere impensabile analizzarlo, per quanto brevemente, in questa sede. Ma c’è un aspetto del suo insegnamento che è doveroso richiamare, licenziando il primo numero del Federalista che esce dopo la sua morte, per sottolineare il nostro impegno a non allontanarci da quella che è stata la costante preoccupazione della sua vita di militante: quella di garantire l’autonomia del Movimento federalista europeo.
Nel pensiero di Albertini l’autonomia dei federalisti ha il suo fondamento nella consapevolezza che il fine della loro lotta è una grande rivoluzione storica attraverso la quale gli strumenti della politica vengano adeguati alla dimensione dei problemi del nostro tempo mediante il trasferimento del quadro principale della lotta per il potere dalle nazioni all’Europa — e in prospettiva al mondo — sovvertendo con ciò stesso i fondamenti della legittimità della comunità politica in quanto tale. Questo fa della battaglia federalista una battaglia di opposizione radicale, che va ben al di là della messa in questione del governo o del regime, e che Albertini ha chiamato opposizione di comunità.
Ciò non significa che i federalisti non possano o non debbano, nel corso della loro marcia di avvicinamento all’obiettivo, cercare alleanze tattiche. Né che essi debbano sottovalutare il ruolo insostituibile di quella che Albertini ha chiamato la leadership occasionale. Alcuni uomini politici nazionali, giunti al vertice del potere, possono, in circostanze eccezionali e di fronte a scelte decisive, identificare i propri destini personali con il corso della storia, e sottrarsi al condizionamento della lotta nazionale per il potere. Ma rimane il fatto che la logica del potere è quella della propria autoconservazione. E’ così che il quadro nazionale condiziona il comportamento della forze politiche, gli orientamenti dei mezzi di comunicazione di massa e gli stati d’animo dell’opinione pubblica nel senso di consentire il dibattito e di lasciare aperte alternative soltanto fino a quando non è il quadro stesso ad essere messo in discussione. Qualunque possibilità di mutare il quadro dipende quindi dalla capacità di un gruppo di porsi al di fuori di esso facendo leva soltanto sulla propria libertà di giudizio, e quindi di essere autonomo dal potere.
 
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Il senso profondo di questa presa di coscienza è che i federalisti non possono trovare alleati strutturali all’interno del quadro politico esistente, rispetto al quale essi costituiscono un corpo estraneo. Va da sé che essi devono sapersi inserire di volta in volta negli equilibri di potere per metterne in evidenza le contraddizioni e per approfondirle. Ma essi devono essere sempre pronti ad uscirne per non esserne condizionati e per evitare che l’impegno per il raggiungimento dei loro obiettivi intermedi faccia loro perdere di vista l’obiettivo finale (era questa la teoria di Albertini dell’entrata e dell’uscita). Così come va da sé che essi non devono mai dimenticare che il processo di unificazione politica dell’Europa giungerà alla sua conclusione soltanto se e quando, in un momento di crisi acuta, nella quale la logica nazionale del potere cesserà di funzionare, si realizzerà una grande alleanza tra alcuni governi, importanti settori delle istituzioni europee e la maggioranza, in alcuni Stati, delle forze politiche e dell’opinione pubblica.
Resta il fatto che tutto ciò non sarebbe possibile senza l’esistenza di un gruppo che, in ogni circostanza storica, anche nelle più sfavorevoli, e assumendosi il carico di portare avanti posizioni impopolari e «utopistiche», abbia la lucidità e la tenacia necessarie per tenere sempre in vista l’obiettivo della Federazione europea (e sullo sfondo quello della Federazione mondiale) senza lasciarsi coinvolgere da un sistema di forze che, essendo organizzato in funzione della gestione, e quindi della conservazione, del potere nazionale, oscura tutto ciò che tende a superarlo, e quindi lo condanna all’invisibilità: un’invisibilità che può essere interrotta di tanto in tanto, quasi per caso, ma che normalmente costituisce il pedaggio che i federalisti devono pagare se non vogliono rinunciare alla loro identità, e quindi alla loro influenza, che si esercita, come nell’immagine della talpa hegeliana, nel sottosuolo, lontano dalle luci della ribalta, ma non per questo in modo meno reale ed efficace. La vita di Albertini è stata il simbolo di questo tenace operare nell’ombra, che non sacrifica mai il rigore delle scelte, e quindi la loro capacità di incidere sugli avvenimenti nel lungo termine, alla loro accettabilità immediata e alloro effetto effimero sui mezzi di comunicazione di massa.
Questa situazione durerà fino al conseguimento dell’obiettivo finale. Ma anche allora i federalisti non godranno del dubbio privilegio della visibilità, perché nel momento del collasso del potere nazionale saranno i più lungimiranti, o i più opportunisti, tra i politici nazionali che saliranno alla ribalta europea e metteranno il loro sigillo sulle decisioni con le quali si opererà il trasferimento della sovranità dalle nazioni all’Europa. Ai federalisti rimarrà la sobria soddisfazione di essere stati coloro nei quali si sarà manifestata nel modo più lucido la coscienza del processo. La valutazione del loro ruolo sarà lasciata agli storici del futuro.
 
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L’autonomia federalista è autonomia politica e autonomia organizzativa. Albertini ha sempre posto alla base delle sue riflessioni sulla strategia del Movimento la profonda convinzione che i federalisti non debbano lasciarsi condizionare dalle scelte e dagli strumenti di lotta che sono prodotti dal quadro esistente. Ciò significa in primo luogo che essi devono rifiutare le alternative messe in vista dai partiti, che riflettono opposti orientamenti di fronte al problema della gestione del potere nazionale e prospettano scelte false e devianti quando il problema che si deve risolvere è quello della distruzione di quel potere; e attestarsi su posizioni di unità nazionale, nella consapevolezza che ogni radicale trasformazione storica comporta, nel suo momento decisivo, la mobilitazione di tutte le forze dello spettro politico, tranne quelle che fanno del mantenimento del quadro esistente l’esplicito fondamento del loro potere. E significa in secondo luogo che essi devono respingere con ferma determinazione la scelta di partecipare, in quanto Movimento, alle elezioni sia nazionali che europee. Le elezioni sono uno strumento per la conquista del potere nel quadro nazionale, o in quello comunitario, che resta pur sempre subordinato a quello nazionale fino a che la natura dell’Unione rimane sostanzialmente intergovernativa. Ed hanno come loro risultato la composizione di organi il cui compito istituzionale è quello di gestire un potere che c’è e non quello di costruire un potere che non c’è. Ciò si riflette nel fatto che, con l’eccezione di un personaggio che aveva alle sue spalle una storia personale straordinaria come Spinelli, tutte le avventure elettorali di qualche scheggia impazzita del Movimento (e tutte quelle di suoi membri individuali che si sono caratterizzati in campagna elettorale come federalisti) sono falliti.
L’aspetto organizzativo dell’autonomia aveva, nel pensiero di Albertini, il suo cardine nell’idea dell’autofinanziamento e nella figura del militante a mezzo tempo. L’autofinanziamento come pratica permanente non significa certo che i federalisti debbano rinunciare a qualsiasi forma di finanziamento esterno che consenta loro di promuovere specifiche azioni o iniziative che i loro mezzi propri non sarebbero sufficienti a sostenere: ma che essi devono avere, dal punto di vista morale, la consapevolezza che l’impegno federalista, in termini personali, è qualcosa che costa e non qualcosa che rende; e che si mettano, dal punto di vista politico, in condizione di assicurare, anche nelle circostanze più sfavorevoli, quando qualsiasi finanziamento esterno venisse a mancare, la sopravvivenza e l’indipendenza del Movimento, mettendolo cosi al riparo da qualsiasi ricatto e da qualsiasi pressione.
La figura del militante a mezzo tempo — per la cui affermazione Albertini si è a lungo battuto — è una conseguenza dell’idea dell’autofinanziamento. Il Movimento non deve in nessun caso pagare funzionari politici, che diventerebbero di fatto inamovibili, si impadronirebbero dell’organizzazione e ne subordinerebbero la linea politica alla necessità di reperire i mezzi necessari al pagamento del proprio salario. Esso si deve basare esclusivamente su volontari il cui ancoraggio nella società assicuri loro i necessari mezzi di sostentamento materiale e non faccia pericolosamente dipendere il loro ruolo sociale da un successo politico comunque lontano ed incerto. Anche questo è un aspetto essenziale della gratuità dell’impegno federalista, che è uno dei fondamenti essenziali della capacità d’azione del Movimento.
 
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L’autonomia politica e organizzativa del Movimento non è una scelta astratta fatta a tavolino, ma il risultato di un impegno, certo gratificante per chi lo vive intensamente, ma insieme assai difficile da mantenere, di uomini e donne in carne ed ossa. Molta parte della vita di Albertini è stata dedicata al compito di cercare e di formare persone, e in particolare giovani, che sapessero trovare in motivazioni di carattere non materiale la spinta per dedicare una parte importante del loro tempo e delle loro energie ad un compito che non dà alcuna retribuzione in termini di carriera, di ricchezza e di potere. Queste motivazioni si riassumono nella consapevolezza di aver conquistato un punto di vista che consente di ricuperare il riferimento ai valori come criteri di orientamento dell’azione politica, di reinterpretare il passato con categorie che lo rendono più chiaramente leggibile di quanto non lo sia mai stato sinora e di avere una visione aperta ed evolutiva del futuro, che consente di capirne la continuità con il passato e con il proprio impegno presente.
Si tratta di una motivazione che non è soltanto politica, né soltanto culturale, ma è entrambe le cose insieme. Tutte le imprese rivoluzionarie sono eminentemente teorico-pratiche. In esse si elabora una nuova cultura, un nuovo modo di pensare la politica e la convivenza civile, che non deve rimanere appannaggio di un circolo di intellettuali, ma diventare patrimonio di tutti. E perché ciò accada la nuova cultura deve essere veicolata da nuove istituzioni, che la traducano in comportamenti quotidiani, in un nuovo modo di porsi di fronte al potere e di vivere i rapporti politici con i propri concittadini.
Questa nuova cultura attiva non la si trova già fatta in alcun luogo, perché il quadro istituzionale esistente riproduce all’infinito la cultura da cui è stato storicamente creato. Di fronte a questo compito i federalisti sono soli, anche se essi non devono certo fare tabula rasa della cultura del passato e del presente, ma assumerla, e reinterpretarla alla luce del nuovissimo orientamento teorico-pratico che costituisce la loro specificità.
 
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Secondo Albertini, la sola possibile condizione della nascita di questa cultura teorico-pratica sta nella capacità del Movimento di sviluppare al proprio interno un vero e proprio pensiero collettivo. L’esistenza di un gruppo di volontari non è compatibile con un’organizzazione di tipo gerarchico, perché l’autonomia del pensiero, nei limiti della diversità delle competenze tecniche di ciascuno, è in ultima analisi il fondamento della partecipazione di tutti ad un’impresa comune. Ma, d’altro lato, l’autonomia del pensiero di ciascuno diventa arbitrio assoluto se non si misura con quella del pensiero degli altri nella continuità del dibattito in vista del perseguimento dell’obiettivo comune della comprensione attiva del proprio tempo. Si tratta quindi di un dibattito che non ha nulla di accademico, ma che deve sfociare nell’elaborazione di una linea politica e nella definizione ed esecuzione di una strategia. E che presuppone, come sua condizione essenziale, la disposizione al dialogo, cioè la permanente capacità di mettere in discussione sé stessi e le proprie idee, di rinunciare ad ogni tentazione di strumentalizzare quelle altrui, di considerare l’errore come un momento essenziale della ricerca della verità, e di non fare quindi delle differenze di opinione — che sono la condizione del dibattito, e che in esso si superano per riprodursi ad un livello superiore in una dialettica che è la dialettica stessa del progresso della conoscenza — pretesti per alimentare lo spirito di fazione, che del pensiero collettivo costituisce la negazione radicale.
L’ideale di Albertini era che il Movimento, e l’UEF nel suo insieme, diventasse un gruppo mantenuto fortemente unito — non soltanto nella forma, ma nella sostanza — da una permanente riflessione collettiva sulla strada da seguire. L’autonomia dei federalisti non aveva per lui — come non deve avere — alcuna frontiera geografica, anche se aveva come deve avere — una nettissima frontiera morale. Peraltro egli era perfettamente consapevole di quanto realizzare questo ideale fosse difficile. Egli sapeva che la disponibilità al dialogo è messa ogni giorno alla prova da coloro che non ne accettano le regole, e comunque deve convivere con la realtà della lotta politica, senza che questo comporti la rinuncia all’elaborazione di un pensiero comune. Questo è il compito che Albertini ci affida. Si tratta di un’impresa difficile, perché deve essere ricominciata ogni giorno, e ogni giorno può fallire. Ma dal suo successo dipende la continuazione e la riuscita della più nobile avventura politica della seconda metà di questo secolo e della prima parte di quello che sta per cominciare.
 
Il Federalista

 

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