Anno LXII, 2020, Numero 3, Pagina 155

 

L’Europa laboratorio
di un nuovo modello di
comunità politica

 

 

Il 2020 che si è appena concluso ci ha lasciato in eredità un compito pesante. La pandemia è stata un acceleratore formidabile della crisi che scuote ormai da anni le nostre società, impegnate in una transizione complessa sia sul piano economico e sociale – legata alla necessità di una riconversione ecologica dell’economia e agli effetti della rivoluzione tecnologica – sia sul piano politico, dove il vecchio ordine è collassato. E’ quanto mai necessario e urgente costruire una nuova architettura del sistema internazionale e affermare una nuova dottrina per governare l’interdipendenza globale, per affrontare insieme le sfide comuni a tutto il pianeta e per definire il quadro dei valori a cui riferirsi.

Il 2020 ci ha portato anche i primi contributi per andare nella giusta direzione: il vaccino per uscire dalla morsa della pandemia, la svolta europea con la decisione di mettere in campo nuovi (e innovativi) strumenti finanziari comuni, la sconfitta elettorale di Trump. Sono primi passi, e potranno essere delle buone basi su cui costruire, ma solo se nel 2021 riusciremo a svilupparle e a consolidarle; e sarà soprattutto in Europa – a livello europeo – che questo dovrà avvenire perché le caratteristiche che assumerà il mondo post-pandemia sono profondamente legate a ciò che farà l’Unione europea, e al ruolo che saprà giocare. La leadership degli Stati Uniti è da tempo in profonda crisi, al punto che la solidità delle stesse istituzioni democratiche americane è stata intaccata. L’assalto gravissimo del 6 gennaio al Campidoglio, fomentato dal Presidente in carica che ha cercato di fermare l’avvicendamento democratico negando la validità dei risultati elettorali, è stata la manifestazione di una rivolta contro le istituzioni democratiche del Paese che ha radici profonde. Tutti concordano sul fatto che, se l’elezione di Biden rappresenta un passaggio necessario per cercare di ricucire il Paese, la fragilità del sistema americano è molto profonda e rende difficile, e per nulla scontato, raggiungere il risultato. Le lacerazioni interne hanno potuto essere esasperate perché è lo stesso approccio politico istituzionale statunitense ad essere ormai inadeguato rispetto ai problemi emersi negli ultimi trent’anni. Sul piano interno le istituzioni e le politiche americane, oltretutto spesso rese impotenti o bloccate nei tentativi di cambiamento dalle stesse divisioni interne, sono deboli rispetto alla dimensione della crisi sociale che ha scavato una frattura profonda che attraversa intere aree del territorio nazionale e categorie di cittadini. Sul piano internazionale, gli Stati Uniti non possono che essere ossessionati dall’ascesa cinese, e non possono che puntare a ricostruire attorno al contenimento di questa nuova potenza la rete delle loro alleanze e la loro visione degli equilibri internazionali. In questo senso l’Unione europea si troverà a giocare un ruolo subordinato, e a gestire con difficoltà le pressioni del partner americano, oppure potrà inserirsi con un proprio progetto sulla scena internazionale e contribuire ad andare oltre la costruzione di un nuovo bipolarismo, a seconda di come deciderà di svilupparsi e di plasmare il proprio futuro.

A novembre, poco dopo la vittoria di Joe Biden e Kamala Harris, Macron ha rilasciato una lunga intervista a Le Grand Continent, una rivista nata poco più di un anno fa come espressione di un think tank francese indipendente che si occupa di studi geopolitici e che ha sede presso l’Ecole normale supérieure di Parigi e a Bruxelles. Al centro delle sue riflessioni c’era proprio questa preoccupazione per l’esaurirsi della spinta positiva della dottrina americana nel mondo e la necessità, per l’Europa, di liberarsi dal vassallaggio psicologico e politico nei confronti del potente alleato. Ancora una volta Macron ha voluto sottolineare che è arrivato il momento per l’Europa di iniziare a ragionare in termini di visione e di interessi propri, anche per difendere i valori in cui crede e per evitare che il mondo precipiti in un confronto bipolare che sarebbe devastante. Vale la pena di richiamare alcune parti di questa lunga riflessione di Macron affidata a Le Grand Continent, perché mettono a fuoco bene i termini della questione e richiamano in modo molto lucido l’urgenza che l’Europa sviluppi una propria strategia e diventi consapevole del valore aggiunto che può e deve rappresentare a livello globale.

Il solco che separa gli USA dall’Europa, ricorda Macron, investe i valori alla base della società: “i nostri valori non sono gli stessi. Noi abbiamo un attaccamento alla democrazia sociale, ad una maggiore uguaglianza, e le nostre reazioni non sono le stesse. Credo anche che per noi la cultura sia molto più importante”; ma lo stesso vale per gli interessi geopolitici (“Noi ci proiettiamo in un altro immaginario, che è collegato all’Africa, al Vicino e al Medio Oriente, e abbiamo un’altra geografia che può disallineare i nostri interessi. La nostra politica di vicinato con l’Africa, con il Medio Oriente, con la Russia, non è la stessa politica di vicinato degli Stati Uniti. Per questo è insostenibile che la nostra politica internazionale dipenda da quella americana o ne sia al traino”); e vale anche per quanto riguarda le rispettive dottrine politiche. Il Washington consensus non è più in grado di offrire soluzioni alla crisi profonda (ormai giunta ad “un punto di rottura”, nelle parole del Presidente francese) del capitalismo contemporaneo. Il modello americano non ha gli strumenti per affrontare né la riconversione ecologica dell’economia, né la lotta alle diseguaglianze crescenti. Macron lo sintetizza così: “le nostre società si erano costruite sul paradigma delle economie aperte e di una economia sociale di mercato. Poi è subentrato un dogma per cui questa visione è divenuta man mano sempre meno sociale, sempre più aperta, e la verità è diventata: riduzione del ruolo dello Stato, privatizzazioni, riforme strutturali, apertura delle economie attraverso il commercio, finanziarizzazione dell’economia, con una logica esclusivamente fondata sul profitto”. Proprio questa logica, “esclusivamente fondata sul profitto”, “non permette di pensare e interiorizzare i grandi cambiamenti del mondo in particolare il cambiamento climatico, che nel Washington consensus resta un’esternalità del mercato”; mentre, per governare un problema così cruciale e di queste dimensioni, è indispensabile proprio “rimetterlo nel mercato”, come invece propone la logica europea, ad esempio con il carbon pricing. Lo stesso vale per il problema delle diseguaglianze sempre più insostenibili. Queste ultime sono alla radice della crisi di consenso di cui soffrono oggi le nostre democrazie. La loro crescita esponenziale distrugge il patto sociale democratico, mina la fiducia delle classi medie e alimenta le forze populiste e nazionaliste. La cultura politica americana fatica a pensare in termini di strumenti orientati alla protezione sociale, che in un momento di transizione così complesso diventano indispensabili. Anche in questo campo, viceversa, l’Europa si fonda su un modello che fa della giustizia sociale una priorità e ha sviluppato sensibilità politica e strumenti in tal senso.

In generale, il sistema multilaterale costruito dagli Americani dopo il 1945 è entrato in una crisi irreversibile. Persino i valori su cui tale sistema era incardinato sono ormai messi in discussione; lo sono la democrazia e gli stessi “diritti universali dell’uomo e del cittadino, e quindi un universalismo che si fonda sulla dignità della persona umana e dell’individuo libero e dotato di ragione” (per continuare a citare Macron). Oggi noi assistiamo addirittura al tentativo, da parte di alcuni paesi, di “riculturalizzare” le fondamenta del sistema internazionale, per indirizzarle non più verso la condivisione del principio dei diritti universali, bensì per affermare il relativismo dei valori, giustificandolo anche in base alle diverse visioni religiose. Ci illuderemmo se pensassimo che saranno gli Stati Uniti di Biden – dopo che con Trump hanno sostenuto proprio questa “riculturizzazione” propagandando il sovranismo ideologico e il suprematismo bianco – ad avere la forza, specie se lasciati soli alla guida, di ricostruire un sistema internazionale cooperativo basato “sull’universalismo che si fonda sulla dignità della persona umana e dell’individuo libero e dotato di ragione”. Viceversa, nel DNA dell’Unione europea vi sono innanzitutto i principi universali che ne hanno motivato la nascita e su cui può reggersi la cooperazione internazionale; e vi sono orientamenti ideologici e spinte politiche per cercare di dare risposte in termini di creazione di beni pubblici mondiali, come è stato per la questione del vaccino anti-COVID.

Per questo, ci ricorda Macron, è necessaria e urgente un’Europa politica unita e forte, consapevole di dover plasmare le risposte necessarie alle sfide dell’epoca nuova che si sta formando. Lo è a maggior ragione perché i singoli Stati europei sono ormai impotenti. Nessuno di loro ha la forza per incidere positivamente nella costruzione del nuovo sistema globale. I nostri Stati vivono una duplice crisi, “una crisi di dimensione e di efficacia”; e se l’efficacia dipende dalla capacità di rendere i sistemi democratici più efficienti, il problema più generale è che “molti dei problemi non sono alla portata dello Stato nazione”. Per questo, insiste Macron, solo se sapremo “costruire un’Europa molto più forte, che possa far pesare la sua voce, la sua forza, e i suoi principi… (si potrà) ritrovare la via per una cooperazione internazionale capace di evitare la guerra e di permetterci di rispondere alle nostre sfide contemporanee”; un’Europa capace “di un’azione utile e forte”, “per imporre i nostri valori, la nostra voce comune, per evitare il duopolio sino-americano, la disgregazione, il ritorno delle potenze regionali ostili”.

Per rendere l’Europa all’altezza del suo compito storico in questo momento, è indispensabile però che l’UE costruisca sia la propria autonomia strategica, sia una propria sovranità anche in termini di identità politica e legittimazione democratica. E’ sempre Macron a cercare di definire questi due punti problematici, ma cruciali. L’autonomia strategica è “l’idea che noi (Europei) scegliamo le nostre regole pensando a noi stessi. Questo presuppone di rivedere le nostre politiche abituali – in campo tecnologico, finanziario e politico – per costruire in Europa le soluzioni giuste per noi, per le nostre imprese, per i nostri cittadini, cooperando con altri, che noi riteniamo di scegliere come partner, ma senza dover dipendere da nessuno, come invece oggi avviene spesso”. Porsi l’obiettivo dell’autonomia strategica, per l’Europa, non significa ancora “poter parlare di ‘sovranità europea’. E’ un termine alquanto eccessivo… perché se ci fosse una sovranità europea, ci sarebbe un potere politico europeo pienamente in funzione. Non siamo ancora a questo punto”. Parlando di autonomia strategica si fa riferimento, piuttosto, ai contenuti della sovranità, mentre, per costruire il potere politico europeo democratico e la sovranità manca innanzitutto, a suo parere, un passaggio sulla strutturazione di un demos europeo (“per avere una sovranità europea ci vorrebbero dei dirigenti europei pienamente eletti dal popolo europeo”). Oggi, spiega Macron, “il Parlamento europeo difende una rappresentanza della cittadinanza europea, ma ritengo che siano forme ancora insoddisfacenti. Per questo ho difeso molto le liste transnazionali”, che a suo parere sono lo strumento per far emergere e strutturare in modo trasversale il demos europeo. La “nuova forma di sovranità, che non è nazionale, ma europea” emergerà così, sulla base di una vera rappresentanza nel Parlamento europeo del popolo europeo, dei popoli nazionali nel Consiglio e di ciò che fa la Commissione.

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Queste considerazioni di Macron mettono bene in luce la dimensione della sfida che ha di fronte a sé l’Europa. Costruire una sovranità europea è una condizione necessaria perché l’Europa diventi capace di agire politicamente su tutta una serie di fronti che ruotano attorno alla politica estera e alla sicurezza (e poter “costruire in Europa le soluzioni giuste per noi, per le nostre imprese, per i nostri cittadini, cooperando con altri, che noi riteniamo di scegliere come partner, ma senza dover dipendere da nessuno, come invece oggi avviene spesso”). Proprio a causa dell’inadeguatezza degli Stati europei, attraverso la semplice cooperazione non si riesce infatti a sviluppare come Europei una visione strategica adeguata che renda l’Unione europea non solo protagonista in quanto mercato, ma anche in quanto attore politico globale. Al tempo stesso, la sovranità intesa in senso democratico, fondata sul popolo che decide quali rappresentanti scegliere per votare le sue leggi, può esercitarsi solo all’interno dello Stato. Non esiste altra forma giuridico-istituzionale che garantisca la sovranità popolare; le alternative possono solo essere le autocrazie oppure il potere opaco dei grandi interessi economici e finanziari. Ecco che allora riuscire a costruire uno Stato democratico a livello sovranazionale, per realizzare un potere politico di dimensione adeguata rispetto ai problemi rispettando il principio della sovranità popolare democratica è la vera sfida del nostro tempo, e soprattutto dell’Europa. E’ un esperimento nuovo nella storia, che si ispira al precedente della nascita degli Stati Uniti d’America, ma in un contesto molto più complesso. In Europa, la spinta all’unità perseguita attraverso esperimenti parziali, di successo sul piano dell’integrazione e dello sviluppo di una fortissima interdipendenza, ma insufficienti per creare un potere politico, deve combinare fattori politici, culturali e condizioni oggettive completamente diverse: innanzitutto l’assenza di una forte minaccia esterna, e anzi l’abitudine, sviluppata in oltre 70 anni, ad affidare a potenze amiche esterne il “governo del mondo” e la propria sicurezza; una fortissima inerzia culturale e politica che ancora impedisce di far evolvere i concetti di Stato e popolo e li mantiene legati all‘idea di nazione così come si è sviluppata in Europa a partire dalla Rivoluzione francese; di contro, in positivo, la costruzione di un modello di mercato unico che man mano che si sviluppa richiede la creazione di strumenti di governo politico: è stato così con la moneta ed è così con la necessità dell’unione fiscale e politica; e infine la crisi della leadership americana e del vecchio ordine mondiale e le minacce che si profilano per gli Europei sul piano economico, politico e valoriale.

In questo contesto l’Europa è il laboratorio dell’esperimento rivoluzionario che deve portare alla nascita di una comunità politica – una comunità di destino e di valori – di tipo nuovo, una Federazione capace di rappresentare un nuovo tipo di Stato di Stati. Nella federazione europea dovranno convivere le sovranità nazionali e la sovranità federale (europea), definite e organizzate sulla base di una Costituzione federale in grado di garantire l’unità, anche attraverso il coordinamento, e al tempo stesso l’autonomia delle diverse sfere di governo. Dovrà svilupparsi una diversa identità comune, che si aggiunga a quelle nazionali senza negarle, e che sia in grado di definire i lineamenti di un popolo nuovo, quello europeo, che possa riconoscersi in un progetto comune, in una visione e condivisione di valori specifici e in istituzioni in grado di promuoverli.

E’ proprio su questo piano che gli strumenti concettuali elaborati dalla teoria federalista nei decenni di lotta politica per costruire la Federazione europea diventano il complemento indispensabile del processo in corso per definire il futuro dell’Unione europea. Anche con questo obiettivo, la nostra rivista ha voluto raccogliere in questo fascicolo le relazioni presentate nel corso di un dibattito organizzato a ottobre dall’Ufficio del Dibattito del Movimento Federalista Europeo sul tema Il federalismo e i concetti di potere politico, potenza, statualità e sovranità. Sono contributi che speriamo possano essere utili per alimentare e far crescere un confronto che in Europa deve potersi sviluppare affinché la Federazione europea possa effettivamente vedere la luce.

Il Federalista

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