IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno LXVII, 2025, Numero 1, Pagina 3

Un’Europa divisa è ancora credibile?

Di fronte a una sequenza di eventi che stanno rivoluzionando il panorama delle relazioni internazionali e i rapporti di forza tra aree del mondo, l’Europa si trova impreparata e paralizzata.

Impreparata per l’incapacità degli Stati membri negli ultimi settant’anni di dar vita a un potere politico sovranazionale di carattere federale in grado di garantire una capacità di azione all’Unione. Paralizzata dal timore da parte di molti governi delle conseguenze elettorali che una scelta coraggiosa in direzione di un’Europa politica potrebbe comportare, dall’incapacità di andare al di là di una visione dei rapporti internazionali e delle alleanze ormai superata, dall’apparente inconsapevolezza dell’urgenza di cambiare passo e del rischio di una perdita dei valori di convivenza che in Europa sono nati e si sono affermati.

In un mondo nel quale gli equilibri stanno cambiando e le potenze esterne all’Europa sono impegnate in una lotta per accaparrarsi risorse e sfere di influenza politica, l’incapacità di imboccare la strada di una radicale trasformazione dell’Unione in senso politico e l’atteggiamento attendista e pavido degli Stati membri e delle istituzioni dell’Unione stanno compromettendo seriamente la credibilità dello stesso processo di integrazione europea, con il rischio di portare a una totale sfiducia dell’opinione pubblica che ne segnerebbe la fine.

Le manifestazioni della debolezza dell’Europa, della sua incapacità di affermare le proprie posizioni a livello internazionale e della sua perdita di credibilità sono state in questi ultimi mesi molteplici.

Un esempio ne è l’esclusione degli europei dal vertice in Alaska tra Trump e Putin, che si è tradotto in una legittimazione di Putin come interlocutore e in una totale delegittimazione dell’Unione europea e dei suoi Stati membri.

Ma nella stessa direzione va anche il recente accordo sui dazi tra Stati Uniti e Unione europea. Dopo aver tenuto in una fase iniziale un atteggiamento di estrema prudenza di fronte alle minacce di un aumento vertiginoso dei dazi sui prodotti europei da parte dell’amministrazione Trump, evitando, a differenza di Stati come il Canada, di reagire in modo deciso e di minacciare seriamente l’utilizzo di contromisure come il c.d. bazooka o il meccanismo anti-coercizione, l’Unione ha infatti accettato di impegnarsi a non innalzare i dazi nei confronti dei prodotti USA e ad acquistare energia (per 750 miliardi di dollari in tre anni) ed armamenti americani nonché ad incrementare di 600 miliardi di dollari gli investimenti diretti negli Stati Uniti in cambio di un’imposizione di dazi del 15% sui prodotti europei anziché del 30% come minacciato dall’amministrazione Trump.

Si tratta di un compromesso che va in direzione diametralmente opposta rispetto a quella tracciata dal Rapporto Draghi sulla competitività, dal quale emergeva la necessità impellente per l’Europa di acquisire autonomia dalle potenze esterne e di dotarsi di una capacità di pianificazione e di decisione politica, e che metteva in luce la fine dell’illusione di poter dipendere da potenze esterne per difesa, energia e tecnologie in un mondo sempre più dominato dalla competizione tra potenze di dimensione continentale.

Del resto, l’incapacità degli europei, frammentati e divisi, di avere un peso nella presa di decisione a livello internazionale e di tutelare l’interesse dei loro cittadini e delle loro imprese erano emersi chiaramente in occasione della recente decisione assunta dal G7 sulla Global Minimum Tax. Mentre quest’ultima è stata recepita, totalmente o parzialmente, da 55 paesi la maggioranza dei quali europei, nella riunione del G7 di fine giugno gli Stati Uniti hanno ottenuto un’esenzione per le multinazionali la cui capogruppo abbia sede nel loro territorio, trasformando di fatto tale imposta in un boomerang per le imprese aventi sede nel territorio dell’Unione.

L’assenza di peso politico dell’Unione e la sua dipendenza da potenze esterne in molti settori, in particolare la sua sudditanza rispetto agli Stati Uniti, non è tuttavia casuale, bensì è la diretta conseguenza del fatto che l’Europa non è un soggetto politico e non è dotata di un potere autonomo dagli Stati membri. In altre parole, la dipendenza dall’esterno, e in particolare dagli Stati Uniti, è una diretta conseguenza di una dipendenza sul piano interno (dagli Stati membri).

Tale dipendenza risulta evidente soprattutto nei settori tradizionalmente legati al cuore della sovranità statale, come quelli della politica estera e di difesa e della politica economica e fiscale, ma in realtà è di ostacolo anche all’esercizio di quelle politiche che appartengono alla competenza esclusiva dell’Unione, e nelle quali dunque in teoria quest’ultima può agire autonomamente. Per tornare al tema dei dazi, basti pensare all’unione doganale e alla politica commerciale comune. Si tratta di due settori nei quali gli Stati membri non possono intervenire in quanto settori facenti parte delle competenze esclusive europee, e nei quali le decisioni sono adottate dal Consiglio a maggioranza qualificata e dunque in assenza di diritto di veto. Tuttavia, la mancanza di un potere politico europeo in grado di agire autonomamente dagli Stati membri ne condiziona fortemente l’esercizio.

In primo luogo perché la capacità di negoziare accordi sui dazi e accordi commerciali con Stati terzi è fortemente legata a scelte di politica estera, e dunque da decisioni politiche relative al ruolo dell’Europa sullo scenario internazionale. Tali decisioni sono ancora sostanzialmente nelle mani degli Stati membri, dal momento che l’ambito PESC è regolato da meccanismi intergovernativi improntati alla regola dell’unanimità e dunque l’Unione, lungi dal poter elaborare una strategia coerente, si trova condizionata dalle differenti visioni degli Stati membri e dunque impossibilitata a decidere. Così, di fronte alla politica aggressiva di Trump gli Stati membri si sono trovati divisi sull’atteggiamento da tenere nei confronti degli Stati Uniti, con l’Italia favorevole al mantenimento di buone relazioni con gli Stati Uniti ed altri Stati, come la Francia, orientati in senso opposto.

In secondo luogo, perché la dipendenza degli europei da Stati terzi in molti settori indebolisce il loro potere negoziale anche nelle materie che appartengono alla competenza esclusiva dell’Unione. Basti pensare a come la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti per quanto riguarda difesa e armamenti, e dunque il pericolo che gli Stati Uniti si disinteressino della difesa degli europei e lascino l’Ucraina nelle mani di Putin abbia contribuito a smorzare i tentativi di rispondere in modo duro alla politica dei dazi di Trump e a far accettare agli europei un compromesso a loro sfavorevole.

Nonostante dunque l’Unione abbia in linea di principio mano libera in materia di politica commerciale, di fatto tale potere è significativamente svuotato.

Ma, come accennato, è soprattutto nei settori che sono posti al cuore della sovranità statale che tale dipendenza rende l’Unione incapace di agire e priva di autonomia. In particolare, è sul problema del finanziamento dell’Unione che occorre concentrarsi, in quanto la disponibilità di risorse finanziarie autonome, e dunque la competenza fiscale, è il presupposto essenziale per l’esercizio di tutte le competenze dell’Unione.

Ora, nonostante molti osservatori abbiano sottolineato a più riprese il carattere cruciale della questione e la necessità che l’Unione divenga autonoma dai suoi Stati membri per quanto riguarda il suo finanziamento, questa consapevolezza sembra assente negli Stati membri e nelle istituzioni dell’Unione, come emerge dal dibattito sulla recente proposta di nuovo Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034 presentata dalla Commissione. Si tratta di una proposta che contiene alcuni elementi di innovazione rispetto al passato, dal momento che prevede un incremento del bilancio dall’1,1% all’1,6%, nuove priorità, un fondo per la competitività e l’innovazione di 410 miliardi di euro, un fondo di 400 miliardi di euro per aiutare gli Stati in difficoltà finanziabile attraverso l’emissione di debito europeo e nuove risorse proprie. È dunque la spia della consapevolezza della Commissione della necessità di reperire risorse aggiuntive per far fronte alle nuove priorità con le quali gli europei devono confrontarsi.

E tuttavia rischia di essere un buco nell’acqua. Non solo perché l’aumento del bilancio dal punto di vista quantitativo non è in realtà significativo, dal momento che la somma totale include la spesa per il pagamento degli interessi relativi a Next Generation EU, e dunque l’aumento è solo dello 0,04%, ma anche a motivo del fatto che la proposta si colloca nel quadro delle procedure esistenti e dunque per essere approvata richiede l’unanimità in Consiglio e l’approvazione da parte dei Parlamenti degli Stati membri. Ora, al di là del fatto che alcuni Stati hanno già manifestato la propria contrarietà alle proposte, è abbastanza significativo che nessuna istituzione dell’Unione – nemmeno il Parlamento europeo, il grande escluso dalla decisione sulle risorse proprie – abbia sollevato il problema della creazione di una reale autonomia di bilancio dell’Unione, e dunque della necessità di una riforma dei meccanismi esistenti che sottragga la decisione sul finanziamento dell’Unione al consenso unanime degli Stati membri e attribuisca un reale potere fiscale al livello europeo con un pieno coinvolgimento del Parlamento europeo. In mancanza di una simile riforma, infatti, un reale aumento dell’entità delle risorse a disposizione dell’Unione è illusorio e ogni proposta si traduce inevitabilmente in un semplice spostamento di risorse da un settore all’altro.

Ancora una volta, dunque, il coraggio di affrontare i nodi del processo di integrazione e di compiere una scelta di rottura rispetto all’esistente sembra mancare e l’Unione europea sembra avvitarsi in un circolo vizioso.

I tempi per invertire questa tendenza non sono tuttavia lunghi, ed è quindi necessario che almeno un gruppo di Stati, a partire dai “volenterosi” a sostegno di Kiev, prenda l’iniziativa di dar vita a un nucleo di unione politica, che riaffermi la centralità dei valori che in Europa si sono sviluppati e ridoni credibilità al progetto di pace e di democrazia alla base del processo di unificazione europea.

Come ha scritto Giuliano Noci sul Sole 24 Ore (“L’Occidente e le nuove regole per evitare il crollo definitivo”, 24 agosto 2025), “se non batte un colpo ora, il castello crollerà e l’Europa non sarà spettatrice: sarà tra le macerie, a chiedersi come sia stato possibile”.

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