Anno LII, 2010, Numero 3, Pagina 169

 

 

La Tunisia, l’Egitto e l’Europa
 
 
La rivolta in Tunisia e in Egitto, dagli esiti ancora incerti, segna un momento di rottura con gli equilibri politici del passato che non può non investire direttamente gli Europei. Nel momento in cui questo numero della rivista sta andando in tipografia, gli sbocchi della sollevazione popolare in Egitto rimangono ancora imprevedibili, mentre sulla transizione tunisina verso un nuovo sistema democratico pesano ancora le incertezze di un passaggio difficile. Ma quel che è certo è che il mondo arabo sta entrando in un fase nuova e che sta voltando le spalle al passato: regimi decadenti e corrotti, incapaci ormai di rispondere ai problemi del loro paese, sostenuti fino ad oggi dall’Occidente anche sulla base di interessi economici, ma soprattutto in quanto ritenuti alleati importanti contro la marea montante del fondamentalismo islamico e validi difensori dei fragili equilibri mediorientali, stanno crollando improvvisamente. Quello che sembrava un sistema stabile, nonostante i problemi, sta cadendo in pezzi nel giro di pochi giorni. Come sempre accade di fronte ad implosioni o rivolte, o trasformazioni, che segnano passaggi epocali, nessuno lo aveva previsto, e nessuno sembra pronto ad indicare le vie di sbocco concrete che possano aprire solide prospettive di progresso democratico e crescita civile dell’area.
Ciò che sta accadendo in questi giorni nei due Stati arabi, e che trova riscontro anche in altre sollevazioni nella regione, dallo Yemen all’Algeria, ha offerto l’occasione per scrivere molte analisi sulla situazione di questi paesi, analisi che ci hanno ricordato la degenerazione politica e autoritaria dei governi dell’area, il mancato decollo dei piani di sviluppo economico che non sono riusciti a creare valore aggiunto nazionale, né lavoro che assorbisse mano d’opera, per cui la disoccupazione, specie tra i giovani, è rimasta altissima; paesi, quindi, che non sono riusciti a mantenere le promesse e a superare la dipendenza dalla rendita del petrolio, dal turismo, dagli aiuti, e persino dalle rimesse degli emigrati, con le conseguenze politiche e sociali che ne derivano. E che infine, con la globalizzazione, hanno subito la concorrenza dei paesi emergenti nei settori tradizionali, che ha schiacciato il loro debole e arretrato settore manifatturiero. A rendere esplosiva la situazione sociale si è aggiunta anche la crisi dell’Occidente, che rende più incerta la possibilità di emigrare, mentre la penuria, a livello mondiale, nel settore delle materie prime alimentari ha fatto salire alle stelle i prezzi dei generi di prima necessità. Ma in questo quadro, che denuncia l’accumulo di ritardi e disfunzioni e che spiega, e accusa, la degenerazione del sistema politico, come prima cosa è importante soprattutto evidenziare il segno del passaggio epocale degli equilibri internazionali. Come ha messo bene in rilievo Fareed Zakaria in una recente intervista al Corriere della Sera (30 gennaio), ciò che sta accadendo è un effetto della nuova era “post-americana” che, nel giro di pochissimi anni, da ipotesi politologica, sta diventando una realtà travolgente. E’ infatti evidente che, ormai, gli Stati Uniti non possono più avere un ruolo determinante nella regione (per quanto continuino a cercare di esercitare il loro peso) e che questo fatto sta avendo profonde ripercussioni sugli equilibri politici. I cambiamenti in atto sono quindi frutto della transizione verso un nuovo ordine mondiale, i cui tratti però sono ancora molto difficili da delineare. In assenza, infatti, di prospettive alternative alla pax americana, il rischio, serio e drammatico, soprattutto per le popolazioni, è che la battaglia per la democrazia e il progresso non trovi sbocchi effettivi, e che le tensioni crescano aprendo la strada a nuovi regimi oppressivi.
Del resto che questo sia, al momento, un esito possibile è testimoniato dalla crescente instabilità di tutta l’area mediorientale, che addirittura si è estesa a macchia d’olio, fino al Pakistan; e il futuro del Nord Africa rischia di esserne coinvolto, dato che nessuno sembra in grado di sostenere un vero processo di crescita politica ed economica dell’area. Gli USA, dopo i fallimenti in Iraq e in Afghanistan, non hanno strumenti per poter fare qualcosa di meglio nella regione; per la Cina sembra ancora prematuro (e forse ancora non ricercato) il passaggio al ruolo di potenza politica che si fa carico del destino degli equilibri complessivi di un’area così vasta e turbolenta; resterebbe l’Europa, ma non è certo questa Unione europea profondamente divisa, che tenta di farsi rappresentare da una diplomazia scollegata da una qualsiasi politica estera degna di questo nome, che può farsi carico della questione.
L’Europa, del resto ha una lunga storia di fallimenti alle spalle per quanto riguarda la politica in Africa. Sin dalle origini della Comunità europea, il processo di unificazione europea avrebbe dovuto costituire una guida, un modello, un ancoraggio per tutta l’Africa, sia quella continentale sia quella araba. Se le speranze sono fallite, è perché la guida non è stata all’altezza della situazione: gli Europei non solo non sono stati capaci di unirsi politicamente e quindi di rappresentare un modello innovativo dal punto di vista istituzionale, ma, proprio perché divisi, invece di costituire un ancoraggio per il continente africano, lo hanno usato per le loro piccole ambizioni nazionali, giocando separatamente addirittura gli uni contro gli altri. Non c’è da stupirsi, quindi, se gli accordi bilaterali di associazione, così come i trattati commerciali e le varie forme di cooperazione stipulati sin dagli anni Settanta con alcuni paesi africani (con la parziale eccezione positiva degli accordi di Lomé), o la cosiddetta “prospettiva di Barcellona” che nel 1995 doveva inaugurare una nuova stagione di rapporti euro-africani, per finire con la tanto sbandierata Unione euromediterranea sponsorizzata da Sarkozy, sono stati un flop. L’Europa è stata a guardare mentre i problemi dell’Africa si aggravavano, invece di contribuire a risolverli, e oggi continua a guardare mentre nella fascia araba si apre una nuova fase il cui sviluppo e i cui esiti saranno importantissimi per il nostro continente.
Eppure, non ci vorrebbe molto per capire che, se l’epoca americana sta ormai tramontando, e quindi per gli USA cambiano possibilità di intervento e interessi, si creano vuoti attorno al nostro continente che toccherebbe a noi riempire con visione e intelligenza, per garantirci la vicinanza e la possibilità di cooperazione con paesi democratici e stabili. Per far questo, però, gli Europei dovrebbero superare le meschinità degli interessi nazionali e costruire una visione effettivamente europea, frutto di dinamiche politiche democratiche che dovrebbero culminare e concretizzarsi nell’operato di un governo europeo sovranazionale. In altre parole dovrebbero essere capaci di fare il salto dall’Unione europea allo Stato federale europeo, a partire, ovviamente, dall’iniziativa di un’avanguardia di paesi. Invece, continuare a pensare che questo obiettivo, pur rispettato da molti a parole, possa essere continuamente rimandato ad un vago futuro costerà a noi Europei e ai nostri vicino ancora molte tragedie.
 
Il Federalista

 

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