Anno II, 1960, Numero 6, Pagina 349

 

 

I TRE MOMENTI DI LEOPOLD SEDAR SENGHOR
 
 
A breve distanza di tempo, l’intervento dell’otto gennaio 1953 di Senghor sui rapporti tra Europa e Africa alla «Assemblea ad hoc» (incaricata di elaborare lo statuto della Comunità politica europea) ha acquistato il carattere profondo e drammatico della rivelazione di una svolta della storia. Abbiamo perciò deciso di riprodurlo nei «Documenti» della nostra rivista per il suo singolare valore. Quel giorno, Senghor disse:
Signor presidente, Signorina, Signori, come tutti i nostri colleghi ho letto con estrema cura ed attenzione il rapporto della commissione costituzionale della nostra Assemblea. Non c’è un problema al quale non mi sia interessato. Voi non vi stupirete, ne sono sicuro, che il mio proposito non sia, qui, di affrontare tutti i problemi, ancora meno di trattarli. Voi mi permetterete di fermarmi alla seconda parte di questo rapporto, che riguarda le istituzioni politiche della Comunità e più esattamente alla risoluzione III e, in questa, al problema del Parlamento.
Userò, molto semplicemente, la mia abituale franchezza. Non me ne vorrete, ne sono convinto, sapendo che la mia preoccupazione maggiore è di fare l’Europa. Sono sorpreso che sia stata schivata — non voglio dire fatta sparire — la questione che, sul piano morale e forse politico, è la più importante: quella della partecipazione dei territori d’oltre-mare alla Comunità.
Non ignoro che il relatore speciale ne ha parlato alla pagina dodici del suo rapporto; più esattamente, vi ha fatto allusione. Ma il carattere allusivo del testo non testimonia che dell’eleganza e della riverenza; esso non risolve la questione. La questione però deve essere risolta, per delle ragioni di diritto, e anche per ragioni politiche, se non morali. Orbene, il relatore si esprime così: «E’ stato precisato che il numero dei seggi proposto per ciascun paese non deve pregiudicare la questione della partecipazione dei territori d’oltre-mare alla Comunità. Spetterà a ciascun paese di decidere, le cas échéant, le modalità secondo le quali i suoi territori d’oltre-mare saranno rappresentati alla Camera dei popoli, e di effettuare all’uopo una ripartizione conveniente dei seggi di cui dispone».
Le cas échéant vuoi dire, in francese almeno, che il destino di circa 52 milioni di esseri umani, che popolano i territori extra-metropolitani, tra i quali molti, del resto, sono di origine europea, non interessa la nostra Assemblea, non interessa l’Europa, patrie de l’homme, per parlare come Denis de Rougemont. Perché ciò vuol dire che la futura Comunità politica europea potrà prendere delle decisioni politiche, militari, economiche, che impegneranno gravemente il destino di questi uomini senza che la loro voce sia stata intesa.
Ma c’è prima di tutto una impossibilità costituzionale rispetto alla facoltà data agli Stati membri di escludere dalla Comunità i loro territori d’oltre-mare. E’ il caso della Francia. In effetti, a termini della sua Costituzione del 27 ottobre 1946 (art. 60), lo Stato, cioè la Repubblica francese, «comprende la Francia metropolitana, i dipartimenti e i territori d’oltre-mare». D’altra parte l’articolo primo definisce questa repubblica come «indivisibile, laica, democratica e sociale». Insisto sulle parole: «democratica e sociale». Infine, l’articolo 3 di questa stessa Costituzione dispone: «La sovranità nazionale appartiene al popolo francese. Nessuna sezione del popolo né alcun individuo può arrogarsene l’esercizio». Così i nostri concittadini della metropoli non possono, da soli, attribuirsi l’esercizio della sovranità francese.
Dunque, i dipartimenti e i territori d’oltre-mare hanno più che la possibilità di entrare, essi entrano di pieno diritto nella Comunità politica europea, a meno di violare la Costituzione francese. Ciò comporta delle conseguenze che vanno più lontano della risoluzione III e dei commenti del relatore speciale. Sul piano del diritto e nel caso della Repubblica francese, il numero dei seggi proposto deve pregiudicare la questione dell’integrazione dei territori d’oltre-mare nella Comunità.
E non parlo dei protettorati dell’Africa del Nord, di questi protettorati di cui la Francia ha la direzione nel triplice dominio degli affari esteri, dell’esercito e degli affari economici.
E’ per tutte queste ragioni che ho depositato un emendamento. Ci si rassicuri! Io sono un partigiano appassionato dell’idea eurafricana. Ma sono anche un contadino che ha i piedi in terra. Non vi domanderò 63 seggi supplementari per i 40 milioni di cittadini francesi d’oltre-mare. Tra 63 e 0 c’è posto, invero, per una cifra intermedia, per una soluzione di compromesso.[1]
Spero che sarò inteso, non fosse che per ragioni pratiche. In effetti il vostro progetto di costituzione, lo sapete, dovrà essere ratificato dai parlamenti nazionali. A parte gli eletti d’oltre-mare, che sono in numero abbastanza grande al Parlamento francese, ci sono, non è un segreto, gruppi importanti che faranno dell’integrazione dell’oltre-mare una condizione essenziale di un voto positivo, e io vedo il mio amico Debré che mi approva.
Ma noi tenteremo di elevare il dibattito. Agli argomenti di diritto, che ho esposto, si aggiungono delle ragioni morali e, oltre a queste, delle ragioni politiche. Si tratta, qui, più precisamente, dei territori d’oltre-mare che non sono francesi. In un articolo di alto volo, intitolato Il senso delle nostre vite o l’Europa, Denis De Rougemont, direttore del Centro europeo della cultura, scrive:
«Così dunque, paragonata e a contrasto con le civiltà sacrali dell’antichità, le civiltà magiche dell’Asia e le moderne imprese totalitarie» — avrebbe potuto aggiungere, con il tedesco Leo Frobenius: le civiltà mistiche dell’Africa — l’Europa ci appare come una specie di rivoluzione permanente…». E più avanti: «Orbene, la base di questa rivoluzione, il suo vigore e la sua causa finale, è la nozione del valore assoluto della persona umana, di ciascuna persona umana».
Il signor de Rougemont ha ragione. Io supplico la nostra Assemblea, io vi supplico, voi, uomini d’Europa, di non tradire l’Europa tradendo l’uomo. E io dico che non è rispettare la persona umana volere la sua felicità, forse non suo malgrado, ma senza di lei. Come dicono i cristiani: per far fruttare la grazia, bisogna cooperare con essa. E dico che non è essere fedeli all’Europa ammettere la possibilità di escludere dalla Comunità i popoli dipendenti d’oltre-mare. Ammetto, con il relatore speciale, che la rivoluzione costituita dall’integrazione esige dei temperamenti. Non li rifiuto. Ammetto che le modalità dell’integrazione devono essere lasciate a ciascuno Stato. Ciò che non ha il mio assenso, ancora una volta, è la possibilità dell’esclusione.
Perché, signor presidente, e questo sarà il mio ultimo argomento — politico questo — se noi non prendiamo la decisione oggi, quest’anno, non ci sarà l’«Eurafrica», giacché si tratta soprattutto dei territori africani; non ci saranno più colonie, non ci saranno più nemmeno dei territori dipendenti dall’Europa.
L’ho detto all’Assemblea consultiva europea e lo ripeto: non si risale la Storia controcorrente. L’Africa ha la mistica dell’eguaglianza nella cooperazione. Se voi rifiutate di soddisfarla, gli uomini di buona volontà che noi siamo saranno domani, entro venti o trenta anni, dei collaborazionisti agli occhi delle giovani generazioni. Quelle avranno la mistica dell’indipendenza nella secessione, con gran danno dei due continenti complementari. Non sarà che più tardi, ben più tardi, che la Storia ci darà ragione, perché l’avvenire è per l’interdipendenza dei popoli.
Permettetemi di dirvi che non si lotta contro una mistica, non si trionfa di una mistica, soprattutto non con le armi. Siamo Europei, cioè degli uomini coscienti che hanno il senso della Storia! Non vi citerò l’esempio della Francia — non voglio essere giudice e parte — ma quello dell’insulare, aristocratica Gran Bretagna. Essa forma, oggi, con i suoi dominions, su una base di eguaglianza, una comunità originale nella quale gli Europei sono la minoranza. E la Gran Bretagna ha già cominciato ad avviare le sue colonie, come la Costa d’Oro o la Nigeria, verso lo statuto di dominion nel seno del Commonwealth.
Signor presidente, concludo. Parlando qui in nome della grande maggioranza dei deputati africani all’Assemblea nazionale francese, con i quali mi sono intrattenuto ieri, dirò questo: noi siamo per la Comunità europea e, al di là di essa, per la Comunità eurafricana. Vogliamo bene, in questo matrimonio di ragione, essere i paggi che portano il velo della sposa, ma ci rifiutiamo di essere i regali di nozze (sorrisi), o il vasellame che farà le spese dei litigi del ménage, o i pupazzoli per divertire i bambini di domani. Non siamo delle cose, non siamo dei pupazzoli, siamo degli esseri viventi. Noi siamo dei fini, non dei mezzi.
Naturalmente i rivoluzionari sono sempre considerati dei pazzi. Ma voi sapete che la saggezza spesso si serve dei vestiti della follia. Noi siamo i folli d’oltre-mare. Possiate voi essere quelli dell’Europa affinché noi si costruisca insieme un’Europa nuova che non sarà fatta di ricordi storici ma di realtà viventi: un’Eurafrica, come l’Europa, vera patria dell’uomo.[2]
 
***
 
Il lettore noterà che Senghor si sbagliò in una sola cosa: il numero degli anni nel quale gli africani sarebbero passati dalla mistica della «eguaglianza nella cooperazione» a quella della «indipendenza nella secessione». Venti o trenta anni, egli disse allora, mentre ne sono bastati meno di dieci. Vale la pena di osservare che gli «europeisti» non capirono nemmeno l’importanza della questione. Non si accorsero nemmeno che la storia, per un cumulo di circostanze irripetibili, aveva dato loro una occasione eccezionale: la possibilità di costruire una comunità federale di bianchi e neri. Nel nostro tempo, mentre la scienza sta unificando le civiltà e il sistema mondiale degli Stati sta collegando tutti gli uomini della terra, l’Eurafrica sarebbe stata un compito straordinariamente vitale, straordinariamente esemplare. Troppo vitale, troppo esemplare per i «progressisti» d’Europa, ben rappresentati all’assemblea di Strasburgo (c’erano l’ex-progressista Mollet, l’ancora progressista Parri e così via), i quali allora non compresero affatto di stare davanti ad un bivio dove si biforcavano la strada di un grande avvenire e quella della ripetizione sempre più stupida degli errori del passato e ora, senza sapere che cosa hanno sprecato, battono le mani ad ogni staterello africano che diventa sovrano e indipendente, come se l’equazione patriottarda indipendenza dello Stato-nazione (piccolo a piacere) = indipendenza politico-sociale-culturale dei suoi membri fosse la verità stellare della storia umana.
In ogni modo, di «folli dell’Europa» a Strasburgo non ce ne erano. Nel 1954 una coalizione di fascisti, nazionalisti, progressisti, socialisti e comunisti sconfisse i troppo saggi europeisti, e bocciando la C.E.D. preferì, alla nascita alla Comunità politica europea ed all’avvio dell’Eurafrica, la rinascita dell’esercito tedesco. Senghor, privo della base europea, si dovette limitare al federalismo africano, e non potendo battersi per una grande Federazione tentò un esperimento in piccolo: la Federazione del Mali come raggruppamento di Sénégal, Dahomey, Soudan e Alto-Volta. Il Dahomey e l’Alto-Volta si persero per strada, e rimasero il Sénégal e il Soudan. Ma nemmeno questa coppia resse, e la Federazione saltò. Press’a poco nello stesso tempo nacque la Nigeria, con i suoi 35 milioni di abitanti (35 per chilometro quadro) e le sue notevoli risorse. Si tratta di una potenza che permette ai dirigenti della Nigeria il massimo di realismo politico africano: per questo, nella posizione di Sir Abuhakar Tafewa Balewa, pigliano forma netta le cause del fallimento del panafricanismo. Interrogato sulla Federazione africana egli rispose: «Una unione politica tra i paesi africani non è per il momento che un sogno» (ovvio: fate una Nigeria, e fate degli staterelli. Il forte e ricco non si unirà con i piccoli e poveri, ma li dominerà), e poi spiegò: «Noi siamo degli africani, ma noi siamo innanzitutto degli esseri umani. Si parla di una Federazione africana, e perché non di una Federazione asiatica o europea?» (il brav’uomo! Il suo pensiero, oscuro, si chiarisce completando il noi in noi politici. Allora il senso della frase diventa semplice: perché l’Africa non deve avere venti o trenta presidenti di repubblica, primi ministri, ministri degli esteri e così via come l’Europa o l’Asia che non si unificano, cioè non spazzano via i loro? Anche noi — classe politica africana — siamo degli esseri umani).
L’otto gennaio 1953 Senghor aveva detto che Europa ed Africa sono complementari. Lo furono davvero, nel senso più profondo del termine. Per questo, fallito il federalismo europeo, fallì anche quello africano. Di fronte ad un inizio di Eurafrica i membri della classe politica africana si sarebbero trovati di fronte alla scelta tra il potere assoluto nel proprio piccolo Stato e la partecipazione al potere federale del grande insieme. Non avrebbero certo potuto, anche volendolo, scegliere tutto il potere nel piccolo Stato; ma, venuto a mancare il termine di confronto, essi l’hanno avuto, e non lo molleranno facilmente seguendo l’esempio dei loro colleghi europei.
Per queste ragioni il federalismo africano, il secondo momento di Senghor, non fu che uno stadio di passaggio al terzo momento: quello della vera indipendenza, costituita dai micronazionalismi.
Sono espressioni dello stesso Senghor terza fase (da una intervista concessa al corrispondente di «Le Monde»). Eccole: «Il panafricanismo è senza epiteto. Ciò che conta, è di favorire il raggruppamento, nel quadro della Comunità, degli Stati africani d’espressione francese. Lungi dall’ostacolare ciò, lo scoppio del Mali può addirittura aiutarlo. In effetti, la crise malienne indica forse che noi abbiamo voluto andare troppo svelto, non tenendo abbastanza conto delle realtà costituite dai micronazionalismi» (par di sentire qualche serio «europeista» che parla della Federazione Europea, e trova troppo ardite le richieste dei federalisti, che vogliono andare troppo lontano).
Naturalmente, in ogni impresa umana si finisce sempre per trovare il lato buono: quello del Sénégal da solo è, sempre a detta di Senghor, l’indipendenza: «Sebbene le ambizioni personali abbiano avuto la loro parte, le cause della crisi sono più profonde. Esse stanno nelle divergenze di carattere ideologico e anche sociologico… Il Mali non può più ricostituirsi, almeno nella forma di una Federazione. In effetti i Senegalesi hanno realmente l’impressione di non aver conquistato l’indipendenza che da questo 20 agosto».[3] Buon pro! Noi, fatta in Europa l’esperienza della sovranità nazionale, non possiamo illuderci e ci limitiamo a costatare, una volta di più, qual è il prezzo che si paga oggi per essere «realisti»: si passa da un orizzonte come quello dell’Eurafrica a un orizzonte come quello del Sénégal, si pensa di lavorare «concretamente» per l’umanità mentre si secondano i suoi vizi. Chi vuole accomodarsi si accomodi, il banchetto è sempre pronto.


[1] A quel punto della elaborazione il progetto di statuto prevedeva per i paesi maggiori: Francia, Germania, Italia; 63 seggi. L’opinione di Senghor fu accolta, e nel progetto definitivo alla Francia furono assegnati 70 seggi (7 per i suoi dipartimenti e territori d’oltre-mare).
[2] Assemblée ad hoc, Débats - compte rendu in extenso des séanees, édition de langue française, pp. 137-39.
[3] «Le Monde», 24 agosto 1960.

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