IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno LXVII, 2025, Numero 2-3, Pagina 128

La militanza federalista di Raimondo Cagiano
come impegno culturale, politico e morale*

Desidero anzitutto ringraziare il prof. Antonelli, la prof.ssa Norci Cagiano e la Fondazione Primoli per averci accolto in questa bellissima sede. Un ringraziamento anche a Luisa Trumellini per avermi proposto questo intervento sulla militanza federalista di Raimondo Cagiano de Azevedo. Penso che l'abbia fatto perché insieme nel 2017 — lei allora era Segretaria nazionale — proponemmo a Raimondo di coordinare il nostro Ufficio del dibattito, come ha fatto poi con impegno e dedizione straordinari fino alla fine dei suoi giorni e, aggiungo, fino a spendere in questo incarico le sue migliori energie e nell'ultimo periodo persino le sue residue forze fisiche. Preciso subito che mi sento inadeguato al compito che mi è stato assegnato e non so davvero se Raimondo avrebbe gradito che fossi io a parlare della sua militanza. Mi conforta il fatto che vi saranno poi alcune testimonianze di personalità che hanno sicuramente molti più titoli del sottoscritto e che potranno integrare ed anche correggere quanto andrò dicendo. Infine, desidero scusarmi se mi rifarò spesso a dei ricordi personali.

Jean- Baptiste Fages negli Anni Settanta del secolo scorso scrisse una Introduzione alla diversità dei marxismi, poi tradotto anche in italiano. Non credo sia giunto il tempo di scrivere una introduzione ai diversi federalismi, non a caso spesso seguiti da un aggettivo per meglio distinguerli e classificarli. Mi siano consentite però due osservazioni in merito. La ricerca di nuove formulazioni per descrivere gli eventi in corso o le loro auspicate mete finali deriva dal fatto che il processo di unificazione europea è imparagonabile con ogni altra esperienza storica, in particolare con quella americana. Non è un caso che quando usiamo lo slogan “Stati Uniti d'Europa”, che ha una storia più che secolare, vi è sempre qualcuno che chiede “Ma volete proprio replicare gli Stati Uniti d'America?” Aggiungo che non sono turbato da queste caratterizzazioni, perché sono convinto che siano un segno dei tempi, un segno che è finita l'epoca in cui “federalismo” era una parola pornografica, come disse Jacques Delors con una famosa battuta. In altri termini, è forse giunto il tempo in cui il federalismo sta passando in Europa da utopia ad ideologia, ma in una dialettica diversa da quella delineata da Karl Mannheim quasi un secolo fa sulla scorta del celebre testo di Marx ed Engels del 1846 (per Mannheim, infatti, l'ideologia nasce dalla difesa dei privilegi ed è dunque sempre conservatrice, fondata su una falsa coscienza, mentre è l'utopia la levatrice del nuovo). Oggi l'opzione federalista è presente nel dibattito politico europeo non come un sogno per un imprecisato futuro, ma come criterio che orienta l'azione e le scelte. Chi mi conosce sa che io trovo quasi offensivo essere additato come un sognatore. Credo invece che noi siamo realisti, gli unici realisti.

Detto questo, l'adesione del prof. Cagiano al federalismo va collocata in una tradizione culturale e politica che trova la sua origine nel personalismo di origine francese tra le due guerre mondiali, anche se il termine era stato coniato da Renouvier all'inizio del secolo. Non è certo il momento per soffermarci sui caratteri salienti di questa corrente filosofica che annovera molti pensatori ed indirizzi di ricerca, per es. uno di impronta religiosa ed un altro con una connotazione più laica. Possiamo invece chiederci perché il personalismo ed il federalismo si sono incontrati, com'è avvenuto principalmente per opera di Denis de Rougemont e di Alexandre Marc. Nel personalismo vi erano delle istanze che ben si conciliavano col federalismo: la centralità della persona concepita non astrattamente come un mero individuo, ma come centro di relazioni che si allargano dalla famiglia alle comunità più grandi; il rifiuto e la condanna di tutti i totalitarismi; la critica dello Stato considerato come un assoluto a cui va tutto subordinato e sacrificato; l'idea che fosse necessaria una rivoluzione personalista e comunitaria, come recitava il titolo di una famosa opera di Emmanuel Mounier. Il federalismo, per la sua duplice dimensione comunitaria e cosmopolitica, per la divisione della sovranità non solo su base funzionale ma anche a livello territoriale, per gli stessi modelli istituzionali che propone e che mirano a salvaguardare tanto l'unità quanto la diversità, offriva ed offre un quadro coerente per incarnare quelle istanze personaliste nella realtà.

In questo percorso di integrazione tra personalismo e federalismo era quasi inevitabile che nella cultura francese si trovasse un precursore in Pierre -Joseph Proudhon, perlomeno per la sua critica al centralismo prima monarchico e poi giacobino dello Stato francese nonché alle permanenti tentazioni colbertiste. È stato sicuramente Alexandre Marc, quell'Alexandre Marc nato Lipiansky ad Odessa da una famiglia ebrea, costretto all'esilio in Francia, convertito al cattolicesimo, primo segretario dell'Unione europea dei federalisti, a scoprire in Proudhon un antesignano di quel federalismo integrale di cui Marc divenne il principale teorizzatore. E Marc è stato sicuramente il riconosciuto maestro di Raimondo, un maestro di cui ha voluto ripubblicare in copia anastatica ed in anni recenti tre delle principali opere. Non v'è mai stata però nel prof. Cagiano traccia di settarismo o di appartenenze esclusive. Chi ha frequentato la bella sede del Centro Italiano di Formazione Europea, di cui è stato instancabile animatore, qui a Roma, in Salita de' Crescenzi, vicino al Pantheon, ricorderà che accanto alla grande foto di Marc campeggiavano anche quelle di Altiero Spinelli, Mario Albertini e Gianni Ruta, l'amico delle giovanili imprese federaliste scomparso troppo prematuramente. V'era insomma in Raimondo uno spirito che oserei definire ecumenico e che mirava ad individuare non solo i motivi di convergenze più o meno contingenti, ma il loro fondamento ultimo. In un colloquio che ebbi con lui dopo la visita del Presidente Mattarella a Ventotene in occasione dell'80° anniversario del Manifesto mi fece osservare che il Presidente nel commentare per i ragazzi del seminario il testo di Spinelli e Rossi era partito dalle prime righe, non perché fossero le prime, ma perché è da lì che si deve partire, “dal principio della libertà, secondo il quale l'uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita.” E aggiunse poi: “Tutto quello che si è costruito in sette decenni si rifà a quel principio e da quel principio si deve sempre ripartire se non si vuole edificare sulla sabbia.”

Questa ispirazione che mi sono permesso di definire ecumenica non agiva in Raimondo solo sul piano dei principi e dei valori, ma trovava anche concreta applicazione nei rapporti con le organizzazioni di quella che Umberto Serafini chiamava la forza federalista e che più modestamente potremmo classificare come galassia federalista. Che si trattasse del Movimento Federalista o del CIME, del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa o della Associazione europea degli insegnanti, il prof. Cagiano offriva a tutti i sodalizi impegnati nella comune lotta per unire l'Europa il suo contributo di pensiero, non di rado l'ospitalità nella sede del CIFE, sempre una parola di incoraggiamento e di sostegno. Raimondo non negava poi la sua collaborazione ad una cerchia ben più ampia di enti, istituzioni, associazioni, come testimonia un curriculum straordinariamente ricco di incarichi e di riconoscimenti.

Tutti noi abbiamo potuto apprezzare la sua apertura alle persone, anche le più umili, la disponibilità al dialogo, l'attenzione anche per quelle ragioni e per quelle posizioni che non condivideva. Un ricordo recente si staglia nella mia memoria. Lo invitammo qualche anno fa a tenere una relazione al dibattito regionale che ogni anno organizziamo a Sezano, sulle colline della Valpantena a nord di Verona. Gli chiesi se voleva pernottare in città o nel monastero olivetano dove si svolgono i lavori. Mi rispose che preferiva questa seconda sistemazione e così lo accompagnai dalla stazione a Sezano. Durante il viaggio gli dissi d'aver saputo che avrebbe pernottato in monastero anche Riccardo Petrella, che in quel luogo ha fondato una Università dell'acqua bene comune. Subito mi disse che voleva incontrarlo. Mi permisi di ricordargli che Petrella, dopo essere stato in anni ormai lontani un nostro militante ed aver lavorato alla Commissione durante i mandati di Jacques Delors, aveva in seguito assunto posizioni molto critiche verso quelle che riteneva e ritiene le derive dell'Unione europea, specialmente dopo la crisi dei debiti sovrani. (Sia detto tra parentesi e senza piaggeria verso l'illustre ospite che ci onora oggi della sua presenza: a distanza di tempo e vedendo come se la stanno cavando i cosiddetti paesi periferici, che mi rifiuto di definire con l'acronimo inglese loro affibbiato, certi giudizi sommari espressi allora e che continuano ad essere ripetuti andrebbero probabilmente rivisti). Ma chiudiamo la parentesi e torniamo a Raimondo, che volse leggermente la testa verso di me, con un gesto che gli era abituale, e guardandomi quasi di sottecchi disse: “Ti ripeto che voglio incontrarlo.” La sua affabilità fu poi determinante nel togliere dall'imbarazzo l'interlocutore, che non si aspettava di rivedere una persona che lo riportava ad un passato forse rinnegato. Ma il prof. Cagiano andò oltre, perché convinse Petrella ad esporre le proprie tesi nel dibattito del giorno seguente. Le differenze di analisi e di giudizio rimasero tali, ma il confronto fu sicuramente apprezzato da tutti i partecipanti.

In Raimondo non v'erano nemmeno disdegno o, peggio, arroganza. Era stato docente all'Università di Pescara e qui aveva conosciuto i coniugi Lino Venturelli e Damiana Guarascio, che per lunghi anni tennero in piedi la sezione e costituirono anche il centro regionale, sempre sostenuti dal prof. Cagiano, che si sobbarcò a molti di quei viaggi per le città e per le valli dell'Abruzzo meticolosamente organizzati da Damiana e di cui anche qualcuno di noi ha fatto esperienza. I dibattiti in ben 11 città di 8 regioni che mise in cantiere come responsabile nazionale sono forse il lascito più importante del suo impegno per il Movimento federalista, anche perché in ognuna di queste occasioni Raimondo mise a frutto l'ampia rete di rapporti accademici e politici che aveva costruito nel corso degli anni, permettendo ai nostri iscritti di confrontarsi sulle principali emergenze teoriche e politiche che si sono presentate nell'ultimo decennio. Su L'Unità Europea Fernando Iglesias ha ricordato anche il suo impegno, coronato dal successo, per istituire una cattedra Altiero Spinelli a Buenos Aires. Nei suoi interventi alle nostre riunioni non solo ci teneva informati su questo progetto, ma spesso aggiungeva considerazioni ed analisi sull'America Latina, un subcontinente che gli era molto caro, o sull'Africa e sui drammi delle migrazioni, in cui faceva valere le sue competenze di statistico e di demografo.

Mi avvio alla conclusione. Mentre stendevo queste righe, mi veniva spontaneo pormi una domanda: qual è stato il segreto di questa attività indefessa che ha procurato al prof. Cagiano così tanti riconoscimenti in vita ed un unanime cordoglio dopo la sua scomparsa? Poi, riflettendo più a fondo, mi è venuto da pensare che Raimondo possedesse in modo spiccato quella che Max Weber definisce una qualità psicologica fondamentale dell'uomo politico: “la lungimiranza, vale a dire la capacità di far agire su di sé la realtà con calma e raccoglimento interiore: dunque la distanza tra le cose e gli uomini.” Solo la lungimiranza consente di evitare quella che Weber, sulla scorta di Georg Simmel, definisce “sterile agitazione”. Ecco, in un momento in cui — al di qua e al di là dell'Atlantico — osserviamo molte sterili agitazioni, favorite — ricorro ancora a Weber — dalla vanità, “la nemica mortale di ogni dedizione ad una causa e di ogni distanza e soprattutto della distanza rispetto a se stessi”, l'esempio di Raimondo Cagiano de Azevedo ci può servire come sprone e come ammonimento.

Abbiamo ora il dovere di continuare la sua e la nostra battaglia. Come ha scritto in modo paradigmatico Hannah Arendt commemorando il suo maestro Karl Jaspers, “Ciò che in un uomo è la cosa più fuggevole, la parola pronunciata ed il gesto compiuto una sola volta, muore con lui, e rende necessario il ricordo che di lui conserviamo. La memoria trova il compimento nel nostro legame con il defunto (…) e riecheggia di nuovo nel mondo.” (Commemorazione di Karl Jaspers, 4 marzo 1969).

Grazie, Raimondo, sperando di non essere troppo indegni di te.

Giorgio Anselmi


* Intervento al convegno su Il federalismo per la pace, la democrazia e l’uguaglianza, organizzato dal Movimento federalista europeo e dalla Fondazione Primoli ETS in ricordo di Raimondo Cagiano de Azevedo a Roma, nella sede della Fondazione, l’11 novembre 2025.

 

 

 

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