Anno XXV, 1983, Numero 1-2, Pagina 28

 

 

IL MFE PER IL GOVERNO SOVRANNAZIONALE
DELLE RISORSE MARINE*
 
 
Il 10 dicembre 1982 a Montego Bay (Giamaica) è stata sottoscritta dai primi 119 paesi, in prevalenza del Terzo mondo, la «Convenzione sul diritto del mare», dopo più di un decennio di negoziati condotti all’interno dell’ONU.
Si apre ora una difficile fase di lotta perché la Convenzione potrà entrare in vigore solo se sarà ratificata da almeno sessanta Stati e vi è una netta opposizione da parte di Stati Uniti e Regno Unito, che non vogliono rinunciare ai loro privilegi. Il MFE chiede che tutti gli Stati ratifichino la Convenzione e, in particolare, denuncia quegli Stati membri della Comunità, come il Regno Unito, l’Italia e la Repubblica Federale Tedesca, che non l’hanno ancora sottoscritta ignorando l’invito del Parlamento europeo a sostenere una iniziativa «che può determinare il futuro della umanità».
La caratteristica fondamentale di questa Convenzione, e che la differenzia dai tradizionali trattati di diritto internazionale, è l’istituzione di una «Autorità» che dovrebbe gestire nell’interesse dell’umanità intera tutte le ricchezze contenute nella Zona (i fondi marini e i loro sottosuoli situati al di là delle giurisdizioni nazionali). Queste ingenti ricchezze minerarie (manganese, nichel, rame e cobalto) e biologiche vengono dichiarate «patrimonio comune dell’umanità».
L’Autorità internazionale, per i suoi poteri e le sue competenze, rappresenta il primo organismo della pianificazione sovrannazionale delle risorse economiche dell’umanità. Essa può estrarre direttamente le risorse dalla Zona grazie alla istituzione di una propria «Impresa»; autorizza e controlla l’attività delle altre imprese multinazionali che hanno intenzione di sfruttare la Zona; può imporre appropriate misure per la protezione e la salvaguardia dell’ambiente marino; facilita il trasferimento di tecnologie avanzate dai paesi industrializzati a quelli del Terzo mondo; controlla la produzione mondiale delle materie prime, ne stabilizza i prezzi ed ha potere di imposizione fiscale; ha una propria capacità di bilancio; può raccogliere fondi sul mercato internazionale; ha come scopo specifico quello di impiegare le proprie risorse per facilitare lo sviluppo dei paesi del Terzo mondo.
Il tentativo di dar vita a questa Autorità internazionale mostra quanto ormai sia necessario affrontare i grandi problemi mondiali con istituzioni sovrannazionali. Anche se questa Autorità ha per il momento competenze limitate alla gestione delle risorse economiche della Zona, non è impensabile una estensione dei suoi poteri affinché essa possa gestire un efficace piano mondiale per lo sviluppo del Terzo mondo. Sarebbe questa una iniziativa decisiva per dare inizio al dialogo Nord-Sud ed avviare il superamento della politica dei blocchi contrapposti.
Non si deve, tuttavia, sopravvalutare il risultato ottenuto con la Convenzione. È necessario rilevare, a questo proposito, che la soluzione proposta dall’ONU per gestire l’unica zona della Terra ancora non soggetta alla sovranità degli Stati presenta numerose analogie con le prime proposte istituzionali avanzate per affrontare i problemi dell’integrazione europea. Anche la CECA prevedeva un esecutivo, denominato Alta autorità, per la gestione sovrannazionale dell’industria europea del carbone e dell’acciaio. Ed anche la CECA era stata istituita nel 1951 come soluzione parziale al problema dell’unità europea, in mancanza della volontà, da parte degli Stati europei, di dar vita ad un vero governo democratico della Comunità. Ma, a differenza della CECA, la Convenzione sul diritto del mare non sancisce l’avvio di un processo di distensione duratura fra tutti i popoli della Terra. Le prime istituzioni comunitarie si sono edificate sulle solide fondamenta della riconciliazione franco-tedesca, nucleo essenziale della generale pacificazione europea del dopoguerra. A livello mondiale, nessuna forma effettiva di solidarietà è ancora visibile e non è dunque pensabile la messa in atto di una forma efficace di cooperazione sovrannazionale in presenza di un mondo dominato dalla logica dei blocchi militari contrapposti, impegnati in una incessante corsa al riarmo nucleare e insensibili alle esigenze di libertà e di eguaglianza dei popoli più deboli.
Per questo, i federalisti europei fanno appello a tutte le forze progressiste e pacifiste che, ad Ovest come all’Est, al Nord come al Sud, si battono per la costruzione di un nuovo ordine democratico internazionale, affinché: 1) prendano coscienza che la forma embrionale di pianificazione sovrannazionale appena creata dall’ONU può consolidarsi e dare inizio al lungo cammino verso un vero e proprio governo democratico mondiale solo a patto che si sviluppi una lotta parallela per la creazione delle prime federazioni continentali, senza le quali è impossibile dar vita ad una effettiva unità mondiale, capace di garantire pacificamente il rispetto del diritto internazionale. La cooperazione fra Stati sarà precaria ed inefficace sino a che essi non rinunceranno a far valere i propri interessi con le armi; 2) si impegnino, prima, a far ratificare dai rispettivi governi l’attuale Convenzione sul diritto del mare e si battano, poi, per una democratizzazione dell’Autorità, perché il suo funzionamento verrebbe inevitabilmente bloccato dagli Stati sottorappresentati. L’attuale procedura decisionale è infatti fondata sul principio: «un voto per ogni Stato». È assurdo porre sullo stesso piano Stati Uniti e Seychelles. Bisogna cominciare ad introdurre a livello mondiale delle procedure democratiche, sulla strada intrapresa dalla Comunità europea. Il voto ponderato è il primo e più semplice passo in questa direzione; 3) prendano atto, in Europa, della loro particolare responsabilità. Un’Europa unita, con un proprio governo, una propria moneta ed una difesa autonoma svolgerebbe una funzione essenziale nel promuovere la distensione, superando nei fatti il sistema bipolare e promuovendo una politica estera che renda inutili i blocchi militari. L’Europa avrebbe inoltre interesse a rilanciare il dialogo Nord-Sud, rafforzando la cooperazione euro-africana (già abbozzata con la Convenzione di Lomé), anche allo scopo di favorire l’unità politica degli Stati africani. La lotta per il potenziamento dell’Autorità internazionale, al fine di renderla effettivamente capace di gestire un piano mondiale di sviluppo, costituirebbe un obiettivo ed un interesse comune all’Europa ed ai paesi del Terzo mondo.
Un particolare appello deve poi essere rivolto agli organi di stampa e di informazione. Praticamente nessuno ha fatto conoscere all’opinione pubblica questi importanti sviluppi sovrannazionali dell’ONU. La censura è il principale alleato della conservazione. È sufficiente così che i governi e tutte le forze contrarie alla costruzione di un nuovo ordine democratico internazionale tacciano, per impedire che emerga una alternativa reale al governo mondiale delle superpotenze.


* Documento presentato da G. Montani e approvato dalla Direzione nazionale MFE il 29 gennaio 1983 a Milano.

 

 

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