Anno XXII, 1980, Numero 1, Pagina 70

 

 

LA DIREZIONE DEL MFE SULL’AGGRESSIONE MILITARE SOVIETICA ALL’AFGHANISTAN*
 
 
La distensione che, dalla fine della guerra fredda, cioè dall’avvio della crisi dell’equilibrio bipolare, è stata essenzialmente un autocontrollo concordato degli USA e dell’URSS, è apertamente in crisi. Sulla scena storica si è affacciata la Cina, i paesi produttori di petrolio hanno tumultuosamente fatto irruzione sul mercato degli approvvigionamenti energetici tenendo in pugno le sorti dei paesi industrializzati, i popoli più diseredati pretendono di partecipare alla spartizione delle risorse che sono state sino ad oggi appannaggio di pochi, l’Europa occidentale, specie dopo la elezione diretta del Parlamento europeo, non può continuare a subire incondizionatamente una leadership americana sempre più disordinata. Solo scongelando definitivamente la rigidità di un mondo governato dai blocchi e riconoscendo apertamente la multipolarità si costruiscono le premesse per quei cambiamenti, interni e internazionali, di cui il genere umano ha bisogno per porre fine ad una, sempre più insostenibile, iniqua divisione del potere nel mondo.
In questa situazione è fuorviante — quando non sia strumentale — qualificare l’Unione Sovietica come nemica della distensione solo perché ha violato anche in Afghanistan la sovranità nazionale e perché ha fatto ricorso alle armi anziché al negoziato. L’URSS attualmente è nemica della distensione perché cerca, anche al prezzo di aggressioni militari dirette o per interposta persona (Cuba, Vietnam) di congelare lo statu quo dell’equilibrio bipolare, difendendo con i denti l’impero riconosciutole a Yalta, estendendolo nei punti nevralgici dello scacchiere asiatico e africano, ostacolando con ogni mezzo, a occidente, l’unificazione europea e, a oriente, l’emergere della Cina. Al contrario gli Stati Uniti, che pur sono, in diverse parti del mondo, arroccati sulle posizioni della conservazione egemonica, hanno ammesso di aver compiuto un grave errore con la guerra del sud-est asiatico, il che comporta una forte autolimitazione per il futuro circa interventi armati, che sarebbe prezioso consolidare e non distruggere con la bellicosità altrui; ma, soprattutto, hanno accettato la tendenza del mondo verso il multipolarismo riconoscendo la Cina e assumendo di nuovo un atteggiamento favorevole all’unità europea, disponendosi così a passare, su di un terreno decisivo, dallo status della leadership a quello della equal partnership.
Agli Europei si offre pertanto una grande occasione per rilanciare la distensione. Essi debbono respingere la facile suggestione di fare quadrato attorno agli Stati Uniti, il che significherebbe assecondare il gioco russo di restaurazione dell’equilibrio bipolare. Essi possono, invece, contribuire ad affermare il multipolarismo anche in quella zona grigia dello scacchiere mondiale — il mondo arabo — che è oggi minacciato dall’aggressività sovietica, ma non vuole darsi agli americani.
È in gioco, con il destino della distensione, la sicurezza degli Europei. Chi considera le vicende afghane come una questione che concerne soltanto l’equilibrio di potere in Asia per un verso dimentica, o finge di dimenticare, che la spinta russa verso il Golfo persico ha profonde radici sin nell’imperialismo zarista, e per l’altro isola questa nuova avventura sovietica dalle non remote vicende del Corno d’Africa e non coglie la minaccia per gli Europei di una mano sovietica sui rubinetti del petrolio. Anche sotto questo profilo occorre dunque una tempestiva iniziativa europea. Non basta al riguardo auspicare una pronta convocazione del Consiglio europeo senza indicare obiettivi precisi da conseguire ed è vano suggerire un ruolo europeo di mediazione tra le grandi potenze per ripristinare la pratica del negoziato sulla base dello statu quo. L’Europa uscirà rinsaldata da questa vicenda, e con essa il multipolarismo e la distensione, solo se saprà assumere iniziative idonee a porre ordine e solidarietà nello spazio medio-orientale, contribuendo a sottrarlo alle ambizioni delle potenze egemoniche e legandolo in misura sempre più stretta a sé. Il governo italiano, utilizzando la presidenza pro tempore del Consiglio della CEE dovrebbe proporre alla Comunità di battersi per ottenere:
1 — la costituzione di uno Stato palestinese che è indispensabile per rafforzare ed estendere posizioni aperte come quelle egiziane e per sconfiggere tendenze religiose di carattere oscurantistico che oggi trovano pericoloso alimento in quel nazionalismo arabo che la condotta di Israele ha provocato ed esasperato;
2 — una pronta riduzione degli armamenti convenzionali e il blocco di quelli nucleari, e la devoluzione di somme equivalenti al Terzo mondo che non dispone di risorse petrolifere;
3 — il pagamento in scudi della fattura petrolifera per avviare a stabilità i mercati delle materie prime, garantirne così i produttori, porre le premesse per la creazione di correnti privilegiate di scambi tra due economie profondamente complementari come quella europea, di trasformazione, e quella dei paesi produttori di materie prime;
4 — la redazione di un vero e proprio codice della distensione che metta al primo posto la non ingerenza, soprattutto militare.
L’Europa appare ancora impreparata ad assumere vigorose iniziative di politica estera. E potrà tanto più efficacemente farlo quanto più speditamente intraprenderà la strada verso il compimento costituzionale della sua unificazione, cioè verso la moneta europea e la difesa europea.


* Dichiarazione rilasciata il 12 gennaio.

 

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