Anno XXII, 1980, Numero 3, Pagina 196

 

 

SINTESI DEL RAPPORTO DEL SEGRETARIO DEL MFE
AL COMITATO CENTRALE DI ROMA
(31 MAGGIO 1980)
 
 
La distensione è in crisi, il teatro della guerra si arricchisce ogni giorno di nuovi scenari, il confronto tra le due superpotenze rischia di divenire diretto e coinvolgere l’intera umanità nell’olocausto. Le forze della Ragione, che pur vi sono qua e là sulla terra, sembrano condannate a nobili, ma impotenti, testimonianze.
L’ordine bipolare che ha retto il mondo nel secondo dopoguerra, assicurando un ordine evolutivo che ha consentito il processo di integrazione europea e il risveglio storico del Terzo mondo, è al tramonto. Ma come tutto ciò che muore è pervicacemente attaccato alla vita.
I federalisti, come tutti gli uomini del partito della Ragione, non possono restare alla finestra. Ad essi incombe il dovere di agire se vogliono essere, come ambiscono, la coscienza più avanzata del corso sovrannazionale della storia e dell’adeguatezza del federalismo a comprenderlo e a governarlo. Al X Congresso di Bari l’MFE levò la parola d’ordine «Unire l’Europa per unire il mondo». Quella parola d’ordine deve essere esplicata in concrete linee d’azione e in lotte concrete per sostenerle.
 
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Il superamento del bipolarismo, affermato dai «non allineati» e avviato dalla Cina diverrà effettuale solo con l’unità europea. Con l’elezione europea si è iniziata la costruzione costituzionale e si è offerto al mondo come rilevava Sacharov, un «modello». Con le prime lotte del Parlamento europeo le forze politiche più illuminate hanno mostrato quale dovrà essere il teatro della lotta per il perfezionamento costituzionale dell’unità europea. Ma la gravità dei problemi impone, per un verso, un’accelerazione del processo e, per l’altro, immediate iniziative che portino a sbocchi positivi la crisi dell’equilibrio bipolare.
Per quanto concerne il rafforzamento della Comunità, al termine del fallimentare semestre di presidenza italiana e in vista del Consiglio europeo di Venezia, il MFE chiede: 1) Una soluzione del contenzioso, riproposto recentemente dal Regno Unito, che sconfigga definitivamente il principio del «giusto ritorno nazionale». Ciò si può ottenere, da un canto, attraverso l’aumento del bilancio comunitario secondo le indicazioni del rapporto Mac Dougall, che dia una risposta europea, e non nazionale, alle rivendicazioni britanniche; e, dall’altro, mediante il rigoroso rispetto della norma del Trattato di Roma che impone al Consiglio di decidere, se necessario, anche in difetto dell’unanimità. Ciò, del resto, non è più un’aberrazione costituzionale dopo l’elezione diretta del Parlamento europeo e considerato il potere dello stesso, tramite la censura della Commissione, di incidere, seppure a posteriori, sul processo decisionale che la stessa avvia e il Consiglio conclude; 2) Il rigoroso rispetto degli accordi di Bruxelles per lo SME relativi alla istituzione del Fondo monetario europeo per procedere fattivamente verso l’unione monetaria.
Ma il MFE, che ha da tempo constatato il fallimento dell’Europa dei vertici, fa appello alle forze politiche perché dal Parlamento europeo scaturiscano concrete iniziative idonee a produrre il rafforzamento della Comunità. Predisponendo le diverse petizioni da inviare al Parlamento europeo — sull’abolizione delle frontiere, lo sviluppo dell’unione economica e monetaria, l’indipendenza dell’Europa, il rafforzamento della politica regionale, un sistema elettorale uniforme in vista dell’elezione europea del 1984 — il MFE offre a tutti i cittadini lo strumento democratico per spronare il Parlamento eletto e invita tutte le forze politiche, sociali e culturali a sostenere questa iniziativa dei federalisti. Va da sé che questo appello alle altre forze avrà tanto maggiori possibilità di successo quanto maggiore sarà il nostro impegno per portare in piazza le petizioni, aprire con tutti i democratici il dibattito sulle stesse, forzare gli organi di informazioni ad occuparsene.
Per quanto concerne le iniziative esterne della Comunità, il MFE ritiene che sia scoccata l’ora di rivendicare, attraverso la linea dura dei fatti, l’indipendenza dell’Europa. Solo un’Europa unita, che si emancipi dall’egemonia degli USA sul terreno monetario e militare, può avviare un processo verso l’indipendenza dalle superpotenze di tutti i popoli, nell’Est europeo, nel Medio oriente, in Africa, in Asia e nell’America latina. Una iniziativa europea è invocata oggi dal partito della Ragione in Iran, tra i palestinesi e nello stesso Israele. Tre strade possono essere prontamente intraprese:
1) La Comunità potrebbe offrire ai paesi produttori di petrolio di pagare gli approvvigionamenti energetici in scudi, assicurando così la stabilità dei prezzi su questi mercati, offrendo nuovi mezzi di pagamento internazionale e ponendo argine agli ormai sempre più perversi effetti dell’egemonia del dollaro. Come dice Bani Sadr, l’Europa tornerebbe così ad essere «padrona del suo denaro» e a non «dipendere più dagli Stati Uniti».
2) La Comunità potrebbe lanciare un nuovo grandioso «piano Marshall per l’Africa e il Medio oriente» finanziato in scudi per affrontare in modo globale e massiccio i problemi del dialogo nord-sud e dello sviluppo economico su scala mondiale. Come del resto già fecero gli Stati Uniti con l’istituzione dell’OECE (anche se il progetto non si realizzò a cagione dell’insipienza degli europei), l’erogazione dei fondi dovrebbe essere destinata a organismi costruiti sul modello della CEE, che elaborino piani di spesa orientati a costruire nell’unità. Questa condizione appare già realizzabile in Africa ove i fondi potrebbero essere indirizzati all’OUA; ma risulta di ben più difficile attuazione nel Medio oriente ove l’unità passa attraverso la risoluzione del conflitto che oppone Israele al mondo arabo. E non v’è dubbio che il nodo, al riguardo, è costituito dal problema palestinese;
3) È ormai sotto gli occhi di tutti il fallimento della «pax americana» che Carter ha cercato di imporre a Camp David. Al di là dei risvolti umani, che pur non dovrebbero essere sottaciuti, del problema palestinese, appare sempre più evidente l’impossibilità di risolverlo rimettendolo alla vieta logica del bipolarismo. Ben diverse prospettive si delineano nell’ipotesi del non allineamento dell’intera regione medio-orientale. Ed è evidente al riguardo il ruolo che potrebbe giuocare la Comunità europea. Si tratta di offrire ad Israele la garanzia di giuste frontiere a patto del riconoscimento del diritto del popolo palestinese a costruirsi il proprio Stato. La Comunità dovrebbe tempestivamente riconoscere l’OLP — il partito della Ragione in mezzo ai partiti dell’avventura nel mondo palestinese — come legittimo rappresentante di questo popolo. È questo obiettivo che intende perseguire una nostra specifica petizione al Parlamento europeo, sul cui testo abbiamo ottenuto, dopo delicati negoziati, l’accordo dell’OLP e per il cui lancio intendiamo organizzare, con la stessa OLP, una manifestazione a Roma con la partecipazione di tutte le forze politiche democratiche. Si tratta di un obiettivo di enorme rilievo perché è in gioco, come si è osservato, il principio del non-allineamento nella regione medio-orientale con possibilità di svolgimenti che sono destinati, prima o poi, a condizionare le stesse situazioni di potere in Iran e nell’Afghanistan e, in ogni modo, a sottrarre al gioco delle grandi potenze la regione più ricca di risorse petrolifere che, per ciò solo, costituisce una posta decisiva nella partita che si gioca, non solo per la sopravvivenza degli europei, ma per il dominio del mondo.
 
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Queste iniziative esterne della Comunità sono necessarie e possibili sin da oggi. Ma certo esse risulterebbero ben diversamente efficaci se l’Europa sapesse affermare il proprio non-allineamento non solo con una vera e propria moneta, ma anche attraverso una difesa autonoma. Per noi federalisti ciò è evidente. Ma non dobbiamo nasconderci quanto sia arduo affrontare questo tema nel nostro dialogo con le altre forze, giacché l’argomento è a priori rifiutato da una certa sinistra sciocca — la difesa è un problema di destra — così come lo è dal qualunquismo conservatore secondo cui, mettendo in discussione la protezione americana, finirebbe con il coincidere con la tesi di quanti vogliono darci all’URSS. Si tratta pertanto di avviare un dibattito con le forze politiche sottoponendo alla loro attenzione queste argomentazioni:
1) Si tratta di scegliere tra nove eserciti nazionali e una difesa comune;
2) Si tratta di sottoporre a controllo europeo gli arsenali nucleari francese e britannico e di metterli al servizio della sicurezza di tutti gli europei attraverso la «santuarizzazione allargata»;
3) La sicurezza non dipende solo dalla quantità degli armamenti, cioè, come si pretende da USA e URSS e dai loro servitori, dal fatto che si eguagli il blocco contrapposto nella capacità di sterminare il nemico venti, trenta, cinquanta volte. Gli Stati Uniti furono perdenti in Vietnam e sono militarmente impotenti in Iran. Analogamente la strapotenza relativa del mondo occidentale non è in grado di garantire gli approvvigionamenti energetici che certo sono un fattore e un obiettivo fondamentale della sicurezza;
4) La sicurezza dipende dalla possibilità di offrire una «risposta adeguata» e dalla credibilità di far ricorso al proprio deterrente, anche nucleare. Sotto entrambi i profili, appare inefficace la protezione americana e urgente una difesa comune. Va al riguardo ricordato come, raggiuntosi, tra le superpotenze, l’equilibrio sul terreno delle ogive nucleari e dei vettori, e decaduta la teoria della «massive retaliation» a vantaggio di quella della «flexible response», avesse ragione de Gaulle quando riteneva «non-credibile» l’impegno americano a soccorrere con il nucleare territori che non fossero il loro proprio;
5) La difesa comune realizza il massimo di efficienza con il minimo dispendio di mezzi perché postula la standardizzazione degli armamenti, il cappello nucleare, una ricerca tecnologica molto avanzata, un minimo di impegno convenzionale e la coscrizione volontaria;
6) La difesa europea realizza il massimo di sicurezza con il minimo di armamenti perché elimina la causa della permanente corsa al riarmo — la divisione del mondo in due blocchi — e crea, con il multipolarismo, nuovi spazi per il gioco diplomatico delle alleanze sottraendoli al gioco del confronto di forza.
Al di là di ciò v’è un’ultima argomentazione che dovremmo costantemente utilizzare nel nostro dialogo con i servitori dell’America di casa nostra. Con la difesa europea non faremmo che dare corpo a continue richieste che ci sono state rivolte da oltre-Atlantico, sbarazzare il terreno della nostra alleanza da un ammasso di rovi, fomite di costanti attriti e incomprensioni, e aprire la strada ad una vera «equal partnership».
Si tratta in sostanza per gli europei di avviare subito la standardizzazione europea degli armamenti e imporre a livello atlantico la «two ways street»; di porre all’ordine del giorno il controllo europeo del nucleare franco-britannico; di affermare vigorosamente che si intende preservare il Patto atlantico, ma si vuole lo scioglimento della NATO, allineando gli Stati europei, che ancora ne fanno parte, alla Francia, all’Irlanda e alla Spagna.
 
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Questa ambizione politica del MFE passa attraverso un suo sostanzioso rafforzamento organizzativo. Ciò appare richiesto anche dalle nostre responsabilità nei confronti del federalismo organizzato europeo, di cui ambiamo essere l’ala marciante.
A Bari abbiamo rilanciato la politica della formazione dei quadri e del tesseramento. Appare urgente al riguardo un più stretto contatto con le altre organizzazioni federalistiche, a cominciare dall’AEDE e dall’AICCE, con le quali sembra opportuno organizzare quanto prima sessioni congiunte dei comitati centrali e riunioni analoghe a livello locale.
Appare pure urgente una vigorosa iniziativa per la generalizzazione della pratica dell’autofinanziamento, senza di che si isterilisce l’autonomia del movimento e si spenge la vitalità dei suoi organi. Al riguardo la direzione ha deciso di sottoporre al comitato centrale le osservazioni e i documenti presentati dalla segreteria nella «Lettera al militante» che è inserita nel numero di maggio de «L’unità europea».
Appare urgente stimolare programmi concreti d’avvio delle scuole-quadri per il prossimo autunno, facendo il censimento delle esigenze delle singole sezioni e delle energie disponibili a livello locale, regionale, nazionale.
Appare infine urgente affrontare il problema del tesseramento e dei tempi per la sua esecuzione con un più solerte impegno che in passato.
Un primo test per saggiare la volontà del MFE di battersi nel nuovo corso della lotta federalista ci è offerto dall’appuntamento cui ci chiama la GFE, a Venezia in occasione del Consiglio europeo. Se il movimento saprà raccogliere questa sfida e uscire allo scoperto nella rivendicazione dell’indipendenza dell’Europa, vorrà dire che la parola d’ordine di Bari comincia a divenire cosa e che il partito della Ragione può ancora contare in Europa su di una avanguardia militante.

 

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