Anno XXII, 1980, Numero 4, Pagina 282

 

 

NOTA SUL PROBLEMA DEL SERVIZIO CIVILE
OBBLIGATORIO PER LE DONNE*
 
 
Queste brevi note vogliono proporre un elemento in più in favore di un nuovo modo di fare politica o di esistere socialmente, a proposito della richiesta fatta dai giovani federalisti affinché sia introdotto in Europa il concetto di servizio civile obbligatorio. Più specificatamente desidero qui enucleare alcune delle ragioni che si possono addurre in favore del principio di istituire nella società comunitaria, se non ancora del tutto federale, di oggi un servizio obbligatorio civile per tutti, intendendosi tutti come uomini e donne. Ed è riferendomi a questa seconda metà dell’umanità che desidero fare le considerazioni che seguono.
Una breve premessa: il cammino della parificazione o, se si vuole, dell’emancipazione femminile, che si è iniziato in forma massiccia, dopo alcune manifestazioni individuali di alto valore ma di poca efficacia, agli albori del nostro secolo, appare oggi irreversibile perché ha raggiunto la coscienza delle masse anche se — e non era possibile in così breve spazio di tempo non ha del tutto mutato il costume ed ancor meno la mentalità degli uomini e, spesso delle donne stesse.
L’intuizione delle suffragette del principio del secolo, malgrado l’ingiusta ed interessata irrisione di cui sono state crudelmente oggetto, era giusta: il diritto di voto era fondamentale per fare delle donne dei cittadini a pieno titolo, ed avrebbe presto o tardi trascinato seco tutte le ulteriori conquiste che avrebbero lentamente portato le donne fuori dalla loro millenaria condizione, non dico di esseri senz’anima come credevano di poter argomentare i dotti medioevali, ma di eterne minorenni, quali le ha volute e costrette ad essere la società sia agraria che paleo-industriale. Vorrei per inciso ricordare che il diritto di voto europeo secondo il pensiero federalista dovrebbe avere ed avrà la stessa forza dirompente.
Ma oggi questo non basta più, soprattutto se si tien conto che ciò che deve essere profondamente mutato è il costume ed il modo di essere sia degli uomini sia delle donne. Questa necessità è avvertita in modo, a nostro parere, non chiaro e certamente non giusto nelle sue implicazioni, dalle istituzioni nazionali e ne è sintomo la recente proposta per un servizio ausiliario femminile nel quadro delle forze armate:[1] ci pare questo un modo veramente sorpassato e vano di affrontare il problema che, e cercheremo di spiegarlo, va studiato con altro spirito per avere la corretta soluzione.
Secondo me occorre rovesciare il sistema abituale di approccio al problema della parificazione fra i sessi a tutti gli effetti ed enunciare il principio ancora valido (e lo si voglia o no sempre valido) pari doveri a pari diritti. L’idea kantiana del dovere, intenso come dovere verso la società, la comunità dei viventi e non solo quello che ogni individuo ha e deve assolvere nel chiuso della famiglia e del lavoro, deve oggi, in un mondo sempre più complesso ed articolato, riprendere il posto che le compete.
Le obbiezioni degli uomini possono qui, in gran parte, essere sorvolate e date per scontate, ma non quelle delle donne stesse che spesso, nella loro ansia di affermare in modo sempre chiaro i loro diritti, stravolgono o ignorano o annunciano in modo unilaterale e riduttivo la necessità del dovere. Penso che sia giunto il momento di una seria riflessione e di una ricerca accurata per trovare la via migliore ed affrontare in modo cosciente ed ottimale l’irreversibile processo: e mi sembra anche che l’idea di un servizio civile obbligatorio nell’età giovanile possa, allo stadio attuale dello sviluppo sociale, sopperire a questa necessità senza d’altronde alimentare il militarismo puro (come sembra essere il caso della proposta che ora circola nel nostro paese); tanto di più che è perfettamente ipotizzabile un servizio civile che, in caso di necessità di difesa, sia in grado di assolvere tutti quei compiti che si vorrebbero o potrebbero affidare all’altro.
Senza, deliberatamente, voler entrare nei dettagli tecnici (poiché molte difficoltà di tutti i tipi dovranno essere affrontate e risolte) vorrei qui elencare brevemente le ragioni «femminili» che possono convincere molti se non tutti.
I — Una delle questioni più spinose e traumatiche, mal condotta nella maggioranza dei casi, è l’uscita reale della giovane dal mondo «chiuso» e protetto (bene e talora male) della famiglia ed anche della scuola. In genere né la giovane è veramente preparata ad affrontarla, anche se crede di esserlo, e l’impatto col mondo esterno è sempre duro, né lo sono i parenti, né la scuola riesce a prepararla in modo soddisfacente. Donde alcune conseguenze: inesperienza della donna spesso pagata a carissimo prezzo anche per la sua non conoscenza della società reale in cui si trova gettata, con i conseguenti errori e malintesi; sua incapacità di affrontare con calma e razionalmente le difficoltà sovente macroscopiche del suo inserimento, causa a sua volta di molti sorrisi ironici e di commenti impietosi sempre intrisi di superiorità, vera o presunta, da parte degli interlocutori dell’altro sesso. Ed ecco la necessità di imparare in modo paritetico, senza nessuno dei privilegi di classe o di sesso ancora esistenti, oppure superando gli handicaps contrari, a vivere ed esprimersi nella comunità senza forzature poiché si è certe del buon diritto di poterlo fare, perché per essa si sta lavorando: è questa una cosa fondamentale che il servizio civile può certo avviare e favorire.
II — La società oggi è infinitamente più complessa di quel che lo sia mai stata e in questa sua complessità sempre mutevole e progressiva molto meno ben organizzata che nelle vecchie e statiche società dell’«Ancien régime» (anche questo ha il suo prezzo sotto forma di gravi ingiustizie, tanto più dure in quanto più coscientemente subite). Infiniti servizi sono carenti perché male inquadrabili in una logica del profitto o semplicemente variabili nel tempo e nello spazio.
III — In tutte queste e in molte altre possibili ragioni adducibili sono volutamente ignorate quelle donne che per merito, per fortuna, o per vantaggio di posizione hanno raggiunto nella società posti di rilievo, e che sono una piccolissima minoranza. Il problema è diverso: si tratta di mutare il rapporto esistente di una metà dei cittadini del mondo con l’altra, non più antagonista, metà.
Infine è una questione che va affrontata e risolta anche perché molto sentita sia pure non sempre a livello conscio: come è comprovato dallo spontaneo fiorire di molte forme di volontariato, dai clubs di servizio alle forme cattoliche di mutua assistenza ai giovani esploratori di varie estrazioni ecc. che cercano di sopperire in modo, benché meritorio, insufficiente alle carenze della società. Bisogna quindi ottenere la realizzazione di strutture legali, generali e obbligatorie che si inseriscano a pieno diritto fra le istituzioni della società federale di domani.
Ecco alcune delle ragioni che appaiono oggi valide per immettere nel dibattito generale aperto sul servizio civile una, come si usa dire oggi, specificità femminile. E mentre i giovani, a buon diritto perché in ultima analisi è di loro che si tratta, dibattono nel modo migliore il tema, mi pare giusto e doveroso portare il dibattito a tutti i livelli delle associazioni e dei gruppi organizzati, e naturalmente dei partiti.


* Si tratta dell’intervento svolto da T. Caizzi, responsabile dell’Ufficio per i rapporti con i movimenti femminili, al Convegno sul servizio civile, organizzato dal MFE il 12 ottobre 1980 a Roma.
[1] A questo proposito la segreteria della GFE ha diffuso, il 27 ottobre 1980, la seguente dichiarazione: «In relazione alla proposta di legge sul servizio militare femminile, annunciata dal Ministero della difesa e ripresa recentemente dalla stampa, la Gioventù federalista europea fa notare che: a) la sicurezza dell’Italia, come quella degli altri paesi della Comunità europea, non dipende né dall’incremento dell’arsenale militare, né dalla estensione della coscrizione obbligatoria alle donne. La sicurezza dell’Italia dipende invece dal ruolo che l’Europa, unita e indipendente, saprà e vorrà assumersi in campo internazionale a favore della distensione e della pace, promuovendo il superamento della politica dei blocchi e nuovi rapporti con i paesi in via di sviluppo. b) Il servizio militare femminile non solo non serve a garantire la sicurezza dell’Italia, ma non rappresenta neppure un progresso verso la completa emancipazione delle donne. Solo con il riconoscimento della eguaglianza dei diritti e dei doveri dei due sessi, e quindi solo con un servizio civile obbligatorio per tutti i giovani, le donne potranno partecipare utilmente e pacificamente alla vita politica e sociale della comunità in cui vivono.
La Gioventù federalista europea ha già intrapreso un’azione per l’istituzione di un servizio civile europeo, avviando una raccolta di firme su di una petizione rivolta al Parlamento europeo. Pertanto la Gioventù federalista europea invita i movimenti giovanili dei partiti democratici e le organizzazioni femminili a sostenere la campagna a favore del servizio civile europeo e a respingere ogni proposta di militarizzazione delle donne.»

 

 

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