Anno XXII, 1980, Numero 4, Pagina 285

 

 

DISTENSIONE E RESPONSABILITÀ DI ISRAELE*
 
 
In Europa è ancor oggi difficile, a ormai quarant’anni dagli efferati crimini del nazismo, discorrere con serenità di situazioni in cui sia coinvolto Israele. La nostra Schuldfrage, la questione della colpa, come direbbe Jaspers, non è ancora risolta. Israele è tante cose, ma anche uno Stato teocratico. Ora è guidato da un uomo che non nasconde il suo passato di terrorista. Lo sanno tutti. Ma non lo si può dire. Mai, come in questo caso, vale la parabola evangelica del fuscello e della trave.
Per anni molti hanno considerato Israele esclusivamente come l’avamposto della civiltà occidentale in Medio-oriente. Era la conseguenza di una visione manichea della politica internazionale, quella che ha portato a sostenere con — il socialista! — Guy Mollet l’Algeria francese, a sostenere Salan, a sostenere lo Scià in Iran: una filosofia della difesa dei privilegi (non della civiltà) dell’Occidente, che non sa riconoscere l’oggettività dei processi storici, la loro ineluttabilità, l’impossibilità di piegarli al proprio comodo.
La storia, come di consueto, ha fatto giustizia di questa filosofia, che noi federalisti non abbiamo mai condiviso. Noi sappiamo da sempre che non si può fare l’Europa senza mutare l’assetto del mondo. Noi siamo dalla parte di coloro che vogliono mutare questo assetto, non dalla parte di coloro che vogliono difenderlo, nonostante la sua mostruosa ingiustizia nei riguardi di gran parte dell’umanità. Per questo abbiamo lanciato a Bari la parola d’ordine «Unire l’Europa per unire il mondo»; per far capire che la nostra lotta si colloca nel contesto della ripresa del processo rivoluzionario, cioè del processo dell’emancipazione umana. Noi federalisti sappiamo che, per quanto riguarda l’Europa e la sua funzione nel mondo, questo processo assegna la priorità all’obiettivo federalista: la democrazia internazionale e la riappropriazione del potere da parte di tutti a tutti i livelli. Ma sappiamo anche che, in altre parti del mondo, le cose stanno diversamente. Sappiamo che, prima di fare la rivoluzione federalista, bisogna fare la rivoluzione nazionale, per attribuire gli Stati ai popoli e farne i protagonisti della storia mondiale. È perfettamente vero — ce lo insegna la storia d’Europa — che la rivoluzione nazionale non basta per estirpare completamente la ragion di Stato, la dittatura e il dispotismo. Si diventa federalisti proprio quando si capisce questo limite delle rivoluzioni nazionali. Ma una cosa è capire questo limite, e diventare capaci di pensare la grandezza e la miseria del fatto nazionale; un’altra, invece, credere che sia possibile cominciare con il federalismo senza prima aver liberato i popoli da federare. Ma quando si parla dei palestinesi, tutto ciò si dimentica.
V’è un secondo profilo sotto il quale il problema palestinese assume di fatto, anche se non di diritto, un rilievo politico maggiore di altri, come quello curdo o armeno, che pure sono ugualmente tragici. In questione è la politica internazionale. In breve si può dire che ci sono delle posizioni (di Stati o gruppi) che trattengono il mondo nel quadro dell’equilibrio bipolare — che, essendo in declino, deve puntare sempre più sulle armi e sulle prove di forza, ed è perciò la prima causa della crisi politica che investe tutti gli Stati, anche se con diversa gravità. E ci sono, invece, delle posizioni che spingono il mondo verso un equilibrio multipolare, cioè verso una maggiore libertà per l’Europa occidentale, per i paesi dell’Europa dell’Est, per quelli del Terzo mondo, etc. Ed è evidente che la tensione, che costringe ogni Stato a rendere più stretti i suoi legami con una delle due superpotenze, prolunga, con costi e rischi crescenti, il bipolarismo; come è evidente che si può evolvere pacificamente verso un assetto multipolare solo mediante la distensione. Orbene, in questa difficile situazione, nella quale ogni errore può comportare catastrofi o guerre, la posizione di Israele è nettamente, esplicitamente, sul versante della tensione e della fiducia esclusiva nella forza militare. Il caso di Gerusalemme mostra con chiarezza come Israele abbia perso, in questo momento, l’uso della ragione: questo, e nient’altro, significa la pretesa del governo d’Israele, di gestire da solo, unilateralmente, anche i diritti degli altri, i diritti storici dei cristiani e dei mussulmani (come degli stessi ebrei) su Gerusalemme.
Quando si perde l’uso della ragione, tutto è perduto. C’è una cosa che va detta con chiarezza, anche nell’interesse di Israele. Israele non potrà mai garantire la sua sicurezza con la sua forza, quali che siano i suoi confini. Proprio perché è un piccolo popolo in mezzo a una grande massa di arabi e di mussulmani, Israele, più di ogni altro Stato, può trovare la sua sicurezza solo in un mondo nel quale divenga sempre più difficile per tutti, con la distensione, il ricorso alle soluzioni di forza e al confronto militare. Orbene, Israele non potrà mai uscire dal proprio isolamento morale (la fiducia solo in se stessi e in nessun altro, la via della perdizione); e passare da una politica che conta solo sulla forza ad una politica che si basa sul negoziato e su rapporti pacifici con tutti, fino a che non saprà capire e riconoscere che anche i palestinesi hanno diritto al proprio Stato nazionale, cioè alla propria autonomia nel vero senso della parola. Solo in questo modo Israele, senza perdere la solidarietà degli USA, può ritrovare quella dell’Europa, di moltissimi altri paesi, e disinnescare l’ostilità dell’URSS. Ciò significherebbe evidentemente una situazione ottimale anche in termini di sicurezza.
Queste osservazioni sono valide anche per stabilire le cause dell’urgenza di una giusta soluzione del problema palestinese. Questo problema è di primaria importanza politica per tutti — e non solo per i palestinesi — per la seguente ragione: Israele può dare un grande contributo alla distensione se riconosce i diritti dei palestinesi, mentre alimenta la tensione in una zona vitale dell’equilibrio mondiale se non li riconosce.
Un’ultima osservazione. Le considerazioni sulla distensione — che mettono in evidenza le possibilità e le responsabilità di Israele — valgono anche per i curdi e per gli armeni, che non potranno certo trovare una soluzione del loro problema nazionale in un clima di tensione e di guerra fredda.


*Si tratta di una dichiarazione del presidente dell’UEF Mario Albertini, rilasciata il 15 ottobre 1980 a Strasburgo, in occasione della presentazione al Parlamento europeo di una petizione per la costruzione di uno Stato palestinese (cfr. Il Federalista, XXII, p. 205).

 

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