Anno XXII, 1980, Numero 4, Pagina 288

 

 

OSSERVAZIONI PRELIMINARI IN ORDINE AL
PROBLEMA DELLA DIFESA EUROPEA*
 
 
Il problema della difesa si può porre correttamente solo nel quadro del problema della sicurezza. Questo, a sua volta, specie nella nostra epoca, va messo in relazione con aspetti economici (approvvigionamento delle materie prime e delle fonti d’energia, etc.), ecologici (inquinamento della biosfera, etc.), sociali (risveglio storico del Terzo mondo e crescente rivendicazione dei popoli del diritto a farsi attori del processo storico, etc.) e politici (assetto di potere mondiale che assegni nullo, minore o maggiore spazio al gioco diplomatico, etc.) che caratterizzano la fase avanzata dello sviluppo del mercato mondiale e la conseguente integrazione crescente della storia umana. Ciò è sufficiente per affermare che la sicurezza tende a coincidere, in ultima istanza, con il controllo consapevole del processo sociale e richiede pertanto l’affermazione della democrazia sul terreno delle relazioni internazionali e il controllo democratico del piano, a tutti i livelli delle sue articolazioni, dal governo del quartiere al governo del mondo. Ciò basta a fondare teoricamente l’attualità del federalismo e, in particolare, a sbarazzare il terreno da qualsiasi velleità di affrontare esaustivamente il problema in termini non solo nazionali ma anche «regionali» (europei o atlantici).
Il problema della difesa è inoltre condizionato dalla natura degli armamenti, cosa che tutti sanno ma di cui in concreto non si tiene conto. Le armi nucleari e la perfezione che hanno ormai raggiunto i vettori rendono militarmente sicuro il territorio della potenza nucleare, ma vulnerabile quello degli alleati. Nessun potere può infatti condannare il proprio paese all’olocausto nucleare per proteggere l’alleato. Nell’immediato dopoguerra le cose non stavano universalmente così. Gli Stati Uniti, ad esempio, grazie al monopolio della bomba A e, in seguito, della bomba H, potevano minacciare la rappresaglia nucleare — «massive retaliation» — in caso di attentato da parte sovietica alla sicurezza dei propri alleati. Ma, con l’equilibrio del terrore, instauratosi tra i blocchi nella seconda metà degli anni ‘50, gli Stati Uniti hanno fatto propria la teoria della «flexible response», secondo cui la risposta veniva proporzionata alla natura e gravità dell’attacco e diveniva nucleare solo in ultima istanza, cioè quando a essere investita dall’attacco era la stessa potenza che teneva il dito sul bottone. Per l’Europa ciò significava essere esposta al rischio di una guerra convenzionale, di costituirne il teatro delle operazioni, di pagarne le conseguenze che, in termini umani, economici, culturali, non sarebbero state differenti da quelle di un conflitto nucleare. Il rischio cui era esposta l’Europa riguardava e riguarda anche tutti gli altri paesi che non dispongono di una difesa nucleare e che sono stati, in circostanze e modi diversi, ma con uguale selvaggia atrocità, coinvolti in tragici conflitti.
L’analisi della problematica della sicurezza nell’età nucleare, anche sotto un profilo puramente militare, pone quindi il problema dell’unificazione del genere umano. Ma tutto questo non è per il domani. Si tratta quindi di identificare la via europea alla sicurezza del genere umano, cercando di scorgere se la strada che conduce alla sicurezza degli europei sia compatibile, o confligga, con la sicurezza universale e, nel primo caso, di spingere lo sguardo innanzi sino ad identificarne le articolazioni.
Sulla base di una concezione non puramente militare della sicurezza appaiono immediatamente chiari i legami che concettualmente connettono la sicurezza dell’Europa alla distensione e, quindi, al superamento del bipolarismo e all’ordinata transizione a un ordine multipolare. È in questo quadro che si iscrive l’interesse degli europei per l’instaurazione di un nuovo ordine economico e monetario mondiale, che modifichi le inique ragioni di scambio, stabilizzi i corsi delle materie prime (in primo luogo del petrolio), ponga le basi per una stretta collaborazione tra Europa e Terzo mondo, strutturalmente già oggi interdipendenti e destinati a esserlo ancor più nella prospettiva di un ordine mondiale alternativo a quello dei blocchi. In questo quadro, ancora, si iscrive l’interesse dell’Europa a contrastare ovunque la tendenza del bipolarismo a provocare tensioni nel mondo e a cristallizzarle. Al riguardo, risulta nevralgico il teatro medio-orientale dove l’Europa. avrebbe un grande interesse a orientare diversamente gruppi e Stati, come Israele, che subiscono o, addirittura, promuovono il bipolarismo, e a sostenere quanti, come Arafat, Bani Sadr, etc., tendono a svincolarsene. Questa politica, già oggi abbozzata dall’Europa intergovernativa grazie all’iniziativa di Giscard e Schmidt, potrebbe pienamente dispiegarsi solo attraverso un governo europeo. Questo non solo implica gli strumenti adeguati per perseguirla — una difesa e una moneta comuni, un bilancio acconcio — ma farebbe scaturire, sui diversi terreni del suo intervento internazionale, condotte coerenti perché ispirate a un interesse europeo correttamente concepito. Solo grazie a un governo europeo, infatti, questo interesse potrebbe essere adeguatamente conosciuto, giacché esso sarebbe illustrato dal dibattito che accompagna l’azione di governo e reso trasparente dall’assunzione di una responsabilità diretta.
È questo il quadro di riferimento per uno studio corretto dei singoli problemi della difesa europea. Il criterio che qui vien suggerito è che i dati politici di una situazione possono alterare anche radicalmente gli aspetti militari del problema. Basta un esempio per chiarire questo criterio: l’evoluzione politica e sindacale in Polonia e la possibilità di fenomeni analoghi in altri paesi dell’Est europeo (basti pensare alla situazione in cui si verrebbero a trovare le retrovie in caso di attacco sovietico) produrrebbero risultati, in termini di sicurezza per l’Occidente, ben maggiori dell’installazione di quanti missili si voglia. È evidente che, sinché sopravvivono i blocchi, è ragionevole porre problemi di bilancia tra i rispettivi arsenali. Ma non dobbiamo cadere nella trappola di questo ragionamento quando questo ci conduce a considerare l’equilibrio del terrore come la sola ed esclusiva via d’uscita. L’Europa, se davvero vuole giocare la carta della distensione, deve tenere permanentemente aperta la porta al negoziato con l’URSS e privilegiare gli elementi che possono far evolvere la situazione politica generale nella direzione della distensione multipolare piuttosto che precipitare conclusioni di ordine militare. È in questa stessa ottica che occorre analizzare il problema del rafforzamento del fronte europeo della NATO e serenamente discorrerne con i nostri alleati d’oltre-Atlantico. Un’analisi empirica potrebbe chiaramente mostrare come questo obiettivo si iscriva nella logica del consolidamento imperiale degli USA, che è in contraddizione con la storia e gli interessi autentici degli americani, e in quella della accentuazione della divisione del mondo in blocchi piuttosto che in quella della distensione. Un’analisi empirica potrebbe mostrare anche, come già è stato fatto, le diseconomie e l’inefficienza connesse all’integrazione atlantica e alla mancata standardizzazione europea. Si potrebbe ancora rivolgere l’attenzione al fall out scientifico e tecnologico di una difesa autonoma e alle implicazioni, non solo militari, di una scelta di subordinazione. Né andrebbe sottaciuto che una difesa nucleare autonoma dell’Europa, possibile con l’unificazione degli arsenali britannico e francese, consentirebbe di rendere volontario il servizio militare, il che segnerebbe un punto di svolta in un processo storico che trova le sue radici nel tornante europeo del 1870. Parallelamente potrebbe istituirsi un servizio civile obbligatorio, esteso anche alle donne, che avrebbe un enorme rilievo etico e sociale e che non tarderebbe a suscitare sentimenti di ammirazione tra i «liberals» di tutti i paesi, a promuovere vincoli di solidarietà con tutti i popoli vittime di regimi militari, a coagulare intorno all’Europa tutti i paesi che interpretano il non-allineamento come premessa a una coesistenza pacifica generalizzata.
Per sconfiggere le naturali diffidenze a fronte di proposte innovative, varrà forse ricordare come l’obiettivo dell’indipendenza europea sia stato ben presente a uomini come Einaudi, Sforza, Adenauer, Schuman e De Gasperi che, nel momento in cui dovettero accettare con la NATO la subordinazione dei nostri Stati agli USA, avviarono il progetto della Comunità europea di difesa, si batterono per costruire la Comunità politica e per ritrovare con questa, in Europa, quella piena sovranità che gli Stati avevano definitivamente perduto. Così come varrà ricordare che per l’indipendenza dell’Europa — «il pilastro europeo (non i pilastri) del ponte atlantico» — si è sempre espressa la parte più chiaroveggente degli Stati Uniti: da Marshall a Mc Cloy, da Acheson a Kennedy.
Va, da ultimo, detto come, a livello di studio, si debba porre sin d’ora il problema del controllo internazionale dell’energia atomica e dell’accesso a questa di tutti i paesi.


*Si tratta dell’intervento svolto da L.V. Majocchi al seminario sul tema «L’Europa e i problemi della difesa» che il Consiglio italiano del Movimento europeo ha organizzato a Fregene il 17 novembre 1980.

 

Condividi con