Anno XXI, 1979, Numero 1, Pagina 85

 

 

DAL VOTO EUROPEO AL GOVERNO EUROPEO*
 
 
1. Voto europeo e popolo europeo.
L’elezione europea rappresenta l’occasione storica per imprimere un salto di qualità al processo di integrazione europea. Per la prima volta nella storia, popoli di nazioni differenti si recano alle urne per eleggere un Parlamento comune. La conquista della democrazia al livello europeo è la prima grande vittoria dell’internazionalismo, che subisce invece sconfitte in continuazione. (come dimostrano i conflitti ricorrenti fra Stati che si definiscono democratici o socialisti) fra i popoli non sono riusciti a superare il principio nefasto della sovranità nazionale esclusiva.
Con l’elezione europea inizia anche un processo costituente. Brandt ha molto opportunamente affermato che il Parlamento europeo diventerà la «Costituente permanente» dell’Europa. In effetti, la stessa elezione è il primo importante fatto costituente europeo. Ma vi è di più. Dove vi è elezione vi è partecipazione popolare e vi sono, virtualmente, possibilità di vita politica al livello comunitario e di governo democratico degli affari europei.
Non è vero, pertanto, come spesso si dice, che con l’elezione europea nasce l’Europa dei popoli. Questa Europa esiste di già. Coincide con l’Europa delle Patrie di de Gaulle, con l’Europa confederale e comunitaria che già conosciamo e che dimostra ogni giorno di più di non essere all’altezza dei problemi con cui è confrontata. Con il voto europeo nasce, invece, il popolo europeo, un popolo pluralista, come è naturale accada in Europa dove devono convivere nazioni di tradizioni tanto differenti: il prossimo 10 giugno comincerà a vivere il popolo delle nazioni europee.
È questo il contesto ideale e politico che dobbiamo tener presente se vogliamo giudicare i fatti che possono influire sul processo di unificazione europea. Gli Stati europei sono di fronte a problemi di dimensione mondiale la cui soluzione passa attraverso modificazioni istituzionali importanti della Comunità. Per questo si è imposto, anche nei paesi meno europeistici, come la Francia, il dibattito sui poteri del futuro Parlamento europeo. Non è più possibile ignorare, ad esempio, che problemi come quelli dell’inflazione, della disoccupazione, della ripresa economica e della riduzione del tempo di lavoro si devono affrontare almeno al livello europeo, perché il quadro nazionale è ormai troppo angusto ed inadeguato per dare loro risposte efficaci.
È in questa prospettiva che va collocato anche il dibattito sul Sistema monetario europeo. Purtroppo, in questo dibattito, si sono fino ad ora trascurati gli aspetti mondiali del rilancio dell’unificazione monetaria; così, ci si è persi nei dettagli dell’operazione, come i margini di oscillazione più o meno ampi, e si è tenuta all’oscuro l’opinione pubblica delle vere sfide a cui sono confrontate oggi l’Italia e l’Europa e del pericolo che si corre se non si giunge, sfruttando il motore politico dell’elezione, in tempi relativamente brevi, ad un’Europa unita, con una propria moneta ed un governo responsabile di fronte al Parlamento.
 
2. La crisi del vecchio ordine mondiale.
Il conflitto scoppiato fra Cina e Vietnam ha mostrato in modo drammatico quali difficoltà incontri l’affermazione del nuovo equilibrio mondiale multipolare. La distensione, che ha caratterizzato la politica internazionale di questi ultimi anni, si fondava sulla convergenza di interessi fra U.R.S.S. e Stati Uniti di fronte alle prime deboli minacce all’assetto bipolare provenienti dall’Europa del Mercato comune e dalla Cina. Entrambi questi poli hanno per anni aspirato all’autonomia senza averne ancora i mezzi. Ma ora la situazione sta rapidamente evolvendo. La Cina ha ormai raggiunto un ragguardevole livello di sviluppo interno e sta procedendo all’ultima fase di «ammodernamento» per mettersi, in tempi prevedibili, alla pari con i più prosperi paesi occidentali. È naturale che aspiri anche ad un ruolo autonomo nella politica mondiale e che questa ascesa della Cina sia vista con simpatia da molti popoli del Terzo mondo, in ispecie dell’Asia, che da troppo tempo sono stati tenuti al margine del banchetto in cui venivano spartiti i frutti della produzione mondiale.
Gli Stati Uniti, dopo lo choc della guerra del Vietnam, si comportano con molta prudenza nel processo di distensione, cercando di favorirlo e di non ostacolare gli assestamenti di potere che si rendono inevitabili, come è accaduto per l’Iran. Al contrario, l’Unione Sovietica conduce una politica molto più spregiudicata, che sta mettendo in pericolo la pace mondiale e frena l’emergere del nuovo equilibrio multipolare. Dove non è possibile un intervento diretto, l’Unione Sovietica ricorre all’aiuto dei soldati cubani, come nell’Africa, o dei Vietnamiti. Fino a poco fa la estensione dell’influenza sovietica è riuscita senza provocare reazioni. Ma la Cina non ha potuto accettare una modificazione sostanziale degli equilibri nel Sud-est asiatico. La formazione di una Federazione indocinese — comprendente Vietnam, Laos e Cambogia — di osservanza sovietica, ai suoi confini meridionali, avrebbe comportato un soffocante accerchiamento.
Questi pochi cenni alla situazione internazionale sono forse sufficienti per mostrare quali enormi mutamenti ci si debba aspettare nei prossimi anni sulla scena mondiale e quale importanza assuma il problema europeo. Non è certamente casuale l’invito ripetuto della Cina agli europei affinché procedano più speditamente verso la loro unificazione politica. L’Europa può costituire un altro importante e decisivo polo dell’equilibrio multipolare emergente. E l’Europa porterebbe nel mondo più stabilità, distensione e giustizia perché questi sono i bisogni fondamentali degli europei.
L’economia europea è essenzialmente trasformatrice. La Comunità a nove è la principale potenza commerciale del mondo, con un volume di esportazioni doppio rispetto a quelle degli Stati Uniti. Il ristabilimento di un ordine economico mondiale in cui sia assicurata la stabilità monetaria e siano allontanate le minacce del protezionismo è un interesse obiettivo dell’Europa. A ciò si deve poi aggiungere il fatto importante che la cooperazione fra paesi industrializzati e Terzo mondo, che è stata sempre ostacolata dalle superpotenze nell’epoca della guerra fredda, può finalmente prendere slancio. Il dialogo Nord-Sud è una necessità improrogabile, non solo per ragioni umanitarie e di giustizia, ma perché non è possibile far uscire dalla crisi i paesi industrializzati senza impostare una seria politica di ristrutturazione industriale che tenga conto delle esigenze di sviluppo del Terzo mondo, che vuole, oltre l’assistenza tecnologica e gli aiuti di cui ha bisogno, vendere i suoi prodotti manufatti sui mercati più ricchi e non solo le materie prime di cui dispone.
In ogni caso, sia l’Europa un fattore attivo o passivo di questo processo, la fase attuale della politica mondiale è caratterizzata dalla transizione dall’equilibrio bipolare a quello multipolare. Per il mantenimento del vecchio ordine mondiale sono schierate le superpotenze e le forze della conservazione che vogliono difendere i vetusti assetti di potere minacciati dalla nuova prospettiva. Lottano invece per il nuovo assetto multipolare i poli emergenti, la Cina e l’Europa, i paesi del Terzo mondo e tutte le forze del rinnovamento e del progresso che vogliono abbattere gli interessi e i poteri parassitari che sono prosperati all’ombra dell’imperialismo delle superpotenze.
 
3. I tempi dell’unità europea.
È un luogo comune affermare che il problema dell’unità europea riguarda principalmente le generazioni future. Ciò è anche vero se si pensa ai benefici che i giovani di oggi e le generazioni future potranno trarre dall’unità europea. Ma il passo decisivo verso l’unità o la definitiva divisione dell’Europa, non vi è alcun dubbio, tocca a noi compierlo e toccherà più in particolare ai deputati eletti nel Parlamento europeo. La crisi mondiale ha subito una accelerazione tale che ormai i tempi dell’unità europea non si misurano più in decenni, ma in anni; e i prossimi saranno decisivi.
Innanzi tutto vi è la crisi economica che pone problemi drammatici e insolubili nel quadro nazionale. Vi è disoccupazione e inflazione perché il vecchio ordine economico internazionale del dopoguerra, fondato sulle parità fisse e sul libero scambio, non può più essere garantito dalla leadership americana. Il dollaro non è più una moneta che suscita fiducia incondizionata e la mancanza di disciplina internazionale ha provocato anche un rilassamento nelle politiche economiche nazionali, così che ciascun paese ha un tasso di inflazione differente a seconda delle proprie propensioni nazionali all’austerità o alla rilassatezza. È evidente che il mondo intero sta ormai andando verso il protezionismo e che a questo destino non si sottrae il Mercato comune, che è in crisi da quando sono iniziate le fluttuazioni delle monete.
Ma su questa situazione di disordine monetario si sono ormai innescati due problemi cruciali che non possono più essere elusi. Il primo riguarda, come si è già detto, il Terzo mondo e le sue esigenze di sviluppo. Non si può più considerare la parte meridionale dell’emisfero come terra di saccheggio e sfruttamento. Tanto più che oggi questi paesi, se adeguatamente soccorsi finanziariamente, possono fornire una domanda supplementare che può costituire un aiuto non indifferente alla ripresa economica occidentale. In secondo luogo, le forze sociali e politiche in Europa si devono ormai decidere ad affrontare seriamente i problemi della rivoluzione scientifica e dell’automazione, che fanno tutt’uno con quello della riconversione industriale. Occorre prendere atto, perché non si favorisce certo il progresso nascondendo la verità, che con le tecnologie moderne, sempre più automatizzate, gli aumenti di produttività si accompagnano spesso a diminuzioni, non aumenti, di occupazione. Puntare pertanto su investimenti che salvaguardino ad ogni costo la capacità occupazionale dell’industria significa impedire l’ammodernamento del sistema produttivo. Il problema dell’occupazione deve invece essere affrontato nel contesto globale del nuovo modello di sviluppo, che nelle economie avanzate significa espansione del settore dei servizi grazie alla utilizzazione degli aumenti di produttività di quello industriale. Se vogliamo più scuole, più ospedali, più benessere, questa è la via da seguire.
Nuovo modello di sviluppo e nuova divisione internazionale del lavoro sono due aspetti di uno stesso problema. L’unità del mercato mondiale è ormai una realtà da cui non è possibile prescindere: i paesi industrializzati ed il Terzo mondo o progrediscono insieme o insieme ristagnano. Ecco perché il quadro europeo è indispensabile per avviare una nuova divisione internazionale del lavoro: occorre una programmazione europea per realizzare una efficace politica di ristrutturazione industriale e di incentivazione dei settori di punta, incluso quello energetico.
Le possibilità di una soluzione evolutiva della crisi mondiale sono a portata di mano. Con il rilancio dell’unificazione monetaria europea e con il parlamento eletto si può portare a termine l’unità dell’Europa. Ma i fattori della divisione, interni e internazionali, sono all’opera e sono potenti. L’Europa è ancora fragile e sulla sua divisione possono contare quelle potenze che da uno sconvolgimento dell’assetto europeo e da un indebolimento del quadro occidentale potrebbero trarre decisivi vantaggi. Basta pensare al ricatto energetico a cui l’Europa è tanto esposta e alla facilità di metterlo in atto provocando sconvolgimenti nel Medio Oriente. Non ci si può più ormai cullare nell’illusione che spetti ad altri fare l’unità europea: il nostro benessere e la nostra sicurezza dipendono da ciò che il prossimo Parlamento europeo farà o non farà.
 
4. Lo S.M.E. e la moneta europea.
Non si può veramente dare un giudizio sullo S.M.E. senza tener presente il suo significato per: a) l’integrazione europea; b) l’evoluzione della situazione internazionale.
Rispetto al primo punto, va detto con chiarezza, come ha fatto il Cancelliere Schmidt, che senza una inversione di tendenza il Mercato comune si sarebbe disgregato entro breve tempo. «Tutti siamo d’accordo — aveva affermato il Cancelliere Schmidt il 5 dicembre a Bruxelles dopo la ratifica degli accordi sullo S.M.E. — nel riconoscere che il Mercato comune agricolo non esiste più a causa del disordine monetario. I prezzi comuni sono solo una finzione e gravi ostacoli si frappongono agli scambi. Ma non è solo l’agricoltura ad essere in crisi. Da qualche anno il commercio globale tra i Nove aumenta ad un ritmo minore di quello mondiale. Avevamo fatto il Mercato comune perché accadesse proprio il contrario e ci eravamo riusciti, ma il disordine monetario ha invertito questa evoluzione. Occorre riprendere il cammino perché attualmente la piccola e media impresa che non se la sente di affrontare i rischi di cambio rinuncia ad esportare. Se continuiamo così potremo trovarci qui tra cinque anni a constatare che tutto il Mercato comune, non solo quello agricolo, è ormai una finzione».
Si può portare anche qualche dato statistico a sostegno di questa affermazione di Schmidt. Negli anni di stabilità monetaria il divario fra paesi forti e deboli della Comunità è diminuito. La divergenza è iniziata solo nella fase delle fluttuazioni. Il reddito pro-capite italiano nel 1961 era il 52% di quello tedesco, ma era salito al 63% nel 1968. Nel 1976 è invece caduto al 42% di quello tedesco. Per i salari, l’inversione di tendenza è altrettanto impressionante. Si è passati da un salario italiano pari al 65,4% di quello tedesco nel 1961 a ben l’82,7% nel 1968. Le differenze si erano così quasi del tutto annullate. Ma da allora, con una progressione continua, i salari italiani sono scivolati a solo il 57,9% di quelli tedeschi.
Lo S.M.E. non rappresenta tuttavia solo il tentativo di invertire la tendenza alla disgregazione del Mercato comune. L’Europa ha, o dovrebbe avere, responsabilità mondiali. Un nuovo ordine economico mondiale non può nascere senza una moneta europea. Tentare di creare una zona di stabilità monetaria in Europa, al riparo delle fluttuazioni del dollaro, significa portare anche un contributo importante alla soluzione del problema del disordine monetario internazionale.
Queste sono ragioni sufficienti per giustificare l’impegno con cui tutte le forze europeistiche si sono battute per il varo dello S.M.E. Le difficoltà incontrate in vari paesi della Comunità, prima per la sua accettazione e poi per il suo avvio (contenzioso franco-tedesco sull’agricoltura), dimostrano a sufficienza, se ancora ve ne fosse bisogno, che gli avversari dell’unità europea sono ancora molto attivi e insidiosi.
Deve essere chiaro, tuttavia, che lo S.M.E. non è che un punto di partenza, l’inizio di un processo che può condurre alla moneta europea e all’unità economica dell’Europa, ma che allo stadio attuale esso è una struttura troppo fragile per consentire all’economia europea di navigare senza pericoli nel tempestoso oceano dell’economia mondiale. Lo S.M.E. è un sistema difensivo. Tenta di realizzare una politica economica europea come somma di politiche nazionali. Ciò è possibile in periodi di normalità, come quelli che il Mercato comune ha conosciuto nei primi decenni di vita. Ma ora la situazione è mutata: basta pensare all’enorme quantità di eurodollari vaganti e pronti a colpire questa o quella moneta europea, oppure alle difficoltà che una nuova crisi sul mercato delle materie prime potrebbe causare sulla Comunità, accentuando le divergenze fra le varie economie.
È ormai chiaro che la sola scelta per l’indipendenza economica dell’Europa è quella della moneta europea. Bisogna far evolvere lo S.M.E. sino al suo sbocco istituzionale definitivo. Occorre rinunciare alle assurde sovranità monetarie nazionali che sono ormai divenute lo strumento della soggezione degli europei al capitale multinazionale e alla politica del dollaro. Per questo, qualsiasi proposta che i partiti europei e i candidati al Parlamento europeo faranno sulla soluzione della crisi economica, se non prevede come primo passo la creazione della moneta europea, deve essere respinta dagli elettori come falsa e illusoria.
 
5. Verso la Federazione europea.
Il dibattito sui poteri del Parlamento europeo è ormai avviato. Si sono già formati gli schieramenti dei favorevoli alla estensione dei suoi poteri e dei contrari, cioè di coloro che vogliono perpetuare la divisione e l’impotenza dell’Europa. Questi schieramenti non coincidono con le posizioni dei vari partiti, perché si manifestano atteggiamenti contrastanti anche all’interno di uno stesso partito.
Ciò che va detto, tuttavia, è che questo dibattito non è separabile da quello sulla moneta europea. In effetti, è impossibile sfuggire alla domanda: più poteri per che fare? Che la questione sia effettivamente in questi termini è già provato dal contrasto che oppone attualmente il Consiglio dei ministri al Parlamento europeo a proposito del bilancio comunitario. Con il rilancio dell’unione monetaria si è posto immediatamente il problema delle politiche comuni, in particolare quella regionale (ma senza dubbio si porrà a breve termine anche la necessità di rafforzare il Fondo sociale per affrontare seriamente il problema dell’occupazione allivello comunitario). Per questo, con l’aumento del bilancio comunitario, il Parlamento europeo ha preteso giustamente di estendere i suoi poteri di controllo e di qualificazione della spesa. Le regole della democrazia esigono che sia il Parlamento, e non un organismo intergovernativo, ad esercitare questi poteri.
Va anche aggiunto che questo è un problema di cui i partiti dovrebbero farsi carico, iniziando subito in campagna elettorale una discussione sulla struttura e la grandezza del bilancio comunitario. Tutte le proposte relative alle politiche comuni resteranno vaghe e indeterminate fino a che non si giungerà a precisare l’ammontare delle spese necessarie a sostenere queste politiche. Esiste già una eccellente base di discussione, a questo proposito, costituita dal cosiddetto «Rapporto MacDougall». Si tratterebbe in sostanza, secondo questo gruppo di esperti, di portare l’attuale bilancio, che è pari allo 0,7% del prodotto lordo comunitario, al 2,5%, nella fase pre-federale, che coincide con l’inizio del funzionamento dell’unione monetaria, e al 5-7% nella fase federale. Sono, come si può constatare, grandezze del tutto ragionevoli ed è veramente incomprensibile l’ostinazione con cui alcuni continuano a contrastare il progetto di unificazione monetaria sostenendo che sarebbe «troppo oneroso».
Ma i poteri sul bilancio resterebbero del tutto privi di importanza se non si accompagnassero al potere di controllare l’organo esecutivo delle politiche discusse e approvate dal Parlamento europeo. Questo organo è la Commissione e già i Trattati prevedono il diritto da parte del Parlamento di «censurare» la Commissione, cioè di farla cadere nel caso in cui non rispettasse le indicazioni del Parlamento. Questo diritto fino ad ora non è stato esercitato, ma si può prevedere con ragionevole certezza che il futuro Parlamento, sorretto dal suffragio popolare, non mancherà di far pesare la sua volontà sulla Commissione, che diventerà così il vero governo democratico della Comunità europea.
Vi sono tuttavia alcune difficoltà che impediscono questo sviluppo ideale degli organi comunitari. Gli attuali criteri di formazione della Commissione sono anacronistici (ogni paese membro ha diritto a due commissari; con l’allargamento a dodici diventerà praticamente impossibile assicurare una adeguata operatività ad una Commissione così composta). È pertanto indispensabile, per questa e per altre ragioni, procedere a modifiche istituzionali della Comunità. Ma vi è già chi sfrutta queste difficoltà per frenare l’evoluzione in senso democratico della Comunità europea. Il Consiglio europeo, approfittando del vuoto di idee manifestato dalla opinione pubblica in proposito, ha nominato «tre saggi» per studiare le modifiche da apportare alle istituzioni comunitarie.
Questo è un vero scandalo, che va subito denunciato. Perché mai dovrebbero essere «tre saggi» a stabilire in quale modo deve funzionare la Comunità europea? Questo è un problema che riguarda tutti i cittadini europei nella stessa misura e di cui deve essere investito necessariamente il Parlamento europeo eletto, il solo legittimo rappresentante della volontà popolare. Sarà questa una delle prime e principali rivendicazioni di natura costituente del primo Parlamento europeo.
Si deve infine rilevare come il dibattito sui poteri del Parlamento europeo vada di pari passo con un secondo dibattito, che vede schierati in Francia i gollisti in prima fila sul fronte nazionalistico, a proposito della natura politica delle nuove istituzioni che vedranno la luce dopo il 10 giugno. Quasi tutti negato che si tratti di una federazione e preferiscono parlare, più prudentemente, di confederazione o unione di Stati. Certamente le parole non devono prenderci la mano più del necessario. Ciò che conta è la sostanza. Ma una Comunità, composta da più Stati che delegano al livello europeo alcuni settori della loro sovranità, con un Parlamento eletto a suffragio universale ed un governo, è qualche cosa di differente da uno Stato federale?


*Si tratta di un intervento di Guido Montani al convegno organizzato dall’A.I.C.C.E. a Lecco il 9-11. marzo 1979 sul tema: «Dall’Europa dei nove agli Stati Uniti d’Europa».

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