Anno XX, 1978, Numero 1, Pagina 41

 

 

LA MONETA EUROPEA PER USCIRE DALLA CRISI*
 
 
La proposta di Jenkins di rilanciare l’unione monetaria, nell’attuale fase di crisi dell’economia comunitaria e mondiale, e in vista della prossima elezione europea, ha suscitato i più disparati commenti, ma generalmente la si giudica, molto benevolmente, come un progetto generoso ma utopistico. Ciò dipende dalla incapacità comune a giornalisti e osservatori politici di vedere la dimensione europea dei problemi e pertanto anche di valutare adeguatamente le misure di politica economica che potrebbe veramente farci uscire dalla crisi.
Per comprendere l’importanza e il vero significato delle proposte di Jenkins occorre collocarle nel loro giusto contesto, che è quello degli equilibri internazionali di potere che possono consentire la ripresa dell’economia mondiale. A questo fine, occorre prendere, anche se solo sommariamente, in considerazione le condizioni storiche e istituzionali che hanno consentito all’economia mondiale di svilupparsi così rapidamente nel dopoguerra e, in questo quadro, ai paesi europei di compiere il loro «miracolo economico».
Con il crollo del sistema europeo degli Stati e la spartizione del mondo in due zone di influenza delle superpotenze, si sono create, almeno nel mondo occidentale (che tuttavia rappresenta la quasi totalità del commercio mondiale), le premesse per la creazione di un vasto mercato internazionale. Dalla fine del gold standard classico, agli inizi del secolo, il mondo industrializzato non aveva più conosciuto un periodo di stabilità monetaria e di libero scambio. La leadership americana sul mondo occidentale ha saputo garantire un sistema di cambi fissi, con l’utilizzazione del dollaro come moneta internazionale, e la progressiva liberalizzazione degli scambi, almeno fra le grandi aree industrializzate. È in questo contesto che sono state possibili la fondazione e la crescita sorprendente del Mercato comune. La stabilità dei cambi e l’utilizzazione del dollaro come «moneta europea» hanno consentito agli europei di varare il Mercato comune agricolo e completare l’unione doganale, abbattendo del tutto le vecchie barriere che ancora impedivano la libera circolazione delle merci e dei servizi in Europa.
La nascita del Mercato comune ha significato anche una più ampia liberalizzazione del commercio mondiale. L’Europa si è subito presentata sulla scena mondiale come il più importante polo commerciale: essa è praticamente priva di materie prime e deve pertanto esportare manufatti per poterle importare. Da questa situazione hanno tratto vantaggio in particolare i paesi in via di sviluppo, ma anche gli Stati Uniti e il Giappone che hanno potuto aumentare il loro interscambio di prodotti tecnologicamente avanzati con l’Europa.
Ma gli anni di stabilità e prosperità dovevano giungere a termine a causa della crisi del sistema bipolare di governo del mondo. L’Europa, sul fronte occidentale, e la Cina, su quello orientale, nella misura in cui hanno saputo consolidare le proprie economie, hanno preteso anche una sempre maggior autonomia dalla guida delle superpotenze. Nel quadro atlantico la tensione fra Stati Uniti ed Europa, che iniziò con la minaccia di de Gaulle di convertire i dollari francesi in oro, si manifestò apertamente con Nixon e Kissinger che sostenevano che gli europei avevano solo interessi regionali, al contrario dell’America che aveva invece interessi generali, con la conseguenza che i primi dovevano subordinarsi ai secondi.
L’incrinatura della leadership americana ha comportato anche l’indebolimento progressivo del dollaro. Sui mercati finanziari europei, in particolare, iniziarono le cosiddette speculazioni sui cambi che provocarono lo sconvolgimento del sistema delle parità fisse. Si giunse così alla decisione di Nixon nell’agosto 1971 di rendere inconvertibile il dollaro in oro, cioè di inaugurare la fase delle fluttuazioni monetarie generalizzate. Per valutare l’importanza di questa decisione, occorre notare che nella storia dell’economia internazionale, da quando ha cominciato a funzionare nel secolo scorso il gold standard) non si è mai assistito a fluttuazioni generalizzate delle monete per così lunghi periodi di tempo, con la sola eccezione, certamente significativa, degli anni trenta, durante la grande depressione. Si è così passati da una fase di ordine monetario ad una fase di anarchia monetaria internazionale. La fluttuazione delle monete, che non è pulita, ma bensì sporca, cioè pilotata dalle banche centrali, rappresenta in realtà un ritorno al dirigismo e al protezionismo. Con la fluttuazione si cerca sempre di isolare l’economia nazionale dalle influenze esterne e di scaricare sui vicini la propria inflazione e disoccupazione. È questa la politica del beggar-my-neighbour, che può facilmente degenerare nel nazionalismo economico e nell’autarchia su scala mondiale.
È stato per reagire ai primi sintomi di questo grave degradamento dell’ordine economico mondiale che il vertice dei Capi di Stato della C.E.E. ha proposto nel 1969 la creazione dell’unione economica e monetaria. Il Piano Werner ha rappresentato il tentativo di dare una risposta europea coerente al problema delle fluttuazioni monetarie e alla conseguente minaccia di disgregazione del Mercato comune, che sia nel settore agricolo sia in quello industriale poteva continuare a progredire solo a condizione che le parità monetarie europee non fossero lasciate alla mercé delle capricciose ondate speculative. Ma la proposta di compromesso contenuta nel piano Werner, di procedere per fasi alla costruzione di una unione monetaria restringendo progressivamente i margini di fluttuazione delle monete, si è rivelata ben presto illusoria. Come videro subito i federalisti, è impossibile mantenere le parità dei cambi se la responsabilità della politica monetaria viene lasciata alle banche centrali e ai governi nazionali. In genere, l’obiettivo di mantenere un certo tasso desiderato a livello nazionale di occupazione e di inflazione contrasta con quello di non mutare i tassi di cambio, ed è ovvio che sarà questo secondo obiettivo ad essere sacrificato in favore del primo. La divergenza, e non la convergenza, delle politiche economiche è così inevitabile.
Ed è bene ricordare, perché le stesse capziose argomentazioni vengono ancora oggi riproposte, le tesi dei cosiddetti monetaristi ed economisti, che allora pretendevano spiegare in quale modo si sarebbe dovuto arrivare alla moneta europea. Secondo i monetaristi l’impegno dei governi europei di mantenere i tassi di cambio fissi li avrebbe obbligati anche a far convergere le politiche economiche, cioè ad avere tassi uniformi di inflazione e di occupazione. Ma gli economisti obiettavano che il prezzo da pagare, in specie per i paesi più deboli, per realizzare tale politica, sarebbe stato eccessivo: era perciò necessario prima realizzare la convergenza delle politiche economiche e poi adottare un regime di parità fisse. Entrambi sono stati sconfessati dall’andamento delle cose, perché né si è potuto mantenere le parità fisse, né si è verificata la convergenza delle politiche economiche. Le economie europee ormai marciano a tante velocità quante sono le politiche monetarie indipendenti all’interno della Comunità. Ma economisti e monetaristi hanno anche commesso un grave errore teorico, come capita ogni volta che l’andamento dei fatti sconfessa così palesemente le teorie. Il pensiero liberale, nella revisione di L. Robbins, ha chiarito che il mercato non può funzionare senza che sia in qualche modo governato da un potere politico: mercato non significa anarchia economica. E per quanto concerne la moneta, è impossibile lasciare la regolamentazione del valore della moneta al mercato (ad esempio, a banche private libere di emettere moneta a volontà), senza che la situazione degeneri nel caos più completo. Orbene, i monetaristi e gli economisti si sono illusi di poter pensare ad una moneta europea senza un esecutivo europeo; ad una moneta europea senza che le banche centrali nazionali rinunziassero, a favore di un unico centro europeo di emissione, a praticare una propria politica monetaria. Non si può parlare di moneta europea senza parlare anche dell’organo responsabile della politica monetaria, e questo organo non può essere che l’esecutivo europeo.
Per questa ragione, non appena si è profilata all’orizzonte la certezza dell’elezione europea, i federalisti hanno subito riproposto nel 1976, con una serie di prese di posizione, dibattiti e convegni, l’idea, allora del tutto abbandonata dalle forze politiche, di rilanciare l’unione economica e monetaria grazie a precisi impegni sulla moneta europea. Con la partecipazione dei cittadini, dei partiti e dei sindacati alla costruzione dell’Europa, al Parlamento europeo eletto si porrà il problema di tradurre in fatti i programmi elettorali dei partiti europei. La funzione del Parlamento europeo si può infatti giustificare di fronte agli elettori solo se esso saprà affrontare i più gravi problemi contemporanei, che sono la crisi economica, l’inflazione e la disoccupazione. Il ruolo della Commissione esecutiva sarà a questo fine essenziale. Se essa non avrà la possibilità di realizzare le politiche che il Parlamento dovrà proporre per rispondere alle aspettative dei cittadini europei. il disfacimento, oggi in corso, della Comunità si rivelerebbe inarrestabile. Il rilancio dell’unione economica e monetaria si presenta pertanto come la via obbligata per i politici europei che vorranno veramente organizzare la ripresa dell’economia europea.
Tuttavia, nel proporre la moneta europea, i federalisti hanno cercato di evitare che risorgessero le vecchie sterili polemiche che hanno accompagnato il Piano Werner. Per questo è sembrata a loro decisiva l’idea, contenuta nell’eccellente rapporto Spieremburg al governo olandese, di fissare in anticipo, al massimo livello europeo, la data di inizio della moneta europea. «La decisione di creare una unione monetaria a una data precisa, fissata in anticipo, così come gli obblighi che ne derivano per gli Stati membri, devono essere contenuti nel testo stesso del Trattato dell’unione». Solo la fissazione della data potrebbe obbligare le forze sociali e politiche a predisporre i loro progetti non più in funzione di obiettivi nazionali, ma di obiettivi europei. Una fase di «pre-unione monetaria», come è auspicata da Werner, è indispensabile per preparare la costruzione dell’unione monetaria vera e propria. Ma, in questa fase, si otterrà una reale convergenza al livello europeo della politica economica solo se sarà ben chiaro a tutti gli europei che la data di inizio dell’unione monetaria è stabilita irrevocabilmente.
Questa proposta ha il vantaggio di conciliare il gradualismo con l’inevitabile salto di qualità implicito nel passaggio dall’unione doganale all’unione monetaria. È ovvio che la moneta si pone a mezza strada nel processo di integrazione europea. Se non avessimo avuto venti anni di Mercato comune, il progetto dell’unione monetaria non sarebbe certamente proponibile. Ma oggi esiste una economia europea, imperfetta ma integrata, e passi avanti possono essere fatti solo se la Comunità deciderà di fare il salto politico dell’unione monetaria. È questo sostanzialmente anche il metodo suggerito dal presidente Jenkins quando, nel suo lucido e coraggioso discorso di Firenze, affermava che «l’evoluzione è un processo che una volta cominciato si svolge o gradualmente o per salti. Vi è spazio sia per un miglior coordinamento delle azioni di domani, sia per le discussioni di oggi circa un piano più ambizioso per dopodomani».
Il periodo che ancora ci separa dalle elezioni europee deve essere sfruttato per chiarire queste proposte, sia con i partiti, affinché inseriscano la moneta europea nei loro programmi elettorali, sia con gli elettori e le forze sociali, perché diventino consapevoli della posta in giuoco. E a questo proposito, vorrei concludere cercando di obiettare ad alcune critiche che sono state fatte alle proposte di Jenkins. In genere, si accetta che una moneta europea sarebbe altrettanto forte del dollaro sul mercato finanziario internazionale e potrebbe così contribuire al ritorno delle parità fisse ed alla riforma del sistema monetario internazionale. Si accetta altresì, per la sua evidenza, il fatto che con la moneta europea il commercio intracomunitario verrà finalmente liberato da tutti gli intralci e dai rischi delle fluttuazioni; e ciò costituisce senza dubbio la premessa di un secondo miracolo economico europeo. I dubbi riguardano invece la realizzabilità dell’unione monetaria dati gli attuali differenti tassi nazionali di inflazione e disoccupazione. Si dice che fino a che vi sono differenze tanto ampie fra i tassi di inflazione, come ad esempio fra la Germania e l’Italia, è impensabile che questi paesi entrino a far parte della stessa area monetaria. Ma questo è un sofisma. Esistono differenti propensioni nazionali all’inflazione proprio perché la politica monetaria è affidata a tante banche centrali nazionali, che non possono fare a meno di adeguare le proprie emissioni monetarie alle esigenze dei rispettivi governi. Non vi è nulla di strano se fra aree monetarie indipendenti regna la disarmonia. È il caso opposto che dovrebbe stupire. E non ci si stupisce infatti nel constatare che all’interno di uno Stato non si manifestano differenti propensioni regionali all’inflazione. Realizzare la moneta europea, cioè istituire un solo organo responsabile delle emissioni monetarie europee, significa pertanto eliminare alle radici le cause di questa divergenza.
A questo punto, tuttavia, viene avanzata una seconda serie di obiezioni. Si dice che nell’unione monetaria i paesi più deboli sarebbero ancora più svantaggiati, a meno che non si provveda al loro aiuto con un adeguato e massiccio piano di interventi comunitari. A tale piano si opporrebbero tuttavia i paesi più forti che non vogliono assumere la funzione di «ufficiale pagatore» della Comunità. Vi sarebbero così, sorprendentemente, argomenti per l’opposizione all’unione monetaria sia da parte dei paesi deboli che di quelli forti. Occorre subito dire che questo tipo di obiezioni è totalmente privo di fondamenta. L’eccellente lavoro della Commissione MacDougall è servito finalmente a stimare con molta precisione la grandezza del bilancio comunitario necessario al funzionamento dell’unione monetaria, almeno nella sua fase iniziale. Ebbene, questo bilancio dovrebbe passare dall’attuale 0,7% del P.I.L. della Comunità al 2,5%. E se si tiene presente che parte delle voci di questo bilancio saranno alimentate con semplici trasferimenti dai bilanci nazionali, l’incremento effettivo richiesto è pari solo all’1% del P.I.L. comunitario. Ci si può fare un’idea più precisa di questa grandezza se si pensa che è la stessa somma che recentemente le banche nazionali europee hanno dovuto spendere per sostenere le quotazioni del dollaro.
Da ultimo, si cade nell’errore di pensare che questo aumento del bilancio comunitario sia il «costo» dell’unione monetaria, da sopportare come male minore. Chi ragiona in questo modo dovrebbe anche rendersi conto che ogni giorno paghiamo un costo ben più alto per mantenere in vita le monete nazionali. Lo pagano i lavoratori che vanno ad ingrossare sempre più le fila dei disoccupati. Lo pagano i risparmiatori ed i pensionati che vedono eroso dall’inflazione il frutto del loro lavoro. Lo pagano le imprese che vedono chiudersi progressivamente gli sbocchi sui mercati esteri da una insensata politica protezionistica. Lo pagano i paesi del Terzo mondo che non riescono più ad esportare i loro manufatti nei paesi avanzati e sono così ulteriormente emarginati nel loro ghetto di miseria.
Per concludere, bisogna fare la moneta europea per arrestare il protezionismo strisciante che oggi si sta affermando ovunque. E si può rovesciare questa tendenza solo con un progetto politico adeguato agli immensi problemi da risolvere. Senza la moneta europea la Comunità rischia la disgregazione. I federalisti sono convinti che la moneta europea, come diceva J. Monnet, è il punto che fa la differenza fra la vittoria e la sconfitta della loro lotta, cioè fra l’unità o la divisione dell’Europa. Essi non si stancheranno di fare appello a tutti gli uomini di ragione affinché l’occasione storica di unificare l’Europa non vada persa.


* Si tratta di un intervento di Guido Montani al convegno «For a United and Democratic Europe, Now or Never», tenutosi a Eindhoven il 27-29 gennaio 1978 ed organizzato dalla sezione olandese dell’U.E.F.

 

 

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