IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno LIII, 2011, Numero 3, Pagina 233

 

 

CRISI DEL CAPITALISMO:
QUALI STRUMENTI PER L’EUROPA POST-CRISI*
 
 
Crisi dell’egemonia americana e crollo finanziario.
La crisi, iniziata nel 2007 ed ora giunta al secondo round, è diversa da tutte le altre che l’hanno preceduta, ad eccezione di quella del 1929, perché evidenzia il fallimento del capitalismo da qualsiasi punto di vista sia considerata. Come documentato da Reinhart e Rogoff, non è solo una recessione economica, ma una contrazione finanziaria, conseguente alla creazione di un’immensa bolla creditizia che ha prima alimentato i profitti privati, poi gonfiato i debiti pubblici. Queste contrazioni sono state sempre seguite da sei o sette anni di stagnazione.
Si tratta però anche di una crisi politica e di sistema. Il tentativo degli Stati Uniti, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, di fungere da unico gendarme e banchiere del mondo è fallito. Nessun altro Stato nazionale può, né vuole, ripetere quel tentativo di dominio universale. Nessuno Stato nazionale è in grado di garantire i beni comuni e quelli pubblici necessari a livello mondiale, dunque il momento è maturo per porre fine ad ogni potere egemonico. Esiste una necessità che è già uscita dal recinto culturale per essere iscritta, sebbene con diverse e confuse notazioni, all’ordine del giorno della politica. La cooperazione internazionale è la “ragion di Stato” della globalizzazione ed il federalismo è la sola politica capace di realizzarla. I realisti considerano la cooperazione internazionale, nella migliore delle ipotesi, una ripetizione su scala più vasta del Concerto europeo, che ebbe termine con la prima guerra mondiale. I federalisti, a cominciare da Lucio Levi (si veda ad esempio il suo libroCrisi dello Stato e governo del mondo, Torino, Giappichelli editore, 2005), ritengono invece che esista un’opportunità, mai prima presentatasi nella storia, di superare la fase degli Stati nazionali per aprire quella delle federazioni, di livello regionale e mondiale. Questa convinzione si fonda sull’analisi delle differenze fra la presente globalizzazione, resa possibile dalla rivoluzione scientifica, e le precedenti internazionalizzazioni.
Il federalismo si è confermato in Europa, tanto attraverso i successi conseguiti quanto col manifestarsi della loro insufficienza, come la formula politica capace di garantire la cooperazione e di regolare la competizione fra Stati nazionali attraverso la condivisione della sovranità: tra loro e con i livelli di governo sovrastanti e sottostanti. Ne discende per noi una responsabilità non solo europea, ma mondiale, di corrispondere alle attese diffuse sugli esiti della nostra “rivoluzione pacifica”. Tradire questa sfida comporterebbe la condanna storica di quelle classi dirigenti che ancora credono di poter anteporre la soddisfazione apparente di pretese nazionali al completamento della costruzione comune europea, né fortezza né cattedrale, ma “modello e motore” (L. Levi).
Solo l’analisi federalista, applicando la riflessione di Mario Albertinisul rapporto fra moneta e potere, ha potuto prevedere per tempo la crisi finanziaria, collegandola all’accelerazione del declino americano (Gilpin, Kupchan, Wallerstein). La stessa analisi ci aveva convinto ad usare la moneta europea, ancora priva di governo, come un espediente capace, da un lato, di superare la contraddizione fra mercato unico e monete nazionali e, dall’altro, di innescare quella successiva, tra moneta europea e bilanci nazionali. Probabilmente i mercati, ormai disincantati, non ci consentiranno di utilizzare il bilancio europeo come leva per far emergere la contraddizione finale dell’Unione economica e monetaria senza Federazione europea, anche in considerazione del legame necessario, nell’analisi di Sergio Pistone, tra il bilancio e la politica estera e di sicurezza. L’appuntamento politico, quello con la storia, non può, probabilmente, usufruire di ulteriori “espedienti”.
Il finanziamento delle guerre imperiali, nessuna delle quali ha raggiunto gli obiettivi sperati, dalla Corea al Vietnam, dall’Irak all’Afghanistan, è avvenuto apparentemente senza imporre sacrifici ai cittadini americani, anzi sgravando d’imposte quelli più ricchi e garantendo l’accesso dei meno fortunati alla proprietà ed ai consumi attraverso un’espansione monetaria e creditizia illimitata (la politica monetaria di Greenspan). Il privilegio esorbitante del dollaro ha consentito disavanzi crescenti della bilancia dei pagamenti correnti senza la necessità di operare aggiustamenti. Il Washington Consensus non doveva essere applicato agli Stati Uniti, la disciplina di bilancio era imposta ai paesi poveri, non a quelli ricchi. La rivoluzione scientifica, le innovazioni finanziarie, la libertà di movimento dei capitali, la deregulation e la negligenza (incoraggiata) nell’esercizio dei residui poteri di controllo, hanno concorso ad attirare verso gli Stati Uniti i capitali necessari a coprire il buco crescente delle partire correnti della loro bilancia dei pagamenti. In pratica gli Stati Uniti hanno consentito a Wall Street di creare una nuova moneta creditizia, attraverso società-veicolo non soggette alle regole ed ai controlli, neanche della Fed. Hanno smantellato i residui steccati fra banche commerciali e banche d’investimento. Hanno lasciato che i derivati fossero scambiati al di fuori dei mercati regolamentati (over the counter). Hanno incoraggiato una moltiplicazione creditizia (leverage) al limite infinita. Il successivo immancabile deleveraging? Lo“lasseremo altrui”!
G.W. Bush ha lasciato adObama terra bruciata e pozzi avvelenati. Ora che il sogno americano si è trasformato in un incubo, la radicalizzazione della lotta politica ha condotto gli Stati Uniti, per la prima volta nella loro storia, sulla soglia del default. Il declassamento del rating, da parte di Dagong prima e di Standard & Poors poi, ha certificato il già avvenuto ridimensionamento del prestigio internazionale della superpotenza e la precarietà della sua coesione politica e sociale. La persistenza molesta degli attacchi all’euro dimostra che una parte della dirigenza americana (non Obama, ma certo molti banchieri) pensa di mettere in crisi la Banca centrale europea, unico bastione contro l’inflazione giubilare, che li libererebbe dai loro debiti.
Le soluzioni effettivamente sul campo per stabilizzare il sistema finanziario mondiale sono due ed entrambe comportano la fine del ruolo del dollaro come moneta di riserva prevalente e come unità di conto e strumento liberatorio esclusivo (ad esempio per la quotazione e la fatturazione del petrolio).
La prima soluzione, avanzata da economisti democratici americani come Bergstened Eichengreen, prevede un sistema monetario internazionale con più valute di riserva (dollaro, euro, renmimbi ed altre). Essa è compatibile con visioni dell’economia internazionale come quella di Rodrik, che suggerisce di rafforzare i poteri di controllo degli Stati nazionali affinché possano difendere i modelli sociali interni, scelti democraticamente (nel caso europeo ammette, bontà sua, che sia l’Unione a farlo e non i singoli Stati membri).
La seconda è quella proposta inizialmente dai federalisti (si veda a questo proposito il documento del 2006 di Alfonso Iozzo e Antonio Mosconi, La fondazione di un sistema finanziario globale cooperativo. Una nuova Bretton Woods per affrontare la crisi del ruolo internazionale del dollaro, reperibile all’indirizzo www.eurobull.it/ IMG/pdf/rimini_iozzo_mosconi_dedollarizzazione), poi dalla Cina (Zhou Xiaochuan), ma non ancora dall’Unione europea: essa prevede la progressiva sostituzione del dollaro e di altre monete nazionali di riserva con una moneta mondiale, all’inizio i “diritti speciali di prelievo” riformati per un ruolo ecu-like. Si tratta di una proposta in continuità col pensiero dell’ultimo Keynes e dei suoi successori più insigni nel campo della politica monetaria, Tommaso Padoa-Schioppa eRobert Triffin; ed è compatibile con la visione dell’economia mondiale d’altri economisti, comeStiglitz, convinti che le regole siano necessarie per la sopravvivenza del mercato globale come lo furono per lo sviluppo dei mercati nazionali. Questa proposta è portata avanti dal Movimento federalista europeo in collaborazione con la Fondazione Triffin (della quale Alfonso Iozzo è vice-presidente).
Gli Stati nazionali — secondo la nostra proposta — dovrebbero impegnarsi a risanare i propri conti. Le federazioni regionali, in particolare l’Unione europea, dovrebbero guidare e finanziare (mediante imposizione propria ed emissioni obbligazionarie) il piano di riconversione e sviluppo fondato sugli investimenti, materiali ed immateriali, necessari per la fuoriuscita dal fossile (Alfonso Iozzo, Alberto Maiocchi, Guido Montani). Ritengo che anche le politiche anticicliche ed i salvataggi (o i fallimenti pilotati) delle aziende bancarie e finanziarie a rischio sistemico dovrebbero formare oggetto di una cooperazione rafforzata fra i membri della zona euro. Ciò consentirebbe di evitare la trasformazione generica di debiti pubblici nazionali in debito europeo, invisa ai tedeschi, in modo più preciso e convincente di quanto poi proposto da Prodi e Quadrio-Curzio (la loro iniziativa ha comunque il pregio di offrire in garanzia l’oro della patria, risparmiando ai tedeschi l’imbarazzo di chiedercelo). Comunicare ai cittadini europei, come fanno Merkel e Sarkozy, che si devono investire (a puro titolo d’esempio) 3000 miliardi di euro per stabilizzare il debito dei paesi dell’Europa del sud, provoca percezioni molto diverse rispetto ad una comunicazione che, invece, spieghi che: a) si costituisce un Fondo di 1000 miliardi per difendere da attacchi speculativi il debito preesistente alla crisi (31/12/2007), in pratica l’attuale FESF; b) si costituisce un secondo Fondo di 500 miliardi per stimoli alla domanda durante le crisi (da rialimentare nei periodi positivi) mediante investimenti di cui beneficia tutta l’industria europea (e quella tedesca più delle altre); c) si crea un Istituto europeo agente e garante degli aumenti di capitale necessari per adeguare i ratios delle banche a rischio sistemico (di nuovo: soprattutto francesi e tedesche). Si eviterebbe così un de-leveraging eccessivo. Le azioni comprate dal Fondo dovrebbero essere cedute al mercato una volta ristabilita la fiducia, la plusvalenza incamerata dal Fondo.
Per fermare la guerra finanziaria, innescata dalla crisi americana e continuamente rinfocolata dalla gestione americana della crisi (i cedimenti dell’amministrazione Obama alla pressione delle banche per depotenziare e rallentare la nuova regolamentazione finanziaria, sono indicativi di questa tensione) hanno assunto rilievo strategico le lotte per la riforma in senso democratico delle istituzioni internazionali, a partire dal Fondo monetario e dall’Organizzazione del commercio, e per la rappresentanza unitaria della zona euro nel Fondo stesso.
In questo quadro meritano ogni sostegno gli sforzi prodigati dai federalisti italiani per rianimare l’UEF, per avviare il Movimento dei movimenti, e per proporre al World federalist movement campi di attività, ora non seguiti, come la riforma del sistema monetario internazionale.
 
Crisi dell’ideologia neo-liberista e ritorno di Marx, Keynes e Schumpeter.
Non una specifica scuola, ma la scienza economica tout-court è entrata in crisi, tanto ha finito per coincidere, nel suo main-stream, con l’ideologia neo-liberista che ha fatto da scudo all’egemonia americana nell’ultimo trentennio. Alla domanda della Regina Elisabetta “perché nessuno l’ha previsto?” si può rispondere che l’economia neo-classica non ha strumenti per la comprensione delle crisi: le crisi non esistono proprio, data la capacità d’autoregolazione del mercato. L’economia neo-liberista ha elevato a dogma le peggiori limitazioni della teoria neo-classica. Il main-stream contempla operatori in concorrenza perfetta entro mercati chiusi, quando invece il mondo è dominato da grandi imprese transnazionali monopolistiche ed oligopolistiche; considera lo Stato come inutile intralcio al libero dispiegarsi delle forze di mercato, mentre senza il primo non potrebbe aversi il secondo (regolazione, validità dei contratti, forza esecutiva, correzione dei fallimenti del mercato), ma solo anarchia; assume che gli individui agiscono in base ad “aspettative razionali”, trascurando le acquisizioni della neuro-economia ed ignorando l’evidenza storica dell’euforia e del panico; trascura i fallimenti del mercato nella distribuzione delle informazioni, del reddito e delle opportunità, in contraddizione con la necessità di una domanda aggregata stabile o crescente per il funzionamento del modello che essa stessa propugna e con esiti ripugnanti per il comune sentire liberale, democratico e socialista; relega fra le diseconomie esterne (all’impresa) costi enormi e rischi incalcolabili derivanti dalla distruzione di beni comuni nel corso dell’attività di produzione e consumo (le risorse naturali, la natura stessa e molti aspetti qualitativi dello sviluppo umano non conteggiati nel PIL); pretende che la moneta sia “un velo”, senza effetti sull’economia reale (essa influenzerebbe soltanto il livello generale dei prezzi e non i prezzi relativi, neanche dei beni di consumo rispetto ai beni capitale) e non è quindi in grado di spiegare la relazione strettissima che invece si manifesta fra l’attività d’investimento, la modalità del suo finanziamento ed il ciclo economico nei sistemi capitalistici sviluppati, altamente finanziarizzati, mercificati (anche per il welfare) e tendenzialmente globali.
Per capire le crisi occorre tornare a considerare l’economia come una scienza sociale, che ha per obiettivo lo sviluppo di capacità umane potenziali, come facevano gli economisti classici a cominciare da Adam Smith e John Stuart Mill. Occorre poi utilizzare strumenti che l’economia neo-liberista pretende di avere incorporato nelle sue eleganti formulazioni matematiche, ma che invece ha ignorato o sterilizzato, come il modo di produzione di Marx, la distruzione creatrice di Schumpeter, la preferenza per la liquidità e la propensione all’investimento di Keynes, l’instabilità intrinseca dei sistemi finanziari di Minsky, i cicli lunghi tecnologici di Kondrat’ev, i cicli di vita delle potenze egemoni di Kindleberger, la dimostrazione di Barone che l’economia può funzionare senza il mercato (teoria dei prezzi ombra), la matrice delle interdipendenze di Leontief, la coesistenza, nelle economie capitaliste sviluppate, di un settore di mercato con un altro pianificato, evidenziata da Galbraith. Questi nomi sono spesso sconosciuti a chi studia economia oggi, perché ostracizzati dagli economisti main stream.
A prima vista, la celebre previsione di Marx sulla caduta tendenziale del saggio di profitto non si è realizzata. I profitti furono ricostituiti innanzitutto dai due conflitti mondiali (profitti di guerra) e dallo sfruttamento coloniale (teoria dell’imperialismo di Lenin). Nell’età d’oro, i profitti furono sostenuti dalle politiche di sostegno della domanda effettiva, ispirate da Keynes e da Beveridge (welfare e debiti pubblici/ vs. profitti privati). Dopo il profit squeeze successivo al Sessantotto ed alle crisi petrolifere, il ritorno al profitto fu reso possibile dall’introduzione di nuove tecnologie, capital intensive/labour saving, e dall’immissione sul mercato mondiale d’un nuovo immenso esercito industriale di riserva, sottopagato e sottoposto a regimi di controllo autoritario delle condizioni di vita e di lavoro. Last but not least, l’Unione Sovietica s’è dissolta dopo neanche un decennio di politica reaganiana, facendo così venir meno quella paura dei “rossi” che, negli anni della guerra fredda, aveva convinto “i padroni” ad accettare politiche retributive più generose e politiche sociali meno retrive. Userò anche in seguito il termine desueto “padroni” non per pura provocazione, ma per indicare i detentori del potere economico effettivo che possono rappresentare uno o più dei ruoli previsti in commedia: capitalisti, imprenditori, agenti (managers, professionisti). Almeno qui da noi, nel “mondo libero”, il capitalismo impaurito era preferibile a quello arrogante che gli è succeduto. La quota del profitto lordo industriale sul reddito è passata dal 25 al 35% fra il 1981 e il 2001 (elaborazione di Andrew Glynn su dati OCSE relativi a quindici paesi) ed il periodo successivo, fino alla crisi, non è stato certo caratterizzato da una contrazione dei profitti. Perfino in Russia, dove i beni comuni e quelli pubblici, per i quali intere generazioni sono state sacrificate dall’industrializzazione forzata fino alla battaglia di Stalingrado, sono passati nella disponibilità di pochi oligarchi, l’avvento del capitalismo privato non ha soddisfatto le attese che aveva generato. La speranza di vita vi è diminuita di dieci anni.
Più in generale si può dire che il saggio del profitto è stato sostenuto da un processo di concentrazione ininterrotto. Nel regime di concorrenza perfetta il profitto tende a zero; non può stupire che la formazione di profitti (attraverso l’appropriazione o l’innovazione) e la loro permanenza (attraverso ogni forma di barriera all’imitazione ed alla concorrenza) sia stata spiegata soltanto da economisti eterodossi, non solo marxisti, fra i quali spiccano Schumpeter, per la teoria del monopolio, ed il suo grande allievo Paolo Sylos Labini, che ha dato un contributo scientifico di primo piano alla teoria della formazione dei prezzi in regime d’oligopolio ed al suo rapporto col progresso tecnico. Ogni crisi accresce il grado di concentrazione, sia industriale che finanziaria, e l’interdipendenza fra Stato e monopoli. Politici e managers diventano figure intercambiabili, soprattutto negli Stati Uniti dove il processo è più avanzato. D’altra parte può essere utile ricordare che per Lenin “il socialismo non è altro che il monopolio del capitalismo di Stato messo a servizio degli interessi di tutto il popolo” e “nella misura in cui fa questo cessa d’essere monopolio capitalistico”. Compito delle rivoluzioni sociali è di portare a conclusione quegli sviluppi che sono già in atto. L’analisi di Hilferding, del sorgere delle grandi concentrazioni industriali, dell’intreccio fra banca e industria e dell’intervento dello Stato nell’economia, lo porta ad ipotizzare che, di concentrazione in concentrazione, ci sarà alla fine una sola banca, proprietaria di tutte le industrie, ed a quel punto basterà nazionalizzare quella.
Come sono stati investiti i profitti monopolistici, visto che la disoccupazione è cresciuta? David Harvey, statunitense, antropologo e geografo prima di dedicarsi all’economia, con una visione marxista temperata dal pragmatismo anglosassone, spiega lo spostamento del centro di accumulazione del capitale da Occidente ad Oriente come una conseguenza della logica interna del capitalismo stesso. L’enigma del capitale, secondo Harvey, consiste nella necessità di riprodursi generando un rendimento che storicamente è del 3% l’anno composto. A tal fine deve estendere la sua legge ad aree geografiche sempre più vaste, com’è avvenuto con i beni collettivi dell’ex URSS e come sta avvenendo in Asia, e ad ogni settore della vita umana, welfare incluso. Scuola, sanità, giustizia, prigioni, la guerra stessa (Dick Cheney insegna) devono essere privatizzati per offrire sempre nuovi sbocchi al capitale. Del resto anche Marx pensava che il socialismo si sarebbe affermato proprio per il compimento della rivoluzione borghese in tutto il mondo, che avrebbe reso la classe lavoratrice troppo numerosa perché restassesottomessa ai capitalisti.
Quando, come nella fase conclusa con la crisi attuale, le opportunità d’investimento crescono meno rapidamente dei profitti, l’ingordigia si ritorce contro il capitale stesso. Occorre distruggere capitale ed ogni bravo capitalista s’impegna affinché sia distrutto il capitale altrui. L’aspetto fisiologico dei processi di distruzione del capitale è stato colto da Kondrat’ev con i suoi cicli lunghi, legati a grandi salti tecnologici (il vapore, l’elettricità, il motore a scoppio, ecc.) e da Schumpeter con la distruzione creatrice, inerente all’innovazione, che rende conveniente cancellare investimenti precedenti perché quelli nuovi promettono profitti più elevati. La bolla delle Dot-com, ad esempio, è spiegata dal combinato disposto di questi fenomeni strutturali con quelli specificamente finanziari descritti da Minsky.
Non tutte le distruzioni di capitale, però, sono collegate all’innovazione. Altre, ad esempio, sono destinate ad accrescere il godimento, l’onore ed il prestigio dei capitalisti e del loro contorno di managers: si tratta dei consumi ostentativi di Thorstein Veblen. Due economisti marxisti americani, Baran e Sweezy, dopo aver correlato la tendenza del surplus ad aumentare col grado di concentrazione, fanno rientrare fra le modalità d’assorbimento del surplus l’investimento ed il consumo dei capitalisti, la promozione delle vendite, la spesa pubblica (per la parte che non rappresenta una fiscalizzazione del costo di riproduzione della forza lavoro), il militarismo e l’imperialismo. In questo senso gli Stati Uniti provvedono alla distruzione del surplus per il mondo intero ed il conto arriva a rate, una crisi dopo l’altra, sempre più frequenti e sempre più profonde.
Come, tecnicamente, si distrugge il capitale? Keynes risponde a questa domanda mettendo in scena la moneta non più come un velo, ma come un personaggio in carne ed ossa, dotato del potere di alterare i prezzi relativi fra beni-salario e beni-capitale (decisiva in proposito la dimostrazione con cui Sraffa ha rafforzato Keynes nella sua intuizione, prima della stesura dalla General Theory). Ex-post, spiega Keynes, il risparmio è uguale all’investimento per definizione contabile, ma ex-ante può essere superiore, o inferiore. L’eccesso di risparmio è investito all’estero oppure distrutto dall’inflazione, perché investito in beni capitali (azioni) già esistenti, facendone aumentare il prezzo e riducendone la redditività. Il difetto di risparmio può essere compensato dall’indebitamento con l’estero oppure può costringere gli imprenditori ad un investimento inferiore a quello che lo stato delle loro attese suggerirebbe. Questa è una distruzione di capitale patologica e Keynes propone la sua terapia: avanzi del bilancio pubblico in caso di difetto di risparmio e deficit spending in caso d’eccesso. In mano ai politici la seconda terapia divenne d’uso ed abuso generale, mentre la prima di solito fu ignorata. Credo che abbia ragione Mattick, secondo il quale la teoria di Keynes — attraverso il totale rigetto della legge degli sbocchi di Say ed un parziale ritorno a Ricardo ed ai classici — “ammetteva le previsioni di Marx senza darne riconoscimento a Marx, e rappresentava, nella sua essenza e in termini borghesi, una specie di ripetizione attenuata della critica marxiana; il suo scopo era arrestare il declino del capitalismo e impedirne il possibile crollo”.
L’intuizione keynesiana è stata perfezionata mezzo secolo dopo da Minsky, per il quale le crisi sono intrinseche al modo di operare del capitalismo. Si noti che, quando fu pubblicato il libro più importante di Minsky (Stabilizing an Unstable Economy, 1986), la finanziarizzazione dell’economia era appena agli inizi. Il deficit spending, nel modello Keynes/ Minsky, è particolarmente utile quando si genera una trappola della liquidità. Noi ci troviamo proprio in questa situazione, non perché risparmiamo troppo, spaventati dal futuro, perché anzi non riusciamo proprio più a risparmiare. L’ingorgo si è generato perché il mare di liquidità creata dalla Fed (ed in misura molto inferiore dalla BCE), per salvare le banche, non ha alimentato l’economia reale (consumi ed investimenti), ma si è dissipato nel circuito finanziario stesso. Ciò è avvenuto perché è mancata la capacità d’indirizzo politico necessaria, ai livelli regionale e mondiale, per lanciare un nuovo ciclo d’investimenti rivolto alla soluzione delle emergenze globali, mentre gli Stati nazionali, di dimensioni insufficienti rispetto all’estensione delle questioni, sono affondati nel debito contratto per salvare i grandi gruppi finanziari, col risultato di accrescere la propria subordinazione ai cosiddetti mercati.
La liberalizzazione indiscriminata dei movimenti di capitale, le innovazioni finanziarie e le tecnologie della comunicazione e dell’informazione, costituiscono il mix che ha consentito la creazione delle più sofisticate armi di distruzione di massa del risparmio che siano mai state concepite. Purtroppo anche in questa tecnologia, come nelle produzioni militari vere e proprie, gli americani hanno conquistato un’indiscussa supremazia, dagli assi nella manica dei giocatori di poker al saloon costituiti dallo spaccio di prodotti finanziari, quanto più compositi tanto più tossici, fino alla vendita di titoli rappresentativi di scommesse, e di assicurazioni (non coperte) di rischi “inesistenti” (CDS “nudi”). Sotto il vestito niente. La dimostrazione più divertente della fallacia degli algoritmi, che hanno trascinato alla rovina i loro stessi inventori (premi Nobel, naturalmente), è stata scritta daTaleb; la dimostrazione più rigorosa da Mandelbrot. Entrambi pensano che il tallone d’Achille dei modelli matematici sia l’assunzione di una distribuzione normale delle quotazioni, descritta dalla curva di Gauss col massimo assembramento di risultati attorno alla media e code sottili raffiguranti la rarità delle fluttuazioni estreme. Taleb enfatizza il ruolo della fortuna e l’evento raro, il “cigno nero”. Mandelbrot, attraverso una monumentale ricerca statistica, dimostra che la curva delle quotazioni ha code spesse (gli eventi estremi non sono rari) e sostiene la miglior capacità del suo modello di compiere previsioni corrette. La geometria dei frattali è ancora in pieno sviluppo, ma si sono già avute notevoli applicazioni nelle ricerche sui fenomeni di turbolenza e nello studio di sistemi economici dinamici complessi.
 
General intellect e crisi della modernità.
Il fallimento finanziario americano è stato propagato al mondo intero. Questo esito non era scontato: in parte si deve alla cinghia di trasmissione d’intere classi dirigenti finanziarie nazionali, addestrate in Goldman Sachs o al Fondo monetario. Il “partito americano” è ancora forte.
Dal sistema bancario, ufficiale ed ombra, la crisi si è trasmessa all’economia reale, attraverso l’effetto ricchezza ed il credit crunch, armi d’efficacia assoluta con cui i banchieri, creando disoccupazione, ricattano i governi per essere salvati e poter ricominciare.
Riempiti di liquidità dagli Stati, che si sono indebitati allo scopo, i banchieri attaccano il debito degli Stati stessi, costretti così a rivalersi sui soliti: lavoratori dipendenti, pensionati e risparmiatori. Il vincitore con l’asso nella manica (la banca) esce dal saloon dalla porta posteriore guardandosi le spalle. Il perdente (lo Stato) esce dalla porta principale e rapina i passanti per rifarsi.
Slavoj Zizek, il filosofo di Lubiana che non esita a ridefinire comunista una nuova ipotesi d’emancipazione dell’umanità, denuncia il fallimento morale della modernità. Com’è possibile, si chiede, che trilioni di dollari siano stati regalati dai governi alle istituzioni bancarie di tutto il mondo, mentre non è mai stato possibile mobilitare risorse anche solo lontanamente comparabili per affrontare la drammatica piaga della povertà e la rovinosa crisi ecologica? Non approfondisco le sue proposte perché sono convinto che, allo stato dell’arte, l’umanità non sia preparata a sostituire il capitalismo e che l’esito felice di fuoriuscite nazionali dal capitalismo sia impossibile. Si possono invece introdurre riforme profonde, capaci anche di creare condizioni propedeutiche al superamento del capitalismo, su scala continentale e mondiale.
Un altro filone d’analisi delle trasformazioni del capitalismo riguarda la cosiddetta economia cognitiva. Il modo di produzione conseguente alla rivoluzione scientifica ed alla globalizzazione comporta la progressiva sostituzione di capitale hard, le “macchine”, con capitale soft, incorporato negli esseri umani e nelle loro protesi informatiche. Ciò dovrebbe consentire, in prospettiva, il superamento del capitalismo, poiché non è pensabile che l’intero patrimonio conoscitivo, creativo, emotivo e relazionale della società sia sottomesso al capitale (Vercellone). La scienza, in particolare, non potrà essere subordinata per sempre al potere del capitale (Severino). L’esito, tuttavia, può essere diverso. La modernità, sostiene Rullani, ha utilizzato a fondo la potenza di due dispositivi che hanno reso lo sviluppo automatico e auto-propulsivo, sottraendolo così al giudizio ed alla responsabilità dei soggetti: l’uso massiccio di conoscenza riproducibile (una macchina replicativa indifferente a tutto quello che eccede la sua funzione) e la separazione delle sfere d’azione in sub-sistemi specializzati (scienza, tecnica, economia, politica, diritto, ecc.) ciascuno dei quali persegue prestazioni distinte senza considerare gli effetti prodotti sugli altri sub-sistemi. Per uscire dalla crisi “occorre sottrarre ai tanti automatismi messi in campo dalla modernità il controllo esclusivo della moltiplicazione cognitiva”. A questo vasto programma seguono istruzioni pratiche per le piccole e medie imprese: puntare sulla produzione di senso, di simboli e di legami, che non inquinano e consentono di ripristinare il profitto (di accrescere ulteriormente, direbbe Marx, il divario fra valori di scambio e valori d’uso). Non è proprio quelche Marx si attendeva dal general intellect profetizzato nei Grundrisse: una conoscenza diffusa ed incorporata nelle persone umane e nell’intreccio di relazioni intellettuali, che avrebbe consentito la loro emancipazione dal capitale.
Nel passaggio dall’era della proprietà a quella dell’accesso, illustrato da Rifkin, diventa strategico il controllo dei nodi. Chi potrà frequentare le migliori Università? Gli studenti più capaci grazie a borse di studio, vorremmo rispondere, ma il ridimensionamento della spesa pubblica è funzionale alla conservazione di un’aristocrazia ereditaria. Gli accessi ad internet sono liberi e tali devono restare, ma l’offensiva degli Stati, in proprio e per conto del capitale, è già in atto.
Le riforme non si realizzano senza lotte e queste richiedono un “campo politico” (Bourdieu) di dimensioni adeguate. Le lotte nazionali non potrebbero essere che repressive e regressive. Il campo politico indispensabile è l’Europa, quello possibile il mondo. Del “campo politico” fanno parte, oltre ai politici, anche giornalisti, sindacalisti, lobbisti, ecc. L’avanzare della crisi ha fatto emergere il campo politico europeo, che internet rende molto visibile. Queste cose sono ben chiare perfino ad un cattivo maestro come Toni Negri, ma non ad un ambizioso rappresentante del socialismo europeo come Fabius. Solo una politica dell’Unione potrebbe ristabilire un contrappeso democratico adeguato al peso del capitale in Europa e guidare le forze riformatrici a livello mondiale, a partire dall’iniziativa dell’Unione nelle istituzioni internazionali. Il federalismo europeo non promette, in sé, che le istituzioni federali non diventino strumento del capitale e delle forze conservatrici. Assicura solo la dimensione necessaria per lo sviluppo non anarchico delle forze produttive, che a loro volta saranno protagoniste delle lotte per il superamento dello sfruttamento capitalista, in forme che oggi noi non possiamo prevedere e che saranno il portato delle lotte stesse.
 
Rischio globale, Stati-assicuratori nazionali e democrazia.
Il primo Keynes scrisse un saggio sulla teoria delle probabilità, fondamentale per tutto il suo pensiero successivo. In buona sostanza egli distinse il rischio dall’incertezza. Il primo è calcolabile, dunque assicurabile, contro pagamento di un premio, da assicuratori privati o pubblici. La seconda, incalcolabile, richiede l’intervento dello Stato, deve essere posta a carico della fiscalità generale, come si direbbe oggi, per stabilizzare l’economia. Questa impostazione va oltre l’assicurazione obbligatoria, già introdotta da Bismarck per contrastare l’avanzata del socialismo, e sta alla base della General Theory e del Beveridge Report, ossatura del Welfare State e del compromesso socialdemocratico del dopoguerra. E’ interessante notare che, mentre Keynes rappresenta l’ultima coerente visione imperiale dell’unità del mondo, Beveridge è un federalista della grande scuola inglese, come Lord Lothian e Wheare. Si può inoltre ritenere che la trasformazione, da parte della politica, di questi grandi progetti intellettuali in istituzioni sia stata favorita dalla paura di Marx, cioè dell’Unione Sovietica.
“Lavoratori di tutto il mondo unitevi!”. L’appello del Manifesto è stato accolto dai capitalisti, mentre i lavoratori sono ancora divisi da frontiere nazionali, linguistiche e normative, che ne riducono la mobilità e la forza contrattuale. L’unione mondiale del capitale, attraverso le banche e le imprese transnazionali, ha prodotto l’attuale “capitalismo del rischio globale” secondo la definizione di Ulrich Beck. La domanda crescente di copertura dell’incertezza keynesiana si scontra con la capacità decrescente degli Stati nazionali di corrispondervi. L’insoddisfazione che ne deriva delegittima la classe politica degli Stati nazionali, sottoposta a voto popolare, e paradossalmente rafforza il potere degli attori transnazionali, responsabili della crisi.
Come già accennato, Rodrick formula un’analisi corretta della incompatibilità del terzetto: globalizzazione, sovranità nazionali e democrazia. La scelta di accettare la globalizzazione, governandone a livello nazionale le conseguenze, è stata attuata con successo dalla Cina, proprio perché il suo regime è autoritario. La scelta di dare priorità alla democrazia, che oggi si realizza soltanto negli Stati nazionali, comporta la necessità di non eccedere con la globalizzazione, di rinazionalizzare molte politiche, fra le quali quelle che tutelano i perdenti della globalizzazione, e di ritornare ad un sistema simile a quello di Bretton Woods, che consentiva il controllo nazionale dei flussi di capitale. Rodrick riconosce che solo il federalismo mondiale consentirebbe di coniugare globalizzazione e democrazia, con parziale sacrificio delle sovranità nazionali, ma considera impraticabile questa via. Non motiva questa sua opinione, dunque la considero un pregiudizio.
Senza evocare il federalismo mondiale, Stiglitz propone soluzioni pratiche per far funzionare la globalizzazione. Da un lato, la globalizzazione ha comportato un arretramento dell’azione pubblica (nazionale) a fini di regolazione, di redistribuzione, di correzione dei “fallimenti del mercato”, di prevenzione e soluzione delle crisi finanziarie. Dall’altro la crisi degli Stati nazionali ed il ritardo nella creazione d’istituzioni sovranazionali (paragonabili a quelle che accompagnarono e favorirono la formazione dei mercati nazionali) pongono ormai in seria crisi il processo di globalizzazione. Siamo di fronte alla possibilità ed alla necessità di una svolta. Il tentativo di governo unilaterale dell’economia globale, di cui il fondamentalismo di mercato costituisce la veste ideologica, è fallito. Per evitare il fallimento della globalizzazione bisogna governarla. Nei lavori di Stiglitz riforme concrete del commercio, contabilizzazione e utilizzo delle risorse naturali, tutela dell’ambiente e ripartizione equa dei suoi costi e benefici, controllo delle imprese multinazionali, gestione del debito dei paesi poveri e indirizzi per i nuovi finanziamenti, trovano sistemazione integrandosi fra loro attraverso l’utilizzo sapiente d’organizzazioni, trattati e meccanismi esistenti, attraverso il gioco degli incentivi e dei disincentivi, la creazione di tribunali internazionali, la sostituzione del dollaro con una moneta mondiale. Tutti i paesi accumulano riserve con l’obiettivo di sottrarsi, in caso di difficoltà valutarie, ai condizionamenti imposti dalle regole del Washington Consensus. Il rapporto fra riserve ed importazioni si è impennato dopo la crisi asiatica. Questa modalità di protezione dal rischio, osserva Stiglitz, in primo luogo è troppo costosa: le riserve mondiali (6 trilioni di dollari) sono investite all’1-2%, contro un rendimento atteso sugli investimenti nei paesi emergenti del 10-15%; in secondo luogo provoca insufficienza di domanda globale; infine genera instabilità valutaria anziché proteggere dalla stessa. Occorre creare a livello internazionale le istituzioni pubbliche democratiche necessarie per far funzionare la globalizzazione, cominciando da una serie di riforme delle istituzioni esistenti. Il sistema monetario internazionale è sull’orlo del precipizio e soltanto decisioni assunte a Pechino, nell’interesse nazionale cinese, stanno per il momento impedendo che esso vi precipiti. Keynes suggerì negli anni Trenta e Quaranta le correzioni necessarie per la sopravvivenza dei sistemi nazionali d’economia politica. Così Stiglitz, insieme ad altri “visionari pratici”, come Jacques Attali, indica oggi quelle necessarie per rendere sostenibile il sistema economico globale, ma occorre una forte iniziativa politica perché sia convocata una conferenza internazionale che scongiuri altri passi unilaterali ed avvii il governo multilaterale della globalizzazione. Solo un’iniziativa europea, forte perché unitaria, potrebbe portare al successo quella che ormai — per l’ostinato nazionalismo dei dirigenti europei — è considerata la “posizione cinese”.
 
 Crisi di legittimità della governance capitalista.
Le prossime crisi non potranno più fare affidamento su Stati nazionali che assicurano banche, che a loro volta comprano i titoli degli Stati, in un circuito d’irresponsabilità. D’ora in avanti, voglio dire già a partire dalla crisi del 2011, coda velenosa di quella del 2008, ognuno (politico, banchiere o imprenditore) dovrà rendere conto della qualità dei rischi assunti “con i soldi degli altri”, come rimarca Gallino.
La legittimità del potere economico, nel sistema capitalista, si fonda sulla proprietà del capitale, delle banche e delle altre imprese. In realtà, fin dagli anni Venti del Novecento, con l’affermazione di imprese e gruppi di dimensione sempre più ampia ed il frazionamento della proprietà delle azioni, il potere effettivo di gestione si è separato dalla proprietà, secondo la celebre analisi di Berle eMeans. Alla proprietà è rimasto il potere di nominare e controllare i managers, attraverso i riti assembleari.Su questa fictio iuris, sempre più precaria, continua a fondarsi tutto il potere che consente a pochi di impiegare armi di distruzione di massa del lavoro e dei risparmi altrui.
Così come i soviet rappresentarono un progresso formidabile rispetto all’aristocrazia zarista (quegli ufficiali incompetenti, presuntuosi ed arroganti che guidarono al massacro gli operai e i contadini russi provocandone la rivolta), i consigli d’amministrazione e le procedure manageriali di pianificazione, organizzazione e controllo consentirono lo sviluppo industriale fordista, liberandolo da legami troppo stringenti con azionisti di terza o quarta generazione, spesso estranei alla vita delle aziende. Dopo il mitico Sloan della General Motors ed altri managers di grande successo, gli economisti svilupparono teorie del capitalismo manageriale mettendo in conto possibili divergenze d’interessi tra proprietà e management (Marris), teorie istituzionali che collegano il continuo aumento della dimensione delle imprese alla necessità di ridurre il costo delle transazioni internalizzandole (Coase). Infine, ai primi scricchiolii del magnifico edificio, teorie dei costi d’agenzia (Meckling), basate sulla convinzione che gli agenti (i managers) non faranno gli interessi di chi ha delegato loro il proprio potere (gli azionisti). Figuriamoci poi se faranno gli interessi degli stake-holders!
La concentrazione del potere degli azionisti nelle mani di alcuni potenti investitori istituzionali (soprattutto i fondi pensione degli Stati Uniti) e la caduta del saggio di profitto negli anni Settanta trasformarono il forte sospetto che gli agenti non facciano gli interessi degli azionisti in una certezza. La conseguente crisi dei rapporti fra i due soggetti del capitalismo fu risolta con una svolta di cui ancora il mondo intero paga le conseguenze. Secondo il nuovo compromesso, i managers dovevano essere responsabili non più del profitto aziendale, e magari anche di qualche aspetto sociale, ma della “creazione di valore per gli azionisti”, i quali li avrebbero compensati con una partecipazione all’arricchimento (non lo chiamo profitto, pour cause) in forma di stock-options. Questo passaggio è cruciale per comprendere la colossale distorsione degli incentivi, fondati non più sui risultati conseguiti (manipolabili solo attraverso il reato di falso in bilancio), ma sui risultati attesi, ben più facilmente manipolabili. Il prezzo di mercato delle azioni di un’impresa è un multiplo dei risultati; questo multiplo aumenta in funzione delle prospettive d’incremento futuro dei profitti; le attese sul futuro sono influenzate da chi ha i mezzi perché i media parlino bene degli immancabili successi a venire dell’impresa, ossia dagli stessi managers, non certo dai piccoli azionisti. La legittimazione di questo sistema rende indispensabile la fede nella razionalità delle aspettative e nell’assenza di asimmetrie informative. A questa funzione ideologica hanno provveduto gli economisti main stream.
Trasformati in azionisti anche i managers, attraverso i premi su risultati a venire, certificati dall’aumento dei prezzi di Borsa, non si poteva più dubitare della loro identità d’interessi con gli azionisti. L’obbligo di presentazione di risultati trimestrali, che naturalmente influenzavano le quotazioni di Borsa, focalizzò sempre più l’attenzione dei managers sui risultati di breve periodo, capaci di influire sulle proprie personali fortune, anche attraverso l’insidertrading, rispetto alla ricerca del profitto innovativo, schumpeteriano, che si può ottenere soltanto da investimenti rischiosi. Questo, infatti, non provenne più tanto dai grandi centri di ricerca (ad esempio IBM), quanto da giovanotti (come Bill Gates e Steve Jobs) che nei sottoscala californiani seppero appropriarsi di patrimoni di ricerca pubblica, universitaria o militare, trasformandola in prodotti vendibili, al fine di poter poi anche loro accedere alla “creazione di valore” in Borsa, con rapporti p/e insensati. L’accumulazione primitiva marxiana, un processo d’appropriazione e non di creazione, tornò così ad essere quella del super capitalismo evoluto. Baumann, ad esempio, ha coniato, un secolo dopo Marx, l’espressione “capitalismo parassitario”, che comunica efficacemente lo stesso concetto. In definitiva la “creazione di valore per gli azionisti” si è rivelata l’ideologia utile perché i managers spoglino gli azionisti (per non dire di tutti gli altri stake-holders).
Allo stato dei fatti, la veste giuridica e gli argomenti di propaganda con cui si legittima l’enorme potere di cui godono alcune minoranze, divenute maggioranza relativa di solito attraverso l’allungamento della catena di comando, la costituzione di scatole cinesi ed il supporto bancario, come non smette di denunciare Guido Rossi, sono debolissimi. Non solo la porzione di capitale delle imprese necessaria ad assicurarne il controllo è tanto più modesta quanto più è grande l’impresa, ma, quel che è peggio, chi sbaglia raramente paga, come abbiamo visto nel caso delle banche too big to fail. Pagano sempre i lavoratori e i creditori. Negli Stati Uniti, i cui fondi pensione sono stati eletti a nostro modello, gli azionisti che non contano (la stragrande maggioranza del capitale) sono sfruttati prima, quando lavorano, e dopo, quando perdono la pensione. Finora i lavoratori-azionisti americani hanno inneggiato al sistema che li espropria. Sono i perdenti di un gioco che si vuol far credere eterno.
I motivi che giustificano il potere di pochi, che è potere sulle vite, sono venuti a mancare uno dopo l’altro. Non sono i capitalisti che innovano, ma gli imprenditori resi schiavi dai debiti (pochissimi di loro diventeranno capitalisti). Non sono i capitalisti che anticipano il capitale, ma le banche. Non sono i capitalisti che corrono il rischio del fallimento, ma i dipendenti, gli altri stake-holders e gli Stati. Niente rimane in piedi dell’ideologia che legittima il loro potere smisurato ed incontrollato. Si tratta del “residuo” paretiano di un’utilità sociale appartenuta ad una fase storica precedente, come quella della monarchia assoluta e della nobiltà feudale nel 1789. Galbraith parla di ”economia della truffa”. Sono i managers la nuovaélite globale, sottratta ad ogni controllo e contrappeso grazie all’asservimento dei proprietari ed all’impotenza degli Stati nazionali. Il controllo dei managers è la questione all’ordine del giorno. 
 
Il federalismo, premessa e compimento della riforma del capitalismo.
L’Unione europea, la nostra rivoluzione pacifica, modificherà la tendenza attuale, succube degli Stati Uniti? Guiderà la creazione di un contrappeso politico mondiale allo strapotere del capitalismo manageriale? Creerà tutele efficaci per il lavoro e per il risparmio nei confronti degli sfruttatori di entrambi? Questo, a mio avviso, sarà il risultato di lotte, per le quali noi predisponiamo il campo adeguato e progetti specifici. Senza Europa non ci saranno lotte progressive, ma lotte nazionali che riporteranno indietro le lancette della storia di un’ottantina d’anni.
Il Trattato di Lisbona fonda l’Unione come “economia sociale di mercato”, dunque compie una scelta di campo netta fra i due capitalismi descritti da Michel Albert, a favore di quello renano e contro quello anglo-sassone. Le lotte possono basarsi su questo nuovo acquis communautaire, innanzitutto per consolidarlo e difenderlo, nell’attuazione pratica, da ogni tentativo di svuotamento, poi per tradurlo in direttive e leggi che, pietra dopo pietra, fonderanno il diritto europeo dei lavoratori, come già accade attraverso le sentenze della Corte europea. Il diritto del lavoro limita l’arbitrio dei padroni. Bisogna recuperare trenta anni d’arretramento, poi tornare ad avanzare, in Europa e nel mondo, fino a quando le deliberazioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro saranno più cogenti di quelle dell’Organizzazione internazionale del commercio (che già è paralizzata per deficit democratico).
Keynes era un liberale riformista. Condivideva gran parte dei giudizi critici sul funzionamento del capitalismo, ma riteneva che nessuno dei critici del sistema avesse formulato una proposta convincente per la sua sostituzione con un altro modello economico e sociale. Il capitalismo può essere salvato dai suoi stessi animal spirits soltanto mediante politiche di regolamentazione finanziaria e di regolazione macroeconomica. I federalisti inglesi contemporanei di Keynes, come Robbins, ci hanno insegnato che, per salvare la libertà e il mercato, occorre più Stato, non nazionale ed imperiale come quello britannico-keynesiano, ma europeo e mondiale. Con questo cambiamento di scala, oggi si può parlare del ritorno di Keynes e della sconfitta storica di Hayek, l’economista austriaco capostipite di Friedman e della Scuola di Chicago, del neo-liberismo e della shock economy. Da vero liberale Hayek non avrebbe condiviso, così almeno spero, lo spregiudicato utilizzo da parte americana dei generali greci e sudamericani, sempre consigliati ed assistiti da un nugolo di Chicago boys, tuttavia egli considerava una presunzione fatale non solo la pianificazione socialista e l’intervento dello Stato nell’economia, ma anche la ragione stessa del nostro impegno politico, la fiducia nella capacità dell’uomo di “immettere una scintilla di libertà nella Storia”, per dirla con le parole di Francesco Rossolillo.
Un’ottantina d’anni dopo, consumata l’esperienza del socialismo nazionale sovietico e divenuti palesi i rischi della deriva unilaterale americana, le analisi critiche del capitalismo si sono moltiplicate, ma per quanto riguarda la costruzione di un sistema radicalmente alternativo siamo ancora allo stesso punto. Tanto che un illustre riformista dei giorni nostri, Ruffolo, ha potuto titolare il suo libro sulla crisi attuale con l’ironica profezia Il capitalismo ha i secoli contati.
Penso anch’io, come Ruffolo, che non esistano “fuoriuscite dal capitalismo” dietro l’angolo, perciò apprezzo gli sforzi di tutti quei “visionari pratici” che tentano di ridurre gli “effetti collaterali” del capitalismo sugli uomini e sulla natura: sono loro i riformisti in senso proprio. Ogni riforma deve rispondere al criterio di avvicinare, mai allontanare, l’unità politica della specie umana, che sola può consentire il perseguimento, e talora il conseguimento, di valori fondamentali quali la pace, l’equità sociale e la conservazione della natura. Applicando questo criterio considero controriforme quelle del trentennio neo-liberista, una reazione violenta (shock economy, appunto) del capitalismo all’arretramento subito negli anni Settanta, con la caduta del saggio del profitto e la contestazione radicale del suo potere sulle vite umane, dentro e fuori la fabbrica. Dopo il Sessantotto l’aumento del potere sindacale nella determinazione del costo e dell’organizzazione del lavoro, l’aumento del prezzo del petrolio e delle materie prime e persino un prolungato tentativo di ribellione armata in paesi come la Germania e l’Italia provocarono la fine della fase d’oro keynesiana, del sistema di Bretton Woods, del compromesso socialdemocratico e della regolazione fordista. Le formulazioni albertiniane della rivoluzione pacifica e del gradualismo costituzionale sono relative proprio ad una situazione in cui il superamento della guerra e della lotta di classe restano, sì, condizioni preliminari per l’attuazione piena del federalismo (Wheare), ma sono già diventate raggiungibili attraverso l’azione politica federalista che, disinnescando il primato della politica estera, toglie la maschera all’alleanza fra Stato e padroni, che fomenta sia la guerra che il dominio di classe. Questa è la ragione per cui possiamo sperare che l’estensione della democrazia ad ogni livello in cui le decisioni devono essere prese, dunque l’affermazione del federalismo, ricrei quei contrappesi al potere capitalistico che sono stati distrutti alla fine della guerra fredda. Il federalismo costituisce, infatti, lo stadio più avanzato della democrazia, nel senso dell’effettività della partecipazione, dunque crea le condizioni ottimali per l’allargamento di quelle forme economiche che già oggi si sottraggono alla logica del capitale, al legame fra proprietà dei mezzi di produzione e potere: le fondazioni (quelle bancarie, in specie, garantiscono alle banche azionisti con lo sguardo rivolto al lungo termine ed al territorio), il terzo settore, l’economia cooperativa, l’economia partecipativa. In prospettiva, dunque, una “riforma a morte” del capitalismo si realizza a mano a mano che esso sia sostituibile e che altre forze abbiano maturato la capacità e la volontà di sostituirlo. Gramsci c’insegna che l’analisi della sostituibilità del capitalismo (dei rapporti di forza) richiede il pessimismo della ragione, la decisione conseguente richiede l’ottimismo della volontà e la capacità d’attuazione dipende dall’egemonia culturale che si deve costituire prima del cambio di regime.


* Si tratta del testo della relazione svolta a Cagliari da Antonio Mosconi nell’ambito della riunione dell’Ufficio del Dibattito dell’8-9 ottobre 2011.

 

 

 

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